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Genesis : Selling England by the Pound (Rhino Atlantic, 1973)

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Genesis - Selling England by the Pound

Un paese in vendita

Ci sono dischi che raccontano un gruppo musicale e dischi che raccontano un'epoca. Selling England by the Pound appartiene a una categoria ancora più rara: racconta un intero Paese.

Quando i Genesis entrano negli Island Studios di Londra, nell'estate del 1973, l'Inghilterra sta vivendo una delle fasi più incerte della propria storia recente. La lunga stagione dell'ottimismo postbellico si è ormai conclusa. L'inflazione cresce rapidamente, gli scioperi paralizzano settori fondamentali dell'economia, la crisi energetica incombe e l'ingresso nella Comunità Economica Europea alimenta un dibattito che va ben oltre la politica. Molti britannici hanno la sensazione che qualcosa della propria identità nazionale stia lentamente sfuggendo di mano.

È in questo clima che nasce il titolo dell'album.

Selling England by the Pound è un gioco di parole soltanto in apparenza. Da un lato richiama naturalmente la sterlina, il Pound della valuta britannica. Dall'altro suggerisce un'immagine ben più amara: un'Inghilterra venduta "a peso", come una merce qualsiasi. Non è una denuncia politica. È una constatazione malinconica.

Peter Gabriel coglie questo sentimento con un'intelligenza quasi letteraria.

I suoi testi non parlano mai direttamente della crisi economica o della politica britannica. Preferiscono raccontare cavalieri medievali che attraversano supermercati, giardinieri che osservano il mondo cambiare senza comprenderlo fino in fondo, bande di quartiere trasformate in personaggi shakespeariani, adolescenti che scoprono l'amore mentre la società attorno a loro modifica silenziosamente il proprio volto.

È un modo profondamente inglese di raccontare la realtà.

Anziché descrivere gli avvenimenti, Gabriel costruisce allegorie. L'ironia convive con la malinconia, il fantastico con il quotidiano, la satira sociale con una tenerezza quasi infantile. Più che un autore di testi rock, appare come uno scrittore che ha scelto la musica per dare voce ai propri personaggi.

Questa è forse la prima grande differenza fra i Genesis e gran parte del progressive britannico contemporaneo.

Gli Yes guardano verso il cielo. Emerson, Lake & Palmer trasformano il concerto in uno spettacolo monumentale. I King Crimson esplorano territori sonori sempre più radicali. I Genesis, invece, continuano a osservare l'uomo. Anche quando la musica raggiunge livelli di straordinaria complessità, il centro del racconto rimane sempre un volto, una storia, un luogo, un frammento di memoria.

Per questo Selling England by the Pound non appare mai come un semplice esercizio di virtuosismo. La tecnica, pur straordinaria, rimane costantemente al servizio della narrazione. Ogni accordo di Tony Banks, ogni intervento della chitarra di Steve Hackett, ogni figura ritmica di Phil Collins, ogni linea del basso di Mike Rutherford esistono perché Peter Gabriel possa raccontare quel mondo sospeso fra passato e presente.

È anche per questa ragione che l'album continua a parlare con sorprendente immediatezza dopo oltre cinquant'anni.

Non racconta soltanto l'Inghilterra del 1973.

Racconta il momento, universale, nel quale una società si accorge che il proprio passato non basta più a spiegare il presente.

E forse è proprio questo che rende Selling England by the Pound molto più di uno dei grandi dischi del progressive rock.

Lo rende una delle grandi opere della cultura inglese del secondo Novecento.

Cinque musicisti, un solo autore

Esistono gruppi nei quali è facile individuare un leader. I Rolling Stones hanno Mick Jagger, i Who Roger Daltrey, i Jethro Tull Ian Anderson. Nei Genesis del 1973, invece, la questione è molto più complessa.

All'apparenza il volto del gruppo è Peter Gabriel. Sul palco è lui ad attirare inevitabilmente lo sguardo, grazie a una presenza scenica che non assomiglia a quella di nessun altro cantante della sua generazione. Ma sarebbe un errore pensare che Selling England by the Pound sia il risultato della sua sola personalità.

Questo disco nasce da un equilibrio quasi irripetibile.

Peter Gabriel è il narratore. I suoi testi trasformano ogni canzone in un piccolo racconto, popolato di personaggi che sembrano usciti dalla letteratura inglese più che dal repertorio del rock. La sua voce cambia continuamente registro, interpreta, ironizza, si fa teatrale senza mai diventare artificiosa. È il filo conduttore dell'album, ma non ne rappresenta l'unico centro.

Tony Banks è il vero architetto musicale dei Genesis. Le sue armonie, spesso costruite lontano dai percorsi più prevedibili del rock, conferiscono al gruppo un'identità immediatamente riconoscibile. Molti ricordano gli assoli di Hackett o le invenzioni sceniche di Gabriel; sono invece le progressioni di Banks a dare forma allo spazio nel quale tutto il resto può esistere.

Steve Hackett svolge un ruolo completamente diverso da quello del tradizionale chitarrista rock. Non cerca quasi mai di occupare il primo piano. Preferisce colorare la musica, inserire una frase, un arpeggio, una nota tenuta che modifica improvvisamente il paesaggio sonoro. In Selling England by the Pound la sua chitarra è spesso una seconda voce, discreta ma indispensabile.

Mike Rutherford rappresenta il punto di equilibrio dell'intero edificio. Il suo basso non si limita a sostenere la struttura armonica, ma dialoga costantemente con Banks e Collins, contribuendo a quella straordinaria fluidità che caratterizza tutto il disco. È uno di quei musicisti che si notano davvero soltanto quando vengono a mancare.

Infine Phil Collins. Prima ancora di diventare uno dei cantanti di maggior successo della musica pop, è qui uno straordinario batterista. Il suo modo di accompagnare i Genesis non ha nulla di esibizionistico. Ogni intervento appare pensato per far respirare la composizione, seguendone il fraseggio con una sensibilità quasi cameristica. È un batterista che ascolta gli altri prima ancora di ascoltare sé stesso.

È proprio questa la forza di Selling England by the Pound. Nessuno dei cinque prevale realmente sugli altri. Ogni personalità rimane perfettamente riconoscibile, ma l'identità del gruppo nasce soltanto dalla loro convivenza.

La storia dimostrerà quanto fosse fragile quell'equilibrio. Peter Gabriel lascerà il gruppo due anni più tardi; Steve Hackett lo seguirà poco dopo. I Genesis continueranno a produrre musica di altissimo livello, ma percorreranno inevitabilmente una strada diversa.

Per questo motivo Selling England by the Pound occupa un posto unico nella loro discografia.

È il momento nel quale cinque musicisti straordinari raggiungono, forse per l'ultima volta, un equilibrio perfetto fra individualità e spirito collettivo.

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Tony Banks, il compositore nascosto

La storia della musica popolare è spesso ingenerosa. Tende a ricordare i cantanti, qualche volta i chitarristi, raramente chi scrive davvero la musica. I Genesis non fanno eccezione. Quando si parla del gruppo il pensiero corre immediatamente a Peter Gabriel, ai suoi costumi teatrali, oppure al successo planetario che Phil Collins conquisterà negli anni Ottanta. Tony Banks rimane quasi sempre un passo indietro.

È un errore.

Perché, se Peter Gabriel rappresenta l'immaginazione narrativa dei Genesis, Tony Banks ne costituisce il pensiero musicale.

Bastano poche battute per rendersene conto. Le prime note di Firth of Fifth, l'introduzione di The Cinema Show, gli accordi sospesi di Dancing with the Moonlit Knight possiedono un'identità armonica che nessun altro gruppo inglese dell'epoca riuscì realmente a imitare. Non è soltanto una questione di timbro, di Mellotron o di pianoforte. È il modo nel quale gli accordi si succedono, il gusto per modulazioni impreviste che sembrano però inevitabili una volta ascoltate.

Banks non costruisce semplici accompagnamenti. Costruisce architetture.

Ogni canzone dei Genesis nasce da una struttura armonica rigorosamente pensata, nella quale la melodia di Gabriel e gli interventi strumentali degli altri musicisti trovano naturalmente il proprio posto. È una scrittura che guarda più alla tradizione colta europea che al blues americano dal quale proveniva gran parte del rock britannico.

Per questa ragione i Genesis non suonano mai veramente come gli Yes, né come i King Crimson o gli Emerson, Lake & Palmer. Laddove altri gruppi privilegiano il virtuosismo, la sperimentazione o la forza dell'impatto sonoro, Banks ricerca costantemente l'equilibrio formale. Anche i momenti più complessi conservano una sorprendente chiarezza espositiva. Ogni sezione prepara la successiva, ogni modulazione appare motivata, ogni ritorno tematico possiede un preciso significato all'interno della composizione.

È un modo di pensare la musica che ricorda più il lavoro di un compositore che quello di un tastierista rock.

Non sorprende quindi che Steve Hackett abbia più volte riconosciuto come molte delle idee che oggi associamo ai Genesis nascessero proprio dalle intuizioni armoniche di Banks. Né sorprende che, dopo l'uscita di Gabriel, sia stato lui a custodire più di ogni altro l'identità musicale del gruppo.

Forse Tony Banks non ha mai avuto il carisma scenico di Gabriel né la popolarità di Collins. Ma Selling England by the Pound dimostra con straordinaria chiarezza una verità che la storia ha spesso trascurato.

Se Peter Gabriel raccontava i Genesis, era Tony Banks a costruirne il mondo.

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Peter Gabriel, il narratore

Se Tony Banks rappresenta il compositore dei Genesis, Peter Gabriel ne è il narratore.

La differenza è sostanziale.

Molti grandi cantanti rock interpretano una canzone. Gabriel interpreta un personaggio. Ogni brano di Selling England by the Pound sembra nascere dalla voce di qualcuno che esiste davvero, anche quando appartiene chiaramente alla fantasia. Il cavaliere di Dancing with the Moonlit Knight, il giardiniere di I Know What I Like, i pittoreschi protagonisti di The Battle of Epping Forest non sono semplici figure letterarie. Vivono, parlano, respirano. Gabriel non li descrive dall'esterno. Li abita.

È probabilmente questa la qualità che distingue i suoi testi da gran parte della produzione rock contemporanea.

Non cercano mai la confessione autobiografica. Gabriel parla pochissimo di sé. Preferisce osservare il mondo attraverso gli occhi degli altri, costruendo piccole storie nelle quali convivono ironia, malinconia, assurdo e una sottile critica sociale. È un procedimento che appartiene più alla tradizione narrativa inglese che alla canzone popolare.

In questo senso, Selling England by the Pound è il disco nel quale la sua scrittura raggiunge il perfetto equilibrio. Prima di allora prevaleva ancora il gusto per il fantastico e il surrealismo. Dopo arriverà The Lamb Lies Down on Broadway, opera immensa ma inevitabilmente dominata da un'unica grande narrazione. Qui, invece, Gabriel riesce a condensare un universo intero nello spazio di otto canzoni, senza che nessuna perda autonomia o forza evocativa.

Anche il suo modo di cantare contribuisce a questa impressione. Gabriel possiede una voce tutt'altro che accademica. Non cerca la perfezione del timbro né l'estensione vocale. Cerca il significato di ogni parola. Può diventare dolce, aggressivo, ironico o inquietante nel giro di poche battute, sempre senza apparire costruito. È un cantante che recita, ma senza trasformare la musica in teatro.

Paradossalmente, è proprio questa misura a rendere ancora più efficaci le celebri maschere e i costumi che adotterà durante i concerti. Sul palco non servono a nascondere l'uomo dietro il personaggio. Servono a rendere visibile ciò che la musica suggerisce già all'ascolto.

Con il senno di poi è facile vedere in Selling England by the Pound il preludio all'uscita di Gabriel dai Genesis. Sarebbe però una lettura profondamente sbagliata. In questo disco non esiste ancora alcuna frattura. Al contrario, è forse il momento nel quale la sua fantasia trova la risposta più completa nella musica di Banks, Hackett, Rutherford e Collins.

Per questo motivo, ascoltando oggi l'album, non si ha mai l'impressione di un cantante accompagnato da una band.

Si ascolta un narratore che ha finalmente trovato gli strumenti perfetti per trasformare i propri racconti in musica.

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Dancing with the Moonlit Knight

L'apertura di Selling England by the Pound è una delle più sorprendenti dell'intera storia del rock. Non perché cerchi di impressionare l'ascoltatore con effetti spettacolari o con una dimostrazione di forza strumentale, ma perché sceglie la strada esattamente opposta. Quando il disco comincia non si sente altro che la voce di Peter Gabriel.

"Can you tell me where my country lies?"

Una domanda.

Più che l'inizio di una canzone sembra l'incipit di un romanzo. Gabriel non introduce semplicemente il primo brano dell'album. Introduce il tema che attraverserà l'intero disco. Dov'è finita l'Inghilterra che tutti credevano di conoscere? È ancora riconoscibile oppure sta lentamente dissolvendosi sotto la spinta di una modernità che sembra travolgere ogni cosa?

La risposta, naturalmente, non arriverà mai in forma esplicita. Gabriel non è un autore che ama spiegare. Preferisce suggerire, lasciare che siano le immagini, i personaggi e le situazioni a costruire un significato che ogni ascoltatore completerà secondo la propria sensibilità.

Quando la musica entra in scena, lo fa con una naturalezza quasi disarmante. Non esiste una vera cesura fra la voce iniziale e l'intervento degli strumenti. Tony Banks apre lentamente lo spazio armonico sul quale Steve Hackett, Mike Rutherford e Phil Collins iniziano a costruire un tessuto sonoro di straordinaria ricchezza, senza che nessuno senta il bisogno di mettersi in evidenza.

È una delle caratteristiche che distinguono i Genesis di questo periodo da gran parte del progressive contemporaneo. La complessità non nasce mai dal desiderio di stupire. Nasce dalla scrittura. Ogni sezione del brano prepara la successiva con una logica quasi inevitabile, come accade nelle grandi composizioni sinfoniche o nella migliore musica da camera. Anche quando il ritmo aumenta e la tensione cresce sensibilmente, la musica non perde mai il proprio equilibrio.

In questo senso Dancing with the Moonlit Knight rappresenta perfettamente l'intero album. Vi ritroviamo la fantasia narrativa di Gabriel, la straordinaria architettura armonica di Banks, il gusto timbrico di Hackett, il basso sempre mobile di Rutherford e la batteria di Phil Collins, capace di sostenere l'intera costruzione senza mai trasformarsi in protagonista.

Riascoltandolo oggi colpisce soprattutto la modernità della scrittura. Sono passati più di cinquant'anni eppure il brano non dà mai l'impressione di appartenere a un'epoca precisa. Certo, gli strumenti raccontano immediatamente i primi anni Settanta, ma il modo nel quale vengono utilizzati rimane sorprendentemente attuale. Non c'è una nota che sembri superflua, non un passaggio pensato per impressionare l'ascoltatore. Tutto risponde a una necessità musicale.

Forse è proprio questa la ragione per cui Dancing with the Moonlit Knight continua a rappresentare uno dei più grandi inizi della storia del rock. Non apre semplicemente un disco. Apre un mondo nel quale il lettore — o, meglio, l'ascoltatore — entra con la stessa naturalezza con cui comincia un grande romanzo.

Guida all'ascolto

Dancing with the Moonlit Knight

L'apertura dell'album è uno dei momenti più memorabili dell'intera produzione dei Genesis. La voce sola di Peter Gabriel, sospesa nel silenzio, introduce immediatamente il tema dell'opera: un'Inghilterra che sembra aver perduto se stessa. L'ingresso progressivo degli strumenti rappresenta un piccolo capolavoro di costruzione formale. Nulla viene anticipato, nulla viene esibito. La musica cresce con naturalezza, lasciando che ogni musicista trovi il proprio spazio.

È già presente tutto ciò che ascolteremo nel resto del disco: la scrittura armonica di Tony Banks, il gusto timbrico di Steve Hackett, il basso cantabile di Mike Rutherford, la batteria elegantissima di Phil Collins e la voce di Gabriel, capace di trasformare una semplice canzone in un racconto.

Da ascoltare: l'equilibrio con cui il gruppo passa dall'intimità iniziale all'episodio strumentale centrale. Nessuna cesura, nessun effetto gratuito.

I Know What I Like (In Your Wardrobe)

È il brano che porterà i Genesis nelle classifiche britanniche, ma ridurlo a "singolo di successo" significherebbe non comprenderne la natura.

Il celebre giardiniere che preferisce continuare a tagliare l'erba anziché inseguire le ambizioni degli altri diventa una metafora dell'individualismo inglese, raccontata con un umorismo sottilissimo che appartiene molto più alla letteratura che al rock.

Musicalmente il pezzo rappresenta un momento di apparente leggerezza, ma la scrittura rimane ricchissima. L'incastro ritmico fra Collins e Rutherford è esemplare, mentre Banks costruisce uno degli accompagnamenti più eleganti dell'intero album.

Da ascoltare: il lavoro della sezione ritmica. Sembra semplice. Non lo è affatto.

Firth of Fifth

Il cuore musicale dell'album.

L'introduzione pianistica di Tony Banks è probabilmente una delle pagine più celebri dell'intero progressive britannico, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Firth of Fifth è costruita come una grande composizione in più sezioni, nella quale ogni episodio deriva naturalmente dal precedente.

Il celebre assolo di Steve Hackett arriva soltanto dopo una lunga preparazione e proprio per questo produce un'impressione così intensa. Non interrompe il racconto. Lo porta semplicemente a un livello superiore.

È difficile immaginare un dialogo più perfetto fra composizione e interpretazione.

Da ascoltare: il passaggio dal flauto all'ingresso della chitarra di Hackett. È uno dei momenti più poetici dell'intera storia del rock.

More Fool Me

È il brano più breve e apparentemente più semplice del disco. Affidato alla voce di Phil Collins, rappresenta quasi una pausa contemplativa dopo la monumentalità di Firth of Fifth.

Molti lo considerano un episodio minore.

In realtà svolge una funzione fondamentale nell'economia dell'album. Riduce improvvisamente la scala del racconto, riportando l'ascoltatore in una dimensione più raccolta e intima prima che il viaggio riprenda.

Da ascoltare: la naturalezza della voce di Collins, ancora lontanissima dal protagonista pop che diventerà negli anni Ottanta.

The Battle of Epping Forest

È probabilmente il brano più complesso dell'intero album.

Peter Gabriel costruisce un affresco popolato da decine di personaggi, giochi di parole, inflessioni dialettali e continui cambi di prospettiva. La musica segue questa narrazione con una libertà quasi teatrale, passando continuamente da un episodio all'altro.

Richiede pazienza.

Ma è una di quelle composizioni che continuano a rivelare particolari nuovi anche dopo molti ascolti.

Da ascoltare: la straordinaria capacità di Gabriel di differenziare vocalmente i personaggi senza mai cadere nella caricatura.

After the Ordeal

Una pagina quasi interamente strumentale, costruita con una misura che sorprende ancora oggi.

Dopo la ricchezza narrativa del brano precedente, i Genesis sembrano concedere all'ascoltatore un momento di riflessione. La melodia procede senza fretta, affidandosi soprattutto al dialogo fra chitarra e tastiere.

È uno dei brani meno celebrati del disco.

Forse anche uno dei più raffinati.

Da ascoltare: il controllo dinamico dell'intero ensemble.

The Cinema Show

Per molti appassionati rappresenta il vertice assoluto dell'album.

I riferimenti a Romeo e Giulietta costituiscono soltanto il punto di partenza di una composizione che si trasforma progressivamente in una lunga meditazione musicale. La sezione finale, costruita quasi interamente sulle tastiere di Tony Banks, rimane uno dei momenti più alti dell'intera produzione dei Genesis.

Qui il gruppo raggiunge un equilibrio raro: la tecnica diventa completamente trasparente, lasciando emergere soltanto la musica.

Da ascoltare: gli ultimi minuti. Tony Banks offre una delle più grandi dimostrazioni di scrittura armonica che il rock abbia conosciuto.

Aisle of Plenty

La conclusione dura poco più di un minuto.

Eppure basta.

I Genesis riprendono il tema iniziale, chiudendo l'album con la stessa eleganza con la quale era cominciato. È un finale circolare, quasi inevitabile, che restituisce all'ascoltatore la sensazione di avere attraversato un'unica grande composizione piuttosto che una successione di canzoni.

Pochi dischi sanno congedarsi con altrettanta discrezione.

Per l'audiofilo

Selling England by the Pound è uno di quei dischi che premiano un impianto equilibrato più che spettacolare. La registrazione originale privilegia infatti la naturalezza dell'insieme rispetto all'effetto sonoro. Le tastiere di Tony Banks occupano uno spazio ampio ma mai artificiosamente dilatato, il basso di Mike Rutherford mantiene sempre una presenza leggibile senza invadere la gamma medio-bassa, mentre la batteria di Phil Collins conserva un timbro sorprendentemente naturale per una produzione del 1973.

L'impianto ideale non è quello che enfatizza il dettaglio, ma quello capace di restituire la coesione dell'ensemble. Se il sistema tende a separare eccessivamente gli strumenti, parte della magia dei Genesis va inevitabilmente perduta. Al contrario, un buon equilibrio timbrico permette di cogliere quella continua conversazione fra i cinque musicisti che costituisce la vera ricchezza dell'album.

È anche un eccellente banco di prova per valutare profondità del palcoscenico, intelligibilità delle linee di basso e naturalezza del pianoforte, senza lasciarsi distrarre da effetti spettacolari che questa musica, semplicemente, non cerca.

Le edizioni consigliate

Per chi desidera ascoltare Selling England by the Pound nelle migliori condizioni possibili, la scelta dipende soprattutto dall'approccio che si preferisce.

L'edizione originale Charisma rimane il punto di riferimento storico. Conserva l'equilibrio tonale e quella leggera morbidezza che molti appassionati continuano a considerare parte integrante del carattere del disco.

Le rimasterizzazioni digitali pubblicate negli anni Novanta migliorano sensibilmente il rumore di fondo e la leggibilità dei dettagli, pur modificando leggermente il bilanciamento timbrico rispetto al master originale.

Più controversi risultano i remix realizzati da Nick Davis. Offrono una maggiore separazione strumentale e una scena sonora più ampia, ma tendono anche a modernizzare il carattere dell'incisione, perdendo in parte quella compattezza che aveva reso così naturale il suono dei Genesis del 1973.

Per l'ascolto in streaming, la versione oggi disponibile su Qobuz rappresenta probabilmente il miglior compromesso fra qualità tecnica e rispetto dell'incisione originale. La risoluzione ad alta definizione consente di apprezzare con maggiore chiarezza il lavoro di Tony Banks e la raffinatezza dell'intreccio strumentale senza alterare l'equilibrio complessivo del mix.

Come sempre, tuttavia, il consiglio rimane lo stesso: prima di confrontare le diverse edizioni, vale la pena conoscere a fondo la musica. Solo allora le differenze di mastering acquistano un significato reale.

Nota dell'Editore

La musica ha bisogno di tempo

Ogni epoca produce i propri capolavori e i propri successi effimeri. I secondi conquistano rapidamente il pubblico, dominano le classifiche, accompagnano una stagione della nostra vita e poi, quasi senza che ce ne accorgiamo, scompaiono. I primi seguono una strada molto diversa. Non chiedono di essere consumati, ma frequentati.

Selling England by the Pound appartiene a questa seconda categoria.

Non è un disco che si lascia comprendere durante il primo ascolto. Anzi, il primo incontro può perfino lasciare disorientati. Le canzoni sembrano sfuggire alle forme abituali del rock, i testi aprono continuamente nuove prospettive, la musica cambia direzione quando l'ascoltatore pensa finalmente di averne colto il senso.

Poi, lentamente, qualcosa cambia.

Si comincia a riconoscere una progressione armonica di Tony Banks, un intervento quasi invisibile di Steve Hackett, una linea di basso di Mike Rutherford che fino a quel momento era rimasta nascosta. Si comprende che Phil Collins non accompagna semplicemente il gruppo, ma ne governa il respiro, mentre Peter Gabriel continua a raccontare le sue storie come farebbe un grande romanziere, lasciando al lettore il piacere di completarle.

È in quel momento che il disco smette di essere un semplice album dei Genesis.

Diventa un luogo nel quale tornare.

Forse è proprio questo il significato più autentico della parola classico. Non un'opera unanimemente celebrata, ma un'opera che continua ad avere qualcosa da dire ogni volta che la si incontra. La musica cambia poco. Siamo noi a cambiare. Ed è per questo che, a vent'anni, a quaranta o a settanta, Selling England by the Pound non racconta mai esattamente la stessa storia.

È un privilegio raro.

Ed è il motivo per cui, a oltre mezzo secolo dalla sua pubblicazione, questo disco continua a occupare un posto non soltanto nella storia del progressive rock, ma nella storia della musica del Novecento.

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5 Comments

Recommended Comments

  • Administrator

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Un problema apparentemente semplice

Prima o poi ogni appassionato dei Genesis si trova davanti alla stessa domanda.

Qual è il capolavoro?

Foxtrot oppure Selling England by the Pound?

È una domanda che ricorre da oltre cinquant'anni e che continua ad animare discussioni interminabili fra amici, collezionisti e critici musicali. C'è chi considera Foxtrot l'apice della fantasia visionaria di Peter Gabriel, grazie soprattutto alla monumentale Supper's Ready. Altri ritengono invece che Selling England by the Pound rappresenti il momento in cui il gruppo raggiunge il proprio equilibrio perfetto, trasformando la ricchezza delle idee in una scrittura più matura e coerente.

La mia risposta è molto meno complicata.

Se riuscite davvero a decidere quale dei due buttare via, probabilmente non avete ancora ascoltato abbastanza i Genesis.

In fondo è un problema posto male.

È un po' come chiedere quale atto dell'Amleto si possa tranquillamente eliminare senza compromettere l'opera, oppure quale quartetto di Beethoven sarebbe opportuno sacrificare per alleggerire il catalogo.

La risposta più ragionevole è che nessuno di questi interrogativi ha realmente senso.

Naturalmente, se proprio foste costretti a scegliere...

Immaginate di trovarvi su un'isola deserta. Avete con voi un impianto Hi-Fi perfetto, una sorgente inesauribile di energia elettrica e soltanto due dischi.

Foxtrot.

Selling England by the Pound.

Purtroppo uno dei due deve essere gettato in mare.

La soluzione è semplicissima.

Non buttate nessuno dei due.

Buttate il giradischi.

Oppure, se preferite una risposta ancora più sincera, eccola.

Nei giorni pari, scegliete Foxtrot.

In quelli dispari, Selling England by the Pound.

Il fatto curioso è che, dopo decenni di ascolti, continuo a non essere affatto sicuro che la risposta del giorno precedente sia quella giusta.

Forse è proprio questo il privilegio dei grandi dischi.
Non necessitano di essere classificati.

Valerio Brustia

Nikonlander Veterano

  • Nikonlander Veterano

Maratta santo subito.

Valerio Brustia

Nikonlander Veterano

  • Nikonlander Veterano

La battaglia della foresta di Epping, appena fuori dalla porta, ho dovuto ascoltarla tre volte prima di raccapezzarmici. Sono tre canzoni in una, mentre per Selling England “Can you tell me where my country lies…” è più facile farsi catturare e farsi trasportare. Come prima Supper is ready, a ancora prima Musical Box, non sono canzoni, sono delle suite musicali, varie ricche emozionanti. Tony Banks aveva le idee chiare fin da principio e Gabriel con Rutherford lo hanno capito subito, dai tempi de “ dalla genesi alla rivelazione”

Esce quest’anno cofanetto remastered con quintalata di extra delle registrazioni di Gabriel 17 enne di From Genesis to Revelation.

Acerbo, per sua stessa ammissione copiava lo stile dei BeeGees , quel primo lavoro, senza alcun merito, letto oggi mostra i semi di quello che 4-5 anni dopo è stato.

GiulianoM

Nikonlander

  • Nikonlander

Articolo "stupendo" su uno dei miei dischi preferiti che ho amato alla "follia" nei primi anni delle superiori ed è stato il secondo LP acquistato dopo aver comprato lo stereo.
L'uscita di Gabriel dal gruppo a me portò molta amarezza e nonostante successivamente i Genesis abbiamo avuto un successo mondiale sicuramente con musica un po'
più commerciale, a mio modesto parere il gruppo con Gabriel e Hackett rimane il TOP.

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