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Edna Stern – Chaconne

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Busoni, Lutz, Brahms, Bach

Zig-Zag Territoires, 2005

Ci sono dischi che nascono per eseguire della musica e altri che nascono per porre una domanda. Questo appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

La Chaconne dalla Partita n. 2 in re minore BWV 1004 di Johann Sebastian Bach è probabilmente la pagina più studiata, analizzata e interpretata dell'intero repertorio violinistico. Edna Stern sceglie però una strada diversa da quella abituale: invece di proporre semplicemente la celebre trascrizione pianistica di Ferruccio Busoni, costruisce un vero percorso storico intorno alla stessa opera, affiancando tre differenti trascrizioni pianistiche e concludendo il disco con l'originale violinistico affidato ad Amandine Beyer.

L'idea è tanto semplice quanto brillante. Lo stesso capolavoro viene osservato attraverso quattro prospettive diverse, quasi fossero quattro epoche della storia della musica che dialogano fra loro.

La prima tappa è naturalmente Ferruccio Busoni. La sua trascrizione non cerca di imitare il violino né di sostituirlo. Al contrario, utilizza tutte le possibilità timbriche e dinamiche del pianoforte moderno per trasformare la Chaconne in una nuova opera. È una pagina monumentale, nella quale il pianista deve tenere insieme densità contrappuntistica, ampiezza orchestrale e assoluta chiarezza formale.

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Edna Stern affronta questa sfida con grande equilibrio. Il virtuosismo è sempre presente, ma non diventa mai il centro dell'attenzione. Colpisce soprattutto la limpidezza con cui riesce a mettere in evidenza le diverse linee della scrittura, evitando quella sonorità eccessivamente massiccia che spesso accompagna le letture più romantiche della trascrizione busoniana. Il pianoforte conserva peso e autorevolezza, ma continua a respirare.

Il confronto con Johannes Brahms è altrettanto affascinante. La sua trascrizione per la sola mano sinistra rappresenta quasi l'opposto della concezione di Busoni. Dove quest'ultimo amplia, Brahms concentra; dove Busoni sfrutta l'intera tastiera, Brahms dimostra quanto possa essere suggerito con mezzi apparentemente limitati. È una lezione di economia musicale che obbliga l'ascoltatore a riconsiderare il rapporto fra difficoltà tecnica ed efficacia espressiva.

La sorpresa maggiore arriva però con Rudolf Lutz. Meno conosciuto dal grande pubblico, propone una rilettura contemporanea che non rinnega la tradizione ma dialoga con essa con notevole libertà. Inserita fra Brahms e Busoni, la sua trascrizione dimostra come la Chaconne continui ancora oggi a stimolare nuove riflessioni senza perdere nulla della propria identità.

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La conclusione del percorso è affidata ad Amandine Beyer, che restituisce la parola al violino. Dopo aver attraversato le grandi architetture pianistiche di Busoni e Brahms, ritrovare la nudità dell'originale produce un effetto quasi straniante. Si comprende allora come tutte le trascrizioni, per quanto diverse, rimangano sempre in dialogo con quella pagina scritta da Bach oltre tre secoli fa.

Dal punto di vista sonoro, la registrazione è esemplare. Il pianoforte è ripreso con grande naturalezza, senza artifici spettacolari, con un equilibrio che privilegia il timbro e la ricchezza armonica piuttosto che l'impatto. Anche il violino di Amandine Beyer beneficia di una presa del suono molto trasparente, coerente con l'impostazione generale dell'album.

Questo non è un disco da ascoltare distrattamente. È un invito a confrontare linguaggi, epoche e idee di interpretazione. Ogni traccia illumina un diverso aspetto della stessa composizione e dimostra come la grande musica non appartenga mai definitivamente a uno strumento soltanto.

Per chi voglia avvicinarsi alla Chaconne attraverso il pianoforte, esistono forse interpretazioni più spettacolari della trascrizione di Busoni. Ma pochi album riescono a spiegare con altrettanta intelligenza perché quella trascrizione esista e quale posto occupi nella storia della musica.

È questo il vero valore del disco di Edna Stern: non limitarsi a proporre un'esecuzione, ma offrire all'ascoltatore una prospettiva. E, una volta terminato l'ascolto, è difficile tornare alla Chaconne senza portare con sé qualcosa di ciò che questo straordinario progetto ha saputo raccontare.

Qualità della registrazione

Dal punto di vista audiofilo, questo è uno di quei dischi che meritano un impianto capace di restituire soprattutto naturalezza, più che effetti spettacolari.

Il pianoforte è registrato con un equilibrio esemplare. L'immagine sonora è stabile, ampia quanto basta, senza l'eccessiva vicinanza che caratterizza molte produzioni moderne. Lo strumento possiede corpo, peso armonico e una notevole ricchezza di sfumature, mentre il decadimento delle note viene lasciato respirare con grande naturalezza. La gamma dinamica è ampia ma mai artificiosamente enfatizzata: i fortissimi conservano compattezza senza diventare aggressivi, i pianissimi rimangono leggibili anche a basso volume d'ascolto.

La ripresa del violino di Amandine Beyer segue la stessa filosofia. L'immagine è leggermente arretrata rispetto a molte registrazioni contemporanee, con un'acustica credibile che privilegia il rapporto fra strumento e ambiente. Il timbro mantiene tutta la complessità degli armonici superiori senza mai risultare tagliente o eccessivamente brillante.

Particolarmente riuscita è la coerenza timbrica dell'intero album. Pur alternando strumenti e organici differenti, il fonico riesce a mantenere una firma sonora omogenea che rende il disco percepibile come un unico progetto artistico e non come una semplice raccolta di registrazioni.

Per chi ascolta in cuffia di alta gamma, l'album offre un palcoscenico ben organizzato e una microdinamica di notevole livello, qualità che permettono di seguire con facilità le diverse linee del contrappunto anche nei passaggi più densi della trascrizione di Busoni. Su un buon impianto diffusori emerge invece soprattutto la credibilità del pianoforte, mai ingigantito artificialmente ma sempre proporzionato all'ambiente di ripresa.

Non è una registrazione pensata per stupire l'audiofilo con effetti speciali. È una registrazione pensata per servire la musica. Ed è probabilmente proprio questa discrezione a costituire il suo pregio maggiore.

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