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Jacob Katsnelson : La rinascita di Hindemith nel XXI secolo (Ludus Tonalis, Claves, 2025)

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Jacob Katsnelson

La rinascita di Hindemith nel XXI secolo

Ci sono compositori che non hanno mai smesso di appartenere al repertorio. Bach, Beethoven, Chopin o Brahms attraversano le generazioni senza conoscere vere e proprie eclissi. Ogni epoca li rilegge secondo la propria sensibilità, ma la loro presenza rimane costante, quasi inevitabile.

Paul Hindemith ha seguito una strada diversa.

Per molti decenni è stato considerato soprattutto un autore "da rispettare". Un grande musicista, un teorico di primissimo piano, un protagonista della cultura europea del Novecento. Eppure, al di fuori di alcune opere ormai stabilmente entrate in repertorio, la sua musica ha continuato a occupare una posizione marginale nella programmazione concertistica e nella discografia. Non dimenticata, ma nemmeno veramente vissuta.

Il Ludus Tonalis ha rappresentato forse il caso più emblematico.

Fin dalla sua pubblicazione, nel 1942, è stato riconosciuto come uno dei massimi cicli pianistici del secolo scorso. Tuttavia, per molto tempo, è rimasto circondato da un'aura quasi intimidatoria. Se le Variazioni Diabelli o le Goldberg sono entrate progressivamente nell'immaginario di ogni pianista, il Ludus Tonalis ha continuato a essere percepito come un territorio riservato agli specialisti del contrappunto, ai musicologi, agli interpreti particolarmente attratti dall'architettura della scrittura.

È un'immagine che oggi appare sempre meno convincente.

Negli ultimi anni qualcosa sembra essersi rimesso in movimento. Non soltanto perché la discografia ha ricominciato a interessarsi all'opera, ma perché il modo stesso di affrontarla è cambiato. Le nuove generazioni non sembrano più sentire il bisogno di giustificare Hindemith. Lo suonano con la naturalezza riservata ai grandi classici.

La recente incisione di Jacob Katsnelson per Claves nasce precisamente in questo clima culturale.

Sarebbe riduttivo considerarla semplicemente una nuova registrazione del Ludus Tonalis. È piuttosto il segno di una mutata prospettiva. Katsnelson appartiene a una generazione che non ha conosciuto le vecchie contrapposizioni fra tradizione e modernità, fra tonalità e avanguardia, fra musica "difficile" e repertorio corrente. Per lui Hindemith non rappresenta un problema storico da risolvere. È un grande compositore da comprendere attraverso la tastiera.

La differenza può sembrare minima.

In realtà cambia completamente il punto di vista.

Le grandi opere attraversano spesso una fase nella quale vengono rispettate più che amate. Restano presenti nei cataloghi, vengono studiate nei conservatori, ricevono periodicamente nuove incisioni, ma sembrano aver perduto la capacità di parlare direttamente al pubblico. Poi, quasi senza che ce ne accorgiamo, arriva una generazione che smette di considerarle "importanti" e ricomincia semplicemente ad ascoltarle.

È accaduto con le ultime Sonate di Schubert.

È accaduto con le Variazioni Diabelli.

Sta forse accadendo anche con il Ludus Tonalis.

Naturalmente un solo disco non basta per parlare di rinascita. Sarebbe un'affermazione prematura. Ma quando un'etichetta come Claves investe in una nuova incisione, la realizza con grande cura editoriale, la pubblica in alta risoluzione e la affida a un pianista che affronta questa partitura senza alcun complesso reverenziale, il segnale merita attenzione.

Forse il Ludus Tonalis sta finalmente uscendo dalla biblioteca dei musicologi.

Forse sta tornando, semplicemente, nelle mani dei pianisti.

Ed è proprio questa possibilità che rende particolarmente interessante il disco di Jacob Katsnelson. Non tanto perché prometta una lettura destinata a sostituire quelle di Mustonen o Berezovsky, quanto perché testimonia qualcosa di ancora più importante: il momento nel quale un grande capolavoro del Novecento ricomincia a essere percepito come una musica viva.

Un pianista senza pregiudizi

Ogni nuova incisione del Ludus Tonalis porta inevitabilmente con sé un'eredità importante. Dopo le letture di riferimento offerte da interpreti come Olli Mustonen o Boris Berezovsky, il rischio è duplice: cercare deliberatamente una strada alternativa a tutti i costi oppure muoversi nel solco della tradizione senza aggiungere nulla di personale. Jacob Katsnelson evita entrambe le tentazioni.

Fin dalle prime battute del Praeludium emerge un atteggiamento che potremmo definire, nel senso migliore del termine, privo di pregiudizi. Non c'è alcuna volontà di dimostrare che Hindemith sia un compositore "più romantico" del previsto, così come non c'è il desiderio opposto di sottolinearne continuamente il rigore costruttivo. Katsnelson affronta la partitura come affronta Schubert, Brahms o Bartók: cercando prima di tutto di comprenderne la voce.

Questa impostazione trova conferma anche nelle note che accompagnano il disco. Il pianista racconta di essersi avvicinato al Ludus Tonalis senza considerarlo un trattato teorico, ma una delle grandi opere del repertorio pianistico, capace di parlare con naturalezza a chi sia disposto ad ascoltarla senza idee precostituite. È una dichiarazione d'intenti che, fortunatamente, non rimane confinata alla presentazione editoriale. Si ritrova con coerenza lungo tutta l'esecuzione.

La prima qualità che colpisce è la fluidità del fraseggio. Katsnelson evita qualsiasi irrigidimento ritmico e lascia che la polifonia respiri con una naturalezza che ricorda, per certi aspetti, la lezione di Mustonen. Le voci conservano sempre la propria autonomia, ma non vengono isolate artificialmente. Si intrecciano con una continuità che rende il discorso musicale sorprendentemente scorrevole anche nei passaggi di maggiore densità contrappuntistica.

Altrettanto convincente appare il rapporto con gli Interludi. In molte interpretazioni queste pagine finiscono per assumere un ruolo puramente funzionale, quasi fossero semplici passaggi fra una fuga e la successiva. Katsnelson sembra invece attribuire loro una precisa identità espressiva. Ogni Interludio possiede un proprio respiro, un proprio colore, una propria funzione narrativa all'interno dell'architettura complessiva. Non interrompe il percorso; lo trasforma.

Anche il suono del pianoforte riflette questa ricerca di equilibrio. Non vi è alcuna ricerca della monumentalità né della brillantezza fine a sé stessa. La dinamica è ampia ma sempre controllata, il registro grave mantiene profondità senza appesantire la trama, mentre quello acuto conserva luminosità senza mai diventare tagliente. È un pianismo che preferisce convincere attraverso la qualità dell'articolazione piuttosto che attraverso l'impatto sonoro.

Forse è ancora presto per stabilire se questa interpretazione entrerà stabilmente fra i riferimenti assoluti del Ludus Tonalis. Il tempo, in discografia, rimane il giudice più severo. Si può però affermare fin d'ora che Jacob Katsnelson affronta Hindemith con una libertà che appartiene pienamente al nostro secolo. Non sente il bisogno di dimostrare nulla. Suona questa musica come se avesse ormai conquistato, definitivamente, il diritto di appartenere ai grandi classici del repertorio pianistico.

Una registrazione che rispetta il silenzio

Nella musica pianistica la qualità della registrazione non rappresenta un semplice valore aggiunto. È parte integrante dell'interpretazione. Un microfono troppo ravvicinato modifica il peso delle voci; un ambiente eccessivamente riverberato tende a confondere la trama polifonica; una dinamica compressa priva il fraseggio della sua naturale respirazione. Nel Ludus Tonalis questi aspetti assumono un'importanza ancora maggiore, perché la chiarezza del contrappunto dipende anche dal modo nel quale il pianoforte viene restituito all'ascoltatore.

La produzione Claves affronta questo problema con notevole equilibrio.

La prima impressione è quella di una registrazione che rinuncia consapevolmente a qualsiasi spettacolarizzazione del suono. Il pianoforte occupa uno spazio credibile, proporzionato, senza essere proiettato artificialmente verso l'ascoltatore. La prospettiva ricorda quella di una buona sala da concerto di medie dimensioni: abbastanza vicina da cogliere il dettaglio dell'articolazione, sufficientemente distante da permettere allo strumento di respirare.

Anche il bilanciamento timbrico appare particolarmente riuscito. Il registro grave conserva profondità senza invadere il medio, mentre gli acuti mantengono luminosità e definizione senza mai assumere quella brillantezza metallica che caratterizza molte produzioni contemporanee. È un suono che privilegia la naturalezza rispetto all'effetto.

Questa scelta si rivela particolarmente felice negli Interludi, dove la ricchezza armonica del pianoforte emerge con grande chiarezza senza compromettere la leggibilità delle linee interne. Ma è nelle Fughe che la registrazione dimostra tutta la propria qualità. Le diverse voci rimangono distinguibili anche nei momenti di maggiore densità, non perché vengano artificiosamente separate, ma perché il pianoforte conserva una coerenza timbrica lungo tutta l'estensione della tastiera.

La disponibilità del disco in alta risoluzione a 24 bit / 96 kHz rappresenta un ulteriore elemento di interesse, soprattutto per chi utilizza Qobuz come piattaforma di riferimento. Sarebbe tuttavia un errore attribuire il merito esclusivamente alla risoluzione del formato. La sensazione di naturalezza nasce prima di tutto dalla qualità della ripresa sonora e dalle scelte effettuate durante la produzione. L'alta definizione consente semplicemente di apprezzarle ancora meglio.

Da questo punto di vista Claves conferma una filosofia editoriale che gli appassionati conoscono da tempo. L'obiettivo non è impressionare con un pianoforte gigantesco o con un dettaglio esasperato, ma restituire l'equilibrio dell'esecuzione. È un approccio che si accorda perfettamente con la musica di Hindemith. Il Ludus Tonalis non ha bisogno di essere reso spettacolare. Ha bisogno di essere ascoltato.

In un mercato discografico nel quale la qualità tecnica è spesso utilizzata come argomento promozionale, questa incisione dimostra una volta di più che il miglior complimento per una registrazione rimane il più semplice: dopo pochi minuti ci si dimentica dei microfoni, della tecnologia e del supporto. Rimane soltanto il pianoforte.

Che cosa aggiunge Katsnelson alla discografia?

Ogni nuova incisione di un grande classico deve inevitabilmente confrontarsi con una domanda tanto semplice quanto impegnativa: era davvero necessaria?

Nel caso del Ludus Tonalis la risposta non può limitarsi alla qualità dell'esecuzione. Oggi disponiamo già di letture che, per motivi diversi, possono essere considerate di riferimento. Olli Mustonen ha restituito all'opera una naturalezza quasi disarmante; Boris Berezovsky ne ha esaltato la monumentalità architettonica; Edward Aldwell continua a rappresentare l'approccio dello studioso che conosce la partitura dall'interno.

Jacob Katsnelson non cerca di sostituire nessuna di queste interpretazioni.

Ed è probabilmente la sua qualità più convincente.

La sua lettura non nasce dal desiderio di correggere la tradizione, ma dalla consapevolezza di appartenervi. È un atteggiamento tipicamente europeo, nel senso migliore del termine. L'interprete non sente il bisogno di affermare continuamente la propria originalità. Preferisce mettersi al servizio della musica, lasciando che sia la partitura a suggerire tempi, dinamiche e proporzioni.

Da questo punto di vista il confronto con Mustonen è inevitabile. Entrambi rifiutano l'immagine di un Hindemith esclusivamente cerebrale e cercano un equilibrio nel quale il contrappunto rimanga uno strumento espressivo piuttosto che un fine. Le strade, tuttavia, non coincidono. Mustonen possiede una spontaneità quasi improvvisativa che rende il Ludus Tonalis sorprendentemente vicino al grande repertorio classico. Katsnelson appare più riflessivo. La costruzione rimane sempre chiarissima, ma il percorso viene osservato con un passo leggermente più meditato, quasi che il pianista desideri soffermarsi maggiormente sulle relazioni interne della partitura.

Katsnelson non cambia il giudizio sul Ludus Tonalis. Cambia il modo in cui la nuova generazione guarda al Ludus Tonalis.

Con Berezovsky il rapporto è diverso. L'interprete russo tende a mettere in primo piano la forza costruttiva dell'opera, facendo emergere la solidità dell'architettura. Katsnelson sembra invece interessarsi maggiormente al movimento che attraversa quella stessa architettura. Non osserva soltanto le colonne portanti; segue il modo nel quale la luce entra dalle finestre e modifica continuamente la percezione degli spazi. È un'immagine, naturalmente, ma descrive abbastanza bene la diversa natura delle due letture.

Proprio questa assenza di qualsiasi volontà dimostrativa costituisce, a nostro avviso, il contributo più originale della nuova incisione Claves. Katsnelson affronta il Ludus Tonalis come un'opera ormai definitivamente acquisita al grande repertorio pianistico. Non sente il bisogno di sottolinearne continuamente la modernità, né di giustificarne la complessità. Lo suona con la serenità riservata ai classici.

È una differenza apparentemente minima.

In realtà dice molto anche del nostro tempo.

Per decenni Hindemith è stato presentato come un compositore da spiegare. Oggi un pianista della nuova generazione sceglie invece di limitarsi a suonarlo. È un cambiamento di prospettiva che vale forse più di qualsiasi dichiarazione programmatica.

Non sappiamo se questa incisione diventerà, negli anni, un nuovo riferimento assoluto del Ludus Tonalis. Sarebbe imprudente affermarlo così presto. Possiamo però riconoscerle un merito difficilmente contestabile: dimostra che questa musica continua a parlare con voce pienamente contemporanea e che una nuova generazione di interpreti non la considera più un capitolo della storia del Novecento, ma una parte viva del proprio repertorio.

Per chi è questo disco?

La nuova incisione di Jacob Katsnelson non è destinata soltanto agli appassionati di Hindemith. È un disco che può interessare pubblici molto diversi, purché accomunati dal desiderio di ascoltare un grande pianismo al servizio di una grande partitura.

La consigliamo anzitutto a chi conosce già il Ludus Tonalis attraverso Mustonen o Berezovsky e desidera scoprire una lettura più recente, capace di inserirsi nella tradizione senza imitarla. Katsnelson non propone una rivoluzione interpretativa, ma offre un punto di vista personale e coerente, nel quale il rigore costruttivo convive con una notevole naturalezza del discorso musicale.

Il disco rappresenta anche un'ottima occasione per chi, dopo avere letto il nostro saggio dedicato al Ludus Tonalis, desideri verificare come una nuova generazione affronti oggi questo capolavoro. In questo senso l'incisione Claves costituisce quasi il complemento ideale di quel percorso di ascolto.

Lo consigliamo inoltre agli appassionati di Schubert, Brahms e Bartók. Può sembrare un accostamento inatteso, ma il pianismo di Katsnelson possiede una cantabilità e una misura che rendono particolarmente evidente la continuità storica nella quale Hindemith stesso si colloca. Più che un compositore isolato del Novecento, emerge un autore profondamente radicato nella grande tradizione musicale europea.

Forse non è invece la prima scelta per chi desideri affrontare il Ludus Tonalis esclusivamente come una dimostrazione di virtuosismo pianistico o come una spettacolare prova di forza contrappuntistica. In questo repertorio Katsnelson preferisce la persuasione alla dimostrazione, l'equilibrio all'effetto. È una scelta interpretativa precisa, che può non essere quella che tutti cercano, ma che appare perfettamente coerente con lo spirito dell'opera.

In definitiva, questo è un disco destinato soprattutto a chi ama tornare più volte sulla stessa musica. Non promette rivelazioni immediate, ma possiede una qualità che accomuna tutte le interpretazioni destinate a durare: cresce a ogni nuovo ascolto.

Nota audiofila

Chi conosce la produzione Claves sa bene che l'etichetta svizzera ha sviluppato negli anni una propria precisa filosofia della registrazione. Non ricerca l'effetto spettacolare, né quel tipo di presenza sonora che tende a proiettare artificialmente il pianoforte nel salotto dell'ascoltatore. L'obiettivo è un altro: restituire lo strumento nella sua naturale proporzione acustica.

Il Ludus Tonalis di Jacob Katsnelson conferma pienamente questo approccio.

Il suono è estremamente pulito, cristallino, ma non diventa mai clinico. La definizione delle singole voci nasce dalla qualità della ripresa e dall'equilibrio timbrico dello strumento, non da artifici di produzione. Colpisce soprattutto l'assenza di riverberi aggiunti o di ambientazioni enfatiche. Il pianoforte occupa uno spazio credibile, quasi asciutto, nel quale ogni dettaglio emerge con naturalezza senza richiamare inutilmente l'attenzione su di sé.

Questa scelta si rivela particolarmente felice in un'opera come il Ludus Tonalis. Il contrappunto richiede chiarezza, ma anche continuità. Un'eccessiva enfasi sul dettaglio finirebbe inevitabilmente per frammentare il discorso musicale. Claves evita con intelligenza questo rischio, permettendo all'ascoltatore di seguire la costruzione dell'opera senza che la registrazione diventi protagonista.

La disponibilità in alta risoluzione 24 bit / 96 kHz su Qobuz rappresenta un valore aggiunto, soprattutto per impianti capaci di restituire le più sottili sfumature dinamiche. Ma anche in qualità CD rimane evidente la cura con la quale questa incisione è stata realizzata. È una registrazione che non cerca di stupire. Cerca, più semplicemente, di essere fedele alla musica.

Giudizio audiofilo: ★★★★★
Non per l'effetto dimostrativo, ma per la qualità della ripresa, l'equilibrio timbrico e la totale assenza di artifici. Una registrazione che si ascolta per ore senza mai affaticare e che mette sempre il pianoforte, e non la tecnica di registrazione, al centro dell'esperienza d'ascolto.

La serenità dei classici

Ci sono interpretazioni che cercano di convincere l'ascoltatore della grandezza dell'opera. Altre, più semplicemente, la danno per acquisita.

Jacob Katsnelson appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Il suo Ludus Tonalis non possiede la forza tellurica di Richter, non ricerca la monumentalità architettonica di Berezovsky e nemmeno quella naturalezza quasi improvvisativa che rende così affascinante la lettura di Olli Mustonen. La sua ambizione è diversa e, per certi aspetti, più difficile da raggiungere.

Suonare Hindemith come un classico.

Senza sentirsi obbligato a dimostrarne continuamente l'importanza.

È un atteggiamento che attraversa l'intero disco. Nulla appare enfatizzato, nulla viene caricato di significati ulteriori. Il pianoforte canta con naturalezza, la polifonia rimane sempre leggibile, gli Interludi respirano come pagine indispensabili dell'architettura complessiva e la registrazione Claves accompagna questa visione con un suono limpido, asciutto, privo di qualsiasi compiacimento spettacolare.

Proprio questa sobrietà costituisce, a nostro giudizio, il principale pregio dell'incisione. Katsnelson non interpreta il Ludus Tonalis come un monumento da ammirare con rispetto, ma come una musica da vivere dall'interno. È una differenza che può sembrare sottile, ma che cambia profondamente l'esperienza dell'ascolto.

Richter rimane una figura a parte. Nella sua lettura continua ad abitare una dimensione quasi epica, nella quale ogni fuga sembra appartenere alla grande tradizione tragica del pianoforte novecentesco. Katsnelson percorre la direzione opposta. Non cerca la solennità. Cerca la continuità. Dove Richter scolpisce il marmo, Katsnelson lascia respirare la pietra.

Non crediamo che questa incisione sostituisca quelle di riferimento che l'hanno preceduta, né sarebbe giusto chiederglielo. Aggiunge però qualcosa che mancava alla discografia recente: la dimostrazione che il Ludus Tonalis non ha più bisogno di essere difeso o spiegato. Può finalmente essere suonato con la stessa naturalezza con cui oggi affrontiamo le ultime Sonate di Schubert o le Variazioni Diabelli.

È forse questo il segnale più incoraggiante che il disco di Jacob Katsnelson ci consegna. Non tanto la nascita di una nuova interpretazione di riferimento, quanto la conferma che Hindemith è definitivamente uscito dalla cerchia degli specialisti per rientrare, a pieno titolo, fra i grandi classici del repertorio pianistico.

Se questo sarà davvero l'inizio di una nuova stagione interpretativa lo diranno i prossimi anni. Ma, se dovessimo indicare il momento nel quale questa rinascita ha trovato una delle sue espressioni più convincenti, difficilmente potremmo ignorare questa incisione.

In sintesi

Musica: ★★★★★

Interpretazione: ★★★★★

Registrazione: ★★★★★

Qualità audio: 24 bit / 96 kHz (Qobuz)

Per chi?
Per chi conosce già il Ludus Tonalis e desidera ascoltarlo con occhi nuovi, ma anche per chi cerca una porta d'ingresso moderna, equilibrata e priva di qualsiasi retorica.

La nostra raccomandazione
Non sostituisce Mustonen o Berezovsky. Li affianca con una personalità autonoma e dimostra, meglio di molte parole, che il Ludus Tonalis è ormai diventato un classico del XXI secolo.

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