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Alexander Malofeev Forgotten Melodies (Sony, 2026)

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Il pianista prima del repertorio

Ci sono dischi che si acquistano per il compositore. Altri per il direttore d'orchestra. Altri ancora per l'orchestra. Poi esistono album che si ascoltano semplicemente perché ci si fida del musicista.

Forgotten Melodies appartiene a quest'ultima categoria.

Confesso che Nikolaj Medtner non è il primo nome che mi viene in mente quando decido di trascorrere una serata al pianoforte. Eppure è bastato leggere il nome di Alexander Malofeev sulla copertina per mettere da parte ogni esitazione. Più che il programma, è stato il pianista ad attirare la mia attenzione.

In realtà il nostro incontro risale a molti anni fa.

Come tanti appassionati, lo avevo scoperto quando era ancora un ragazzino, grazie a uno dei tanti filmati che circolavano su YouTube. Suonava il Primo Concerto di Čajkovskij — o almeno così lo ricordo — e il talento era già evidente. C'erano una tecnica impressionante, un controllo fuori dal comune e quella sicurezza che soltanto alcuni bambini prodigio sembrano possedere.

Ma c'era anche qualcos'altro.

L'immaturità.

Non nel senso tecnico del termine. Quella era già straordinaria. Piuttosto nella capacità di trasformare una lettura impeccabile in un pensiero musicale personale. Era un ragazzo di enorme talento che stava ancora imparando a raccontare qualcosa di sé.

Ritrovarlo oggi, a distanza di anni, è stata una piacevole sorpresa.

Il virtuosismo è rimasto, naturalmente. Sarebbe stato strano il contrario. Ma adesso sembra finalmente al servizio della musica. L'impressione è quella di un interprete che abbia iniziato a scegliere le proprie parole, non soltanto a pronunciare correttamente quelle scritte da altri.

Naturalmente la prudenza è d'obbligo. La storia del pianoforte è costellata di giovani fenomeni che sembravano destinati a dominare la scena internazionale e che, per ragioni diversissime, hanno poi smarrito il proprio cammino. La recente lettura di Rattalino ci ha ricordato quanto sia pericoloso confondere un inizio brillante con un destino già scritto.

Per questo preferisco non parlare di "nuovo Richter" o di "erede di Kissin". Sono definizioni che servono più ai titoli dei giornali che alla musica.

Quello che posso dire, ascoltando questo disco, è molto più semplice.

Alexander Malofeev non mi interessa perché è stato un bambino prodigio.

Mi interessa perché, diventato adulto, sembra finalmente aver trovato una voce che vale la pena continuare ad ascoltare.

Perché Medtner?

La domanda nasce spontanea.

Perché un giovane pianista che oggi potrebbe tranquillamente costruire la propria carriera registrando Chopin, Liszt, Rachmaninov o Prokof'ev decide invece di dedicare un intero album a Nikolaj Medtner?

È una scelta che incuriosisce prima ancora di convincere.

Medtner non è mai stato un autore popolare. Nemmeno durante la sua vita riuscì a conquistare quella notorietà che invece accompagnò altri grandi pianisti-compositori russi. Contemporaneo e amico di Sergej Rachmaninov, condivise con lui molto più di quanto normalmente si ricordi: una solidissima formazione, una concezione profondamente classica della forma musicale e un'idea del pianoforte come strumento capace di cantare senza mai indulgere nell'effetto.

Le differenze, tuttavia, sono altrettanto evidenti.

Rachmaninov conquista immediatamente l'ascoltatore con la generosità del canto, con una scrittura pianistica sontuosa, spesso spettacolare, capace di imprimersi nella memoria già al primo ascolto. Medtner percorre una strada quasi opposta. Le sue pagine non cercano mai l'effetto immediato. Sono più raccolte, più introverse, spesso costruite su un'elaborazione tematica fittissima che richiede attenzione e, soprattutto, tempo.

È musica che non si concede facilmente.

Ed è forse proprio questa la ragione per cui continua a rimanere ai margini del grande repertorio, pur essendo ammirata da pianisti e musicologi. Rachmaninov stesso lo considerava uno dei compositori più importanti della propria generazione e ne sostenne più volte la diffusione, convinto che il pubblico, prima o poi, avrebbe imparato a riconoscerne il valore.

Quel "prima o poi", in realtà, dura ancora oggi.

Per questo Forgotten Melodies rappresenta una scelta significativa. Non è l'ennesimo disco costruito intorno a pagine celebri, ma un invito a uscire dai sentieri più battuti. Alexander Malofeev avrebbe potuto cercare il consenso con un programma più prevedibile. Ha preferito invece presentarsi attraverso un autore che chiede all'interprete una qualità forse ancora più difficile del virtuosismo: la capacità di convincere l'ascoltatore ad amare una musica che non conosce.

Ed è qui che il disco comincia davvero a raccontare qualcosa del suo protagonista.

Perché la scelta del repertorio dice sempre molto di un musicista. Più degli inevitabili confronti tecnici, più dei concorsi vinti, più delle classifiche discografiche. Scegliere Medtner significa assumersi un piccolo rischio. Significa rinunciare alla sicurezza dei grandi classici per costruire un dialogo più personale con chi ascolta.

È una decisione che rivela fiducia nelle proprie idee.

Ed è probabilmente il primo motivo per cui questo debutto merita attenzione.

Il suono prima del virtuosismo

Ascoltando Forgotten Melodies si comprende rapidamente che Alexander Malofeev non ha costruito il programma come una semplice successione di brani. Esiste un filo che lega Glinka, Medtner e Rachmaninov, e non è soltanto geografico.

È un modo di concepire il pianoforte.

Nella grande tradizione russa il suono viene prima della brillantezza. Anche nei passaggi più impegnativi la tecnica non viene mai esibita come un fine. È uno strumento al servizio della linea musicale, del respiro della frase, della continuità del discorso.

Malofeev sembra aver assimilato profondamente questa lezione.

La prima qualità che colpisce non è infatti la velocità delle dita, pur impressionante, ma la qualità del tocco. Il pianoforte canta con naturalezza, senza cercare effetti spettacolari. Ogni nota possiede un peso preciso, ogni accordo trova il proprio equilibrio, ogni frase sembra respirare spontaneamente.

È un pianismo che rifiuta qualsiasi forma di esibizionismo.

Oggi molti giovani interpreti sembrano quasi obbligati a dimostrare continuamente quanto siano capaci. È una conseguenza inevitabile della competizione internazionale, dei concorsi, dei social media e delle piattaforme video, dove pochi secondi devono bastare a catturare l'attenzione.

Malofeev, almeno in questo disco, sembra avere scelto una strada diversa.

La tecnica c'è, ed è evidente fin dalle prime battute. Ma raramente chiede di essere ammirata. Rimane sempre al servizio dell'idea musicale.

Anche la costruzione del programma va letta in questa prospettiva. La presenza di Rachmaninov non rappresenta una concessione al repertorio più conosciuto, né un modo per alleggerire l'ascolto di Medtner. Al contrario, aiuta a comprendere meglio entrambi. Accostati l'uno all'altro, i due compositori rivelano con maggiore chiarezza le rispettive personalità. Dove Rachmaninov apre il discorso con generosità melodica, Medtner preferisce l'allusione. Dove uno conquista immediatamente, l'altro invita alla pazienza.

Malofeev non prende posizione.

Li lascia semplicemente dialogare.

Ed è forse questa la qualità più matura dell'intero progetto. Un giovane pianista avrebbe potuto utilizzare un programma del genere per mettere in mostra la propria bravura. Qui accade esattamente il contrario. È il repertorio a occupare il centro della scena, mentre l'interprete sembra quasi fare un passo indietro.

È un atteggiamento raro.

E, almeno per chi scrive, rappresenta uno dei motivi principali per seguire con attenzione l'evoluzione artistica di questo musicista negli anni che verranno.

Un disco che non alza mai la voce

La prima impressione che lascia Forgotten Melodies è quasi spiazzante.

Non c'è un brano costruito per impressionare l'ascoltatore, non c'è una pagina scelta per dimostrare quanto Alexander Malofeev sia capace di dominare la tastiera. Sarebbe stato facile. Oggi il mercato discografico premia spesso programmi costruiti intorno ai grandi virtuosismi, quelli che permettono di conquistare il pubblico già dal primo ascolto.

Qui accade l'opposto.

L'album sembra chiedere tempo.

Non perché sia difficile, ma perché rifiuta deliberatamente qualsiasi scorciatoia emotiva. Ogni pagina viene affrontata con lo stesso rispetto, senza gerarchie apparenti fra il celebre The Lark di Glinka, le pagine di Medtner o quelle di Rachmaninov. Tutto appartiene allo stesso paesaggio sonoro.

È una scelta che rivela una notevole maturità.

Molti giovani pianisti sembrano voler dimostrare continuamente di possedere una personalità originale. Malofeev, invece, sembra preoccuparsi soprattutto di capire quella degli autori che interpreta. È una differenza sottile, ma decisiva. L'interprete non si sovrappone mai alla musica. Rimane sempre al suo servizio.

Anche il suono segue questa filosofia. L'incisione Sony Classical, molto ben realizzata, evita qualsiasi spettacolarizzazione. Il pianoforte è ripreso con una presenza naturale, ricca di armonici ma mai gonfiata artificialmente. Si percepisce il legno dello strumento, il peso dei martelletti, il decadimento delle risonanze. Nulla richiama l'effetto dimostrativo che purtroppo caratterizza molte produzioni contemporanee.

Il risultato è un ascolto sorprendentemente rilassato.

Non nel senso di musica d'ambiente, naturalmente. Al contrario, richiede concentrazione. Ma è una concentrazione che nasce dalla curiosità, non dalla fatica. Dopo pochi minuti ci si accorge che il disco ha cambiato il nostro modo di ascoltare. Non attendiamo più il passaggio spettacolare o il culmine virtuosistico. Cominciamo invece a seguire il modo in cui una frase conduce naturalmente alla successiva, come accade leggendo un buon romanzo.

È probabilmente il complimento più bello che si possa fare a un interprete.

Quando, dopo qualche pagina, smettiamo di pensare al pianista e cominciamo semplicemente ad ascoltare la musica.

La tentazione del virtuosismo

Ascoltando Alexander Malofeev mi è tornato spesso in mente un pensiero che riguarda non soltanto il pianoforte, ma gran parte dell'interpretazione contemporanea.

Molti giovani musicisti sembrano avvertire il bisogno di dimostrare continuamente quanto siano bravi.

È comprensibile. Vivono in un'epoca nella quale un concorso può cambiare una carriera, un video di pochi minuti può raggiungere milioni di persone e una pagina particolarmente spettacolare rischia di avere più successo di un'intera sonata costruita con intelligenza.

La conseguenza è che, talvolta, il virtuosismo diventa un linguaggio autonomo.

Non più uno strumento.

Un fine.

Si ascoltano esecuzioni impeccabili, perfettamente controllate, velocissime, nelle quali tuttavia nasce una strana sensazione. È come se il pianista e il compositore stessero leggendo due spartiti diversi. Le note coincidono, naturalmente. Ma il pensiero musicale sembra appartenere a un'altra pagina.

Con Malofeev questa impressione non l'ho mai avuta.

Anche nei passaggi più impegnativi non ho mai percepito il desiderio di stupire. La difficoltà tecnica esiste, ma rimane quasi nascosta, assorbita nel flusso del discorso musicale. È una qualità che appartiene ai grandi interpreti di ogni epoca. Quando il pubblico esce dalla sala ricordando la musica anziché la fatica necessaria per suonarla, significa che il pianista ha raggiunto il proprio obiettivo.

Naturalmente Alexander Malofeev è ancora un artista giovane. Sarebbe ingiusto attribuirgli oggi un ruolo che soltanto gli anni potranno confermare. Ma proprio per questo disco mi sembra di cogliere un segnale incoraggiante.

La sua attenzione è rivolta prima di tutto alla pagina che ha davanti.

Non alla propria immagine.

È una differenza sottile.

Ma, nella storia dell'interpretazione, è quasi sempre stata quella decisiva.

Conclusioni

Ogni tanto capita un disco che ci ricorda una verità fin troppo semplice e proprio per questo spesso dimenticata.

Non scegliamo sempre un album perché conosciamo il compositore.

Talvolta lo scegliamo perché abbiamo imparato a fidarci di un interprete.

È esattamente quello che mi è accaduto con Forgotten Melodies. Sono arrivato a Medtner seguendo Alexander Malofeev, non il contrario. E, alla fine dell'ascolto, mi sono reso conto che il vero protagonista del disco non era né il pianista né il compositore, ma quella curiosità che dovrebbe accompagnare ogni appassionato di musica.

Se un interprete riesce a convincerci a uscire dai sentieri più battuti, ha già raggiunto un risultato importante. Se poi lo fa con misura, intelligenza e senza trasformare il virtuosismo in spettacolo, il risultato diventa ancora più prezioso.

Non so quale sarà il posto che Alexander Malofeev occuperà nella storia del pianoforte. Sarebbe presuntuoso immaginarlo oggi. I grandi interpreti si riconoscono sul lungo periodo, quando il talento iniziale si trasforma in una voce personale e coerente.

Quello che posso dire è molto più semplice.

Questo disco mi ha fatto venire voglia di ascoltare ancora Medtner.

E mi ha fatto venire voglia di continuare a seguire Alexander Malofeev.

Per una recensione discografica, credo che sia il complimento più sincero che si possa rivolgere tanto all'interprete quanto al repertorio che ha scelto di proporre.

In sintesi

Musica: ★★★★★
Un programma costruito con intelligenza, nel quale Medtner trova finalmente il contesto che merita e Rachmaninov diventa il naturale compagno di viaggio, non il richiamo commerciale.

Interpretazione: ★★★★★
Alexander Malofeev conferma una maturità sorprendente. Il virtuosismo è sempre presente, ma non diventa mai protagonista. Rimane costantemente al servizio del pensiero musicale.

Registrazione: ★★★★★
Sony Classical offre un suono naturale, equilibrato e trasparente, capace di restituire il timbro del pianoforte senza artifici spettacolari.

A chi lo consigliamo

A chi conosce già Medtner e desidera una lettura moderna, ma soprattutto a chi non lo conosce affatto. È uno di quei dischi che allargano gli orizzonti senza chiedere alcuno sforzo intellettuale: basta mettersi in ascolto e lasciarsi guidare da un interprete che sembra avere già compreso una lezione fondamentale.

La tecnica serve la musica. Non il contrario.

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2 Comments

Recommended Comments

  • Administrator

Lo ammetto, il ritmo nostalgico e i temi intimi di Nikolai Medtner non mi attirano particolarmente, è un "piccolo mondo antico" che in genere mi annoia.
Ma quando c'è questa passione, questo stile, questa verve comunicativa, mi incanto e non posso smettere di ascoltare.
Qualunque cosa preveda il programma (e qui parliamo di due CD con tanta musica russa dentro e cambi di ritmo continui), è sempre l'interprete che conta.
E quando sa - come fa Malofeev - mettersi al servizio del segno, della musica, raggiunge lo scopo : farsi ascoltare.

Gran bellissimo disco !

  • Administrator

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il giovane Malofeev e il maturo Honeck, a Roma con l'Accademia di Santa Cecilia per un programma tutto dedicato a Chaikovski (concerto recentissimo, disponibile su RAI5).

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