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Il suono dell'Inghilterra - Da Thomas Tallis a Ian Anderson

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Il suono dell'Inghilterra

Da Thomas Tallis a Ian Anderson

Mentre sto scrivendo queste riflessioni, dalle casse dello studio arriva A Plague of Lighthouse Keepers dei Van der Graaf Generator.

Non è un sottofondo.

Anzi, è probabilmente una delle pagine più complesse e inquietanti che il rock inglese abbia mai prodotto. Una musica che non concede nulla all'ascolto distratto, costruita come un lungo flusso di coscienza nel quale Peter Hammill sembra dialogare più con Shakespeare che con Elvis Presley.

Eppure, proprio mentre ascolto questa monumentale suite del 1971, il mio pensiero corre spontaneamente molto più indietro.

Non a Bach.

Non a Beethoven.

Ma a Thomas Tallis.

Può sembrare un accostamento arbitrario. Lo sarebbe, se cercassimo analogie stilistiche o improbabili influenze dirette. Thomas Tallis non ha inventato il progressive e Peter Hammill non ha mai scritto un mottetto per quaranta voci.

La questione è un'altra.

Mi domando se esista un modo tipicamente inglese di pensare la musica.

Una sensibilità che attraversi i secoli cambiando strumenti, linguaggio e pubblico senza perdere completamente la propria identità.

Perché, se è vero che ogni civiltà possiede una propria memoria letteraria, architettonica e pittorica, allora dovrebbe esistere anche una memoria musicale.

Ed è proprio questa memoria che vorrei provare a seguire.

Da Thomas Tallis a William Byrd.

Da Händel, inglese per scelta più che per nascita, fino a Greensleeves, la melodia che forse più di ogni altra appartiene all'immaginario britannico.

Poi Benjamin Britten.

Poi Jimmy Page.

Poi Ian Anderson.

Un percorso lungo quasi cinque secoli che, naturalmente, non dimostrerà come un compositore abbia influenzato direttamente l'altro. Sarebbe una tesi tanto affascinante quanto storicamente indifendibile.

Vorrei invece capire se, al di là delle forme e dei generi, esista un carattere musicale inglese. Un modo particolare di raccontare il paesaggio, la natura, il mito, la malinconia, il tempo.

Perché se quel filo esiste davvero, allora forse i Jethro Tull, i Led Zeppelin, i Genesis e perfino i Van der Graaf Generator non rappresentano una rottura con il passato.

Sono semplicemente il capitolo più recente di una storia cominciata molto, molto tempo prima.

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Il carattere di una nazione

La storia della musica viene quasi sempre raccontata attraverso i grandi compositori. È un approccio inevitabile, ma spesso lascia in secondo piano un aspetto altrettanto importante: il carattere delle singole tradizioni nazionali.

L'Italia ha costruito la propria identità sul canto. La Germania sullo sviluppo formale e sul contrappunto. La Francia sul colore timbrico e sull'eleganza della scrittura.

L'Inghilterra ha seguito una strada diversa.

La sua musica sembra nutrirsi di paesaggi, racconti, memoria storica. È meno interessata all'affermazione virtuosistica e più alla costruzione di un'atmosfera. Anche quando affronta temi religiosi o politici, conserva quasi sempre un tono raccolto, introspettivo, talvolta malinconico.

Thomas Tallis ne rappresenta uno dei primi grandi interpreti.

Ascoltare oggi Spem in alium significa entrare in uno spazio sonoro nel quale il tempo sembra dilatarsi. Le quaranta voci non cercano l'effetto monumentale. Costruiscono piuttosto un ambiente acustico, una cattedrale immaginaria nella quale ogni linea musicale conserva la propria autonomia contribuendo, nello stesso tempo, a un equilibrio più grande.

È una concezione della musica sorprendentemente moderna.

Non perché anticipi il Novecento, ma perché attribuisce al suono una funzione narrativa prima ancora che decorativa.

William Byrd porterà quella stessa sensibilità verso una scrittura più intima, più raccolta, dimostrando come la profondità espressiva possa convivere con il massimo rigore formale. In lui convivono il compositore della Cappella Reale e il musicista capace di trasformare la malinconia in linguaggio.

Non è ancora l'Inghilterra romantica.

Ma l'identità musicale del Paese ha già trovato una propria voce.

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La memoria del paesaggio

Esiste una caratteristica che sembra attraversare gran parte della storia della musica inglese. Non riguarda lo stile, che naturalmente cambia con i secoli, ma il modo di guardare il mondo. Mentre altre scuole europee sembrano concentrarsi soprattutto sull'architettura della forma, sul canto o sul colore orchestrale, la tradizione britannica appare spesso interessata al paesaggio, alla narrazione, alla memoria.

Thomas Tallis ne offre uno dei primi esempi. In Spem in alium il protagonista non è soltanto il contrappunto. È lo spazio. Le quaranta voci costruiscono una cattedrale sonora nella quale il tempo sembra dilatarsi e l'ascoltatore viene invitato a entrare, più che a osservare.

William Byrd porta quella stessa sensibilità verso un linguaggio più intimo. La scrittura si fa raccolta, quasi meditativa, ma conserva la stessa attenzione al respiro della frase e al rapporto fra silenzio e suono. Non è ancora possibile parlare di un'identità musicale nazionale nel senso moderno del termine, ma alcuni tratti sembrano già riconoscibili.

L'arrivo di Georg Friedrich Händel rappresenta un episodio significativo. Nato in Germania, formato anche in Italia, diventa uno dei protagonisti della vita musicale inglese. È come se quella cultura possedesse una straordinaria capacità di assimilare linguaggi diversi senza perdere la propria fisionomia. Gli oratori di Händel finiscono così per appartenere alla storia dell'Inghilterra almeno quanto alla biografia del loro autore.

Accanto alla grande tradizione colta continua però a vivere un patrimonio altrettanto importante: quello delle melodie popolari. Greensleeves ne è forse il simbolo più noto. Non colpisce per complessità o virtuosismo. Colpisce per il suo carattere narrativo, per quella malinconia discreta che sembra suggerire più che affermare. È una qualità destinata a riemergere molte altre volte nei secoli successivi.

All'inizio del Novecento Ralph Vaughan Williams percorre campagne e villaggi raccogliendo antichi canti popolari prima che scompaiano. Non lo fa per nostalgia. Comprende che in quelle melodie sopravvive una memoria collettiva che nessun archivio potrebbe conservare. Quando, pochi anni dopo, compone la Fantasia on a Theme by Thomas Tallis, il passato non viene citato come un reperto storico. Torna semplicemente a vivere attraverso un linguaggio nuovo.

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Benjamin Britten eredita quella stessa lezione. Il suo mondo sonoro appartiene pienamente al Novecento, eppure continua a dialogare con la tradizione inglese senza alcun senso di frattura. La parola, il paesaggio, il silenzio, il mare: tutto concorre a costruire una musica che guarda avanti senza recidere le proprie radici.

È a questo punto che il passaggio al rock diventa meno sorprendente di quanto possa sembrare.

Negli anni Sessanta e Settanta gli strumenti cambiano completamente. Chitarre elettriche, sintetizzatori, amplificatori sostituiscono il consort rinascimentale, l'organo e l'orchestra. Ma la sensibilità sembra conservare alcuni tratti profondi. Jimmy Page costruisce in Stairway to Heaven una lunga ballata che procede come un racconto, immersa in un immaginario di boschi, sentieri, simboli e leggende. Ian Anderson, con il flauto dei Jethro Tull, non recupera la musica rinascimentale; recupera piuttosto un'idea di Inghilterra fatta di campagne, tradizioni popolari, ironia e memoria. Peter Gabriel percorre una strada diversa, più teatrale e visionaria, ma continua anch'egli a raccontare storie invece di limitarsi a costruire canzoni.

Naturalmente sarebbe arbitrario parlare di influenze dirette. Nessuno suggerisce che Tallis conduca inevitabilmente ai Jethro Tull o che Vaughan Williams anticipi i Led Zeppelin. La storia della musica è molto più complessa di qualsiasi genealogia.

Eppure, osservando questo lungo percorso, diventa difficile non avvertire una sorprendente continuità di sensibilità. Non una continuità stilistica, ma culturale. Come se ogni generazione avesse trovato un linguaggio nuovo per raccontare lo stesso paesaggio, la stessa memoria e, in fondo, la stessa idea d'Inghilterra.

Forse è soltanto un'impressione.

Oppure è il segno più evidente che una tradizione, quando rimane viva, non ha bisogno di ripetersi per continuare a riconoscersi.

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Tre modi di essere inglesi

A questo punto il discorso cambia inevitabilmente prospettiva.

Non stiamo più osservando la storia della musica. Stiamo ascoltando tre musicisti che, pur appartenendo alla stessa generazione, sembrano aver ereditato aspetti diversi di una medesima tradizione culturale.

Jimmy Page guarda al mito.

Le sue composizioni migliori sembrano nascere da un'Inghilterra antichissima, fatta di castelli, foreste, simboli e leggende. Stairway to Heaven è forse l'esempio più evidente. Al di là della celebre introduzione o dell'assolo conclusivo, ciò che colpisce è la costruzione narrativa. La musica cresce lentamente, come una ballata popolare che, strada facendo, si trasforma in un poema sinfonico. Nulla viene affrettato. Ogni episodio prepara il successivo. È difficile non riconoscere, dietro quella scrittura, una lunga familiarità con il patrimonio culturale britannico.

Ian Anderson percorre una strada quasi opposta.

Se Page costruisce il mito, Anderson racconta la terra. Le campagne inglesi, il mondo rurale, il gusto per l'ironia, la tradizione popolare, perfino un certo umorismo tipicamente britannico attraversano gran parte della produzione dei Jethro Tull. Il flauto non è un elemento decorativo. Diventa una voce narrativa, quasi il testimone di un passato che continua a parlare senza alcun bisogno di essere ricostruito artificialmente.

Peter Gabriel rappresenta infine un terzo volto dell'Inghilterra.

Nei Genesis il paesaggio lascia spesso il posto al teatro. Le canzoni diventano racconti popolati di personaggi, allegorie, riferimenti letterari, immagini che sembrano appartenere tanto a Shakespeare quanto alla narrativa vittoriana. Anche qui, però, il centro rimane la narrazione. Gabriel non costruisce semplicemente melodie. Costruisce mondi.

Tre musicisti.

Tre linguaggi completamente diversi.

Eppure, ascoltandoli uno dopo l'altro, riaffiora una sensazione difficile da ignorare.

L'impressione è che ciascuno stia osservando lo stesso paesaggio da un punto di vista differente.

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Una voce che continua

Naturalmente sarebbe arbitrario cercare un rapporto diretto fra Thomas Tallis, Benjamin Britten, Jimmy Page o Ian Anderson. Cinque secoli di storia non possono essere ridotti a una semplice linea genealogica.

Esiste però una continuità meno evidente, ma forse più profonda.

Non quella dello stile.

Quella della sensibilità.

Il gusto per il racconto, il rapporto con il paesaggio, la malinconia mai ostentata, la capacità di evocare più che descrivere sembrano riaffiorare continuamente, pur cambiando strumenti e linguaggio.

È questo, probabilmente, il significato più autentico della tradizione.

Non ripetere il passato.

Continuare a parlarne con parole nuove.

Per questo, ascoltando oggi Stairway to Heaven, Thick as a Brick o A Plague of Lighthouse Keepers, può capitare di avvertire una sensazione curiosa. Non quella di ritrovare Thomas Tallis fra le note, ma di riconoscere una stessa idea d'Inghilterra che attraversa i secoli senza mai perdere del tutto la propria voce.

Forse è soltanto un'impressione.

Oppure è il privilegio delle grandi civiltà musicali: cambiare continuamente volto, rimanendo sorprendentemente fedeli a sé stesse.

Troppa retorica?

Può darsi. Quando si parla di musica il rischio di lasciarsi trascinare dall'entusiasmo è sempre presente. Sarebbe facile leggere queste pagine come il tentativo di costruire una parentela improbabile fra Thomas Tallis e Ian Anderson, fra Benjamin Britten e Jimmy Page. Non è questo il punto. Nessuno di quei musicisti ha scritto pensando ai propri lontani predecessori e le influenze dirette appartengono alla storia della musicologia, non a queste riflessioni.

Qui si è cercato qualcosa di diverso: una continuità culturale. L'idea che una civiltà possa conservare, lungo i secoli, un modo particolare di guardare il mondo e quindi anche di trasformarlo in musica. Non attraverso la ripetizione delle forme, ma attraverso una sensibilità che cambia continuamente linguaggio senza smarrire del tutto la propria identità.

Se questa impressione sia fondata oppure no, ciascun lettore potrà deciderlo da sé. Esiste però un modo molto semplice per verificarlo. Ascoltare, nello stesso pomeriggio, Thomas Tallis, William Byrd, Greensleeves, la Fantasia on a Theme by Thomas Tallis di Ralph Vaughan Williams, qualche pagina di Benjamin Britten, Stairway to Heaven, Thick as a Brick e A Plague of Lighthouse Keepers. Non per cercare citazioni. Non per dimostrare una teoria. Semplicemente per ascoltare.

Se, alla fine di quel percorso, resterà la sensazione di avere attraversato un'unica storia anziché una successione di generi musicali, allora queste pagine avranno raggiunto il loro scopo. Se invece quella sensazione non arriverà, poco importa. La cosa più importante sarà comunque accaduta: avremo trascorso qualche ora in compagnia di una delle più straordinarie tradizioni musicali che la civiltà europea abbia saputo costruire.

E allora ascoltiamoli insieme, io lo faccio tutti i giorni dal 1973.

Per seguire il filo

Un itinerario attraverso cinque secoli di musica inglese

Thomas Tallis (c.1505-1585)
Spem in aliumMiserere nostri
L'origine della grande polifonia inglese. Lo spazio diventa musica.

William Byrd (1543-1623)
Mass for Four VoicesThe Bells
La meditazione, il contrappunto, la malinconia.

John Dowland (1563-1626)
Flow, My TearsLachrimae
La nascita della malinconia inglese.

Orlando Gibbons (1583-1625)
The Silver Swan
Il Rinascimento che guarda già al Barocco.

Henry Purcell (1659-1695)
Dido and AeneasMusic for the Funeral of Queen Mary
La parola diventa teatro.

Georg Friedrich Händel (1685-1759)
RinaldoGiulio Cesare in Egitto
Il tedesco che divenne inglese. L'opera italiana si trasforma in cultura britannica.

La tradizione popolare
GreensleevesBarbara AllenScarborough Fair
Il grande fiume sotterraneo della musica inglese.

Edward Elgar (1857-1934)
Enigma VariationsCello Concerto
L'orgoglio dell'Inghilterra vittoriana.

Gustav Holst (1874-1934)
The Planets
L'orizzonte si allarga al Novecento.

Ralph Vaughan Williams (1872-1958)
Fantasia on a Theme by Thomas TallisThe Lark Ascending
Il ponte fra il Rinascimento e il mondo moderno.

William Walton (1902-1983)
Belshazzar's FeastViola Concerto
Tradizione e modernità trovano un nuovo equilibrio.

Benjamin Britten (1913-1976)
Four Sea InterludesThe Young Person's Guide to the Orchestra
Purcell rinasce nel Novecento. Il mare inglese diventa paesaggio sonoro.


Il folk revival

Bert Jansch
Jack Orion
L'anello di congiunzione fra la ballata tradizionale e la chitarra moderna.

Pentangle
Basket of Light
Il folk dialoga con il jazz.

Fairport Convention
Liege & Lief
La tradizione popolare entra definitivamente nella musica contemporanea.


Il rock

The Beatles
Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band
Quando la canzone pop diventa arte.

The Kinks
The Village Green Preservation Society
La memoria dell'Inghilterra rurale.

Led Zeppelin
Led Zeppelin IV (Stairway to Heaven)
Il mito, la leggenda, la ballata inglese.

Gentle Giant
OctopusIn a Glass House
Il contrappunto rinascimentale tradotto nel linguaggio del progressive.

Jethro Tull
Thick as a BrickSongs from the Wood
Il folk, la campagna, la memoria.

Genesis
Selling England by the Pound
Il teatro, la letteratura, l'immaginario britannico.

Van der Graaf Generator
Pawn Hearts
La parola diventa dramma.

Yes
Close to the Edge
L'architettura della forma.

King Crimson
Red
L'Inghilterra dialoga con Bartók e il Novecento europeo.

Peter Gabriel
PassionSo
La tradizione ormai parla una lingua universale.

La tradizione non è il passato che sopravvive. È il passato che continua a trasformarsi e si mantiene vivo.
(citazione anonima attribuita a Mauro Maratta)

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