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La Canon G650 sui Mac

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Lo strano caso della stampante Canon Pixma G650, essendo io stesso utente Apple, ha suscitato in me il desiderio di approfondire un poco il discorso in separata sede ripercorrendo brevemente la storia del colore in digitale, naturalmente finalizzato alla stampa. Con qualche accenno storico ne è venuto fuori quanto segue:

« ColorSync » è l’alleato invisibile per la gestione professionale dei colori sui dispositvi Apple, siano essi computer, telefoni o tablet. La sua origine è lontana: 1988. In quell’anno Robin Myers ricevette da Apple il compito di progettare un sistema di gestione integrata del colore per il sistema operativo Macintosh. A differenza di quanto si pensa Myers programmò un sistema « aperto », con profili a matrice RGB (anche per le stampanti), ed un unico CMM trasparente per l'utente. Che cos’è un CMM? Un CMM è il motore software che esegue materialmente la conversione matematica dei colori tra diversi spazi colore (ad esempio dallo spazio colore del monitor a quello della stampante). Come lo fa? Lo fa interpretando i profili ICC — che descrivono le caratteristiche cromatiche di ciascun dispositivo — e combinandoli tramite tabelle di lookup (LUT) per mappare i valori di colore da uno spazio sorgente a uno di destinazione. La prima versione di « ColorSync » vide la luce nel 1993 (Mac OS 7.5) e fu talmente convincente che TUTTI I PRODUTTORI DI HARDWARE E SOFTWARE dell’epoca chiesero ad Apple di poter lavorare insieme per il successivo sviluppo di questa tecnologia.

Nell'immagine una verisone aggiornata dell'utility ColorSync dalla quale si può controllare ed eventualmente riparare qualsiasi profilo ICC presente all'interno del Mac. Il processo di verifica, infatti, può essere pilotato anche manualmente:

colorsync.jpg

All'epoca dei fatti Apple accettò la proposta dei « rivali » e già l’anno successivo venne fondato « Apple ColorSync Consortium ». Tuttavia i membri del consorzio si convinsero che lo standard da sviluppare dovesse essere multipiattaforma e molto presto l'organizzazione diventa totalmente indipendente da Apple prendendo il nome di International Color Consortium (ICC). Ecco perché i profili hanno quella desinenza. Nell'immagine sottostante la lunga lista degli aderenti al consorzio aggiornata ad oggi. Non manca nessuno: dalle software-house ai produttori di monitor, stampanti, strumenti di calibrazione, ecc....

lista membri.jpg

La biforcazione, avvenuta nel 1994, ha comportato un diverso sviluppo di questa tecnologia. Apple continuerà per la sua strada integrando la gestione del colore ad un livello sempre più profondo nei suoi sistemi operativi mentre, per tutti gli altri, si tratterà di gestire CMM « concorrenti » su macchine e sistemi operativi non uniformi. Il punto di rottura non è solo filosofico perchè incarna uno dei principi chiave del « ColorSync » delle origini: invece di avere diversi CMM concorrenti (come succede ad esempio nel mondo Adobe con ACE, o in Windows con ICM), Apple integra un singolo CMM direttamente nel sistema operativo. In questo modo il colore viene gestito in modo coerente e automatico attraverso tutte le applicazioni e i dispositivi collegati (stampanti comprese). Questa differenza può essere tradotta in questo modo: mentre Apple ha inserito « ColorSync » nel kernel dei suoi sistemi operativi (e cioè nel nucleo primordiale e non solo negli applicativi a posteriori) e mentre Apple ha uniformato questa cosa per tutti i dispositivi da lei prodotti… beh, semplicemente tutti gli altri non l’hanno potuto fare ed hanno cercato soluzioni « ibride » per AVVICINARSI a quanto ottenibile con i dispositivi Apple. Ne diamo una rappresentazione grafica astratta senza entrare nel dettaglio di tutte le tipologie di kernel possibili:

Kernel-simple.jpg

Invece facciamo un esempio pratico: quando un utente Apple assegna un profilo ICC al suo display nelle impostazioni di Sistema, macOS modifica le tabelle LUT (Look-Up Table) della scheda grafica direttamente dal kernel, così ogni pixel viene trasformato prima ancora di arrivare alla memoria video. Non serve che ogni « applicazione » sappia farlo singolarmente e neppure serve che l’utente abbia chissà quale competenza: è tutto automatizzato. Lo stesso principio vale in uscita verso dispositivi dediti alla stampa fotografica, ma su questo aspetto servirà approfondire ulteriormente perché entra in gioco un « protocollo » di più recente ideazione chiamato « Apple AirPrint ». Lo vediamo dopo.

Fino a qui possiamo dire che, nel frattempo, nel mondo Windows le hanno provate un poco tutte:

  • con Win95 fu introdotto ICM (Image Color Management) ovvero un sistema farraginoso che preso in mano il profilo ICC poi abbisognava di librerie interne e API esterne per tentare una conversione coerente. Fu abbandonato.

  • con Vista arrivò Windows Color System, un sistema più moderno che però condivideva lo stesso approccio « opt-in » del precedente ICM. Venne abbandonato pure questo.

  • bisogna arrivare a Windows 11 per sentire parlare di « qualcosa » capace di funzionare automaticamente: ACM ovvero Automatic Color Management. Peccato che, in realtà, le cose non stiano proprio così: non è ancora un’integrazione a livello di kernel e, per quanto cerchi di automatizzare a livello di sistema operativo l’applicazione dei profili ICC, anche questo nuovo sistema (ibrido-granulare) si appoggia a « servizi » (driver, spazi utente, etc) corruttibili o potenzialmente inesatti nella codifica di un semplice profilo universale ICC.

confronto.jpg

Chiarita la differenza fondamentale dell'approccio storico al colore tra Apple ed il resto del mondo arriviamo alla questione delle « applicazioni » odierne dedicate specificatamente alla stampa.

Prima di tutto va menzionato il famoso « Apple AirPrint ». Che cos’è? È la funzione che permette di stampare dai dispositivi Apple (iPhone, iPad, Mac) in modo completamente wireless e senza dover installare driver. Si tratta del classico protocollo « Plug and Play » ideato per semplificarci la vita: è sufficiente che il telefono e la stampante poggino sulla stessa rete Wireless ed il gioco è fatto. Non è una esclusiva del mondo Apple: anche chi utilizza altri brand dispone di applicativi similari. Mopria, ad esempio, è lo standard cross-platform che fa la stessa cosa di « Apple AirPrint », ma per Android e Windows. È stato creato da una coalizione tra i principali produttori di stampanti. Ci sono inoltre soluzioni similari anche studiate da Google per i suoi dispositivi proprietari.

Allora, tutto uguale per tutti? Non cambia nulla? Non proprio. Tutta la prima parte di questo post è servita per far capire (spero) come l’architettura nella gestione del colore in casa Apple poggi su fondamenta diverse rispetto agli altri e questo inevitabilmente coinvolge anche gli applicativi come « Apple AirPrint ». Essendo « ColorSync » inserito nel nucleo (kernel) del sistema operativo esso non è by-passabile ma questo non è mai un problema SEMMAI è una garanzia per noi in quanto sappiamo che qualsiasi profilo ICC sarà SEMPRE codificato in modo perfetto - a prescindere dagli applicativi usati. Un grande « vantaggio » rispetto ai controlli a posteriori. Invece il problema è un’altro: se il profilo ICC è del tutto assente, oppure è posizionato nel posto « sbagliato » ALLORA il nostro « ColorSync »non può fare il suo lavoro di codifica e verifica. Ed è proprio questo il caso della stampante Canon Pixma G650, famosa alle cronache per aver dato qualche grattacapo di troppo agli utenti Apple.

confronto airprint.jpg

Canon ha ritenuto questa stampante di livello non sufficientemente « professionale » per dotarla di un sistema di gestione del colore proprio (driver). Piuttosto ha inserito i profili ICC delle carte omonime ALL’INTERNO a della stampante stessa. Cioè a valle del processo di stampa. Cioè: NEL POSTO SBAGLIATO, perché non verificabile da « ColorSync ». È chiaro? Io lancio la stampa da un Mac ma il mio « poliziotto » (ColorSync) non trova un profilo ICC da validare perché quello sta nella stampante anziché nel computer! Una boiata. Il povero « Apple AirPrint » accusato di ogni cosa in realtà non c’entra nulla perché è un mero esecutore del protocollo per stampare Wi-Fi. Piuttosto è il posizionamento sbagliato del profilo ICC che manda fuoristrada il processo di stampa su Mac.

conflitto.jpg

Naturalmente a tutto c’è soluzione, almeno parziale: utilizzando un programma serio e completo come Photoshop possiamo mettere una pezza alla mancanza di Canon: da Photoshop inseriamo un nostro profilo ICC nel « posto giusto » e quindi lanciamo la stampa. Ecco che « ColorSync » farà i suoi controlli in seguito alle istruzioni ricevute da Photoshop e quindi « AirPrint » comunicherà il tutto alla stampante dove però - CAZZAROLA - troverà di nuovo quel profilo ICC messo da Canon e insito nella macchina stessa con il quale dover « confrontarsi ». In buona sostanza: il processo di controllo professionale del colore - per questa stampante - lo possiamo considerare ROTTO o quantomeno LIMITATO, almeno su dispositivi Apple che PRETENDONO il controllo al 100% nella filiera colorimetrica. Può essere al massimo « aggiustato » con profili ICC parziali che vadano a starare i profili ICC insiti nella stampante stessa. Di più non si può fare.

photoshop.jpg

La morale della favola è che quando non hai il controllo diretto sulla scelta del profilo ICC da applicare e tutto è DEMANDATO dal dispositivo finale siamo nel territorio del « come viene viene ». I sintomi tipici includono: le tonalità magenta che diventano rosa spento, i colori più sbiaditi rispetto all'atteso, i bianchi e neri con forti dominanti blu-verdi, eccetera. Tornando infine, brevemente, al mondo Windows: perché la Canon G650 non manifesta le stesse problematiche su quel sistema operativo? Tornate alla prima parte dell’articolo: semplicemente perché Windows non fa quasi alcun controllo sul colore a livello del suo nucleo (kernel) demandando tranquillamente a chicchessia ed in qualsiasi condizione (applicazioni, profilo utente, hardware, driver) la « risposta » colorimetrica. Semplicemente: non se ne cura direttamente, anche se, negli anni, qualcosa in questo senso si è cercato di fare (nella stessa direzione presa da Apple dal 1988) pur mantenendo un approccio granulare.

In conclusione i punti tematici che trovo più significativi sono i seguenti:

  • non ci fosse stata Apple a « normalizzare » per prima la situazione del colore in digitale probabilmente i profili ICC che tutti oggi diamo per scontati ed usiamo ogni giorno (compresa l’utenza Windows) chissà se e come esisterebbero;

  • « ColorSync » è stato concepito e tuttora è un alleato per chi esige la gestione professionale del colore a livello di sistema operativo. Non presenta controindicazioni, ma solo vantaggi, per quanto invisibili all’utenza media;

  • la stampa, anche quella amatoriale, prevede sempre un travaso importante di « dati »che devono essere codificati da più di un dispositivo. Ergo: tutti i dispositivi coinvolti devono consentire l’opportuna pipeline, come dicono quelli bravi..

Semplificare è bellissimo ed avvicinare più utenti possibili alla stampa domestica mi troverà sempre d’accordo ma è altrettanto importante evitare tutte quelle situazioni di « conflitto » causate dalle doppie o persino triple interpretazioni/trasformazioni del colore che nascono quando applicazioni, sistemi operativi e device finali di output come le stampanti si sormontano competendo tra loro e generando frustrazione nell’utilizzatore finale. Cara Canon: semplificare non è sinonimo di banalizzare ed agevolare non significa omettere.

colorsync.jpg

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