British Tuba Concertos James Gourlay, Royal Ballet Sinfonia, Gavin Sutherland (Naxos, 2006)

British Tuba Concertos
James Gourlay, Royal Ballet Sinfonia, Gavin Sutherland
Naxos
Ci sono dischi che entrano nella nostra discoteca quasi per caso. Li acquistiamo spinti dalla curiosità, dal nome di un compositore, dalla fiducia in un'etichetta discografica o, semplicemente, perché il prezzo è invitante. Pensiamo che li ascolteremo una volta, forse due, prima di riporli nello scaffale insieme a tante altre registrazioni dignitose ma non indispensabili.
Poi succede qualcosa di inatteso.
Passano gli anni, cambiano gli impianti, cambiano i supporti, cambiano perfino i gusti musicali, e quel disco continua invece a riaffacciarsi con una regolarità quasi disarmante. Lo si rimette sul lettore senza un motivo preciso, come si torna a trovare un vecchio amico con il quale non è necessario parlare molto per sentirsi immediatamente a casa.
Per me, British Tuba Concertos appartiene esattamente a questa categoria.
Lo acquistai quando uscì, venti anni fa. Confesso che non fu la tuba ad attirare la mia attenzione. Non avevo mai nutrito un interesse particolare per quello strumento e, probabilmente, se in copertina non fosse comparso il nome di Ralph Vaughan Williams, quel CD sarebbe rimasto sullo scaffale del negozio. Pensavo di regalarmi una piccola curiosità musicale, uno di quei dischi che ogni appassionato compra di tanto in tanto per allargare un poco i propri orizzonti.
Mi sbagliavo.
Perché, dopo il primo ascolto, mi accorsi di una cosa che allora non avrei saputo spiegare e che oggi, dopo tanti anni trascorsi ad ascoltare e a scrivere di musica, mi appare invece chiarissima. Il protagonista di questo disco non è la tuba.
È la musica inglese.
La tuba è soltanto la voce attraverso la quale quella musica sceglie, per una volta, di raccontarsi.
Ed è una voce che possiede una dignità, un calore e una capacità di canto che pochi strumenti orchestrali riescono a esprimere con altrettanta naturalezza.
Quattro concerti, un solo Paese
La prima qualità di questo disco non consiste nella presenza del Concerto di Ralph Vaughan Williams, che pure ne rappresenta il naturale centro di gravità. Sarebbe stato fin troppo facile costruire un album attorno a un capolavoro universalmente riconosciuto e riempire il resto del programma con pagine di semplice contorno. Naxos sceglie invece una strada molto più interessante, affiancando al decano della musica inglese del Novecento tre compositori appartenenti a generazioni successive, Edward Gregson, Roger Steptoe e John Golland, che affrontano lo stesso strumento con sensibilità profondamente diverse.
Il risultato è tutt'altro che una raccolta di curiosità.
Ascoltando i quattro concerti uno dopo l'altro, ci si accorge che il vero protagonista del disco è un linguaggio musicale comune, una sorta di filo rosso che attraversa quasi mezzo secolo di musica britannica. Cambiano gli stili, cambia il lessico armonico, cambiano perfino le difficoltà tecniche richieste al solista, ma rimane costante una qualità difficile da definire eppure immediatamente riconoscibile: quel modo tipicamente inglese di costruire il discorso musicale senza mai cedere all'enfasi.
Anche quando Gregson guarda a un linguaggio più moderno, anche quando Steptoe si avvicina a una scrittura più severa e introspettiva, anche quando Golland lascia affiorare una vena quasi cinematografica, nessuno di loro perde mai il contatto con quella tradizione che abbiamo imparato a riconoscere parlando di Vaughan Williams, di Britten e, andando ancora più indietro nel tempo, di Purcell e della musica popolare britannica.
È una continuità che colpisce profondamente. Non perché tutti questi compositori si assomiglino, ma perché sembrano condividere un medesimo atteggiamento nei confronti della melodia. Nessuno cerca l'effetto spettacolare. Nessuno trasforma il concerto in un esercizio atletico destinato a mettere in difficoltà il solista. Persino la tuba, strumento che avrebbe potuto facilmente prestarsi al virtuosismo fine a sé stesso, viene trattata come una voce umana, capace di raccontare, di dialogare con l'orchestra e, quando necessario, perfino di sussurrare.
Forse è proprio questa la sorpresa più grande che il disco riserva a chi lo affronta per la prima volta. Dopo pochi minuti ci si dimentica completamente della natura insolita del programma. Non si ascolta più un "concerto per tuba". Si ascolta semplicemente musica ben scritta, nella quale lo strumento solista diventa un mezzo espressivo e non un fenomeno da esibire.
Ed è in questo momento che il nome di Ralph Vaughan Williams comincia ad assumere un significato particolare. Non soltanto perché il suo concerto è il più celebre dei quattro, ma perché, ascoltando l'intero programma, si ha quasi l'impressione che gli altri tre compositori continuino una strada che egli aveva aperto alcuni decenni prima. Non si tratta di imitazione, naturalmente. Piuttosto di una comune appartenenza a quella straordinaria tradizione musicale inglese che riesce a essere immediatamente riconoscibile senza mai diventare maniera.
L'ottantenne che non aveva smesso di stupirsi
Quando Ralph Vaughan Williams compose il Concerto per tuba, nel 1954, aveva ottantadue anni. Era ormai considerato il grande patriarca della musica inglese, il compositore che aveva restituito al suo Paese una voce nazionale dopo secoli di predominio continentale. Avrebbe avuto tutte le ragioni per ripiegarsi su sé stesso, ripetere formule ormai collaudate o limitarsi ad amministrare una gloria conquistata da tempo.
Fece esattamente il contrario.
Scelse uno degli strumenti meno celebrati dell'orchestra e gli affidò una delle pagine più affettuose, eleganti e sorprendentemente giovanili dell'intera sua produzione.
È una scelta che dice molto del carattere dell'uomo prima ancora che del compositore. Vaughan Williams non era interessato ai primati, non cercava effetti spettacolari e, soprattutto, non sembrava nutrire alcun pregiudizio nei confronti degli strumenti. Per lui ogni voce orchestrale possedeva una dignità propria, purché il compositore sapesse comprenderne il carattere e rispettarne la natura.
Il Concerto per tuba nasce proprio da questa convinzione.
Non tenta mai di trasformare la tuba in un trombone più agile o in un violoncello dai registri profondi. Non le chiede ciò che non può offrire. Al contrario, costruisce l'intero discorso musicale attorno alle qualità che rendono quello strumento unico: la morbidezza del timbro, il fraseggio sorprendentemente cantabile, una nobiltà priva di qualsiasi retorica e, nei momenti più brillanti, una leggerezza che riesce quasi a far dimenticare le dimensioni dell'enorme strumento che la produce.
È probabilmente questa la qualità che continua a sorprendermi dopo tanti anni.
Ogni volta che riascolto questo concerto mi accorgo che, dopo poche battute, la tuba scompare. Non fisicamente, naturalmente, ma psicologicamente. L'orecchio smette di interrogarsi sull'insolita scelta del solista e comincia semplicemente a seguire una linea melodica di rara naturalezza. È il segno più evidente della riuscita dell'opera. Quando uno strumento cessa di essere una curiosità e diventa una voce, il compositore ha raggiunto il proprio scopo.
Anche la forma del concerto contribuisce a questa sensazione di equilibrio. Nessun movimento cerca il colpo di teatro, nessuna pagina indulge al virtuosismo esibito. Perfino i passaggi tecnicamente più impegnativi sembrano nascere da una necessità musicale e non dal desiderio di mettere alla prova il solista. Vaughan Williams conosce troppo bene il mestiere per cadere in simili tentazioni. La sua attenzione resta costantemente rivolta al racconto, al dialogo fra orchestra e strumento, alla continuità del discorso.
Forse è proprio qui che si riconosce la mano di un grande compositore. La vera difficoltà non consiste nello scrivere molte note, ma nello scegliere quelle indispensabili. Il Concerto per tuba possiede questa rara economia di mezzi. Nulla appare superfluo, nulla sembra scritto per stupire. Ogni episodio trova naturalmente il proprio posto all'interno di un disegno complessivo che scorre con una spontaneità quasi disarmante.
Non credo sia un caso se quest'opera, pur nata per uno strumento così particolare, abbia conquistato nel tempo un pubblico ben più vasto di quello dei tubisti. Chi ama Vaughan Williams vi ritrova immediatamente il suo mondo: il paesaggio inglese, il respiro delle antiche melodie popolari, quella malinconia serena che attraversa tante sue pagine e, soprattutto, una straordinaria fiducia nella capacità della musica di parlare direttamente all'uomo, senza bisogno di effetti speciali.
Per questo continuo a considerarlo il cuore di questo disco. Non perché gli altri tre concerti siano meno riusciti, ma perché in queste pagine si ritrova concentrata tutta la saggezza di un compositore che, arrivato al termine della propria vita artistica, aveva ancora la curiosità di guardare il mondo con gli occhi di un ragazzo.
Senza Vaughan Williams la tuba avrebbe suscitato lo stesso interesse?
È difficile rispondere con certezza. La storia della musica non ama i "se" e i "ma", e ogni grande strumento ha trovato, prima o poi, il compositore capace di metterne in luce le qualità migliori.
Eppure il dubbio rimane.
Prima del 1954 la tuba era considerata soprattutto il fondamento dell'orchestra, la voce più grave sulla quale poggiava l'intera costruzione armonica. Era indispensabile, naturalmente, ma raramente protagonista. Pochi compositori avevano pensato di affidarle un vero ruolo solistico e, quando accadeva, il rischio era quasi sempre quello di trasformarla in una curiosità, più ammirata per la difficoltà tecnica che per le sue qualità espressive.
Vaughan Williams intuì invece qualcosa che sembrava sfuggire a tutti gli altri.
Capì che la tuba non aveva bisogno di essere trasformata in un altro strumento. Doveva semplicemente essere lasciata parlare con la propria voce.
È un principio compositivo di una semplicità disarmante e, proprio per questo, rivoluzionario.
Il suo Concerto non cerca mai di nascondere la natura della tuba, né di costringerla entro un virtuosismo estraneo al suo carattere. Al contrario, ne valorizza il timbro caldo, il fraseggio cantabile, la sorprendente agilità e quella vena malinconica che pochi strumenti possiedono in misura altrettanto naturale.
Forse è proprio per questo che tanti giovani musicisti, soprattutto nel mondo anglosassone, hanno scoperto la tuba attraverso Vaughan Williams. Non perché il Concerto fosse diventato un fenomeno commerciale, ma perché dimostrava, con assoluta naturalezza, che anche lo strumento apparentemente più improbabile dell'orchestra poteva emozionare, raccontare e perfino commuovere.
Naturalmente la crescita della scuola tubistica internazionale ha avuto molte altre cause, dall'evoluzione della didattica allo sviluppo tecnico degli strumenti. Sarebbe ingenuo attribuire tutto a un solo concerto. Ma è difficile non riconoscere a Vaughan Williams il merito di avere cambiato, forse per sempre, il modo in cui il pubblico e gli stessi musicisti guardavano alla tuba.
Ogni tanto un grande compositore compie un piccolo miracolo.
Non inventa uno strumento nuovo.
Ci insegna semplicemente ad ascoltare con orecchie nuove uno strumento che era sempre stato davanti a noi.
Guida all'ascolto
Quattro modi di far parlare la tuba
La grande qualità di questo disco è quella di non proporre quattro concerti semplicemente accomunati dallo stesso strumento. Ognuno di essi sembra voler rispondere a una domanda diversa, quasi che i rispettivi compositori avessero osservato la tuba da punti di vista completamente differenti. È proprio questo a rendere l'ascolto tanto istruttivo. Alla fine del disco non si conosce meglio soltanto uno strumento. Si conoscono quattro personalità musicali.
Edward Gregson
Il concerto di Gregson è probabilmente il più "concertistico" del programma. Qui la tuba dimostra subito di possedere un'agilità che sorprende chi la considera ancora uno strumento esclusivamente orchestrale. La scrittura è brillante, ricca di energia ritmica e tecnicamente impegnativa, ma Gregson evita accuratamente di trasformare il concerto in un catalogo di difficoltà. L'orchestra dialoga costantemente con il solista e il virtuosismo rimane sempre al servizio del discorso musicale. È un brano che guarda chiaramente a Vaughan Williams, ma ne aggiorna il linguaggio con armonie e colori pienamente novecenteschi.
Roger Steptoe
Con Steptoe cambia completamente l'atmosfera. La brillantezza lascia spazio a una scrittura più raccolta, quasi introspettiva, nella quale la tuba perde ogni carattere spettacolare per assumere il ruolo di voce narrante. È probabilmente il concerto meno immediato dell'intero disco e richiede qualche ascolto in più per rivelare la propria ricchezza. Ma proprio questa apparente riservatezza finisce per costituirne il fascino. È musica che non cerca di conquistare l'ascoltatore al primo incontro; preferisce farsi conoscere lentamente.
Ralph Vaughan Williams
Il cuore del programma.
Non perché il suo concerto sia necessariamente "migliore" degli altri, ma perché sembra ricordare continuamente che la musica non nasce dagli strumenti, bensì dalle idee. Dopo poche battute ci si dimentica completamente della tuba. Rimane soltanto una voce che canta con naturalezza, dialoga con l'orchestra e conduce l'ascoltatore attraverso un paesaggio sonoro che soltanto Vaughan Williams avrebbe saputo immaginare. Se Gregson ci mostra ciò che la tuba può fare, Vaughan Williams ci insegna ciò che la tuba può dire.
John Golland
Il concerto di Golland conclude il disco con una piacevole sorpresa. La scrittura è più diretta, più comunicativa, spesso attraversata da una vena melodica che conquista immediatamente l'ascoltatore. Qualcuno vi ha visto influssi cinematografici; altri hanno sottolineato la naturalezza del canto. Personalmente vi riconosco soprattutto una qualità molto britannica: la capacità di essere accessibile senza diventare banale. È un finale che lascia il sorriso e invita spontaneamente a ricominciare il disco dall'inizio.
Riascoltando questi quattro concerti dopo qualche tempo, ci si accorge di una cosa curiosa. Non è tanto la tuba a cambiare volto, quanto il nostro modo di ascoltarla. All'inizio sembra il soggetto dell'incisione. Alla fine diventa quasi trasparente, perché ciò che emerge davvero è la personalità dei compositori. Ed è probabilmente questo il complimento più grande che si possa fare a un disco costruito con tanta intelligenza editoriale.
Molto più di una prova per il registro grave
A prima vista British Tuba Concertos potrebbe sembrare uno di quei dischi che gli audiofili acquistano per mettere alla prova i woofer del proprio impianto. Sarebbe un errore.
Naturalmente la tuba scende molto in basso e richiede un sistema capace di riprodurre il registro grave con estensione, controllo e assenza di colorazioni. Ma proprio perché Vaughan Williams, Gregson, Steptoe e Golland scrivono per uno strumento eminentemente cantabile, il vero banco di prova non è la quantità di basso disponibile, bensì la sua qualità.
Su un impianto equilibrato la tuba non deve mai apparire ingombrante. Deve occupare uno spazio preciso davanti all'orchestra, con una presenza fisica evidente ma senza sovrastare i legni, gli archi e gli ottoni che la circondano. È uno strumento dalla voce sorprendentemente morbida e ricca di armonici; quando la riproduzione tende a enfatizzare la gamma inferiore, questa complessità timbrica si appiattisce rapidamente, trasformando il canto in un semplice accumulo di energia.
La registrazione Naxos è, sotto questo profilo, molto onesta. La presa di suono privilegia una buona intelligibilità del solista, mantenendolo leggermente avanzato rispetto all'orchestra ma senza isolarlo artificialmente dal contesto. L'immagine stereofonica è stabile, la profondità della scena è credibile e l'orchestra conserva sempre una piacevole trasparenza, anche nei momenti di maggiore densità strumentale.
L'ascoltatore attento noterà un altro aspetto interessante. Le migliori catene di riproduzione non mettono in evidenza tanto la potenza della tuba, quanto il suo respiro. Si percepisce chiaramente l'attacco di ogni nota, la vibrazione della colonna d'aria, il lento spegnersi del suono all'interno dell'acustica della sala. È proprio questa naturale continuità fra emissione e riverbero a distinguere una riproduzione realmente convincente da una semplicemente spettacolare.
Anche l'orchestra merita attenzione. Gli archi conservano un colore piacevolmente naturale, i legni sono ben separati e gli ottoni non assumono mai quella brillantezza artificiale che talvolta caratterizza certe produzioni moderne. La dinamica non cerca effetti sensazionalistici, ma accompagna con coerenza il discorso musicale, lasciando respirare le frasi senza compressioni percepibili.
In definitiva, British Tuba Concertos è un disco che premia gli impianti equilibrati più di quelli muscolari. Se al termine dell'ascolto ricorderete soprattutto la bellezza della musica e non la quantità di basse frequenze prodotte dalla vostra sala, significherà che tutto, dall'incisione all'impianto, avrà funzionato esattamente come doveva.
Altri ascolti consigliati (tutti disponibili su Qobuz)
Se questo disco vi avrà fatto scoprire la tuba come strumento solista, il viaggio non finisce certo qui. Negli ultimi decenni il repertorio si è arricchito di registrazioni eccellenti, alcune dedicate ai grandi classici, altre a pagine contemporanee che dimostrano quanto la letteratura per tuba sia cresciuta proprio a partire dal concerto di Vaughan Williams.
Ralph Vaughan Williams – Concerto per tuba
John Fletcher – London Symphony Orchestra – André Previn (Sony)
È una registrazione che possiede un valore quasi storico. John Fletcher è stato uno dei grandi protagonisti della rinascita della scuola tubistica inglese e il suo fraseggio, sotto la direzione di André Previn, conserva ancora oggi un equilibrio difficilmente eguagliabile. La presenza della splendida Pastoral Symphony nello stesso album rende questa versione quasi obbligatoria per chi voglia conoscere il miglior Vaughan Williams.
Ralph Vaughan Williams – Concerto per tuba
Philip Catelinet – London Symphony Orchestra – Sir John Barbirolli (Warner)
È la registrazione che ogni appassionato dovrebbe ascoltare almeno una volta. Catelinet fu il dedicatario del Concerto e Barbirolli ne diresse una delle prime incisioni. Più che una semplice esecuzione, è un documento storico di straordinario valore, capace ancora oggi di emozionare per naturalezza e semplicità.
20th Century Tuba Concertos
Øystein Baadsvik – Singapore Symphony Orchestra – Anne Manson (BIS)
Se il disco Naxos rappresenta la scuola britannica, questo splendido album BIS allarga immediatamente l'orizzonte. Accanto al Concerto di Vaughan Williams troviamo Arutiunian, Lundquist e John Williams, interpretati da uno dei più grandi tubisti della nostra epoca. La registrazione BIS, come da tradizione della casa svedese, è inoltre un piccolo riferimento audiofilo.
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