Giuseppe Clericetti, Camille Saint-Saëns. Il Re degli spiriti musicali (Zecchini Editore, Varese)
Camille Saint-Saëns, il grande inattuale
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Giuseppe Clericetti, Camille Saint-Saëns. Il Re degli spiriti musicali, con una prefazione di Guido Salvetti, Zecchini Editore.
552 pagine, disponibile sia a stampa che in PDF sulla pagina dell'editore o via Amazon.it
Conosco Giuseppe Clericetti abbastanza bene da sentirne la voce anche mentre leggo. Musicista, studioso, uomo di radio e televisione, barocchista per formazione ma attratto da tempo dal tardo romanticismo francese, ha con Saint-Saëns un rapporto che va molto al di là della curiosità musicologica. Lo considera evidentemente una figura da sottrarre a un lungo equivoco critico e, forse, anche una specie di interlocutore ideale: colto, polemico, indipendente, insofferente delle mode e capace di occuparsi di musica antica senza rinunciare a vivere pienamente nel proprio tempo.
È singolare che il primo studio complessivo pubblicato in italiano su Camille Saint-Saëns sia stato scritto da uno studioso svizzero e pubblicato da una casa editrice italiana di confine, la varesina Zecchini, con il sostegno del Palazzetto Bru Zane e di istituzioni ticinesi. Ma non è forse un caso che un musicista così difficilmente collocabile entro frontiere estetiche precise abbia trovato il suo biografo in una prospettiva altrettanto transfrontaliera. Saint-Saëns fu profondamente francese e insieme instancabilmente cosmopolita, legato alla propria tradizione ma aperto a Liszt, a Wagner, alle culture incontrate durante i suoi viaggi; organista, pianista, compositore, direttore, filologo, critico, poeta, osservatore di fenomeni astronomici e biologici. Un personaggio troppo esteso per essere contenuto nel ritratto scolastico del brillante autore del Carnaval des animaux.
Il volume è imponente: oltre cinquecento pagine divise, sostanzialmente, in due grandi parti. La prima segue la lunghissima vita di Saint-Saëns, nato nel 1835 e morto nel 1921, intrecciandola con le opere, i concerti, i viaggi e gli incontri; la seconda affronta i suoi scritti, ordinandoli per argomento: letteratura, filosofia, scienza, storia ed estetica musicale, organologia, filologia e prassi esecutiva. Seguono cataloghi, documenti e appendici che fanno del libro anche un importante strumento di consultazione.
Clericetti non scrive con la neutralità impersonale dell’accademico. La sua presenza si sente, talvolta persino troppo: ama l’inciso brillante, la curiosità gustosa, la battuta ben preparata e una certa teatralità dell’esposizione che gli appartiene anche quando parla in pubblico. La scrittura può diventare ampollosa e il continuo accumulo di episodi, opere, giudizi e citazioni finisce in qualche tratto per rallentare il racconto. Ma sarebbe ingeneroso fermarsi qui, perché dietro questa esuberanza si trova un lavoro documentario eccezionale, sostenuto da una conoscenza diretta delle partiture e da una passione che non cerca mai di mascherarsi da distacco.
Il Saint-Saëns che emerge è soprattutto un uomo condannato a trovarsi quasi sempre dalla parte sbagliata del proprio tempo. Da giovane appariva troppo moderno, troppo vicino a Liszt e a Wagner, troppo interessato alle forme nuove e alla musica strumentale in una Francia dominata dal teatro. Mezzo secolo più tardi, quando l’Europa musicale aveva cambiato linguaggio, venne considerato un conservatore, il rispettabile superstite di un mondo ormai concluso. Eppure, tra questi due estremi, Saint-Saëns aveva contribuito alla fondazione della Société Nationale de Musique, promosso la produzione francese, introdotto il poema sinfonico in patria, riportato in circolazione pagine antiche, studiato manoscritti, contestato le edizioni infedeli e riflettuto sulla prassi esecutiva con un’acutezza che oggi appare sorprendentemente moderna.
La definizione di reazionario, applicata meccanicamente all’ultimo Saint-Saëns, si rivela quindi insufficiente. Certo, i suoi giudizi potevano essere feroci e non sempre lungimiranti. Non amava Brahms, trovava Franck spesso noioso, detestava l’ambiente raccolto intorno a Vincent d’Indy e guardava con crescente sospetto molta musica contemporanea. Ma era anche l’uomo che aveva difeso Wagner quando farlo in Francia richiedeva coraggio, aveva sostenuto Fauré e Bizet, ammirato Liszt senza diventare un adepto e riconosciuto il valore di opere che il pubblico aveva inizialmente respinto. Più che conservatore, fu ostinatamente indipendente: incapace di aderire a una scuola, a un gruppo o a una religione estetica.
La parte più sorprendente del libro è forse quella dedicata agli scritti. Qui il compositore si rivela un intellettuale di statura insolita, capace di discutere del canto gregoriano, del diapason, dell’organo, delle appoggiature in Mozart, del rubato in Chopin e dell’abuso del vibrato con argomenti che anticipano molti orientamenti dell’esecuzione storicamente informata. La sua avversione per il vibrato continuo, tanto nelle voci quanto negli archi, non nasceva dal gusto archeologico per un suono asciutto, ma dalla convinzione che un mezzo espressivo, quando applicato indiscriminatamente, smettesse di esprimere qualsiasi cosa. È un’osservazione che conserva intatta la propria pertinenza.
Altrettanto moderno appare il suo rispetto per il testo musicale. Saint-Saëns denunciava le edizioni nelle quali revisori e professori aggiungevano legature, dinamiche e indicazioni estranee agli autori, fino a rendere difficile distinguere l’originale dall’intervento successivo. Consultava manoscritti, confrontava fonti, individuava errori e cercava di comprendere le convenzioni esecutive del passato. Il barocchista Clericetti riconosce bene questa componente e probabilmente è proprio attraverso di essa che arriva al cuore del personaggio: non un accademico intento a conservare le ceneri della tradizione, ma un musicista che interrogava il passato per restituirgli vita.
Naturalmente resta la musica. Il merito maggiore del libro è ricordarci quanto sia sterminato il catalogo di Saint-Saëns e quanto sia ingiusto ridurlo alla Terza Sinfonia, al Secondo concerto per pianoforte, al Primo per violoncello, all’Introduction et Rondo capriccioso, alla Danse macabre, al Carnaval des animaux e a Samson et Dalila. Attorno a questi capolavori universalmente riconosciuti esistono sinfonie giovanili, poemi sinfonici, concerti, musica da camera, mélodies, pagine corali, opere teatrali, musica sacra e composizioni per organo che attendono ancora di essere ascoltate senza il filtro del pregiudizio.
Clericetti non pretende che ogni pagina di Saint-Saëns sia un capolavoro. Una produzione tanto vasta e protratta per quasi ottant’anni è inevitabilmente diseguale. Ma l’abbondanza non deve diventare un alibi per l’oblio, né la limpidezza della scrittura può essere scambiata per superficialità. Saint-Saëns possedeva una facilità tecnica quasi imbarazzante, e forse proprio questa naturalezza gli è stata rimproverata da un secolo che ha spesso identificato il valore con la fatica visibile, l’innovazione con la rottura e la profondità con l’oscurità.
Camille Saint-Saëns. Il Re degli spiriti musicali è dunque un libro importante, anche quando la voce del suo autore si fa più enfatica del necessario. Non è una lettura breve né sempre scorrevole, ma è la prima vera porta d’ingresso italiana verso un musicista ancora largamente da riscoprire. Dopo averlo chiuso, non si prova tanto la sensazione di conoscere finalmente tutto Saint-Saëns, quanto quella più preziosa di averne conosciuto troppo poco.
Ed è precisamente da qui che vorremmo ripartire: dalle opere, dalle registrazioni e dagli interpreti capaci di mostrarci che dietro il celebre cigno, la danza degli scheletri e l’organo della Terza Sinfonia esiste uno dei cataloghi più vasti, curiosi e contraddittori dell’intero Ottocento francese. Non per completare doverosamente una storia della musica, ma per verificare con le nostre orecchie quanta musica viva sia rimasta nascosta dietro la troppo comoda immagine del grande compositore inattuale.
Nota dell’Editore
Su queste pagine Saint-Saëns non è mai stato trascurato. Ne abbiamo recensito concerti, sonate, trii e numerose registrazioni, fino a dedicargli una scelta personale di dieci dischi strumentali; e abbiamo sostenuto, senza troppe cautele diplomatiche, che i suoi concerti per pianoforte possono stare accanto a quelli di Brahms e confrontarsi, per varietà e peso, persino con quelli di Beethoven.
Il libro di Giuseppe Clericetti non rappresenta dunque per noi la scoperta tardiva di un compositore dimenticato. Ci offre piuttosto ciò che alle registrazioni e alle partiture mancava: il contesto vastissimo nel quale collocare l’uomo, l’intellettuale, il polemista, il viaggiatore, il filologo e l’esecutore. Ci permette di capire meglio perché quella musica sia nata così e perché, nonostante la sua evidenza, sia stata tanto spesso fraintesa.
Continueremo quindi ad ascoltare Saint-Saëns come abbiamo sempre fatto, ma con qualche domanda in più e con una conoscenza più precisa delle sue contraddizioni. Non si tratta di cominciare un viaggio: il viaggio è iniziato da tempo. Clericetti ci ha aiutato, semmai, a leggere meglio la carta geografica.
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