Ralph Vaughan Williams : L'uomo che salvò il suono dell'Inghilterra
Quando nel 1903 Ralph Vaughan Williams iniziò a percorrere le campagne inglesi annotando le melodie che gli anziani ricordavano ancora, non stava raccogliendo curiosità folkloristiche. Stava salvando una lingua. Quelle canzoni erano sopravvissute per secoli senza essere scritte, passando di voce in voce, di villaggio in villaggio, accompagnando il lavoro nei campi, le feste, le processioni e la vita quotidiana di un popolo. Se oggi possiamo ancora riconoscere quella particolare idea di Inghilterra che attraversa la musica di Ian Anderson, dei Fairport Convention o degli Steeleye Span, lo dobbiamo anche a quel paziente lavoro di raccolta iniziato oltre un secolo fa.
L'uomo che percorreva i villaggi
È curioso osservare come la storia abbia finito per ricordare Ralph Vaughan Williams soprattutto come autore della Fantasia on a Theme by Thomas Tallis o di The Lark Ascending, quasi che il suo contributo alla musica inglese si esaurisse in poche opere ormai entrate stabilmente nel repertorio concertistico. In realtà la sua impresa più importante non fu quella di compositore, ma quella di ricercatore.
All'inizio del Novecento l'Inghilterra stava cambiando rapidamente. La rivoluzione industriale aveva trasformato il paesaggio e, insieme ad esso, anche la vita delle campagne. Molte antiche melodie popolari sopravvivevano ancora, ma quasi esclusivamente nella memoria degli anziani. Non erano mai state trascritte. Si imparavano ascoltandole, si cantavano durante il lavoro nei campi, nelle locande, nelle feste di paese o nelle celebrazioni religiose. Bastava una generazione perché un patrimonio musicale costruito nell'arco di secoli scomparisse per sempre.
Vaughan Williams comprese il pericolo con straordinario anticipo. Armato soltanto di un taccuino e di una matita, iniziò a percorrere villaggi, fattorie e campagne chiedendo agli abitanti di cantare quelle melodie che ricordavano fin dall'infanzia. Le ascoltava, le annotava pazientemente e le confrontava con altre versioni raccolte pochi chilometri più lontano, scoprendo come una stessa ballata potesse cambiare lentamente da una contea all'altra senza perdere la propria identità.
Non si trattava di un lavoro archeologico. Vaughan Williams non era interessato a costruire un museo della musica popolare. Era convinto che quelle melodie costituissero ancora la lingua musicale naturale dell'Inghilterra e che un compositore dovesse imparare a parlarla prima ancora di cercare una voce personale.
È difficile non pensare, leggendo le pagine dedicate a quelle raccolte, al lavoro che qualche decennio più tardi Béla Bartók avrebbe compiuto nei villaggi dell'Europa orientale. Entrambi intuirono che la musica popolare non rappresentava un repertorio minore destinato a scomparire, ma la radice stessa di una cultura. La differenza è che Bartók guardava verso l'Ungheria e i Balcani; Vaughan Williams ascoltava le campagne inglesi.
Quando, molti anni dopo, Ian Anderson scriverà Songs from the Wood, quel mondo non esisterà ormai quasi più. Eppure continuerà a vivere nella memoria della musica. Non perché Anderson abbia copiato Vaughan Williams, ma perché entrambi avevano ascoltato la stessa voce: quella dell'Inghilterra rurale, paziente e silenziosa, che per secoli aveva tramandato la propria storia non attraverso i libri, ma attraverso il canto.
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Una voce inglese in un'Europa tedesca
Alla fine del XIX secolo la musica europea parlava prevalentemente tedesco. Dopo Beethoven erano arrivati Schumann, Brahms, Wagner, Bruckner e, poco più tardi, Mahler. Per un giovane compositore sembrava quasi inevitabile confrontarsi con quella tradizione, assimilarne il linguaggio e, se possibile, cercare di aggiungervi qualcosa di personale.
Anche Vaughan Williams seguì quel percorso. Studiò con Charles Villiers Stanford al Royal College of Music, approfondì il contrappunto, la grande forma sinfonica e la tecnica compositiva continentale. Nel 1908 trascorse alcuni mesi a Parigi con Maurice Ravel, del quale avrebbe sempre ricordato la straordinaria chiarezza della scrittura orchestrale. Conosceva perfettamente Debussy, ammirava Bach e non ignorava affatto la tradizione austro-tedesca.
Eppure, a differenza di molti contemporanei, comprese molto presto che il problema non consisteva nell'imparare a scrivere come Brahms o come Wagner. La domanda era un'altra: come può un compositore inglese parlare con una voce autenticamente inglese?
La risposta non si trovava nelle biblioteche né nelle accademie.
Si trovava lungo le strade di campagna.
Questa scelta segna una netta differenza rispetto a gran parte della musica europea del tempo. Vaughan Williams non rifiuta la tecnica continentale; semplicemente rifiuta di farne un modello espressivo. Utilizza tutto ciò che ha appreso per dare forma a un linguaggio che appartiene al proprio paese. È un atteggiamento sorprendentemente moderno, perché anticipa un'idea oggi quasi scontata: la tradizione non si costruisce imitando quella degli altri, ma riscoprendo la propria.
In questo senso Vaughan Williams rappresenta una figura quasi unica nella musica del Novecento. Non è un nazionalista musicale nel senso romantico del termine, né un compositore interessato al folklore come curiosità etnografica. La musica popolare inglese diventa per lui una lingua materna, un modo naturale di pensare la melodia, l'armonia e persino il tempo musicale.
Ascoltando oggi opere come la Fantasia on Greensleeves, le Five Variants of Dives and Lazarus o la English Folk Song Suite, si ha spesso l'impressione che quelle melodie siano sempre esistite. È probabilmente il complimento più grande che si possa rivolgere a un compositore. La sua presenza non si impone mai; sembra limitarsi a lasciare parlare una tradizione che era lì da secoli, in attesa di trovare qualcuno capace di ascoltarla.
È forse anche per questa ragione che la sua musica continua a esercitare un'influenza sotterranea ben oltre l'ambito della cosiddetta musica colta. Molto prima che Ian Anderson si addentrasse simbolicamente nei boschi di Songs from the Wood o che i Fairport Convention restituissero nuova vita alle antiche ballate britanniche, Vaughan Williams aveva già indicato una strada: non inventare un'Inghilterra immaginaria, ma imparare ad ascoltare quella reale.
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Le melodie che nessuno aveva scritto
Quando Vaughan Williams iniziò a trascrivere le canzoni popolari inglesi, non stava cercando materiale da utilizzare nelle proprie composizioni. Questo equivoco ha accompagnato gran parte della sua fortuna critica. Le raccolte di melodie non rappresentavano un serbatoio di temi da elaborare, ma il tentativo di comprendere come una comunità avesse costruito, nel corso dei secoli, il proprio linguaggio musicale.
È una differenza sostanziale.
Il compositore romantico guarda spesso al canto popolare come a un oggetto da trasformare. Vaughan Williams, invece, lo considera una forma perfettamente compiuta. Non sente la necessità di correggerlo, di nobilitarlo o di rivestirlo di armonie più sofisticate. Vuole anzitutto ascoltarlo, comprenderne la naturalezza, il modo in cui la melodia segue la lingua inglese e il rapporto quasi istintivo fra musica e parola.
Da questo atteggiamento nasceranno alcune delle pagine più autenticamente britanniche del Novecento. Non perché citino esplicitamente il folklore, ma perché ne respirano il ritmo interno. È la stessa differenza che passa fra un dialetto imparato sui libri e quello parlato quotidianamente da chi vi è nato.
Le Five Variants of Dives and Lazarus costituiscono probabilmente l'esempio più alto di questo metodo. La celebre ballata, documentata in numerose versioni già dal XVI secolo, racconta la parabola evangelica del ricco epulone e del povero Lazzaro, ma nel corso dei secoli aveva assunto forme e testi differenti, adattandosi alle diverse regioni dell'Inghilterra. Vaughan Williams non sceglie una versione considerandola definitiva. Fa qualcosa di molto più interessante: mette in dialogo più varianti della stessa melodia, lasciando che siano esse stesse a raccontare la propria storia.
Il risultato non assomiglia a una serie di variazioni nel senso classico del termine. Si ha piuttosto l'impressione di osservare lo stesso paesaggio in diverse ore della giornata. La linea melodica rimane riconoscibile, ma cambia continuamente luce, colore, prospettiva. È un procedimento che rivela un profondo rispetto nei confronti della tradizione. Il compositore non si sostituisce alla voce popolare; le cammina accanto.
Lo stesso atteggiamento emerge nella English Folk Song Suite, dove tre semplici canti raccolti nelle campagne inglesi vengono affidati all'orchestra di fiati senza perdere nulla della loro immediatezza. Chi ascolta quest'opera per la prima volta potrebbe persino credere di trovarsi davanti a melodie originali di Vaughan Williams. In realtà il miracolo consiste proprio nel contrario: il compositore riesce a rendere invisibile il proprio intervento. L'orchestrazione illumina i canti senza alterarne il carattere, come la cornice di un quadro valorizza un dipinto senza diventare protagonista.
È difficile non ritrovare, in questa concezione della musica, un'idea che riaffiorerà molti decenni dopo in un contesto completamente diverso. Ian Anderson, scrivendo Songs from the Wood, non cita Vaughan Williams né si ispira direttamente alle sue partiture. Eppure entrambi condividono la medesima convinzione: la tradizione non appartiene al passato. Esiste soltanto finché qualcuno continua a parlarne con naturalezza, senza trasformarla in un esercizio di nostalgia.
Per questo motivo le opere di Vaughan Williams non suonano antiche. Suonano semplicemente inglesi. È una qualità molto più rara di quanto possa sembrare, e forse rappresenta il contributo più importante che egli abbia lasciato alla musica del Novecento.
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Greensleeves: una melodia più antica del tempo
Esistono melodie che sembrano appartenere non a un compositore, ma a un popolo. Greensleeves è una di queste.
Le sue origini rimangono in parte avvolte nell'incertezza. La tradizione l'ha voluta attribuire a Enrico VIII, probabilmente senza fondamento, mentre le prime testimonianze documentarie risalgono alla fine del XVI secolo. Da allora non ha più abbandonato la cultura inglese.
La sua forza risiede in un equilibrio quasi miracoloso fra semplicità e malinconia. La linea melodica scorre con assoluta naturalezza, senza alcun artificio apparente, ma ogni frase sembra possedere una capacità inesauribile di suggerire immagini, ricordi e paesaggi. È una musica che non cerca l'emozione: la lascia nascere spontaneamente.
Non sorprende che Ralph Vaughan Williams ne fosse profondamente attratto. La sua Fantasia on Greensleeves, tratta dall'opera Sir John in Love, non rappresenta una semplice orchestrazione della celebre ballata, ma un atto di rispetto verso una melodia che appartiene ormai alla memoria collettiva inglese. L'orchestra non la trasforma; la illumina con discrezione, lasciandole conservare quella spontaneità che l'ha resa immortale.
Ascoltata oggi, Greensleeves continua a esercitare un fascino difficile da spiegare razionalmente. Forse perché racchiude, in pochi minuti, alcuni dei caratteri più profondi della sensibilità britannica: il gusto per la misura, una malinconia mai disperata, il legame con il paesaggio e quella particolare eleganza che preferisce il sussurro all'enfasi.
Non è soltanto una delle più belle melodie inglesi.
È una di quelle rarissime pagine che sembrano esistere da sempre, come un'antica quercia, un sentiero di campagna o il profilo delle colline al tramonto.
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Thomas Tallis: quattro secoli di distanza non sono abbastanza
Quando Ralph Vaughan Williams compose la Fantasia on a Theme by Thomas Tallis, nel 1910, Thomas Tallis era morto da oltre trecento anni. Sarebbe naturale immaginare un omaggio a un grande musicista del passato, uno di quei tributi che la storia della musica conosce da sempre. In realtà accadde qualcosa di molto più profondo.
Vaughan Williams non guardava al Rinascimento inglese come a un'epoca lontana. Lo considerava ancora parte della stessa tradizione culturale alla quale sentiva di appartenere. Per lui il tempo non aveva interrotto quel filo invisibile che univa la musica sacra del XVI secolo ai canti popolari raccolti nei villaggi, alle ballate tramandate oralmente e persino alla sensibilità dell'Inghilterra contemporanea.
Il tema scelto per la Fantasia proviene dal Third Mode Melody, scritto da Tallis nel 1567 per il Psalter dell'arcivescovo Matthew Parker. È una melodia di straordinaria semplicità. Nessuna ricerca di effetto, nessuna esibizione contrappuntistica. Poche frasi, costruite con una naturalezza che sembra appartenere più al canto che alla composizione.
È proprio questa apparente semplicità ad affascinare Vaughan Williams.
Molti compositori avrebbero utilizzato quel tema come materiale da elaborare, trasformandolo progressivamente fino a renderlo quasi irriconoscibile. Vaughan Williams percorre la strada opposta. Lo lascia respirare. Lo osserva da prospettive diverse, ne amplia lo spazio armonico, ne moltiplica gli echi senza mai alterarne la natura.
L'organico scelto rivela con chiarezza questa intenzione. Due orchestre d'archi dialogano fra loro mentre un quartetto separato interviene come una voce distante, quasi un ricordo che attraversa il tempo. L'effetto non è spettacolare nel senso tradizionale del termine. È architettonico. Le frasi sembrano propagarsi nello spazio come la luce all'interno di una grande cattedrale gotica, nella quale ogni volta, ogni pilastro e ogni vetrata contribuiscono a costruire un'unica esperienza spirituale.
La Fantasia non racconta una storia. Costruisce uno spazio nel quale il passato continua a vivere nel presente.
Forse è proprio questa la ragione della sua straordinaria forza emotiva. L'ascoltatore non percepisce la distanza storica che separa Tallis da Vaughan Williams. Dopo pochi minuti quei tre secoli sembrano dissolversi completamente. Rimane soltanto una musica che non appartiene più né al Rinascimento né al Novecento, ma a quella dimensione senza tempo nella quale sopravvivono le opere destinate a parlare a ogni generazione.
È difficile immaginare una definizione più convincente dell'identità musicale inglese. Non una tradizione chiusa in un museo, ma una continuità silenziosa che attraversa i secoli senza perdere la propria voce.
Ed è forse qui che si comprende definitivamente anche il senso del lavoro compiuto da Vaughan Williams nelle campagne inglesi. Le melodie popolari raccolte nei villaggi, i salmi di Thomas Tallis, Greensleeves e le antiche ballate non appartengono a mondi diversi. Sono capitoli della stessa storia.
Molti decenni più tardi Ian Anderson entrerà simbolicamente in un bosco e intitolerà un disco Songs from the Wood. Il linguaggio sarà quello del rock, gli strumenti saranno cambiati e il pubblico apparterrà a un'altra epoca. Eppure, ascoltando quelle canzoni, è difficile non riconoscere la stessa convinzione che aveva guidato Vaughan Williams: la tradizione non è ciò che conserviamo sotto una teca di vetro. È ciò che continua a vivere ogni volta che qualcuno trova il coraggio di parlarla come una lingua ancora viva.
Esiste ancora quell'Inghilterra ?
Qualcuno potrebbe osservare che quell'Inghilterra non esiste più. Probabilmente avrebbe ragione. L'industrializzazione prima, le trasformazioni sociali del Novecento e la società globale del XXI secolo hanno profondamente modificato il volto del paese. Sarebbe ingenuo cercare oggi, nella vita quotidiana, il mondo che Vaughan Williams percorreva con il suo taccuino.
Ma forse è proprio questo il motivo per cui la sua musica continua a parlarci. Non perché descriva l'Inghilterra contemporanea, bensì perché conserva la memoria di ciò che l'Inghilterra è stata. Ogni civiltà possiede luoghi, suoni e racconti che sopravvivono alla loro stessa epoca. La Fantasia on a Theme by Thomas Tallis, Dives and Lazarus o Greensleeves appartengono ormai a quella dimensione: non sono fotografie del presente, ma frammenti di una memoria collettiva che la musica ha sottratto all'oblio.
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Un'Inghilterra che non è mai scomparsa
Ogni paese costruisce il proprio immaginario attraverso alcuni luoghi che finiscono per diventare simboli della sua identità. La Francia ha le sue cattedrali gotiche e i boulevard di Parigi. La Germania le grandi foreste romantiche, il Reno e i castelli della valle. L'Italia possiede città che attraversano senza soluzione di continuità duemila anni di storia.
L'Inghilterra, invece, conserva qualcosa di diverso.
Conserva il paesaggio.
Non soltanto quello naturale, ma il rapporto quasi ininterrotto fra l'uomo e la campagna. I campi delimitati da siepi, i sentieri che attraversano le colline, le querce secolari, le abbazie in rovina, le chiese di villaggio, i piccoli ponti in pietra, le fattorie costruite con la stessa pietra estratta pochi chilometri più in là. Tutto sembra appartenere allo stesso racconto.
È difficile stabilire dove finisca la storia e dove cominci il mito.
Camminando nello Yorkshire, nel Sussex o nel Dorset, il viaggiatore incontra paesaggi che potrebbero appartenere al XXI secolo, al Settecento o al Medioevo. L'impressione è quella di una continuità rarissima nel continente europeo. Le trasformazioni sono avvenute, naturalmente, ma senza cancellare ciò che le aveva precedute.
Forse è proprio questo il motivo per cui Vaughan Williams sentì il bisogno di raccogliere le melodie popolari. Non cercava un passato perduto. Cercava una presenza ancora viva.
Le canzoni che gli anziani cantavano nei villaggi non erano reliquie. Erano parte dello stesso paesaggio delle chiese normanne, delle antiche abbazie e dei boschi che avevano visto passare generazioni di uomini senza mutare sostanzialmente aspetto. La memoria non era custodita soltanto nei libri. Era iscritta nella pietra, negli alberi e nella voce delle persone.
Per questa ragione la musica di Vaughan Williams produce spesso una sensazione difficile da descrivere. Non evoca un luogo immaginario; restituisce un luogo reale osservato con lo sguardo di chi sa riconoscere la profondità del tempo. È una musica nella quale la geografia diventa storia e la storia diventa paesaggio.
Molti decenni dopo, quando John Ronald Reuel Tolkien inizierà a costruire la Terra di Mezzo, attingerà inconsapevolmente allo stesso patrimonio visivo e culturale. Le colline della Contea, i boschi, le locande, le antiche abbazie trasformate nell'immaginazione in castelli e rovine, non rappresentano un'invenzione fantastica. Sono una trasfigurazione poetica dell'Inghilterra rurale.
Lo stesso vale per Ian Anderson. I boschi di Songs from the Wood non appartengono al regno delle fiabe. Sono gli stessi boschi nei quali, per secoli, si sono tramandate ballate, feste stagionali e racconti popolari. Cambia il linguaggio musicale, non cambia il terreno sul quale affondano le radici.
Forse è questa la lezione più preziosa che Vaughan Williams ci lascia. Una tradizione non sopravvive perché viene conservata gelosamente. Sopravvive perché continua a essere abitata. Finché qualcuno attraverserà quei sentieri, ascolterà quelle melodie o riconoscerà in una rovina coperta d'edera non soltanto una testimonianza archeologica ma una parte della propria identità, quella musica continuerà a parlare.
Ed è probabilmente per questo che, ascoltando oggi la Fantasia on a Theme by Thomas Tallis, le Five Variants of Dives and Lazarus o la Fantasia on Greensleeves, non abbiamo la sensazione di compiere un viaggio nel passato. Abbiamo piuttosto l'impressione di entrare in un paesaggio che esiste ancora, silenzioso e discreto, in attesa che qualcuno impari nuovamente ad ascoltarlo.
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Arthur Conan Doyle e le fate d'Inghilterra
Che Arthur Conan Doyle fosse il padre di Sherlock Holmes lo sanno tutti. Molti meno ricordano che, negli ultimi anni della sua vita, dedicò un'enorme quantità di tempo e di energie a un argomento che oggi può apparire sorprendente: l'esistenza delle fate.
Dopo il celebre episodio delle Cottingley Fairies, le fotografie che sembravano ritrarre alcune bambine in compagnia di minuscole creature alate, Conan Doyle non liquidò la vicenda come una semplice curiosità. Al contrario, ne fu profondamente colpito. Convinto sostenitore dello spiritismo, arrivò a credere che il mondo naturale conservasse ancora tracce di una realtà invisibile, percepibile soltanto da chi non avesse completamente perduto la capacità di meravigliarsi.
Nel 1922 pubblicò The Coming of the Fairies, raccogliendo testimonianze, racconti e riflessioni su quello che considerava un autentico fenomeno spirituale. Oggi sappiamo che le fotografie di Cottingley erano un innocuo falso costruito da due ragazzine. Eppure liquidare l'intera vicenda come una semplice ingenuità significherebbe perdere di vista ciò che Conan Doyle stava realmente cercando.
Non cercava soltanto delle fate.
Cercava l'ultima sopravvivenza di un'antica Inghilterra nella quale la natura non era ancora stata completamente separata dal mistero.
È lo stesso mondo che Shakespeare aveva evocato oltre tre secoli prima. Nel Sogno di una notte di mezza estate, il bosco appartiene a Oberon, Titania e Puck, creature che non interrompono la realtà ma convivono con essa, trasformando il confine fra il visibile e l'invisibile in uno spazio di poesia. Nella Tempesta, Prospero e Ariel abitano un'isola nella quale il vento, gli alberi e il mare sembrano possedere una propria voce, come se la natura stessa partecipasse al dramma umano.
Vaughan Williams non credeva alle fate, almeno non nel senso letterale del termine. Ma conosceva perfettamente quell'immaginario. Le antiche ballate, le leggende tramandate nei villaggi, le feste stagionali, i racconti popolari e la musica raccolta nelle campagne inglesi appartenevano tutti allo stesso universo culturale. Un universo nel quale il paesaggio non costituiva semplicemente uno sfondo, ma una presenza viva, capace di custodire la memoria di un popolo.
Forse è anche per questo che, ascoltando oggi la sua musica, abbiamo talvolta la sensazione di trovarci in una fiaba. Non perché vi compaiano fate o folletti, ma perché ci restituisce uno sguardo sul mondo nel quale il mistero non era ancora stato completamente espulso dalla realtà.
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Una musica che continua a ricordare
Forse Ralph Vaughan Williams non è mai stato un compositore "di moda". La sua musica non cerca di stupire, non rincorre la modernità a tutti i costi e non pretende di rivoluzionare il linguaggio musicale. Per questa ragione è rimasto spesso ai margini della grande narrazione del Novecento, schiacciato fra le avanguardie continentali e i grandi sinfonisti della tradizione austro-tedesca.
Eppure pochi musicisti hanno saputo esercitare un'influenza così profonda, anche al di fuori della musica cosiddetta colta.
Ogni volta che il cinema, la letteratura o la musica popolare evocano quell'idea di Inghilterra fatta di colline, abbazie, querce secolari, villaggi, nebbie mattutine e antiche ballate, stanno inconsapevolmente percorrendo una strada che Vaughan Williams aveva già indicato oltre un secolo fa. Non perché ne abbia inventato il linguaggio, ma perché ha avuto il merito di riconoscerlo, di ascoltarlo e di consegnarlo alle generazioni successive.
In questo senso il suo lavoro ricorda quello di un grande giardiniere più che quello di un rivoluzionario. Non crea un paesaggio nuovo. Si prende cura di uno antico affinché continui a vivere.
Ed è forse questo il motivo per cui, ascoltando oggi la Fantasia on a Theme by Thomas Tallis, Dives and Lazarus o Greensleeves, la sensazione non è quella di visitare un museo. È piuttosto quella di attraversare un sentiero che altri hanno percorso prima di noi e che, con un po' di attenzione, continua ancora a condurre verso gli stessi boschi.
Se, leggendo queste pagine, qualcuno tornerà ad ascoltare Vaughan Williams e, subito dopo, metterà sul piatto Songs from the Wood dei Jethro Tull, probabilmente scoprirà che la distanza fra i due è molto minore di quanto i rispettivi cataloghi possano far immaginare. Cambiano gli strumenti, cambiano le epoche, cambia il pubblico. Rimane la stessa Inghilterra, osservata con occhi diversi ma animata da un'identica convinzione: una tradizione continua a vivere soltanto finché qualcuno trova il coraggio di raccontarla di nuovo.
Per cominciare: dieci ascolti indispensabili
Se questo articolo vi ha incuriosito, non è necessario affrontare subito le nove sinfonie o l'intero catalogo di Vaughan Williams. Molto meglio iniziare da alcune opere che ne rappresentano l'universo poetico con la maggiore immediatezza.
1. Fantasia on a Theme by Thomas Tallis
Academy of St Martin in the Fields – Sir Neville Marriner (Argo/Decca)
È probabilmente il miglior punto di partenza. Una lettura di riferimento per equilibrio, trasparenza e naturalezza, disponibile anche nelle recenti rimasterizzazioni.
2. Fantasia on a Theme by Thomas Tallis – Fantasia on Greensleeves – Five Variants of Dives and Lazarus
Sir John Barbirolli – Hallé Orchestra / Sinfonia of London
Registrazioni storiche restaurate in alta definizione: oltre al valore documentario, conservano un'autenticità interpretativa difficilmente eguagliabile.
3. Vaughan Williams: Orchestral Works
Andrew Manze – Royal Liverpool Philharmonic Orchestra – James Ehnes (Onyx)
Se dovessi consigliare un solo album moderno, probabilmente sceglierei questo. Riunisce Tallis, The Lark Ascending, Dives and Lazarus, Fantasia on Greensleeves, English Folk Song Suite e Serenade to Music in interpretazioni luminose e magnificamente registrate.
4. The Lark Ascending
Nella versione di James Ehnes con Andrew Manze. Un volo senza retorica, cantato con una naturalezza quasi cameristica.
5. Five Variants of Dives and Lazarus
Non una semplice serie di variazioni, ma una meditazione sulla memoria della musica popolare inglese. Da ascoltare dopo aver letto questo articolo.
6. English Folk Song Suite
Tre canti popolari che raccontano meglio di molti trattati il rapporto di Vaughan Williams con la tradizione. Anche questa è magnificamente eseguita da Andrew Manze.
7. Fantasia on Greensleeves
Pochi minuti che bastano a spiegare perché una melodia popolare possa attraversare quattro secoli senza perdere un grammo della propria bellezza.
8. Norfolk Rhapsody No. 1
Una delle opere nelle quali il paesaggio inglese sembra diventare musica. Meno celebre, ma preziosa per comprendere il Vaughan Williams "etnografo".
9. Serenade to Music
Forse la pagina più umana del compositore. Non descrive un paesaggio, ma una comunità che canta. È la dimostrazione che la sua grandezza non risiede soltanto nel folklore, ma nella capacità di trasformare la voce umana in memoria condivisa.
10. Sinfonia n. 5
Quando il momento sarà arrivato, questa è la porta d'ingresso nel grande Vaughan Williams sinfonico. Non la più spettacolare, ma forse la più rappresentativa della sua serenità matura.
Il consiglio di Nikonland
Se dovessimo scegliere un solo disco da mettere sul lettore, senza esitazioni indicheremmo Andrew Manze e la Royal Liverpool Philharmonic Orchestra. È una registrazione moderna, splendida sotto il profilo tecnico e, soprattutto, costruita come un vero itinerario attraverso il mondo di Vaughan Williams: Tallis, The Lark Ascending, Dives and Lazarus, Greensleeves ed English Folk Song Suite convivono nello stesso album con una coerenza rara. È difficile immaginare un'introduzione migliore a questo compositore
Sir John Barbirolli: la voce più autentica di Vaughan Williams
Esistono direttori che interpretano un compositore ed altri che sembrano semplicemente continuare una conversazione iniziata molto tempo prima. Sir John Barbirolli appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Il suo rapporto con Ralph Vaughan Williams non fu soltanto artistico ma anche umano. I due si conobbero, si stimarono profondamente e collaborarono in numerose occasioni. Vaughan Williams vedeva in Barbirolli uno degli interpreti più sensibili della propria musica, capace di comprenderne il carattere senza indulgere né al sentimentalismo né all'enfasi patriottica. Non è un caso che alcune opere gli siano state dedicate e che molte esecuzioni siano nate sotto l'occhio vigile del compositore stesso.
Per questo motivo il doppio album oggi disponibile su Qobuz, frutto del restauro delle storiche registrazioni degli anni Cinquanta e Sessanta, possiede un valore che va ben oltre la semplice ripubblicazione discografica.
Vi troviamo la Fantasia on a Theme by Thomas Tallis, la Fantasia on Greensleeves, le Five Variants of Dives and Lazarus, il Concerto per oboe con Evelyn Rothwell, il Concerto per tuba con Philip Catelinet e la brillante suite da The Wasps. Non è una raccolta antologica costruita a tavolino, ma il ritratto di un direttore che ha accompagnato questa musica lungo gran parte della propria vita.
Le registrazioni conservano inevitabilmente il carattere della loro epoca, ma il recente restauro in alta risoluzione restituisce una quantità sorprendente di dettaglio timbrico senza snaturarne la personalità. Più che cercare effetti spettacolari, permette di apprezzare il colore degli archi, la morbidezza dei fiati e quella respirazione naturale del fraseggio che costituisce il marchio di Barbirolli.
Se Andrew Manze rappresenta oggi il modo più immediato e moderno di avvicinarsi a Vaughan Williams, Barbirolli rimane il testimone privilegiato di una tradizione interpretativa che affonda direttamente le proprie radici nell'ambiente del compositore. Per chi desidera ascoltare questa musica così come veniva pensata e respirata nella sua epoca, difficilmente esiste un punto di partenza migliore.
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