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Jethro Tull – Songs from the Wood (Chrysalis, 1977)

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Jethro Tull – Songs from the Wood (Chrysalis, 1977)

L'Inghilterra prima dell'Inghilterra

Nel febbraio del 1977 il mondo della musica sembrava avere deciso di tagliare ogni legame con il proprio passato. A Londra il punk proclamava l'Anno Zero, i Sex Pistols trasformavano la provocazione in linguaggio e il rock progressivo veniva ormai considerato il simbolo di una stagione destinata a concludersi. In quel momento Ian Anderson compì una scelta apparentemente incomprensibile: invece di rincorrere il presente, si addentrò simbolicamente in un bosco.

Songs from the Wood non nasce come risposta al punk, né come tentativo di rilanciare il progressive. Nasce da un'esigenza molto più profonda: recuperare una memoria che la musica popolare inglese sembrava avere dimenticato. Le sue canzoni parlano di alberi, raccolti, stagioni, antiche feste rurali, animali, villaggi e sentieri, ma sarebbe un errore considerarle semplicemente esercizi di folklore. Ian Anderson non descrive un paesaggio; cerca piuttosto di ricostruire un modo di guardare il mondo.

È proprio questa la differenza che rende Songs from the Wood un disco unico nella storia del rock britannico. Molti musicisti inglesi hanno utilizzato elementi della tradizione popolare come colore, citazione o suggestione. Anderson fa qualcosa di diverso: assume quella tradizione come linguaggio naturale, la lascia respirare all'interno di una scrittura moderna e la restituisce a un pubblico che, spesso senza rendersene conto, torna ad ascoltare melodie, ritmi e immagini appartenenti a una memoria collettiva molto più antica del rock stesso.

Per comprendere davvero questo album occorre quindi sospendere, almeno per un momento, le categorie abituali della critica rock. Non siamo davanti a un disco "folk". Non siamo nemmeno davanti a un concept album nel senso tradizionale del termine. Songs from the Wood è piuttosto un viaggio nella cultura inglese, una riflessione sul rapporto fra l'uomo e la natura, fra la modernità e il tempo lungo della storia. È un'opera che guarda contemporaneamente al Medioevo, al Rinascimento, alla poesia pastorale, alle antiche ballate e alla musica popolare raccolta nei villaggi inglesi quando sembrava ormai destinata a scomparire.

È forse il disco più profondamente inglese che Ian Anderson abbia mai inciso.

Ed è proprio per questo che, quasi cinquant'anni dopo la sua pubblicazione, continua a parlare con sorprendente attualità.

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Prima del rock

Per comprendere davvero Songs from the Wood occorre compiere un piccolo esercizio di prospettiva storica. Il disco non nasce nel 1977, ma affonda le proprie radici in un'Inghilterra che precede di molti secoli la nascita del rock. Ian Anderson costruisce infatti il suo racconto utilizzando un patrimonio di immagini, simboli e modi musicali che appartengono alla tradizione rurale britannica e che, fino ai primi decenni del Novecento, rischiavano ormai di scomparire.

Fra la fine dell'Ottocento e gli anni immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale, studiosi come Cecil Sharp, Lucy Broadwood e Ralph Vaughan Williams percorsero campagne e villaggi annotando centinaia di melodie popolari tramandate esclusivamente per via orale. Non si trattava di un'operazione nostalgica, ma della consapevolezza che una parte essenziale dell'identità inglese stava dissolvendosi sotto la pressione dell'industrializzazione e dell'urbanizzazione.

Ian Anderson appartiene a una generazione molto diversa, ma sembra condividere la medesima intuizione. Songs from the Wood non cita quelle melodie in maniera esplicita né pretende di ricostruire fedelmente il folk tradizionale. Ne assorbe piuttosto il linguaggio, il respiro e il modo di osservare il rapporto fra l'uomo e la natura. È un atteggiamento culturale prima ancora che musicale.

Per questo motivo il disco sfugge alle definizioni abituali. Non è un album folk-rock nel senso americano del termine, né un semplice lavoro progressive arricchito da strumenti acustici. È un'opera profondamente inglese, costruita sulla convinzione che il passato possa continuare a vivere senza trasformarsi in un oggetto da museo.

Il bosco come luogo della memoria

Il bosco del titolo non rappresenta un elemento decorativo. Nella cultura europea, e in quella inglese in particolare, il bosco costituisce uno spazio simbolico nel quale convivono storia, leggenda e quotidianità. È il luogo delle antiche feste stagionali, delle ballate, dei racconti tramandati attorno al fuoco, delle superstizioni e della vita contadina. È anche il luogo nel quale la natura conserva un ordine che precede quello imposto dall'uomo.

Anderson sembra conoscere perfettamente questo patrimonio simbolico. Le sue canzoni non descrivono semplicemente alberi, animali o sentieri. Ogni immagine rimanda a una concezione del tempo profondamente diversa da quella urbana. Le stagioni scandiscono la vita della comunità, il lavoro segue il ritmo della terra, la memoria viene trasmessa attraverso il canto piuttosto che attraverso i libri.

In questo senso Songs from the Wood appare quasi come una risposta silenziosa al clima culturale della seconda metà degli anni Settanta. Mentre gran parte del rock guarda alla città, alla velocità e alla rottura con il passato, Ian Anderson sceglie deliberatamente la continuità. Non idealizza il mondo rurale, né propone un impossibile ritorno a un'età dell'oro. Ricorda semplicemente che una civiltà perde qualcosa di essenziale quando dimentica le proprie radici.

La lingua inglese come materia musicale

Uno degli aspetti meno evidenti del disco riguarda il rapporto fra il testo e la musica. Ian Anderson non utilizza l'inglese come semplice veicolo narrativo. Le parole vengono scelte anche per il loro valore fonetico, per il ritmo delle consonanti, per la musicalità delle vocali e per quella particolare inflessione che richiama la poesia pastorale e le antiche ballate.

È un inglese ricco di termini arcaici, di immagini legate alla campagna, di riferimenti che difficilmente potrebbero essere tradotti senza perdere parte del loro significato. Il canto segue spesso il ritmo naturale della lingua più che quello imposto dalla metrica rock tradizionale. Ne deriva una straordinaria naturalezza, come se musica e parole appartenessero da sempre allo stesso paesaggio.

Anche sotto questo profilo Songs from the Wood si distingue dalla maggior parte della produzione progressive contemporanea. Dove altri gruppi ricercano la complessità letteraria o la costruzione allegorica, Anderson preferisce una scrittura apparentemente semplice, ma profondamente radicata nella cultura inglese. È una semplicità solo apparente, perché dietro ogni immagine si avverte una stratificazione di tradizioni, racconti e memorie che il disco non esplicita mai, limitandosi a suggerirle.

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Quando il folk incontra il progressive

Il merito maggiore di Songs from the Wood consiste probabilmente nell'equilibrio fra due mondi che, fino a quel momento, sembravano destinati a rimanere separati. Da una parte vi è la musica popolare inglese, costruita su melodie lineari, ritmi di danza e strutture strofiche tramandate per generazioni. Dall'altra permane l'esperienza maturata dai Jethro Tull negli anni del progressive, fatta di arrangiamenti raffinati, improvvisi cambi di atmosfera e grande attenzione alla costruzione complessiva dell'album.

Ian Anderson evita accuratamente di sovrapporre questi due linguaggi. Non utilizza il folk come semplice introduzione acustica destinata a lasciare spazio al rock elettrico, né trasforma le melodie popolari in pretesto per lunghe elaborazioni strumentali. Ogni elemento mantiene la propria funzione e trova naturalmente posto all'interno di un equilibrio sorprendentemente stabile. Il risultato è un disco che appare complesso senza mai risultare artificioso.

Il flauto, naturalmente, rimane la voce più riconoscibile. Ma rispetto agli album precedenti il suo ruolo cambia sensibilmente. Non è più lo strumento virtuosistico che interrompe il discorso musicale per affermare la propria presenza; diventa piuttosto una voce narrante, quasi il commento del paesaggio. Le sue linee melodiche sembrano nascere dal canto degli uccelli, dal vento fra gli alberi o dal ritmo lento delle antiche danze popolari. È una presenza costante ma mai invadente.

Accanto al flauto acquista un'importanza decisiva il lavoro delle chitarre acustiche e del mandolino. Anderson e Martin Barre costruiscono un tessuto armonico di straordinaria naturalezza, nel quale ogni accordo sembra respirare insieme alla melodia. Quando interviene la chitarra elettrica lo fa con misura, evitando qualsiasi ricerca di spettacolarità. Anche i passaggi più energici conservano una compostezza quasi cameristica, come se il gruppo avesse scelto deliberatamente di mettere la musica al servizio del racconto.

Un altro elemento fondamentale riguarda le armonie vocali. Le parti corali richiamano frequentemente il canto comunitario più che la vocalità rock degli anni Settanta. Le terze e le seste parallele, l'uso di un fraseggio estremamente naturale e la cura delle inflessioni contribuiscono a creare quell'impressione di antica familiarità che attraversa l'intero disco. Non si ha mai la sensazione di ascoltare un coro costruito in studio; sembra piuttosto di partecipare a una festa di villaggio nella quale più persone condividono spontaneamente la stessa melodia.

Anche la sezione ritmica rinuncia a qualsiasi protagonismo. Jeffrey Hammond-Hammond costruisce linee di basso essenziali, saldamente ancorate alla funzione armonica, mentre Barriemore Barlow accompagna con una sensibilità timbrica rara nel rock dell'epoca. La batteria non impone il tempo: lo suggerisce. Le percussioni dialogano continuamente con gli strumenti acustici, lasciando respirare la musica e contribuendo a quella sensazione di equilibrio che rappresenta uno dei caratteri distintivi dell'album.

Questa apparente semplicità costituisce forse il risultato più difficile da ottenere. Dietro ogni brano si avverte un lavoro di scrittura estremamente accurato, nel quale nulla appare lasciato al caso. Eppure il disco conserva un'immediatezza quasi disarmante. È la stessa naturalezza che si ritrova nelle migliori pagine della musica popolare: dietro un linguaggio semplice si nasconde una costruzione raffinata, tanto più efficace quanto meno evidente all'ascoltatore.

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Le canzoni del bosco

L'impressione che si ricava dall'ascolto completo di Songs from the Wood è quella di un unico racconto articolato in dieci capitoli. Le singole composizioni possiedono naturalmente una propria autonomia, ma acquistano il loro significato più pieno soltanto all'interno dell'insieme. Come accade nelle antiche raccolte di ballate, ogni episodio illumina un aspetto diverso dello stesso mondo.

Songs from the Wood

L'apertura dell'album è già una dichiarazione di intenti. Le armonie vocali emergono quasi dal silenzio, prima ancora che l'ascoltatore abbia il tempo di orientarsi. È un ingresso inconsueto per un disco rock del 1977: non un riff, non una batteria, ma una polifonia che richiama immediatamente il canto comunitario.

La melodia procede con una naturalezza quasi antica. Il flauto non domina la scena; accompagna la voce come un secondo narratore. Tutto il brano trasmette l'impressione di un invito. Anderson sembra prendere il lettore per mano e condurlo oltre il margine del bosco, dove la natura non rappresenta uno sfondo pittoresco ma una presenza viva, con la quale l'uomo continua a dialogare.

Jack-in-the-Green

Il "Jack in the Green" appartiene alla più antica tradizione popolare inglese. Figura primaverile legata alla rinascita della vegetazione, compare nelle feste del Maggio e nei riti che celebrano il ritorno della stagione fertile.

Anderson ne offre un ritratto delicato, quasi appartato. L'arrangiamento è ridotto all'essenziale e lascia emergere il carattere intimistico della composizione. È uno dei momenti nei quali appare più evidente quanto il disco sia debitore non tanto del folk-rock contemporaneo quanto della tradizione orale britannica.

Cup of Wonder

Con apparente leggerezza, Anderson introduce uno dei temi più antichi della cultura europea: il banchetto come momento di condivisione e di appartenenza alla comunità. Il vino, il pane, il raccolto e la convivialità assumono un significato che va oltre il semplice riferimento agreste.

La musica accompagna questa atmosfera con una luminosità quasi rinascimentale. Le armonie vocali si intrecciano senza mai perdere trasparenza, mentre il flauto e il mandolino sembrano evocare una danza di villaggio più che un concerto rock. È forse il brano che meglio sintetizza il carattere gioioso dell'intero album.

Hunting Girl

Dietro il titolo si nasconde uno dei testi più complessi del disco. Anderson gioca con immagini che appartengono contemporaneamente alla caccia, al corteggiamento e al mondo delle antiche allegorie popolari. Come spesso accade nella tradizione inglese, il significato non viene mai esplicitato completamente, lasciando convivere più livelli di lettura.

Dal punto di vista musicale il gruppo raggiunge uno degli equilibri più felici dell'album. Martin Barre interviene con una chitarra elettrica misurata, sempre perfettamente inserita nella trama acustica, mentre la sezione ritmica mantiene un passo deciso ma mai aggressivo. È un esempio perfetto di come i Jethro Tull riescano a fondere energia rock e linguaggio folk senza che l'una prevalga sull'altro.

Ring Out, Solstice Bells

Se esiste un brano che riassume lo spirito dell'album, probabilmente è questo. Le campane del titolo richiamano il solstizio d'inverno, uno dei momenti più significativi dell'antico calendario agricolo europeo, quando il ritorno progressivo della luce veniva celebrato ben prima dell'avvento del calendario cristiano.

L'arrangiamento alterna passaggi corali e sezioni strumentali con una naturalezza sorprendente. La scansione ritmica ricorda talvolta una danza tradizionale, ma la costruzione armonica appartiene pienamente alla sensibilità compositiva di Anderson. Ancora una volta il passato non viene ricostruito filologicamente: viene riportato alla vita.

Velvet Green

Fra tutte le composizioni dell'album, Velvet Green è forse quella che più si avvicina alla poesia pastorale inglese. Il titolo richiama il verde vellutato dei prati primaverili, ma il testo si muove continuamente fra realtà e allegoria. La figura femminile non appartiene tanto al racconto quanto alla tradizione simbolica della letteratura britannica, nella quale la natura assume spesso sembianze umane per accompagnare il protagonista lungo un percorso di conoscenza.

La scrittura musicale riflette perfettamente questa ambiguità. Il mandolino, la chitarra acustica e il flauto si rincorrono senza mai sovrapporsi, costruendo un tessuto sonoro leggerissimo nel quale ogni dettaglio trova il proprio spazio. È uno dei momenti nei quali Anderson dimostra come la complessità possa nascere dalla sottrazione piuttosto che dall'accumulo.

The Whistler

È difficile immaginare un brano più inglese di questo. Il protagonista attraversa campagne e villaggi accompagnato soltanto dal proprio fischio, figura apparentemente marginale ma profondamente radicata nella tradizione popolare. Il fischio diventa una forma di canto essenziale, libera da qualsiasi artificio, quasi una voce che appartiene direttamente al paesaggio.

L'arrangiamento segue la stessa logica. Tutto appare leggero, quasi danzante. Il ritmo richiama certe jig e reel della tradizione britannica senza mai trasformarsi in una citazione esplicita. Anderson guarda al passato con assoluta naturalezza, come chi utilizza una lingua imparata fin dall'infanzia.

Pibroch (Cap in Hand)

Il riferimento al pibroch, la forma più solenne della musica tradizionale per cornamusa delle Highlands scozzesi, introduce una diversa prospettiva geografica e sentimentale. L'atmosfera si fa improvvisamente più raccolta. Non c'è enfasi patriottica né celebrazione militare; emerge piuttosto una riflessione sulla condizione del soldato che ritorna a casa, portando con sé il peso dell'esperienza vissuta.

È uno dei brani più intensi dell'album proprio per la sua misura. Anderson evita qualsiasi descrizione retorica e lascia che siano la melodia e il timbro degli strumenti a suggerire ciò che le parole soltanto accennano. La malinconia non diventa mai disperazione. Rimane composta, quasi trattenuta, secondo una sensibilità profondamente britannica.

Fire at Midnight

Il disco si conclude con una delle pagine più intime mai scritte da Ian Anderson. Dopo le feste, le danze, le figure leggendarie e il succedersi delle stagioni, rimane soltanto il fuoco acceso nella notte. È un'immagine semplice, ma sufficiente a riassumere l'intero percorso dell'album.

La scrittura torna deliberatamente essenziale. La voce si muove con estrema naturalezza sopra un accompagnamento acustico nel quale ogni nota sembra trovare il proprio posto senza alcuno sforzo apparente. Il gruppo rinuncia a qualsiasi finale spettacolare. L'album non si conclude con un climax, ma con un lento spegnersi della luce, come accade realmente quando il fuoco si riduce a brace e il bosco riprende possesso del silenzio.

È una conclusione perfettamente coerente con il significato complessivo dell'opera. Songs from the Wood non propone una fuga romantica dalla modernità, né invita a rimpiangere un passato irripetibile. Ricorda semplicemente che esistono ritmi più antichi di quelli imposti dalla cronaca e che una civiltà conserva la propria identità soltanto finché continua a riconoscere le proprie radici.

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Un disco profondamente inglese

Molti album degli anni Settanta vengono definiti "inglesi" semplicemente perché realizzati da musicisti britannici. Songs from the Wood appartiene a una categoria diversa. Qui l'Inghilterra non costituisce lo scenario nel quale si svolge il racconto: ne rappresenta il linguaggio stesso. Le melodie, le armonie vocali, gli strumenti acustici, il ritmo della narrazione e perfino il modo di utilizzare la lingua sembrano appartenere a una tradizione molto più antica della cultura rock.

Per questa ragione il disco dialoga naturalmente con esperienze apparentemente lontane. Le raccolte di canti popolari di Vaughan Williams, le ballate conservate da Cecil Sharp, la poesia pastorale inglese, Thomas Hardy, il mondo di Shakespeare e persino certe pagine di Elgar condividono lo stesso paesaggio culturale. Anderson non li cita mai direttamente. Li riconosce come parte di una memoria comune e continua a parlarne con il linguaggio della sua epoca.

Forse è proprio questa la ragione per cui Songs from the Wood continua a conservare una freschezza sorprendente. Non appartiene a una moda musicale, ma a una tradizione. E le tradizioni autentiche, quando vengono comprese e rinnovate con intelligenza, non invecchiano. Cambiano semplicemente il modo di essere ascoltate.

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Nota audiofila

Per molti anni Songs from the Wood è stato conosciuto attraverso il mix originale del 1977, un prodotto eccellente per il proprio tempo ma inevitabilmente condizionato dai limiti tecnici dell'epoca. Ian Anderson e Robin Black avevano costruito un equilibrio molto raffinato fra strumenti acustici ed elettrici, ma la densità degli arrangiamenti e le tecnologie di registrazione disponibili tendevano a comprimere la scena sonora, lasciando in secondo piano molti particolari timbrici.

Il lavoro compiuto da Steven Wilson non modifica l'identità del disco; semplicemente la rende più leggibile. È una differenza sostanziale. Un buon restauro non riscrive un'opera, elimina soltanto ciò che il tempo e la tecnica avevano inevitabilmente sovrapposto.

La prima impressione riguarda lo spazio. Gli strumenti respirano con maggiore naturalezza e ciascuno ritrova una precisa collocazione all'interno del palcoscenico sonoro. Le armonie vocali acquistano profondità, il mandolino emerge con una ricchezza armonica che nell'edizione originale rimaneva solo intuibile, mentre il flauto recupera tutta la varietà del suo timbro, passando con estrema naturalezza dal sussurro all'intervento più deciso senza mai perdere credibilità.

Anche la sezione ritmica beneficia del nuovo equilibrio. Jeffrey Hammond-Hammond riacquista quella funzione di sostegno armonico che costituisce uno degli elementi più raffinati dell'intero album, mentre la batteria di Barriemore Barlow rivela una quantità sorprendente di sfumature dinamiche. Non aumenta l'impatto; cresce piuttosto la sensazione di ascoltare musicisti che condividono realmente lo stesso spazio.

È soprattutto negli strumenti acustici che il remix mostra tutta la propria qualità. Le chitarre acquistano corpo senza diventare invadenti, il legno del mandolino torna percepibile, il respiro del flauto precede spesso l'attacco della nota, ricordando continuamente che dietro quelle incisioni non vi sono semplici tracce registrate, ma persone in una sala che stanno facendo musica insieme.

Ascoltato oggi nella versione di Steven Wilson, Songs from the Wood appare sorprendentemente moderno. Non perché il suono sia stato aggiornato ai gusti contemporanei, ma perché il restauro restituisce quella trasparenza che probabilmente Ian Anderson aveva sempre immaginato durante le sedute di registrazione.

È una di quelle rare occasioni nelle quali un remix non sostituisce l'originale, ma lo aiuta a rivelare pienamente le proprie qualità. Per questo motivo, se oggi dovessi consigliare a un lettore un solo modo di avvicinarsi a questo album, non avrei esitazioni: sceglierei senza dubbio l'edizione curata da Steven Wilson. Non per ascoltare un Songs from the Wood diverso, ma per ascoltare, con ogni probabilità, quello che i Jethro Tull avevano sempre desiderato farci sentire.

Steven Wilson: quando il remix diventa un restauro

Negli ultimi quindici anni Steven Wilson ha restituito nuova vita a una parte importante del rock progressivo degli anni Settanta. Parlare di "remix", tuttavia, è riduttivo. Il suo lavoro assomiglia molto di più al restauro di un dipinto antico.

Un restauratore non ridipinge l'opera. Elimina le vernici ossidate, restituisce leggibilità ai colori originali e permette di cogliere dettagli che il tempo aveva progressivamente nascosto. Wilson applica lo stesso principio alle registrazioni multitraccia. Non modifica gli arrangiamenti, non altera l'equilibrio musicale concepito dagli autori e non ricerca effetti spettacolari destinati a stupire l'ascoltatore contemporaneo. Si limita, con straordinaria sensibilità, a liberare la musica dai compromessi tecnici imposti dagli studi di registrazione dell'epoca.

Songs from the Wood rappresenta uno degli esempi più convincenti di questo approccio. La ricchezza degli strumenti acustici, le armonie vocali, il lavoro di Martin Barre e la raffinatezza della sezione ritmica acquistano una trasparenza che permette finalmente di apprezzare la straordinaria qualità della scrittura di Ian Anderson.

Non si ascolta un disco diverso.

Si ascolta, con ogni probabilità, il disco che i Jethro Tull avevano immaginato nel 1977 e che la tecnologia disponibile allora poteva soltanto suggerire.

Per questo motivo, oggi, il remix di Steven Wilson non rappresenta semplicemente un'alternativa all'edizione originale. È la versione dalla quale consigliamo di iniziare la conoscenza di Songs from the Wood, lasciando al mix storico il valore, importantissimo, di documento dell'epoca nella quale questo capolavoro vide la luce.

5 Comments

Recommended Comments

GiulianoM

Nikonlander

  • Nikonlander

"maledizione" Mauro ... non c'è l'ho neanche in musica liquida ... adesso mi tocca andarlo a comprare, ma quello rimasterizzato proprio da Steven Wilson di cui ho già altri dischi dove ci ha messo
mano e sono veramente pregevoli .. a mio gusto ovviamente ...
Cmq scherzo per la "maledizione" ... anzi grazie mille per il bellissimo articolo e con le tue descrizioni lo ascolterò con molta più attenzione ... 👍

  • Administrator

Io con Qobuz non ho che da fare una ricerca di quello che mi interessa e averlo immediatamente pronto per l'ascolto.
Anche in questo momento 😉

GiulianoM

Nikonlander

  • Nikonlander
Il 08/08/2026 at 07:04, Mauro Maratta ha scritto:

Io con Qobuz non ho che da fare una ricerca di quello che mi interessa e averlo immediatamente pronto per l'ascolto.
Anche in questo momento 😉

Grazie del consiglio, ma ho un amico che gestisce ancora uno dei pochissimi negozi di dischi che sono rimasti in circolazione. E' un'occasione per aiutarlo a tenerlo aperto e
scambiare qualche chiacchera e poi tornare a casa con qualcosa che posso toccare.... un po' di nostalgia lo ammetto e nessuna preclusione o avversione a sistemi come Qobuz, ma
ogni tanto mi piace aggiungere qualcosa di fisico al mio archivio di musica ... LP/CD che sia ... spallucce

Valerio Brustia

Nikonlander Veterano

  • Nikonlander Veterano

Nell’85 qubbuzz non c’era, ma c’era un piccolo negozio in via Andrea Costa, a 500m da casa, che aveva tutta la discografia dei JT in pronta consegna (sullo scaffale). Ora, StandUp lo avevo scroccato da mio cugino, ma appena potei mi comperai la mia copia, e fu così che iniziai a ricostruire, un mese per volta, il percorso dei JT.

Song From the Wood arriva dopo quattro lp memorabili. Ricordo che al “let me bring song from the wood” mi dissi: ma cribbio, questi non ne hanno sbagliata una???? In verità dei passi falsi li avevano anche fatti, ma era gente che usciva con un lp all’anno scritto composto arrangiato nei motel (250 date all’anno, suonavano sempre) e registrato in studio nelle vacanze di Natale.

Song From the Wood non è un disco semplice, il lavoro di David Palmer si sente più che in altri LP. E’ il disco che ha confermato l’espulsione dei JT dal main stream, dopo il vaffanc…. di Too Old to Rock and Roll, Ian Anderson riprende la SANA intuizione di Minstral in the gallery.

Ian Anderson non aveva le doti canore di altre memorabili voci degli anni 70, ma sapeva cantare, eccome se sapeva cantare (ascoltare Cheap day return in Aqualung per capire cosa intendo). Qui in Song From The Wood da tutto se stesso, esagerando forse, perché oltre questo disco si avverte l’inizio della consunzione dello “strumento vocale”.

Nell’anno in cui amici e compagni rullavano con Michael Jackson, Madonna e Duran Duran, io stavo nel bosco con Anderson, Barre, Barlow, Evan, Glasgow e Palmer.

jack in the green e’ la colonna sonora della mia estate 1985.🤷‍♂️

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