Quando Ian Anderson incontrò Bach
Quando Bach incontrò Ian Anderson
Ci sono incontri che non avrebbero mai dovuto verificarsi.
Johann Sebastian Bach, Kantor della Thomaskirche di Lipsia, non avrebbe probabilmente compreso che cosa fosse una chitarra elettrica. Ian Anderson, figlio della Scozia del dopoguerra, non ha mai frequentato un Conservatorio e ha sempre rivendicato, con il consueto humour britannico, una formazione da autodidatta.
Eppure, un giorno del 1969, quei due mondi si sono incontrati.
È accaduto nel terzo brano di Stand Up, il secondo album dei Jethro Tull. Ian Anderson prende la Bourrée in mi minore BWV 996, una delle pagine più celebri delle Suite per liuto di Bach, e la trasporta in un universo completamente diverso. Il basso di Glenn Cornick costruisce un ostinato dal sapore jazzistico, Martin Barre interviene con la chitarra elettrica, il flauto espone il tema con naturalezza, senza alcuna deferenza accademica.
Il risultato è sorprendente. Non sembra un arrangiamento. Sembra che quella musica fosse sempre stata lì. Ed è proprio questa apparente semplicità a rendere l'episodio tanto interessante.
Perché Ian Anderson non si limita a eseguire Bach.
Lo comprende.
E comprenderlo significa riconoscere che quella Bourrée non nasce come esercizio scolastico, ma come danza. Bach prende una forma popolare francese e la trasforma in arte. Anderson compie, tre secoli più tardi, un'operazione speculare: restituisce quella stessa musica a un pubblico che, forse, non avrebbe mai acquistato un disco delle Suite per liuto.
È un passaggio che dice molto non soltanto su Ian Anderson, ma sul modo in cui la cultura europea ha sempre saputo rigenerarsi.
La tradizione non procede mai in linea retta.
Assorbe.
Trasforma.
Restituisce.
E Bach, probabilmente più di qualunque altro compositore, possiede questa straordinaria capacità di attraversare i secoli senza perdere la propria identità.
Per questo la Bourrée dei Jethro Tull ha sempre il suo valore storico, oggi come nel 1969.
Non perché sia un'operazione irriverente.
Ma perché dimostra quanto sia artificiale il confine che, troppo spesso, tracciamo fra musica cosiddetta "colta" e musica "popolare".
Del resto la boureé è una danza popolare, e viene da una suite di danze che in origine avrebbe dato origine ad un ballo, almeno nell'accezione originaria.
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Una conversazione che continua
Se qualcuno avesse pensato che la Bourrée di Stand Up fosse stata un episodio isolato, una felice intuizione del giovane Ian Anderson destinata a rimanere confinata alla stagione pionieristica dei Jethro Tull, avrebbe dovuto assistere a uno dei concerti del tour del 2025.
A Berlino, davanti a un pubblico che conosce a memoria Aqualung, Locomotive Breath e Thick as a Brick, Anderson torna ancora una volta a Johann Sebastian Bach. Non lo fa riproponendo semplicemente la celebre Bourrée che da oltre mezzo secolo accompagna la storia del gruppo. Questa volta sceglie una pagina di tutt'altra natura: il corale Wachet auf, ruft uns die Stimme, tratto dalla Cantata BWV 140, una delle composizioni più alte e spiritualmente intense dell'ultimo Bach.
La scelta merita qualche riflessione.
La Bourrée poteva essere interpretata come l'incontro fra una danza settecentesca e il linguaggio del rock, un terreno sul quale Anderson si è sempre mosso con assoluta naturalezza. Il corale della BWV 140 appartiene invece a un universo completamente diverso. Qui non c'è la leggerezza della danza, ma il raccoglimento della meditazione luterana; non il ritmo della festa, ma il respiro lento di una musica pensata per accompagnare la parola e la riflessione.
È difficile immaginare due volti di Bach più lontani fra loro.
Ed è proprio questo a rendere significativa la presenza del corale nel concerto berlinese. Senza alcuna enfasi, senza trasformarlo in un manifesto culturale, Ian Anderson sembra suggerire che il dialogo con Bach non si è mai realmente interrotto. È semplicemente cambiato nel tempo, seguendo la naturale evoluzione di un musicista che, pur restando fedele alla propria identità, ha continuato a frequentare quella musica con la stessa curiosità che lo aveva portato, nel 1969, a registrare la Bourrée per Stand Up.
Non credo sia necessario cercare spiegazioni più complesse. A volte basta osservare ciò che un artista sceglie di portare ancora sul palco dopo oltre cinquant'anni di carriera. Quelle scelte raccontano molto più di qualsiasi intervista. Se Bach continua ad accompagnare Ian Anderson, forse è semplicemente perché è sempre stato parte del suo linguaggio musicale, non un'eccezione colta inserita per sorprendere il pubblico, ma una presenza discreta e costante, destinata a riaffiorare ogni volta che la musica lo richiede.
Il Bach di Anderson del 1969 non era un accidente fortunato
Per molti anni la Bourrée di Stand Up è stata considerata una brillante parentesi nella storia dei Jethro Tull: un omaggio riuscito a Bach, nato dall'intuizione di un giovane musicista curioso.
Il tempo ha raccontato una storia diversa.
Ian Anderson non ha mai smesso di frequentare Bach. Lo ha riportato regolarmente sul palco, lo ha inserito nei suoi progetti con orchestra e, nel concerto di Berlino del 2025, è andato oltre la celebre Bourrée, proponendo anche il corale Wachet auf, ruft uns die Stimme dalla Cantata BWV 140.
È un dettaglio che cambia la prospettiva.
La Bourrée del 1969 non appare più come una felice eccezione, ma come il primo capitolo di un dialogo destinato a proseguire per oltre mezzo secolo. Non una citazione colta inserita per stupire il pubblico, ma il segno di una familiarità autentica con Bach, tornata ad affiorare ogni volta che Anderson ha sentito il bisogno di ritrovare una delle radici più profonde della musica europea.
Perché proprio Bach?
Fra tutti i compositori della storia della musica, Johann Sebastian Bach è forse quello che più di ogni altro ha dimostrato una qualità singolare: la capacità di sopravvivere al proprio tempo senza mai diventare un monumento.
Le sue pagine si possono trascrivere, ridurre, ampliare, cambiare strumento, cambiare organico, perfino cambiare linguaggio. Eppure restano immediatamente riconoscibili. È una caratteristica rarissima, che appartiene soltanto ai più grandi. Una fuga continua a essere una fuga anche se passa dall'organo al quartetto d'archi; una danza conserva il proprio equilibrio anche quando lascia il liuto per una chitarra elettrica; un corale mantiene intatta la sua forza espressiva anche se il canto viene affidato a un violino, a un flauto o a un'intera orchestra.
Non è un caso, allora, se musicisti fra loro lontanissimi hanno sentito il bisogno di tornare a Bach. Pablo Casals, Andrés Segovia, Jacques Loussier, Wendy Carlos, il Modern Jazz Quartet, gli Swingle Singers, fino a Ian Anderson. Ognuno ha trovato un Bach diverso, ma nessuno ha sentito il bisogno di tradirlo.
Forse è proprio questo il segno della grandezza.
La musica di Bach non chiede fedeltà agli strumenti.
Chiede fedeltà all'idea.
Ed è probabilmente questa libertà ad aver conquistato anche Ian Anderson. Non il desiderio di nobilitare il rock attraverso un nome illustre, ma la scoperta di una musica tanto solida da poter attraversare tre secoli e parlare ancora con la stessa naturalezza a un flautista autodidatta, a un violinista, a un organista o a un pubblico di un concerto rock.
Bach è uno di quei rarissimi compositori la cui musica continua a vivere perché accetta di essere riletta senza perdere la propria identità.
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L'inglese che non era inglese
A questo punto qualcuno potrebbe osservare che Johann Sebastian Bach non ha nulla di inglese. È nato in Turingia, ha trascorso tutta la propria vita entro i confini della Germania luterana e non mise mai piede oltremanica.
È vero.
Ma è altrettanto vero che nessun Paese, dopo la Germania, ha fatto tanto per mantenere viva la sua musica quanto l'Inghilterra.
Non è una coincidenza se alcuni fra i maggiori interpreti bachiani del Novecento e del nostro secolo parlano inglese. Sir John Eliot Gardiner, Christopher Hogwood, Trevor Pinnock, Andrew Parrott, Peter Phillips, Emma Kirkby, The Sixteen di Harry Christophers: nomi diversi, approcci diversi, ma una medesima convinzione. Bach non è un monumento da restaurare. È un autore contemporaneo, da riportare continuamente alla vita.
Forse è proprio questa la caratteristica più affascinante della cultura musicale britannica. La sua straordinaria capacità di accogliere ciò che nasce altrove, farlo proprio e restituirlo al mondo con una voce nuova, senza mai tradirne l'essenza.
È successo con Händel, sassone divenuto il compositore nazionale dell'Inghilterra. È successo con Bach, che in terra inglese ha trovato alcuni dei suoi interpreti più appassionati. Ed è successo, in un ambito completamente diverso, anche con Ian Anderson. Non perché abbia voluto trasformarsi in un flautista classico, ma perché ha riconosciuto in quella musica qualcosa che apparteneva già al proprio modo di pensare.
Forse è questa la lezione più preziosa che Bach continua a impartire. Le grandi opere non conoscono confini nazionali. Appartengono a chi sa comprenderle, farle proprie e consegnarle, intatte ma vive, alla generazione successiva.
Alla ricerca delle radici
Per chi era adolescente alla fine degli anni Sessanta, Bach, Händel o Mozart appartenevano a un mondo lontano. Il rock stava costruendo un linguaggio nuovo, autonomo, apparentemente svincolato da qualsiasi tradizione. La maggior parte del pubblico dei Jethro Tull, dei Genesis o degli Yes non frequentava le sale da concerto e, con ogni probabilità, non avrebbe saputo distinguere una Cantata di Bach da un Concerto di Vivaldi.
Eppure furono proprio molti di quei musicisti a volgere lo sguardo all'indietro.
Non per nostalgia.
Non per conferire una patente di nobiltà alla propria musica.
Piuttosto perché, una volta conquistata la libertà di scrivere senza le regole del rock delle origini, sentirono il bisogno di cercare un linguaggio più ampio. Il blues aveva offerto loro un lessico. Bach, il contrappunto, il folk britannico, la musica rinascimentale e barocca suggerivano invece una grammatica. Non più soltanto canzoni, ma forme, sviluppi, variazioni, dialoghi fra le voci, architetture musicali.
È difficile pensare che Anderson fosse il solo a percorrere questa strada. Jon Lord guardava a Bach e a Händel, Rick Wakeman registrava le proprie interpretazioni delle grandi pagine pianistiche, Keith Emerson portava sul palco Mussorgskij, Copland e Ginastera, i Gentle Giant costruivano trame contrappuntistiche degne della polifonia rinascimentale. Ognuno seguiva una via diversa, ma tutti sembravano animati dalla stessa convinzione: la musica non cominciava con Elvis Presley.
Forse il progressive inglese nacque proprio da questa consapevolezza.
Non dal desiderio di rendere il rock "più colto", espressione che non mi ha mai convinto, ma dalla volontà di ricongiungere una musica giovane con una storia molto più antica. Come ogni ragazzo che, diventato adulto, sente il bisogno di conoscere i propri nonni per capire qualcosa di più di sé stesso.
Ian Anderson, con la sua Bourrée e, molti anni dopo, con il corale della BWV 140, ci ricorda che quel viaggio verso le origini non è mai stato un esercizio di stile. Era, semplicemente, un modo per riconoscere che ogni linguaggio musicale, anche il più innovativo, cresce più forte quando affonda le proprie radici in un terreno fertile.
"Il blues aveva offerto loro un lessico. Bach, il folk e il contrappunto suggerivano una grammatica."
Il coraggio di essere impopolari
Oggi siamo abituati a pensare al progressive come a un genere musicale perfettamente codificato. Nel 1969 e nel 1970 non era così. Era un territorio ancora tutto da inventare e, soprattutto, un rischio commerciale enorme.
Chi acquistava un disco rock cercava canzoni. Tre minuti, un ritornello, un assolo di chitarra, magari un buon riff blues.
Ian Anderson propone una Bourrée di Bach.
Keith Emerson porta sul palco Mussorgskij.
I Gentle Giant costruiscono intrecci vocali che ricordano la polifonia rinascimentale.
Rick Wakeman riempie i concerti di tastiere e riferimenti alla musica romantica.
Peter Gabriel trasforma un album in una rappresentazione teatrale.
A posteriori ci sembra tutto inevitabile.
Non lo era.
Quei musicisti stavano chiedendo al proprio pubblico uno sforzo inconsueto. Lo invitavano ad ascoltare più attentamente, ad accettare tempi narrativi diversi, a seguire sviluppi musicali che non cercavano l'effetto immediato. Era una scommessa culturale prima ancora che artistica.
Ed è forse questo l'aspetto che oggi colpisce maggiormente.
Nessuno di loro sembrava interessato a dimostrare di essere "più colto" degli altri. Al contrario, affrontavano Bach, il folk inglese, il Rinascimento o la musica romantica con la stessa naturalezza con cui un bluesman americano citava Robert Johnson o Muddy Waters. Non c'era alcuna barriera psicologica. Esisteva soltanto la curiosità.
Forse il successo del progressive inglese nacque proprio da questa libertà. Dalla convinzione che la musica fosse una sola e che ogni grande autore del passato potesse ancora dire qualcosa a un ragazzo con una chitarra elettrica o un flauto traverso.
Riascoltando oggi la Bourrée o il corale della BWV 140 eseguito da Ian Anderson, è difficile non provare una certa gratitudine. Non tanto per l'omaggio reso a Bach, quanto per il coraggio di aver ricordato a milioni di giovani che la storia della musica non cominciava con il rock e, soprattutto, che il rock non aveva alcun motivo di vergognarsi delle proprie radici.
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Una piccola confessione
Forse, dopo avere ascoltato Bach attraverso il flauto di Ian Anderson, qualcuno avrà voglia di andare a cercare la Suite BWV 996.
Se accadrà, anche a un solo lettore, queste pagine avranno raggiunto il loro scopo.
Perché la musica non cresce cancellando il passato.
Cresce quando qualcuno decide, con curiosità e senza pregiudizi, di tornare ad ascoltarlo.
Il basso che dialoga con Bach
La grande intuizione della Bourrée di Stand Up non consiste nell'avere trasferito Bach dentro un gruppo rock. Quella sarebbe rimasta una semplice curiosità, per quanto brillante.
La vera intuizione è un'altra.
Ian Anderson non espone il tema mentre il resto della band si limita ad accompagnarlo. Glenn Cornick costruisce una linea di basso autonoma, che entra continuamente in relazione con il flauto. A tratti sostiene la melodia, a tratti la anticipa, altre volte sembra quasi contraddirla, per poi ritrovarla poche battute dopo. È un dialogo continuo, non una semplice base ritmica.
Naturalmente non siamo di fronte al contrappunto rigoroso di Johann Sebastian Bach. Nessuno nei Jethro Tull avrebbe avuto la pretesa di riscrivere una fuga. Ma il principio che anima l'esecuzione è sorprendentemente vicino a quello bachiano: ogni voce mantiene una propria autonomia pur contribuendo alla costruzione di un disegno musicale unitario.
È proprio questa indipendenza delle parti a rendere la registrazione tanto moderna ancora oggi. Se il basso si fosse limitato a raddoppiare gli accordi della chitarra, la Bourrée sarebbe probabilmente invecchiata come tante altre contaminazioni fra rock e musica classica degli anni Sessanta. Invece continua a suonare viva, perché il dialogo fra il flauto di Anderson e il basso di Cornick possiede una logica interna che va ben oltre il semplice arrangiamento.
Forse è questa la ragione per cui il brano convince anche l'ascoltatore che conosce bene Bach. Non perché riproduca fedelmente il suo linguaggio, ma perché ne rispetta uno dei principi fondamentali: la musica è una conversazione fra voci indipendenti, non un solista accompagnato da comparse.
Guida all'ascolto
Le Bourrée di Ian Anderson
Chi volesse seguire l'evoluzione del rapporto fra Ian Anderson e Bach non dovrebbe limitarsi alla registrazione originale di Stand Up. Nel corso di oltre cinquant'anni la Bourrée è cambiata molte volte, seguendo l'evoluzione artistica dei Jethro Tull e del suo autore. Vale la pena ascoltarne almeno queste versioni.
1. Stand Up (1969) ★★★★★
La registrazione fondamentale. Tutto è già presente: il tema di Bach, il dialogo fra il flauto e il basso di Glenn Cornick, l'improvvisazione centrale di sapore jazzistico e il ritorno finale al tema originale. Se l'articolo si fonda su una tesi, è qui che bisogna verificarla con le proprie orecchie.
2. BBC Top Gear Session (1969) ★★★★☆
Più asciutta e meno rifinita della versione in studio, ma preziosa perché documenta quanto rapidamente il brano fosse già entrato nel repertorio concertistico della band. È disponibile nelle edizioni espanse di Stand Up.
3. Bursting Out (1978) ★★★★★
Per molti è la versione dal vivo definitiva. Anderson amplia l'introduzione con una lunga improvvisazione per flauto che confluisce naturalmente nella Bourrée. Dopo quasi dieci anni il brano non è più un semplice arrangiamento di Bach: è diventato parte integrante del linguaggio dei Jethro Tull.
4. A Classic Case (1985) ★★★★★
La versione orchestrale. Qui l'incontro con Bach assume un significato diverso. L'orchestra non "nobilita" il rock: mette in luce quanto la scrittura di Anderson fosse già compatibile con un organico sinfonico. Un ascolto indispensabile per comprendere il musicista, oltre il personaggio.
5. A Little Light Music (1992) ★★★★☆
Più libera, più estesa, quasi cameristica. Anderson gioca con il tema con la sicurezza di chi lo frequenta ormai da oltre vent'anni.
6. Live at Montreux 2003 ★★★★☆
L'esecuzione è ormai quella di un musicista maturo. Meno impetuosa rispetto agli anni Settanta, ma ricca di sfumature e di un fraseggio più riflessivo.
7. I concerti del 2025 ★★★★★
Non tanto per la Bourrée in sé, quanto per il contesto. È nei concerti di questa tournée che Anderson affianca alla danza della BWV 996 anche il corale della Cantata BWV 140, dimostrando che il dialogo con Bach non si è mai interrotto. È il naturale punto d'arrivo di un percorso iniziato nel 1969.
Un consiglio personale
Ascoltatele in ordine cronologico.
È un'esperienza sorprendente.
Non tanto perché cambia la Bourrée. Quella resta sempre riconoscibile.
Cambia Ian Anderson.
Da giovane musicista curioso che scopre Bach quasi per gioco, fino all'artista maturo che continua a dialogare con lui senza più sentire il bisogno di dimostrare nulla.
È forse questa la lezione più bella che ci lascia questa piccola danza del Settecento: le grandi opere non invecchiano. Cambiano, insieme a chi le suona.
Dopo avere ascoltato tutte queste versioni, fatevi un regalo. Cercate la Bourrée originale della Suite BWV 996 nell'interpretazione di un liutista (Hopkinson Smith, Nigel North o Paul O'Dette) e poi riascoltate immediatamente quella di Stand Up. È il modo migliore per capire quanto Ian Anderson sia rimasto fedele a Bach proprio nel momento in cui sembrava allontanarsene.
Se vi è venuta voglia di ascoltare Bach
Se l'incontro con Ian Anderson vi ha incuriosito, il passo successivo è sorprendentemente semplice: ascoltare Bach senza mediazioni.
Per la Suite in mi minore BWV 996, dalla quale Anderson trasse la sua celebre Bourrée, continuo a ritenere che l'interpretazione di Hopkinson Smith sia uno dei punti di riferimento assoluti. Il suo liuto evita qualsiasi ricerca di spettacolarità e lascia parlare la musica con un'eleganza, una chiarezza del fraseggio e un senso della danza che sembrano sospendere il tempo. Ascoltando la Bourrée nella sua collocazione naturale, all'interno dell'intera Suite, si comprende ancora meglio quanto Ian Anderson ne abbia rispettato lo spirito, pur traducendolo in un linguaggio completamente diverso. L'album Bach: L'Œuvre de Luth è disponibile anche su Qobuz ed è, a mio avviso, il punto di partenza ideale.
Per il corale Wachet auf, ruft uns die Stimme dalla Cantata BWV 140, la scelta è quasi inevitabile. Se questo articolo parla anche dell'Inghilterra, allora vale la pena affidarsi a Sir John Eliot Gardiner, al Monteverdi Choir e agli English Baroque Soloists. È una lettura che unisce rigore filologico e intensità espressiva con un equilibrio rarissimo. Non a caso è diventata, negli anni, uno dei riferimenti interpretativi più autorevoli dell'intero repertorio bachiano.
Poi fate un ultimo esperimento.
Ascoltate la Bourrée di Hopkinson Smith.
Subito dopo quella dei Jethro Tull.
Infine il corale della BWV 140 diretto da Gardiner.
Forse vi sorprenderà accorgervi che non state passando da un genere musicale all'altro. State semplicemente seguendo una stessa idea che attraversa tre secoli di storia europea, cambiando strumenti, linguaggio e pubblico, ma conservando intatta la propria voce.
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