Pino Daniele, Sciò: quando il blues parlava napoletano (EMI, 1984)
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Ci sono dischi dal vivo che documentano una tournée, altri che celebrano un successo già raggiunto. Sciò appartiene a una categoria più rara: è il punto nel quale una musica ancora in movimento trova per un momento la propria forma ideale. Non fotografa semplicemente Pino Daniele sul palcoscenico, ma riassume gli anni nei quali il blues, il jazz, il Mediterraneo e la canzone napoletana avevano cessato di essere influenze separate ed erano diventati una lingua nuova, riconoscibile fin dalla prima battuta.
Pubblicato alla fine del 1984, Sciò non proviene da un unico concerto. Le registrazioni furono raccolte fra il settembre 1982 e l’ottobre 1984 all’Arena di Verona, al Festival jazz di Montreux, a Nyon, Cannes, San Siro, alla Mostra d’Oltremare di Napoli, al festival Nancy Jazz Pulsations e infine al Teatro Petruzzelli di Bari. Il materiale venne poi scelto e ricomposto nei Bagaria Studios di Formia da Pino Daniele, produttore e responsabile degli arrangiamenti, con Spartero “Robespier” Di Mattei e Franco Finetti al missaggio. Non è dunque la cronaca di una serata, ma il montaggio consapevole di una stagione artistica.
Questa origine composita non toglie unità al disco. Al contrario, la successione dei brani possiede una continuità quasi teatrale e, nell’edizione originale in doppio LP, ciascuna delle quattro facciate forma un piccolo arco narrativo. La prima presenta la band e la sua potenza ritmica; la seconda entra nel cuore politico e mediterraneo della musica; la terza torna alle radici più intime; la quarta trasforma il concerto in una festa collettiva, prima di congedarsi con Napule è.
È probabilmente il modo migliore per ascoltare Sciò: non come una raccolta di canzoni già note, ma come un’opera autonoma in quattro parti.
Prima e dopo Sciò
Pino Daniele aveva trent’anni e alle spalle una successione difficilmente ripetibile: Terra mia, Pino Daniele, Nero a metà, Vai mo’, Bella ’mbriana e, nello stesso 1984, Musicante. In sette anni aveva trasformato una cultura locale in un linguaggio internazionale senza neutralizzarne l’accento, la rabbia e le contraddizioni. Non aveva adattato la canzone napoletana al blues americano; aveva scoperto che Napoli e il blues potevano raccontare la stessa condizione umana.
Il “Neapolitan Power” non fu infatti un genere dai confini definiti. Fu una comunità di musicisti, prima ancora che una formula: James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Rino Zurzolo, Joe Amoruso e gli altri protagonisti di una stagione nella quale jazz, funk, rock, ritmi africani e tradizione popolare napoletana potevano convivere senza bisogno di spiegazioni. Pino Daniele ne divenne l’autore più conosciuto, ma Sciò dimostra quanto quella musica fosse un risultato collettivo.
Il disco arriva anche al termine di una trasformazione. Il giovane autore di Terra mia aveva ormai conquistato platee europee e festival jazz prestigiosi; accanto ai musicisti napoletani poteva chiamare Gato Barbieri, Bob Berg e Naná Vasconcelos. Eppure il suo suono non era ancora diventato elegante nel senso deteriore del termine. La raffinatezza armonica non ne aveva attenuato la ruvidezza; l’apertura internazionale non aveva ancora preso la forma di una produzione levigata e rassicurante.
Negli anni successivi Pino Daniele continuerà a scrivere canzoni importanti e a circondarsi di musicisti straordinari. Ma il rapporto fra gli elementi cambierà gradualmente. La voce e la canzone avanzeranno verso il centro, mentre la band diventerà più spesso una cornice sontuosa. Il blues perderà una parte della propria necessità per diventare colore, stile, firma personale. Sciò rimane invece il momento nel quale Pino è ancora, prima di tutto, un musicista che canta.
Una formazione irripetibile
Pino Daniele canta e suona la chitarra, ma non domina la band comprimendola intorno a sé. Ne dirige il movimento dall’interno, lasciando che ogni musicista contribuisca alla forma del brano.
Rino Zurzolo, al basso e al contrabbasso, rappresenta il centro armonico del gruppo. Il suo suono non si limita a sostenere: commenta la melodia, apre spazi e collega il Mediterraneo alla tradizione jazzistica. Joe Amoruso, al pianoforte e alle tastiere, evita tanto l’accompagnamento convenzionale quanto l’esibizione solistica. I suoi accordi, spesso obliqui e sospesi, determinano gran parte del colore armonico di Sciò.
La pulsazione è affidata a Tullio De Piscopo, batterista e percussionista, mentre Agostino Marangolo compare nei primi tre brani; Tony Esposito aggiunge un ulteriore livello percussivo. In alcuni episodi interviene Naná Vasconcelos, uno dei grandi maestri brasiliani della percussione, capace di suggerire paesaggi sonori più che di scandire semplicemente il tempo.
La sezione dei fiati comprende Larry Nocella al sassofono, Juan Pablo Torres al trombone e Adalberto Lara alla tromba. A loro si aggiungono due ospiti di statura internazionale: Bob Berg in Io vivo come te e Gato Barbieri in Chi tene ’o mare. Vito Mercurio al violino e Corrado Sfogli al mandoloncello completano una formazione nella quale gli strumenti della tradizione non vengono esibiti come folklore, ma inseriti naturalmente in una scrittura contemporanea.
Non è una somma di grandi nomi. È una vera orchestra personale, elastica e riconoscibile, nella quale il suono collettivo conta più della firma dei singoli.
Guida all’ascolto
Primo disco, lato A
Chillo è nu buono guaglione apre il concerto senza introduzioni solenni. Il personaggio raccontato nella canzone conserva la propria fragilità, ma l’arrangiamento dal vivo ne modifica il peso specifico. La sezione ritmica procede con un’andatura elastica, i fiati rispondono alla voce e Pino canta senza cercare di nobilitare il racconto. Il testo, scritto alla fine degli anni Settanta, appare oggi inevitabilmente legato al linguaggio e alla sensibilità del suo tempo; rimane però evidente la partecipe vicinanza dell’autore a una persona osservata dalla società con curiosità, scherno e violenza. Musicalmente è già una dichiarazione programmatica: funk, teatro di strada e canzone narrativa si muovono nello stesso spazio.
In Have You Seen My Shoes il cattivo inglese rivendicato dallo stesso Pino diventa un gesto di libertà. Inglese, napoletano e blues non sono tre componenti da fondere: sono ormai una sola lingua. Naná Vasconcelos colora il ritmo senza appesantirlo, mentre la band si muove con quella precisione rilassata che appartiene ai gruppi abituati a suonare insieme ogni sera. La domanda del titolo è poco più di un pretesto fonetico; conta il modo in cui le parole entrano nel ritmo, si spezzano e diventano suono.
Viento ’e terra sposta il baricentro verso il Mediterraneo. Le percussioni costruiscono un paesaggio più che un accompagnamento, mentre il tema procede con una qualità quasi rituale. È uno dei brani nei quali si comprende meglio che la componente africana di Pino Daniele non era un ornamento esotico. Quel vento attraversa Napoli perché Napoli, nella sua musica, è sempre stata un porto: riceve, trasforma e restituisce ciò che arriva da lontano.
Con Io vivo come te il lato raggiunge il proprio culmine strumentale. Bob Berg entra nel brano senza trattarlo come una canzone italiana alla quale aggiungere un assolo jazz. Il sassofono ne raccoglie la tensione interna e la porta in un territorio più acceso, mentre la voce di Pino rimane scabra, quasi sfidata dall’energia della band. Berg possiede un fraseggio più netto e nervoso rispetto a Gato Barbieri; il suo intervento imprime alla musica un’accelerazione urbana, elettrica, priva di compiacimento.
Primo disco, lato B
Tarumbò riparte dal ritmo. Il titolo stesso unisce idealmente tarantella, rumba e tamburo, ma l’invenzione non consiste nell’accostare generi riconoscibili. La band crea un movimento che potrebbe appartenere soltanto a Pino Daniele. De Piscopo e Tony Esposito non sovrappongono semplicemente due parti percussive: costruiscono una rete entro la quale basso, chitarra e fiati possono avanzare o arretrare liberamente. È musica complessa che non ha bisogno di ostentare la propria complessità.
In Tutta ’nata storia la tensione ritmica si unisce a quella civile. Il titolo sembra promettere un cambiamento radicale, ma il testo conserva la diffidenza di chi sa quanto spesso il nuovo riproduca i difetti del vecchio. Dal vivo il brano perde parte della lucidità controllata della versione in studio e acquista urgenza. La voce non espone un programma: interroga, provoca, si confronta con la risposta della platea.
Chi tene ’o mare è uno dei vertici assoluti dell’album. Il brano nasce da una melodia semplice, quasi arcaica, ma la presenza di Gato Barbieri ne rivela la dimensione universale. Il suo tenore non è levigato né decorativo: entra come una voce ferita, aspra, immediatamente riconoscibile. Pino canta il mare come ricchezza e condanna, distanza e appartenenza; Barbieri trasforma quella contraddizione in suono. Non sembra un ospite convocato per impreziosire una registrazione, ma qualcuno che conosca da sempre ciò di cui la canzone parla.
La prima parte di Mo basta chiude il disco senza offrire una vera conclusione. La scelta di dividerla fra la seconda e la quarta facciata è importante: il brano diventa una cornice politica e musicale, una tensione lasciata aperta. Quel “mo basta” non è uno slogan isolato ma un’energia che attraversa l’intera esecuzione e che tornerà soltanto verso la fine.
Secondo disco, lato A
Terra mia inaugura la parte più raccolta del programma. Dopo l’espansione ritmica e strumentale del primo disco, Pino ritorna all’origine. Ma non è più il giovane cantautore del 1977: la canzone porta con sé gli anni trascorsi, i concerti internazionali, l’esperienza di una band diventata orchestra. L’interpretazione evita la nostalgia. La terra non è un luogo idealizzato al quale tornare, ma qualcosa da cui non ci si è mai realmente allontanati.
Lazzari felici appartiene al lato più lieve e insieme più antico della sua scrittura. Il ritmo conserva una grazia popolare, quasi da rappresentazione di piazza, ma sotto l’apparente semplicità affiora una malinconia sottile. È importante che il disco non separi mai la festa dalla consapevolezza: i lazzari possono essere felici, ma la loro felicità non cancella la condizione dalla quale provengono.
In Ce sta chi ce penza la scrittura procede per sottrazione. Dopo la ricchezza degli arrangiamenti precedenti, il brano sembra riprendere il tono di una considerazione detta a mezza voce. La band non cerca di ampliarlo artificialmente; ne conserva l’ironia, la misura e quella filosofia quotidiana che in Pino Daniele non diventa mai bozzetto vernacolare.
La Suite riunisce Appocundria, Putesse essere allero e Je sto vicino a te. È il centro emotivo del secondo disco e uno dei passaggi nei quali Sciò assume più chiaramente la forma di un’opera autonoma. Appocundria porta con sé un’inquietudine senza soluzione: non semplice malinconia, ma un malessere fisico e spirituale che non trova un nome italiano altrettanto preciso. Putesse essere allero introduce il desiderio di una leggerezza quasi impossibile; Je sto vicino a te lo trasforma in presenza e tenerezza. Le tre canzoni non vengono giustapposte come un medley di successi. Formano un unico movimento nel quale solitudine, speranza e vicinanza si susseguono senza interrompere il clima.
Quanno chiove conclude la facciata con poco più di tre minuti di perfezione. La melodia sembra esistere da sempre e l’interpretazione non tenta di caricarla di un’emozione supplementare. Pino la canta con misura, lasciando che siano le pause e il colore delle parole a produrre intensità. Dopo la Suite, il brano agisce come un breve epilogo: non risolve la malinconia, ma le dà una forma abitabile.
Secondo disco, lato B
Musica musica riapre lo spazio e riporta in primo piano il piacere fisico del suonare. Il titolo potrebbe sembrare generico; nell’esecuzione diventa invece una professione di fede. La musica non accompagna un messaggio esterno, è essa stessa il contenuto: ritmo, fiati, chitarra e voce si alimentano reciprocamente. Larry Nocella contribuisce a rendere il brano mobile e jazzistico senza trasformarlo in una vetrina per solisti.
Yes I Know My Way è la celebrazione più esplicita dell’identità conquistata. La frase inglese, pronunciata con orgoglio e ironia, non rivendica soltanto la conoscenza della strada: afferma il diritto di percorrerla con il proprio accento. Dal vivo la canzone acquista una forza collettiva che la rende quasi un manifesto. La band procede compatta, ma conserva abbastanza elasticità da far sembrare ogni accento inventato sul momento.
La seconda parte di Mo basta riprende il filo lasciato aperto alla fine del primo disco. Ora, però, la protesta è passata attraverso la memoria privata, la malinconia e la festa. Il ritorno non è una ripetizione ma una conclusione drammatica: ciò che inizialmente appariva come un gesto d’impazienza diventa il risultato di tutto quello che si è ascoltato.
Infine Napule è. La scelta più facile sarebbe stata trasformarla in un grande coro celebrativo; Pino evita invece di ridurla a inno ufficiale. La canta conservandone l’ambiguità originaria: Napoli è mille colori ma anche mille paure, è una voce che nessuno riesce davvero ad ascoltare. La posizione conclusiva potrebbe farne un congedo sentimentale. Diventa invece la spiegazione retrospettiva dell’intero album. Tutta la musica ascoltata fino a quel momento — blues, jazz, funk, Africa, Mediterraneo — nasce da quella città e contemporaneamente la oltrepassa.
Le quattro registrazioni ritrovate
L’edizione per il quarantennale aggiunge Che te ne fotte, Ma che ho, Io ci sarò e Disperazione, tutte provenienti dal concerto romano del 14 settembre 1984. In coda a Io ci sarò compare anche una rilettura chitarristica di ’O sole mio. Non sono frammenti minori né scarti curiosi: permettono di ascoltare altri venti minuti circa della stessa stagione creativa e confermano il livello raggiunto dalla formazione.
Le bonus track, tuttavia, non modificano il disegno dell’album originale. Sciò continua a finire con Napule è. I quattro brani aggiunti costituiscono un’appendice preziosa, non un quinto lato ideale: materiale ritrovato da ascoltare dopo aver lasciato decantare l’opera nella sua forma storica. L’edizione celebrativa è stata curata dalla Fondazione Pino Daniele e pubblicata nel marzo 2024; il cofanetto analogico comprende i due LP originali rimasterizzati e un 12 pollici separato con gli inediti.
Un disco jazz senza dichiararsi jazz
Definire Sciò un disco di jazz sarebbe limitativo quanto considerarlo semplicemente un album di canzone italiana. Eppure il suo funzionamento interno è più vicino a quello di un grande disco jazz dal vivo che al concerto di un cantautore.
Le canzoni sono temi, non strutture chiuse. La loro identità rimane intatta, ma tempo, dinamica, strumentazione e durata vengono rimessi in discussione. Gli assoli non sono parentesi ornamentali; continuano il discorso aperto dalla voce. Il repertorio viene trasformato dall’interazione fra musicisti che ascoltano ciò che accade intorno a loro e reagiscono in tempo reale.
È qui che Sciò può essere accostato ai dischi di Art Blakey, Mingus o Cannonball Adderley dei quali ci siamo occupati. Di Blakey possiede l’energia collettiva e la spinta ritmica; di Mingus la capacità di unire cultura popolare, protesta, ironia e scrittura complessa; di Cannonball la comunicatività immediata di una musica sofisticata che non sente il bisogno di dichiararsi tale. In Chi tene ’o mare, Gato Barbieri aggiunge inoltre quella voce strumentale carnale e vulnerabile che nei grandi jazzisti non accompagna il canto, ma dice ciò che le parole non possono più contenere.
Sciò non imita nessuno di questi modelli. Dimostra piuttosto che, nella Napoli dei primi anni Ottanta, era nata una musica capace di stare sullo stesso piano, usando materiali diversi e parlando con un accento irriducibile.
Edizioni consigliate
Edizione di riferimento attuale
Su Qobuz è disponibile Sciò (Live) – 40th Anniversary Album (2017 Remaster), pubblicato digitalmente da Warner Music il 19 marzo 2024. Comprende i diciassette brani dell’album originale e le quattro registrazioni inedite del concerto romano, per complessive ventuno tracce. È proposto in qualità CD, 16 bit/44,1 kHz: non è dunque un’edizione ad alta risoluzione, nonostante varie ristampe del catalogo di Pino Daniele siano disponibili a 24 bit/96 kHz.
È l’edizione che consigliamo per l’ascolto corrente. La rimasterizzazione del 2017 rende il quadro sufficientemente aperto e leggibile, mantiene bene separate percussioni, fiati e tastiere e consente di seguire la complessa stratificazione della band. Le bonus track ne fanno anche l’edizione più completa. Non bisogna però aspettarsi un’incisione audiophile nel senso moderno: le registrazioni provengono da concerti differenti e conservano variazioni di ambiente, prospettiva e densità sonora. Uniformarle completamente avrebbe significato cancellare parte della loro storia.
Il doppio LP originale
Il doppio vinile EMI del 1984 rimane l’edizione storica e, per chi lo abbia conservato in condizioni accettabili, quella emotivamente insostituibile. Non soltanto per il carattere analogico del suono, più compatto e materico nei medi, ma perché la divisione in quattro facciate rende chiarissima l’architettura dell’album. Girare il disco dopo Mo basta, dopo Quanno chiove e infine arrivare a Napule è non rappresenta un’interruzione accidentale: scandisce il racconto.
Nel nostro caso, poi, quel doppio LP consumato da innumerevoli passaggi sull’Ariston RD11S e successivamente trasferito su PC e masterizzato su CD non è una copia tecnicamente imperfetta da sostituire. È una vera edizione personale. Porta con sé l’usura, la memoria dell’impianto sul quale il disco è stato conosciuto e il gesto con cui si è cercato di conservarlo. La versione Qobuz permette oggi di ascoltare meglio alcuni particolari e di accedere ai brani ritrovati; quel CD domestico conserva invece la storia dell’ascoltatore insieme a quella della musica.
Il cofanetto del quarantennale
La ristampa analogica del 2024 è la scelta per chi desideri un’edizione completa da collezione: due LP neri con l’album originale nella rimasterizzazione 2017, un 12 pollici bianco con le quattro bonus track, un poster con fotografie di Giovanni Canitano e Luciano Viti e materiale grafico celebrativo. Ha valore soprattutto documentario e affettivo. Non sostituisce necessariamente un buon originale del 1984, ma offre per la prima volta su supporto fisico le registrazioni romane ritrovate.
Conclusione
Sciò non è il riepilogo dei primi successi di Pino Daniele. È il momento nel quale quelle canzoni cessano di appartenere ai dischi dai quali provengono e diventano il repertorio vivo di una grande formazione. Non vi si ascolta un autore accompagnato da strumentisti prestigiosi, ma una comunità musicale guidata da qualcuno che sa esattamente dove andare e che, proprio per questo, non ha paura di lasciare agli altri lo spazio per sorprendere.
Dopo Sciò verranno produzioni più levigate, collaborazioni ancora più illustri, una scrittura sentimentale capace di raggiungere un pubblico vastissimo e non poche canzoni memorabili. Ma non tornerà più, almeno con questa continuità, la miscela di pericolo e naturalezza che attraversa il doppio album. Qui la musica è colta senza diventare intellettuale, popolare senza essere semplificata, internazionale senza rinunciare al dialetto, tecnicamente formidabile senza esibire la tecnica.
Pino Daniele non aveva ancora trasformato il blues in un segno di eleganza. Lo usava per necessità, perché era la lingua più vicina a ciò che voleva raccontare. E intorno a lui suonava una band che non illustrava le canzoni: le rimetteva ogni sera in discussione.
Per questo Sciò, più che rappresentare la conclusione del suo periodo migliore, ne costituisce l’istante culminante. È il disco nel quale Pino Daniele seppe essere simultaneamente cantautore, chitarrista, direttore d’orchestra, uomo di blues e musicista napoletano, senza che una sola di queste identità prevalesse sulle altre. Ed è forse questa irripetibile condizione di equilibrio a farci tornare ancora oggi a un doppio LP ormai consumato: non per nostalgia, ma perché quella musica continua a sembrare viva, necessaria e pericolosamente libera.

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