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Manifesto della Musica : Non esistono generi. Esiste una sola ed unica storia.

(0 reviews)

Quando apro una piattaforma di streaming, mi ritrovo davanti degli "scaffali". Musica classica. Jazz. Rock. Progressive. Pop. Folk. Colonne sonore.
Ma era lo stesso quando decenni fa, entravo in un negozio di dischi.

È un modo comodo per ordinare migliaia di album.

Ma non è il modo in cui la musica è nata.

La musica non conosce compartimenti stagni. Non ha mai chiesto di essere divisa in categorie. Quella suddivisione serve a orientare chi compra un disco. Non aiuta necessariamente chi vuole capire da dove venga un'idea musicale.

Io appartengo alla tradizione della musica occidentale.

Non perché la consideri superiore a quella africana, indiana, araba o giapponese. Ogni civiltà ha trovato una propria voce e sarebbe assurdo stabilire una graduatoria fra culture tanto diverse.

Ma questa è la mia lingua.

È la musica nella quale sono cresciuto, quella che mi ha insegnato ad ascoltare e a riconoscere il filo che unisce epoche apparentemente lontanissime.

Quel filo comincia molto prima di Bach.

Passa attraverso Hildegard von Bingen, Guillaume de Machaut, Josquin Desprez, Thomas Tallis, Giovanni Pierluigi da Palestrina, Claudio Monteverdi e Girolamo Frescobaldi. Trova in Johann Sebastian Bach uno dei suoi punti più alti, prosegue con Händel, Haydn, Mozart e Beethoven, continua con Schubert, Schumann, Brahms, Bruckner, Mahler, Debussy, Ravel, Skrjabin, Prokof'ev, Šostakovič e Britten.

Ma non si interrompe lì.

Attraversa l'Atlantico e incontra Duke Ellington, George Gershwin, Leonard Bernstein, Miles Davis, Bill Evans, John Coltrane. Ritorna in Europa e continua a vivere nelle invenzioni di Jimmy Page, nella sensibilità di Ian Anderson, nel teatro musicale di Peter Gabriel, nella Premiata Forneria Marconi e in tutti quegli artisti che hanno saputo parlare il linguaggio del proprio tempo senza dimenticare quello dei secoli precedenti.

Accanto ai compositori camminano gli interpreti. Toscanini, Furtwängler, Richter, Michelangeli, Gould, Bernstein, Giulini, Abbado. Non hanno scritto quelle opere, ma le hanno mantenute vive, ricordandoci che ogni partitura rinasce ogni volta che qualcuno la suona con intelligenza e rispetto.

Per questo motivo non riesco a vedere fratture fra Thomas Tallis e Ian Anderson, fra Bach e Coltrane, fra Beethoven e Peter Gabriel.

Vedo un linguaggio che cambia lessico senza cambiare grammatica.

Vedo una civiltà musicale che, per oltre mille anni, ha continuato a interrogarsi sugli stessi temi: il sacro e il profano, la gioia e il dolore, l'ordine e la libertà, il silenzio e il suono.

Naturalmente ogni epoca ha trovato strumenti diversi. L'organo ha lasciato spazio al pianoforte, il quartetto d'archi alla big band, il sintetizzatore si è affiancato al clavicembalo, la chitarra elettrica è entrata in luoghi che un tempo appartenevano soltanto all'orchestra.

Non è questo che conta.

Gli strumenti cambiano.

La musica rimane.

Per questo diffido di chi difende il proprio genere musicale come se fosse una fortezza da preservare. Chi ama soltanto Bach rischia di perdere Coltrane. Chi ascolta soltanto il rock difficilmente comprenderà davvero Peter Gabriel se non conosce almeno una parte della storia che lo precede. E chi considera il jazz una parentesi separata dimentica che Duke Ellington e Leonard Bernstein parlano, ciascuno a modo proprio, una lingua che possiede radici comuni.

Conoscere questa storia non significa rinunciare ai propri gusti.

Significa renderli più profondi.

Nessuno è obbligato ad amare tutto. Ma tutti dovremmo essere curiosi di ascoltare ciò che sta oltre il recinto delle nostre abitudini. Perché ogni volta che scopriamo un autore lontano dal nostro mondo abituale, scopriamo quasi sempre qualcosa anche di quelli che credevamo di conoscere.

È questo il motivo per cui continuerò ad ascoltare Bach accanto ai Genesis, Palestrina accanto ai Jethro Tull, Beethoven accanto a Miles Davis, Šostakovič accanto alla Premiata Forneria Marconi.

Non per dimostrare che sono uguali.

Ma perché fanno parte della stessa lunga conversazione.

Una conversazione che la civiltà europea ha iniziato molti secoli fa e che continua ancora oggi ogni volta che un musicista aggiunge una parola nuova senza dimenticare quelle pronunciate da chi lo ha preceduto.

È questa la musica che amo.

Ed è questa la musica che continuerò a difendere.

Non contro altre culture.

Ma contro l'idea che la cultura possa essere ridotta a un algoritmo, a una playlist o a un catalogo di generi che non comunicano fra loro.

Perché la musica non vive sugli scaffali.

La musica vive nella nostra anima.

E l'anima, quando continua a generare nuove idee, consolida una realtà rassicurante che si chiama ...

Si chiama civiltà.

ChatGPT Image 3 ago 2026, 07_18_00.png

3 Comments

Recommended Comments

Valerio Brustia

Nikonlander Veterano

  • Nikonlander Veterano

E quindi credo che non metterai nei tuoi download i pezzi della Brancale … 🤪

  • Administrator
5 minuti fa, Valerio Brustia ha scritto:

E quindi credo che non metterai nei tuoi download i pezzi della Brancale … 🤪

Però il baccalà mi piace !

Alessandro Pisano

Nikonlander Veterano

  • Nikonlander Veterano
Il 03/08/2026 at 14:06, Valerio Brustia ha scritto:

E quindi credo che non metterai nei tuoi download i pezzi della Brancale … 🤪

Potrebbe invitarla a Limbiate per una giornata diversa

☺️

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