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Pink Floyd : Wish You Were Here (Emi, 1975)

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Esserci quando qualcuno non c'è più

Nel 1975 i Pink Floyd non avevano più nulla da dimostrare. The Dark Side of the Moon aveva trasformato un gruppo inglese nato dalla psichedelia in uno dei fenomeni discografici più importanti del decennio, ma il successo aveva prodotto una conseguenza meno prevedibile: dopo avere impiegato anni per trovare una forma musicale compiuta, improvvisamente non sapevano bene che cosa farne.

Le prime sedute ad Abbey Road furono difficili. Il problema non era la mancanza di mezzi, né quella di idee musicali. Era piuttosto una certa difficoltà a essere realmente presenti. Roger Waters avrebbe identificato proprio in questa sensazione il nucleo del nuovo lavoro: quattro musicisti riuniti nello stesso studio potevano suonare insieme senza necessariamente trovarsi nello stesso luogo mentale.

Da qui nasce Wish You Were Here, pubblicato nel settembre 1975. È un concept album, certamente, ma non nel senso teatrale che il termine assumerà più tardi con The Wall. Non racconta una storia e non possiede personaggi. Tiene insieme alcune variazioni intorno a una medesima idea: l'assenza.

C'è l'assenza di chi partecipa senza esserci veramente, quella dell'artista progressivamente separato dalla propria opera, quella prodotta da un'industria musicale capace di trasformare qualsiasi esperienza in merce. E, naturalmente, c'è Syd Barrett, che aveva lasciato il gruppo sette anni prima ma continuava a occupare uno spazio impossibile da riempire.

Non tutto il disco parla di Barrett e sarebbe riduttivo leggerlo soltanto come un lungo omaggio al fondatore perduto. Welcome to the Machine e Have a Cigar guardano altrove, verso il rapporto ormai profondamente deteriorato fra il musicista e l'apparato che ne amministra il successo. Ma Barrett fornisce a quell'idea astratta dell'assenza un volto e una storia.

Musicalmente il disco è costruito con un'economia sorprendente. Shine On You Crazy Diamond ne occupa i due estremi e racchiude le altre tre canzoni come una grande parentesi. Non è necessario moltiplicare il materiale quando poche idee sono sufficientemente forti. I Pink Floyd lo avevano ormai imparato perfettamente.

In questo senso Wish You Were Here è forse persino più essenziale di The Dark Side of the Moon. Quest'ultimo impressiona ancora oggi per la precisione della costruzione, per la continuità fra i brani e per l'equilibrio quasi irripetibile fra musica, testi e produzione. Wish You Were Here possiede meno elementi e lascia loro più spazio.

Una parte importante di quello spazio appartiene a Richard Wright. Pianoforte, organo, sintetizzatori e armonie non costituiscono semplicemente lo sfondo sul quale intervengono Waters e Gilmour: determinano l'atmosfera del disco. Shine On nasce lentamente proprio perché Wright non ha fretta di portarla da qualche parte. Gli accordi rimangono sospesi, il suono si allarga e soltanto quando il paesaggio è ormai definito compare la chitarra.

David Gilmour ha bisogno ancora di meno.

Quattro note.

Il celebre motivo di Shine On You Crazy Diamond dimostra quanto poco materiale sia necessario quando timbro, tempo e intenzione sono quelli giusti. Non è un tema complesso e non pretende di esserlo. È immediatamente riconoscibile e, soprattutto, sembra inevitabile: una volta ascoltato, diventa difficile immaginare che quelle quattro note avrebbero potuto trovarsi in un ordine diverso.

Roger Waters tiene insieme tutto questo attraverso testi che hanno già acquisito la precisione e l'amarezza della maturità, ma senza avere ancora occupato completamente lo spazio degli altri musicisti. È forse l'ultimo album nel quale l'equilibrio interno dei Pink Floyd appare tanto naturale. Waters fornisce l'idea e gran parte delle parole; Gilmour dà alla musica una voce; Wright ne costruisce l'ambiente; Nick Mason impedisce che quel tempo lentissimo perda tensione.

Per questo Wish You Were Here regge perfettamente il confronto con gli album più celebrati del gruppo. Non possiede l'unità quasi perfetta di Dark Side, non ha l'ambizione narrativa di The Wall né la durezza di Animals. Possiede qualcosa che nessuno degli altri tre presenta nella stessa misura: la capacità di lasciare vuoto lo spazio necessario perché la musica possa respirare.

Poi, durante le registrazioni, accadde qualcosa che finì per fornire a tutto questo una conclusione che nessun autore avrebbe osato scrivere.

Il 5 giugno 1975 un uomo sovrappeso, con la testa e le sopracciglia rasate, entrò ad Abbey Road mentre il gruppo stava lavorando. Per qualche tempo nessuno comprese chi fosse.

Era Syd Barrett.

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Syd entra nella stanza

Il 5 giugno 1975 i Pink Floyd erano ad Abbey Road per continuare il lavoro su Shine On You Crazy Diamond. Quel giorno nello studio comparve un uomo corpulento, con la testa rasata e un aspetto molto diverso da quello che gli altri ricordavano. Per qualche tempo nessuno lo riconobbe. Era Syd Barrett.

La coincidenza è diventata uno degli episodi più raccontati nella storia del rock, anche perché sembra costruita appositamente per alimentare la leggenda. Conviene invece lasciarla nelle sue proporzioni reali. Barrett non arrivò perché sapesse che i Pink Floyd stavano registrando una composizione dedicata anche a lui; si presentava occasionalmente negli studi EMI e quel giorno la sua presenza coincise con una sessione del gruppo. Proprio questa casualità rende l'episodio più significativo di qualsiasi versione romanzata.

Syd era stato il primo centro creativo dei Pink Floyd. Aveva scritto gran parte del materiale di The Piper at the Gates of Dawn, ne aveva determinato l'immaginario e aveva dato al gruppo quella miscela di psichedelia, humour inglese, filastrocca e sperimentazione dalla quale tutto era cominciato. Ma il rapido deterioramento delle sue condizioni aveva reso sempre più difficile lavorare con lui e nel 1968 il gruppo aveva proseguito senza il proprio fondatore.

Sette anni sono pochi. Per i Pink Floyd furono un'epoca.

Nel frattempo erano arrivati A Saucerful of Secrets, Ummagumma, Atom Heart Mother, Meddle e infine The Dark Side of the Moon. Il piccolo gruppo della scena psichedelica londinese era diventato una delle maggiori formazioni rock del mondo. Barrett, invece, dopo due album solisti, si era sostanzialmente allontanato dalla musica.

Il contrasto fra queste due traiettorie è sufficiente a spiegare Shine On You Crazy Diamond senza trasformarla in un epitaffio. Waters parte dal ricordo dell'amico, ma scrive qualcosa di più generale: parla di una persona che progressivamente perde il contatto con gli altri e forse anche con se stessa. Il titolo contiene affetto, rimpianto e una certa impotenza, ma non cerca una spiegazione.

Anche musicalmente la composizione evita qualsiasi racconto esplicito. Per diversi minuti non accade quasi nulla nel senso tradizionale del termine. Richard Wright costruisce lentamente lo spazio armonico, Gilmour interviene senza interromperlo e Mason entra con una discrezione che sarebbe facile sottovalutare. Solo molto più tardi arriva la voce di Waters.

Questa lentezza è essenziale. Shine On non procede accumulando eventi: procede lasciando che il tempo passi. Ed è forse una delle ragioni per cui continua a funzionare così bene dopo mezzo secolo. Non dipende dalla sorpresa, dalla complessità o dalla tecnologia dello studio; dipende dalla capacità dei quattro musicisti di non riempire ogni spazio disponibile.

L'ingresso delle quattro note di Gilmour modifica improvvisamente tutto. Non perché introduca un tema particolarmente elaborato, ma perché dà una forma riconoscibile a ciò che fino a quel momento era rimasto sospeso. Da quel momento la composizione può svilupparsi, attraversare sezioni differenti, arrivare alle parole e infine dissolversi.

La presenza di Barrett durante quelle sedute non modificò la musica. Non ce n'era bisogno. La rese semplicemente, e dolorosamente, concreta.

Quando gli fecero ascoltare Shine On, Barrett avrebbe chiesto che cosa ne pensassero e si sarebbe trattenuto per parte della giornata, prima di andarsene. Non sarebbe più tornato stabilmente nella vita del gruppo.

È importante non fare di quella visita la chiave esclusiva dell'album. Wish You Were Here era già molto più di un disco su Syd Barrett. Ma per alcune ore, ad Abbey Road, l'assenza intorno alla quale i Pink Floyd stavano costruendo il loro nuovo lavoro si presentò fisicamente davanti a loro.

Il disco poteva continuare.

E adesso dobbiamo entrare nella sua parte meno sentimentale e probabilmente più aspra: Welcome to the Machine e Have a Cigar. Perché l'altra grande assenza di Wish You Were Here è quella dell'artista che continua a produrre musica mentre qualcuno, dall'altra parte della scrivania, ha già cominciato a trasformarla in un prodotto.

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Abbey Road: lo studio come quinto strumento

Nel 1975 Abbey Road non era semplicemente il luogo nel quale i Pink Floyd registravano. Era ormai parte del loro modo di comporre. Dopo anni trascorsi negli studi EMI e soprattutto dopo l'esperienza di The Dark Side of the Moon, il gruppo conosceva abbastanza bene le possibilità della registrazione da non considerarla più una fase successiva alla musica. Il suono nasceva insieme alla musica.

Wish You Were Here rende questo rapporto particolarmente evidente. Non è un disco affollato e, rispetto al predecessore, utilizza spesso la tecnologia per sottrarre anziché per aggiungere. Molti dei suoi momenti migliori dipendono dalla distanza fra i suoni, dalla loro profondità e dalla quantità di silenzio lasciata intorno agli strumenti.

La lunga apertura di Shine On You Crazy Diamond ne è l'esempio più chiaro. I sintetizzatori di Richard Wright non occupano semplicemente lo sfondo: costruiscono uno spazio. Quando entra la chitarra di Gilmour, non sembra sovrapposta a una base ma collocata fisicamente dentro quell'ambiente. La registrazione permette di percepire distanza, dimensione e prospettiva prima ancora che la composizione abbia realmente cominciato a svilupparsi.

Anche Welcome to the Machine nasce in larga parte dallo studio. Sintetizzatori, nastri, rumori meccanici e trattamento delle voci costruiscono un ambiente deliberatamente artificiale. Qui la tecnologia non cerca di riprodurre fedelmente una performance: crea qualcosa che fuori dallo studio non potrebbe esistere nella stessa forma. È esattamente ciò che richiede il brano.

Have a Cigar, al contrario, conserva una fisicità maggiore. Batteria, basso, tastiere e chitarra hanno peso e presenza, quasi a ricordarci che dietro l'architettura sonora dei Pink Floyd continuava ad esserci un gruppo rock. La voce di Roy Harper, scelta dopo vari tentativi insoddisfacenti di Waters e Gilmour, aggiunge una distanza ulteriore: persino la persona che canta non appartiene ai Pink Floyd.

E poi c'è Wish You Were Here. Qui lo studio compie l'operazione opposta. La chitarra iniziale viene fatta passare attraverso una radio, riducendone deliberatamente la qualità, prima che la seconda chitarra entri con un suono pieno e reale. È un passaggio semplicissimo, ma contiene in pochi secondi l'intera idea dell'album: qualcosa è lontano, qualcosa è presente, e fra le due cose esiste una distanza che la musica tenta di attraversare.

Dietro la console c'era Brian Humphries, già coinvolto con il gruppo e responsabile dell'ingegneria del suono dell'album. I Pink Floyd partecipavano però ormai direttamente a ogni scelta. Non esisteva una separazione netta fra musicista, produttore e tecnico: il disco fu prodotto dal gruppo stesso e lo studio diventò il luogo nel quale arrangiamento, esecuzione e registrazione venivano continuamente rimessi in discussione.

Per questo Wish You Were Here continua a essere un riferimento anche dal punto di vista sonoro. Non perché rappresenti il massimo della tecnologia disponibile nel 1975, ma perché quasi ogni artificio tecnico possiede una funzione musicale.

La tecnologia si sente.

Ma non chiede mai di essere ascoltata al posto della musica.

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Guida all’ascolto

Wish You Were Here è un disco breve, poco più di quaranta minuti, e sarebbe sbagliato ascoltarlo come una raccolta di cinque brani indipendenti. La divisione originaria sulle due facciate del vinile conta ancora: Shine On You Crazy Diamond apre uno spazio che Welcome to the Machine interrompe brutalmente; Have a Cigar inaugura il secondo lato, la title track riporta tutto a una dimensione umana e le ultime parti di Shine On richiudono il percorso. È un album da ascoltare per intero, possibilmente senza interruzioni.

Shine On You Crazy Diamond — Parts I-V

L'inizio richiede pazienza, ma non attenzione forzata. Richard Wright introduce lentamente un ambiente più che un tema: sintetizzatori, organo e tastiere stabiliscono profondità e colore mentre Gilmour comincia a disegnare poche linee sopra uno spazio ancora quasi immobile.

Conviene ascoltare soprattutto quanto poco accade. Il tempo musicale è dilatato e ogni nuovo elemento acquista importanza proprio perché non è circondato da altri eventi.

Poi arrivano le quattro note della chitarra di Gilmour. Non costituiscono ancora Shine On, ma ne cambiano definitivamente la prospettiva. Da quel momento ciò che sembrava un'introduzione acquista una direzione. Batteria e basso entrano senza modificare sostanzialmente la sensazione di spazio e il brano comincia lentamente ad assumere la forma di una canzone.

Quando Waters finalmente canta, sono trascorsi quasi nove minuti.

È una scelta importante. Prima conosciamo musicalmente l'assenza; soltanto dopo qualcuno le dà un nome.

Da seguire con particolare attenzione è Wright. Le tastiere non accompagnano semplicemente gli assoli di Gilmour: stabiliscono continuamente il terreno armonico sul quale la chitarra può muoversi. Il successivo intervento del sassofono di Dick Parry conduce progressivamente la musica fuori dalla dimensione contemplativa iniziale e prepara il passaggio più violento dell'intero album.

Welcome to the Machine

Il cambiamento è intenzionalmente sgradevole.

Scompare quasi completamente la sensazione di una band che suona in una stanza. Entriamo in un ambiente artificiale costruito con sintetizzatori, nastri, rumori meccanici e trattamento del suono. La macchina del titolo non viene soltanto descritta: viene fatta ascoltare.

La voce di Gilmour e Waters rimane intrappolata dentro questa architettura elettronica, mentre il sintetizzatore di Wright assume dimensioni quasi orchestrali. Anche la chitarra acustica, quando compare, non riesce veramente a umanizzare il paesaggio.

È interessante ascoltare il brano a volume sostenuto. Non tanto per l'impatto quanto per la quantità di energia concentrata nelle frequenze basse e per il contrasto con l'ampiezza di Shine On. Il primo brano respirava; questo sembra progressivamente chiudere le pareti intorno all'ascoltatore.

La festa che compare alla fine non offre alcuna liberazione. È semplicemente un altro ambiente artificiale nel quale entrare.

E la prima facciata termina lì.

Have a Cigar

Girato il disco, ritroviamo immediatamente una band.

Basso, batteria, tastiere e chitarra costruiscono uno dei groove più solidi dell'intero catalogo dei Pink Floyd. Dopo la rarefazione della prima facciata, la concretezza ritmica di Have a Cigar è quasi sorprendente.

Al centro c'è però una voce che non appartiene al gruppo: Roy Harper.

La scelta funziona magnificamente perché aggiunge un ulteriore livello di straniamento. Il personaggio che parla è l'uomo dell'industria musicale che adora il gruppo, promette successo, parla di soldi e contemporaneamente dimostra di non sapere nemmeno bene con chi abbia a che fare. Harper gli presta una sicurezza leggermente sguaiata che Waters probabilmente non avrebbe potuto ottenere nello stesso modo.

Ma ascolterei soprattutto Gilmour.

La sua chitarra qui non contempla nulla: morde. L'assolo finale è compatto, nervoso, perfettamente inserito nel groove. Poi accade qualcosa di tecnicamente semplicissimo e concettualmente perfetto: l'intero brano perde improvvisamente corpo, come se fosse stato risucchiato dentro una radio.

Da quella radio arriverà il pezzo successivo.

Wish You Were Here

Si sentono interferenze, una radio che viene sintonizzata, frammenti di trasmissioni. Poi compare una chitarra acustica.

È lontana, compressa, povera di frequenze. Non siamo ancora realmente nella stanza con il musicista.

Quando entra la seconda chitarra acustica di Gilmour, invece, cambia tutto. Il suono diventa improvvisamente presente. La distanza fra le due chitarre racconta già il titolo prima che venga pronunciata una sola parola.

Wish You Were Here è probabilmente la canzone più semplice dell'album e proprio per questo costituisce il suo centro emotivo. Dopo sintetizzatori, costruzioni sonore, sarcasmo e grandi architetture, rimangono una progressione di accordi elementare, una melodia e una voce.

Anche qui sarebbe limitante pensare soltanto a Barrett. Le parole funzionano perché non specificano abbastanza. Possono riguardare Syd, i rapporti interni al gruppo, la distanza fra due persone o persino quella fra ciò che siamo e ciò che avremmo voluto essere.

Gilmour canta senza cercare una grande interpretazione. È probabilmente la scelta migliore possibile.

Verso la fine la musica sembra allontanarsi nuovamente. Il vento prende il posto della canzone e prepara il ritorno al punto dal quale eravamo partiti.

Shine On You Crazy Diamond — Parts VI-IX

Non è una semplice ripresa.

La seconda metà di Shine On è più mobile, meno contemplativa e musicalmente più varia. Dopo l'introduzione dominata dal basso, il brano attraversa sezioni strumentali differenti e lascia maggiore spazio all'interazione fra i musicisti.

Qui emerge ancora una volta Richard Wright. Se la prima parte apparteneva nell'immaginario soprattutto alla chitarra di Gilmour, il finale del disco diventa progressivamente suo.

Dopo il ritorno della voce e l'ultima evocazione del "crazy diamond", la struttura comincia lentamente a disfarsi. Non c'è bisogno di una conclusione spettacolare. Gli strumenti si ritirano e Wright rimane quasi solo a guidare gli ultimi minuti.

È uno dei momenti più belli dell'album proprio perché non cerca di esserlo.

Nel finale introduce discretamente una citazione di “See Emily Play”, una delle canzoni scritte da Syd Barrett nel 1967. È appena accennata, quasi nascosta dentro la progressione delle tastiere. Chi non la riconosce non perde nulla; chi la riconosce comprende che il cerchio si è chiuso.

Non servono altre parole.

Riascoltandolo dall'inizio

Dopo Shine On Part IX lascerei trascorrere qualche secondo e tornerei all'inizio.

La seconda volta il disco cambia.

I lunghi minuti iniziali non sembrano più un'introduzione. Welcome to the Machine appare ancora più estranea dopo aver conosciuto il destino del percorso; Have a Cigar diventa quasi grottesca e la semplicità di Wish You Were Here acquista un peso maggiore.

È probabilmente questo il modo migliore per capire perché l'album regga tranquillamente il confronto con The Dark Side of the Moon. Dark Side tende verso la perfezione della costruzione. Wish You Were Here utilizza invece vuoti, distanze e contrasti.

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Quale edizione ascoltare?

Wish You Were Here è uno di quei dischi per i quali esistono abbastanza edizioni da alimentare discussioni infinite fra collezionisti. Per ascoltare la musica, fortunatamente, possiamo essere molto più semplici.

Il normale CD stereo rimane perfettamente adeguato. È un'incisione nata benissimo e non richiede necessariamente l'alta risoluzione per mostrare le proprie qualità. Chi possiede una delle buone edizioni CD non ha alcuna ragione musicale per sostituirla.

Più interessante, soprattutto per noi che ascoltiamo abitualmente in streaming, è l'attuale versione disponibile su Qobuz in 24 bit/96 kHz. L'edizione del cinquantenario pubblicata nel 2025 utilizza per l'album il mastering più recente e aggiunge molto materiale: versioni alternative, demo e soprattutto il nuovo montaggio stereo delle nove parti di Shine On You Crazy Diamond riunite in un'unica sequenza di oltre venticinque minuti. James Guthrie e Joel Plante sono responsabili del lavoro di mastering e mix delle nuove versioni.

Wish You Were Here 50 su Qobuz

Per la nostra guida, tuttavia, continuerei ad ascoltare l'album originale nella sua sequenza del 1975. La separazione di Shine On ai due estremi non è un inconveniente da correggere: è parte dell'architettura di Wish You Were Here. La nuova versione continua delle parti I-IX è interessantissima come ascolto supplementare, non la userei per sostituire l'originale.

Per chi utilizza un impianto multicanale esiste poi un altro mondo. Il Blu-ray dell'edizione 2025 contiene il nuovo Dolby Atmos, il 5.1, il mix stereo e persino il quadrafonico 4.0 originale del 1975. Quest'ultimo è particolarmente interessante perché ricorda quanto i Pink Floyd pensassero già allora lo spazio sonoro come parte della composizione.

Esiste inoltre il celebre SACD, con il mix 5.1 di James Guthrie, da tempo uno dei riferimenti fra gli appassionati dei Pink Floyd. È un'edizione splendida, ma oggi non direi a un lettore di inseguirla necessariamente se ascolta soltanto in stereo: Qobuz offre già una versione ad alta risoluzione eccellente e immediatamente disponibile.

La scelta Nikonland

Per questo articolo useremmo quindi Qobuz 24/96, ascoltando l'album nella sequenza originale, e terremo il normale CD come termine di confronto.

Non cercherei necessariamente l'edizione che fa sentire più cose. Questo disco vive di profondità, silenzi, piani sonori e continuità. L'edizione migliore è quella che permette di dimenticare più rapidamente che stiamo confrontando delle edizioni.

Con Wish You Were Here, dopo pochi minuti di Shine On, dovremmo aver già smesso di pensare all'impianto.

Quella è la prova che il disco sta suonando come deve.

3 Comments

Recommended Comments

  • Administrator

Per anni ho usato l'ingresso della chitarra di Gilmour del brano che intitola l'album come test di valutazione dei medi delle mie autocostruzioni.
Prima che arrivassero i sistemi di calibrazione e di misura microfonica a buon mercato ...

GiulianoM

Nikonlander

  • Nikonlander

E' un disco che ho ascoltato "fino all'ignoranza" in occasione della preparazione della prova di italiano all'esame di "maturità". Dovevamo discutere anche un libro a scelta e io
selezionai "Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati (avevo imparato che il Prof. Presidente di Commissione amava molto Buzzati e quindi per ingraziarmelo un po' 😁😁😁).....
Comunque tornando al discorso principale, ascoltavo Wish You Were Here mentre leggevo il libro e quel connubio creò un’atmosfera sospesa e malinconica, quasi irreale
e fuori dal tempo nell'attesa di qualcosa che forse non sarebbe mai arrivato. Ovviamente sensazioni molto soggettive. Per la cronaca quella parte di esame andò bene ☺️.
Recentemente ho acquistato l'edizione Wish You Were Here 50 in vinile e devo ammettere che suona molto, molto bene!!!.

happygiraffe

Nikonlander Veterano

  • Nikonlander
Il 11/08/2026 at 08:44, Mauro Maratta ha scritto:

Per anni ho usato l'ingresso della chitarra di Gilmour del brano che intitola l'album come test di valutazione dei medi delle mie autocostruzioni.
Prima che arrivassero i sistemi di calibrazione e di misura microfonica a buon mercato ...

Ma anche quello che precede l'ingresso della chitarra: la radio gracchiante, il colpetto di tosse per schiarirsi la voce. Dettagli che ho cominciato ad apprezzare man mano che con gli anni cresceva il livello del mio impianto.

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