Ruth Gipps: Clarinet Chamber Music (SOMM Recordings, 2021)
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Peter Cigleris, Duncan Honeybourne, Gareth Hulse, Tippett Quartet — SOMM Recordings, 2021
Ruth Gipps non ha bisogno di essere riscoperta perché era una donna, né perché la storia della musica sia stata particolarmente ingiusta con lei. Ha bisogno di essere ascoltata perché ha scritto musica che merita di esserlo. E questo disco della SOMM Recordings, interamente dedicato alla sua produzione cameristica con clarinetto, mi sembra uno dei modi migliori per cominciare.
Siamo lontani dalla dimensione orchestrale nella quale l'abbiamo incontrata altre volte. Niente grandi masse sonore, niente sinfonie, nessuna necessità di dimostrare che l'allieva di Ralph Vaughan Williams fosse capace di sostenere le grandi forme. Qui ci sono pochi strumenti, molto spazio fra le note e soprattutto la possibilità di ascoltare da vicino il modo in cui Gipps costruisce una frase.
La Rhapsody for Clarinet and String Quartet in E-flat major op. 23 mette immediatamente le cose in chiaro. Il clarinetto non domina il quartetto e il quartetto non gli prepara semplicemente il terreno: le cinque voci respirano insieme. Peter Cigleris possiede il suono giusto per questa musica, pieno ma non invadente, morbido senza diventare lezioso, capace di sostenere le lunghe frasi senza trasformarle in un esercizio di bel canto strumentale.
Ed emerge immediatamente quella caratteristica che attraversa tanta musica di Ruth Gipps: questa è musica inglese.
Non britannica in senso genericamente geografico. Inglese nella costruzione melodica, nelle inflessioni modali, nella naturalezza con cui una frase sembra aprirsi verso un paesaggio che conosciamo anche quando non l'abbiamo mai visto. Non occorre che Gipps citi una folk song perché se ne avverta la parentela culturale.
Naturalmente il confronto con Vaughan Williams è inevitabile, soprattutto dopo averlo appena frequentato così a lungo. E proprio il confronto permette di misurare meglio Gipps. I suoi temi non possiedono sempre quella qualità quasi archetipica che rende inconfondibili le grandi melodie del maestro. A Vaughan Williams bastano talvolta poche note perché si abbia l'impressione che quella musica esistesse già prima di lui, raccolta da qualche parte fra un sentiero, una chiesa e una ballata tramandata oralmente per generazioni.
Gipps non raggiunge spesso quella dimensione.
Ma parla la stessa lingua.
Il maestro le ha insegnato una grammatica; Gipps ha scritto le proprie frasi.
Ed è proprio la Rhapsody a dimostrarlo nel modo più convincente. La forma procede con una libertà che sembra quasi narrativa. Un'idea compare, viene affidata al clarinetto, passa agli archi, scompare e ritorna modificata. Non si avverte mai la necessità di arrivare da qualche parte in fretta. La musica possiede il proprio tempo e pretende dall'ascoltatore la stessa disponibilità.
Subito dopo arriva The Kelpie of Corrievreckan op. 5b, lavoro giovanile che introduce un'altra componente importante dell'immaginario di Gipps: la leggenda. Il kelpie appartiene al folklore scozzese, creatura acquatica inquietante e mutevole, e qui quindi possiamo davvero allargare il termine da inglese a britannico. È una pagina breve, fantastica, quasi illustrativa, ma già rivela il gusto della compositrice per il racconto e per una natura che non è semplice decorazione.
È impossibile, dopo quanto abbiamo scritto a proposito di Vaughan Williams, Shakespeare, Tolkien e persino delle fate inseguite da Conan Doyle, non riconoscere ancora una volta lo stesso grande territorio culturale. Boschi, acqua, leggende, paesaggio e memoria continuano a comunicare fra loro. Cambiano gli autori e cambiano i secoli, ma certi fantasmi sembrano ostinatamente rifiutarsi di lasciare le isole britanniche.
Il centro di gravità del disco è però il Quintet for Oboe, Clarinet and String Trio op. 16. Qui Gipps dispone finalmente di uno spazio più ampio e quattro movimenti nei quali sviluppare il proprio pensiero. L'accostamento fra oboe e clarinetto è particolarmente felice: due timbri capaci di essere alternativamente pastorali, malinconici, ironici o pungenti, sostenuti da un trio d'archi che non svolge mai una semplice funzione di accompagnamento.
È una musica costruita con mestiere solidissimo, ma il mestiere non viene mai esibito. Anche nei passaggi più elaborati rimane una sensazione di spontaneità. Il movimento lento, soprattutto, rivela quella malinconia trattenuta che costituisce forse il carattere più autentico della compositrice. Gipps non insiste, non sottolinea, non cerca di commuovere. Lascia che siano il colore degli strumenti e la direzione della frase a fare il lavoro.
E questo ci riporta inevitabilmente alla questione della sua posizione storica.
Ruth Gipps attraversò buona parte del secondo Novecento continuando a scrivere musica tonale, melodica, formalmente riconoscibile, mentre una parte consistente dell'ambiente musicale considerava ormai quel linguaggio superato. Sarebbe facile trasformare questa scelta in una battaglia ideologica fra tradizione e avanguardia. Sarebbe anche inutile.
Gipps semplicemente scriveva la musica nella quale credeva.
Non era Vaughan Williams perché nessuno avrebbe potuto esserlo dopo Vaughan Williams. Non era interessata a diventare Britten, e tanto meno aveva intenzione di adottare un linguaggio soltanto perché il proprio tempo lo considerava moderno. Continuò lungo la propria strada con una coerenza che probabilmente contribuì anche alla lunga marginalizzazione della sua musica.
Oggi, liberati almeno in parte dall'obbligo di giudicare un compositore in base alla posizione occupata sulla linea evolutiva del linguaggio musicale, possiamo finalmente ascoltarla per ciò che è.
E questo disco funziona particolarmente bene proprio perché non tenta di trasformarla in qualcosa di più importante di quanto sia. La dimensione cameristica le restituisce proporzioni umane. Sentiamo le idee, il contrappunto, il colore e anche qualche limite. Non tutte le melodie rimangono nella memoria; qualche sviluppo può apparire più convenzionale di quanto promettesse l'idea iniziale. Ma non c'è una pagina che sembri scritta contro la propria natura.
Gli interpreti
Peter Cigleris è il vero filo conduttore dell'incisione. Il suo clarinetto possiede corpo e calore, ma soprattutto quella capacità di fraseggiare senza mettere continuamente in evidenza lo strumento che questa musica richiede. Il Tippett Quartet e gli altri strumentisti condividono lo stesso atteggiamento: nessuna ricerca dell'effetto, grande attenzione alle mezze tinte e un equilibrio cameristico che permette di seguire ogni linea senza perdere il senso complessivo della frase.
È importante perché Gipps vive proprio di questi rapporti. Se si accentua troppo il carattere pastorale, rischia di diventare cartolina; se la si irrigidisce, perde quella naturalezza che costituisce uno dei suoi maggiori pregi. Qui l'equilibrio mi sembra sostanzialmente centrato.
Nota audiofila
La registrazione SOMM, disponibile su Qobuz in 24 bit/96 kHz, è esattamente come dovrebbe essere una buona incisione cameristica: trasparente, naturale e poco interessata a impressionare.
Il clarinetto conserva il corpo dello strumento senza diventare sovradimensionato; gli archi hanno materia e sufficiente respiro, mentre oboe e clarinetto rimangono chiaramente distinguibili anche quando le rispettive linee si intrecciano. La prospettiva è ravvicinata quanto basta per cogliere articolazione e respirazione degli esecutori, ma non tanto da distruggere lo spazio acustico.
Non è una registrazione spettacolare. Ed è un complimento.
Si può alzare il volume, dimenticare l'impianto e seguire semplicemente la musica. Per un disco come questo non chiederei altro.
In conclusione
Dopo Vaughan Williams sarebbe stato facilissimo cercare un suo erede. Ruth Gipps non lo è, almeno non nel senso riduttivo del termine.
È qualcosa di più interessante: una musicista cresciuta nello stesso terreno che decise di continuare a coltivarlo quando quasi tutti guardavano altrove.
La Rhapsody op. 23 vale da sola l'ascolto del disco. Il Quintetto conferma che non si tratta di un episodio fortunato. E, arrivati alla fine, ciò che rimane non è tanto la sensazione di avere scoperto una compositrice ingiustamente dimenticata, quanto quella assai più semplice di avere ascoltato della bella musica.
Ruth Gipps non ha bisogno di indulgenza, rivendicazioni o quote di recupero storico.
Ha bisogno di buoni interpreti, di una buona registrazione e di qualcuno disposto ad ascoltarla.
Questo disco offre tutte e tre le cose.
Ruth Gipps: dopo Vaughan Williams, mentre suonavano le chitarre elettriche
Ruth Gipps (1921-1999) appartiene a quella generazione di compositori inglesi che si trovò davanti a una scelta difficile: considerare conclusa la grande stagione musicale nazionale di Elgar, Vaughan Williams, Holst e Bax oppure continuare a scrivere nella lingua che da quella stagione aveva ricevuto.
Lei scelse la seconda strada.
Compositrice, pianista, oboista, cornista e direttrice d'orchestra, Gipps studiò al Royal College of Music e fu allieva di Ralph Vaughan Williams e Gordon Jacob. La sua attività compositiva attraversa praticamente tutto il secondo Novecento: dalle prime opere degli anni Trenta e Quaranta fino agli ultimi lavori degli anni Novanta. Più di mezzo secolo durante il quale il linguaggio musicale europeo cambiò radicalmente, mentre Gipps rimase sostanzialmente fedele alla tonalità, alla forma, alla melodia e a quella particolare relazione fra musica e paesaggio che aveva caratterizzato la rinascita musicale inglese.
Questo non significa che abbia scritto come Vaughan Williams. I temi di Gipps raramente possiedono quella qualità archetipica per cui una melodia del maestro sembra essere stata trovata sotto una pietra anziché composta. Ma provengono dallo stesso terreno. Le inflessioni modali, il canto disteso, il colore dei legni, la malinconia mai sentimentale, il richiamo alla natura e alle leggende appartengono inequivocabilmente a quell'immaginario.
Ed è la cronologia a rendere tutto ancora più interessante.
La Sinfonia n. 4 op. 61 è del 1972.
Nel 1972 i Yes pubblicavano Close to the Edge, i Genesis Foxtrot, mentre Jethro Tull avevano appena consegnato Thick as a Brick. Il progressive rock inglese stava vivendo uno dei momenti più straordinari della propria storia e recuperava, attraverso strumenti elettrici, forme estese, letteratura, folklore e suggestioni antiche, una parte dello stesso patrimonio culturale.
Contemporaneamente Ruth Gipps scriveva una sinfonia.
Non c'è bisogno di inventare un'influenza reciproca che non esiste. Il punto interessante è esattamente l'opposto: quelle musiche potevano nascere contemporaneamente perché appartenevano allo stesso paese e attingevano, in modi completamente differenti, a una memoria culturale comune.
Da una parte una donna di cinquant'anni scriveva ancora sinfonie nel solco della tradizione inglese; dall'altra ragazzi con capelli lunghi, Mellotron, Hammond e chitarre elettriche stavano reinventando a modo loro l'Inghilterra musicale.
Vaughan Williams era morto nel 1958. La sua Inghilterra musicale, evidentemente, no.
Ed è per questo che Ruth Gipps entra perfettamente nel nostro bosco. Non come figura minore da recuperare per dovere storico, ma come uno dei sentieri attraverso i quali la tradizione musicale inglese è riuscita ad attraversare il Novecento senza chiedere il permesso alla modernità.
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