David Fray : Baroque Encores (Erato, 2025)
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David Fray : Baroque Encores (Erato, 2025)
pianoforte
Disponibile su Qobuz in streaming a 96/24
David Fray: il rischio dell'interpretazione
Esistono interpreti che costruiscono la propria reputazione sulla continuità del risultato e altri che accettano consapevolmente l'eventualità del fallimento pur di perseguire una visione personale della musica. David Fray appartiene senza esitazione alla seconda categoria.
La sua discografia non è uniforme. Accanto a incisioni di assoluto rilievo se ne trovano altre meno convincenti, nelle quali il desiderio di evitare qualsiasi convenzione interpretativa finisce talvolta per prevalere sulla coerenza del discorso musicale. È un limite reale, ma rappresenta anche il prezzo di un atteggiamento artistico che rifiuta sistematicamente la routine.
Quando però repertorio, stato d'animo e maturità interpretativa coincidono, Fray raggiunge risultati difficilmente assimilabili a quelli di qualsiasi altro pianista della sua generazione.
Baroque Encores appartiene precisamente a questa categoria.
Qui non si avverte alcuna ricerca dell'originalità come valore autonomo. Le libertà agogiche, le improvvise dilatazioni del tempo, i contrasti dinamici anche molto accentuati e certe apparenti asperità dell'articolazione trovano sempre una giustificazione all'interno della frase musicale. Nulla appare casuale, anche quando la scelta può sorprendere l'ascoltatore.
Fray non ricerca l'equilibrio.
Ricerca la verità espressiva del singolo momento.
È una differenza sostanziale.
La sua interpretazione può passare, nel giro di poche battute, da una delicatezza quasi immateriale a un gesto sonoro deliberatamente ruvido, perfino sgraziato. Chi considera l'omogeneità un valore imprescindibile potrà trovare questo atteggiamento discutibile. Chi invece accetta che un interprete metta continuamente in gioco sé stesso scoprirà una personalità musicale di rara intensità.
È probabilmente questa imprevedibilità a rendere David Fray una figura così difficile da classificare. Non appartiene alla scuola del controllo assoluto, né a quella dell'abbandono romantico. Ogni sua interpretazione sembra nascere da un equilibrio instabile fra riflessione e istinto, fra disciplina e libertà.
Proprio per questo, quando tutto funziona, il risultato assume un carattere quasi irripetibile.
Un recital costruito come un bis
L'idea alla base di Baroque Encores è tanto semplice quanto inconsueta. David Fray non propone un programma dedicato a un singolo compositore né una raccolta di pagine celebri del repertorio barocco. Costruisce invece un recital immaginario composto esclusivamente da brani che potrebbero essere eseguiti come bis al termine di un concerto.
Il titolo non costituisce quindi un espediente editoriale. Definisce con precisione la natura del progetto.
L'encore, nella tradizione concertistica, rappresenta un momento particolare. Terminato il programma ufficiale, l'interprete si concede una libertà che durante il concerto spesso non è possibile. La scelta del brano non risponde più a esigenze di equilibrio formale o di completezza storica, ma esclusivamente al desiderio di lasciare un ultimo pensiero musicale al pubblico.
Fray trasforma questa consuetudine in un principio costruttivo.
Ne nasce un recital composto da miniature che rinunciano deliberatamente a qualsiasi monumentalità. Nessuna grande architettura bachiana, nessuna Suite completa, nessuna Sonata sviluppata integralmente. Al loro posto troviamo pagine di pochi minuti, spesso trascrizioni, accomunate non dall'autore ma dal carattere.
È una scelta coraggiosa.
Un programma di questo tipo potrebbe facilmente ridursi a una semplice antologia di "pezzi belli". In Baroque Encores accade esattamente il contrario. L'alternanza fra Bach, Couperin, Scarlatti e Händel costruisce progressivamente un discorso sorprendentemente unitario, nel quale ogni brano prepara il successivo attraverso affinità timbriche, ritmiche o espressive più che attraverso rapporti storici.
Il Barocco che emerge da questo percorso non è quello celebrato dai manuali di storia della musica. È un Barocco privato, quasi domestico, nel quale prevalgono la cantabilità, la danza, il colore e il gusto della miniatura. La scelta delle trascrizioni contribuisce ulteriormente a questa impressione, perché il pianoforte non tenta mai di imitare il clavicembalo o l'organo, ma assume con naturalezza il ruolo di narratore moderno di una musica che conserva intatta la propria identità.
L'unità del recital nasce dunque da una logica più sottile della semplice successione dei brani. Fray costruisce un percorso nel quale ogni pagina sembra appartenere alla stessa conversazione, pur parlando lingue differenti. È una qualità rara nei recital contemporanei, spesso concepiti come dimostrazioni di repertorio più che come opere dotate di una propria autonomia.
In questo caso, invece, il programma possiede una forma precisa e riconoscibile.
Ed è forse proprio questa la sua qualità più sorprendente.
Bach senza monumentalità
L'immagine di Bach che accompagna gran parte della tradizione pianistica del Novecento è quella di un autore monumentale. Anche quando l'esecuzione ricerca la leggerezza o la trasparenza, permane spesso la sensazione di trovarsi davanti a un'architettura perfettamente conclusa, nella quale ogni elemento trova il proprio posto secondo una logica superiore.
David Fray percorre una strada diversa.
Il suo Bach non perde nulla della propria solidità costruttiva, ma sembra rinunciare deliberatamente a qualsiasi forma di monumentalità. Le pagine scelte per questo recital non vengono presentate come piccoli frammenti di un edificio più vasto. Vivono invece di una propria autonomia espressiva, quasi fossero brevi confessioni musicali nelle quali il compositore si rivolge direttamente all'ascoltatore.
È un cambiamento di prospettiva tutt'altro che secondario.
L'attenzione non si concentra più sulla perfezione dell'intreccio contrappuntistico o sulla grandiosità dell'architettura formale, ma sul respiro della frase, sulla qualità del canto, sul peso specifico del silenzio che separa una nota dalla successiva.
La Sarabande della Quinta Suite francese costituisce un esempio particolarmente significativo di questo atteggiamento. Fray non cerca mai la severità né la compostezza che spesso accompagnano questa pagina. Preferisce lasciarla respirare con una naturalezza quasi improvvisata, senza che il controllo della linea venga mai meno. Il risultato possiede una fragile intensità che nasce più dall'abbandono che dall'autorità.
Ancora più sorprendente appare l'Andante della Sonata BWV 528 nella trascrizione di August Stradal. Il rischio, in una pagina di questo genere, consiste nel trasformare il pianoforte in un surrogato dell'organo. Fray evita accuratamente questa tentazione. La polifonia rimane perfettamente leggibile, ma ciò che colpisce maggiormente è la continuità del canto. Le singole voci sembrano respirare insieme, senza mai perdere la propria indipendenza. È una lettura nella quale il pianoforte dimentica la propria natura per avvicinarsi a un piccolo ensemble vocale.
Anche la celebre Siciliana della Sonata BWV 1031, nella trascrizione di Wilhelm Kempff, beneficia dello stesso approccio. Fray evita qualsiasi compiacimento timbrico e qualsiasi sentimentalismo. La melodia procede con estrema semplicità, sostenuta da un accompagnamento che non cerca mai di attirare l'attenzione su di sé. È una pagina che vive quasi esclusivamente dell'equilibrio fra il tempo e il respiro.
In tutto il recital emerge una costante.
Fray non interpreta Bach come un monumento della storia della musica.
Lo affronta come un compositore ancora vivo.
È una differenza sottile, ma decisiva. Le grandi costruzioni rimangono naturalmente intatte; ciò che cambia è il modo di abitarle. Al posto dell'ammirazione subentra il dialogo, al posto della distanza la confidenza. Non è una scelta che possa convincere ogni ascoltatore, ma è certamente una delle più coerenti dell'intero disco.
L'arte della miniatura
L'importanza di un interprete non si misura necessariamente attraverso il confronto con le grandi architetture del repertorio. Le Variazioni Goldberg, le ultime Sonate di Beethoven o i grandi cicli romantici rappresentano certamente prove decisive, ma non sempre sono quelle che permettono di comprendere con maggiore chiarezza la personalità di un musicista.
Le forme brevi pongono esigenze diverse. In pochi minuti ogni esitazione diventa evidente, ogni scelta agogica acquista un peso determinante e il margine concesso all'interprete si riduce sensibilmente. Non esiste il tempo per costruire lentamente una visione complessiva dell'opera. Tutto deve essere presente fin dalla prima frase.
È proprio in questa dimensione che David Fray sembra trovarsi particolarmente a proprio agio.
Le pagine raccolte in Baroque Encores non vengono mai affrontate come piccoli esercizi di stile. Ognuna possiede una propria fisionomia espressiva, un proprio respiro e una propria temperatura emotiva. Alcune sembrano nascere da un gesto quasi improvvisato, altre da una riflessione più meditata, ma nessuna dà l'impressione di essere stata inserita semplicemente per completare il programma.
Il recital acquista così una qualità rara. Pur essendo costruito attraverso una successione di miniature, evita accuratamente la frammentazione. Ogni brano mantiene la propria individualità senza interrompere il discorso musicale complessivo. È una continuità che nasce meno dalla parentela stilistica fra gli autori che dalla coerenza della visione interpretativa.
Non è un risultato frequente. Molti recital finiscono inevitabilmente per apparire come raccolte di pagine isolate. Qui, invece, si ha costantemente la sensazione che ogni brano sia stato scelto perché indispensabile all'equilibrio dell'insieme.
L'ascolto audiofilo
Ogni recital pianistico pone inevitabilmente lo stesso problema: fino a che punto la registrazione debba documentare uno strumento e fino a che punto debba restituire una personalità interpretativa. Le due esigenze non coincidono sempre. Un pianoforte perfettamente inciso può risultare estraneo all'intenzione dell'esecutore, così come una ripresa molto caratterizzata può alterare la naturale fisionomia dello strumento.
In Baroque Encores questo equilibrio appare raggiunto con rara intelligenza.
La registrazione Warner evita qualsiasi spettacolarizzazione del pianoforte. Lo strumento non viene ingrandito artificialmente, né collocato in uno spazio acustico eccessivamente riverberato. La prospettiva rimane quella di un ascoltatore seduto a qualche fila di distanza, sufficientemente vicino per cogliere il dettaglio del tocco, ma abbastanza lontano da percepire il respiro dell'ambiente.
È una scelta coerente con la natura del recital.
Fray costruisce gran parte della propria interpretazione sulla qualità dell'attacco, sulla durata del suono e soprattutto sulla gestione del decadimento armonico. Una ripresa troppo ravvicinata avrebbe inevitabilmente privilegiato il rumore del meccanismo e l'impatto dei martelletti; una troppo distante avrebbe invece smarrito quella continua varietà di peso e di articolazione che costituisce uno degli elementi più personali del suo pianismo.
Anche il timbro dello strumento merita attenzione. Il registro grave conserva corpo e profondità senza diventare invadente, mentre quello acuto evita quella brillantezza artificiale che caratterizza non poche produzioni contemporanee. Il risultato complessivo privilegia la continuità della linea sonora piuttosto che il dettaglio isolato, consentendo di seguire con naturalezza il respiro delle frasi e la qualità del legato.
È soprattutto nelle pagine più raccolte che la registrazione rivela le proprie qualità migliori. I pianissimi non vengono compressi né enfatizzati; rimangono sospesi nello spazio con una naturalezza che permette all'ascoltatore di percepire non soltanto il suono, ma anche il silenzio che lo circonda. È un particolare apparentemente secondario, ma decisivo per comprendere un interprete come Fray, la cui tavolozza espressiva si costruisce spesso proprio sul rapporto fra la nota e ciò che la precede o la segue.
Dal punto di vista strettamente audiofilo si tratta quindi di un'incisione che non cerca di impressionare. Non mette alla prova l'impianto con effetti spettacolari, con dinamiche esasperate o con una spazialità artificiosamente dilatata. Chiede piuttosto al sistema di riproduzione una qualità più difficile: la capacità di restituire il peso del tocco, la continuità della frase e la progressiva estinzione del suono all'interno dell'ambiente di registrazione.
È una differenza sostanziale.
Molti dischi dimostrano le qualità di un impianto.
Questo disco, invece, dimostra le qualità di un pianista.
Per proseguire l'ascolto: dieci David Fray da non perdere
1. Baroque Encores (2025, Warner Classics) ★★★★★
Il recital più personale della sua maturità. Bach, Scarlatti, Couperin, Händel e Rameau diventano un unico racconto pianistico. Se dovessi consigliare un solo disco di Fray a chi non lo conosce, partirei da questo.
2. J.S. Bach – Goldberg Variations (2021) ★★★★★
Una lettura radicale, lontanissima tanto da Gould quanto dalla tradizione "ortodossa". Non sempre convincerà, ma non lascia mai indifferenti. È il disco nel quale il rischio interpretativo raggiunge il massimo livello.
3. Bach – Partitas n. 2 e 6, Toccata BWV 911 (2012) ★★★★★
Il Bach del giovane Fray. Più irrequieto, meno meditativo, ma già riconoscibilissimo per libertà di fraseggio e fantasia timbrica.
4. Schubert – Fantasie (2015) ★★★★★
Probabilmente il suo Schubert più riuscito. Qui l'inquietudine naturale del pianista trova un terreno ideale e il discorso musicale acquista una continuità davvero notevole.
5. Chopin (2017) ★★★★☆
Non è un Chopin "di scuola". Fray privilegia il canto e la libertà del respiro, talvolta a scapito dell'equilibrio formale. Proprio per questo è un disco molto personale.
6. Mozart – Concerti per pianoforte K.482 e K.503 (2010) ★★★★★
Uno dei suoi dischi più importanti. Un Mozart luminoso, mai lezioso, nel quale il dialogo con l'orchestra prevale sul virtuosismo pianistico.
7. Bach – Concerti per 2, 3 e 4 pianoforti (2018) ★★★★☆
Un Bach conviviale, brillante, costruito sul dialogo fra i pianisti più che sull'affermazione del solista. Una registrazione di grande vivacità musicale.
8. Bach – Sonate per violino e tastiera (con Renaud Capuçon, 2019) ★★★★★
Uno dei migliori esempi del Fray camerista. Il pianoforte non accompagna il violino: conversa con lui in perfetta parità. Un disco di straordinaria eleganza.
9. Great Piano Works: Bach, Mozart, Chopin, Schubert & Boulez (2024) ★★★★☆
Più che un nuovo progetto, una sintesi del percorso artistico di Fray. Utile per chi desidera cogliere rapidamente le diverse anime del suo pianismo.
10. The Singing Piano (2024) ★★★★☆
Una raccolta antologica che mette al centro la qualità forse più rara di Fray: la capacità di trasformare il pianoforte in una voce cantante. Non sostituisce gli album originali, ma aiuta a coglierne il filo conduttore.
Un maestro, non un modello
Ogni interprete originale corre il rischio di essere considerato un autodidatta dello spirito. Nel caso di David Fray sarebbe un errore. La sua formazione al Conservatoire National Supérieur di Parigi, sotto la guida di Jacques Rouvier, gli ha fornito una disciplina tecnica e stilistica di assoluto rigore, sulla quale si è poi sviluppata una personalità interpretativa fra le più imprevedibili della sua generazione.
È un particolare che merita di essere ricordato, perché ascoltando Fray si potrebbe facilmente pensare a un musicista guidato esclusivamente dall'istinto. In realtà, dietro ogni libertà agogica, dietro ogni improvvisa dilatazione del tempo e dietro quelle scelte interpretative che talvolta sembrano sfidare la tradizione, si avverte una conoscenza profonda della partitura. L'originalità non nasce dall'ignorare le regole, ma dall'averle assimilate al punto da poterle piegare senza mai romperle.
In questo senso Jacques Rouvier non rappresenta tanto un modello interpretativo quanto il fondamento tecnico sul quale Fray ha costruito un linguaggio completamente personale. È una distinzione importante, perché aiuta a comprendere come la libertà, nell'arte dell'interpretazione, non costituisca mai il punto di partenza. È, semmai, il punto di arrivo.
Nota dell'editore
David Fray non è un pianista da seguire ciecamente. È un pianista da seguire con curiosità. Proprio perché rifiuta qualsiasi formula interpretativa stabile, ogni suo nuovo disco rappresenta un'ipotesi, non una conferma. Alcune convincono meno di altre; quelle riuscite, però, appartengono a una categoria molto ristretta di interpretazioni che, dopo il primo ascolto, continuano a tornare spontaneamente alla memoria. È probabilmente questa, più ancora della perfezione tecnica, la qualità che distingue un vero interprete da un semplice eccellente pianista.
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