László Willinger : la Hollywood dei sogni immortalata dall'obiettivo del fotografo delle star
Nel cuore della Golden Age di Hollywood, quando il cinema non era solo intrattenimento ma un vero e proprio mito collettivo, un uomo con la macchina fotografica in mano riuscì a trasformare le dive e gli attori in divinità eterne.
Il suo nome era László Willinger, un ungherese (o forse berlinese, le fonti sono incerte) nato il 16 aprile 1909, che fuggì dal nazismo per approdare nella Mecca del cinema e diventare uno dei ritrattisti più influenti degli anni ’30 e ’40.
Le sue fotografie non documentavano semplicemente le star : le reinventavano.
Attraverso luci drammatiche, composizioni diagonali e un senso teatrale ereditato dal cinema espressionista tedesco, Willinger non fotografava la realtà, ma “ciò che avrebbe dovuto esserci”, come lui stesso dichiarò anni dopo.
Il suo obiettivo divenne lo specchio in cui Hollywood si specchiava e si innamorava di se stessa.
Per capire la rivoluzione silenziosa operata da Willinger, bisogna immergersi nel contesto storico.
La Hollywood degli anni ’30 era la “fabbrica dei sogni” per eccellenza.
Gli studios – sopra tutti la MGM, che si vantava di avere “più stelle del cielo” – controllavano ogni aspetto dell’immagine delle celebrità.
I ritratti di scena non erano semplici foto pubblicitarie: erano armi di propaganda, strumenti per vendere film, riviste, sogni e desideri.
George Hurrell aveva inaugurato l’era del glamour con luci audaci e ombre teatrali, ma quando Willinger arrivò nel 1937, il linguaggio fotografico hollywoodiano aveva bisogno di una ventata europea. Lui la portò.

la foto del passaporto di Laszlo Willinger all'arrivo negli Stati Uniti

Willinger immortala la giovanissima Ava Gardner (circa 1940)
Le origini europee: dal caos berlinese al glamour viennese
László Willinger nacque in una famiglia di fotografi. La madre, Margaret, era già una professionista affermata; il padre gestiva un’agenzia di stampa.
A soli 16 anni László aprì il suo primo studio a Berlino. Nel 1929 ne aveva già uno a Parigi.
Fotoreporter freelance per vari giornali tedeschi, catturava il fermento della Repubblica di Weimar : le strade, i cabaret, l’energia elettrica di una città sull’orlo del precipizio.
Nel 1933, quando Hitler divenne cancelliere, Willinger capì che per un ebreo non c’era più posto nella Germania nazista.
Fuggì a Vienna. Lì, nel cuore dell’Europa centrale, la sua carriera decollò davvero come ritrattista.
Fotografò Sigmund Freud e Carl Jung, Max Reinhardt, Pietro Mascagni, Maurice Chevalier, Josephine Baker.
E due future icone del cinema: Marlene Dietrich e una giovanissima Hedy Lamarr.
Queste immagini viennesi sono già rivelatrici dello stile futuro: luci nette, contrasti forti, un senso di mistero e sensualità controllata. Non ritratti statici, ma psicologie in movimento.Nel 1935-36 Willinger viaggiò in Africa e Asia, affinando l’occhio.
Ma fu l’invito di Eugene Robert Richee (leggendario fotografo della Paramount) a spingerlo verso l’America. Salpò sul transatlantico Ile de France nel giugno 1937, arrivò a New York come passeggero di prima classe con passaporto austriaco.
Per regolarizzare la posizione immigratoria fece il classico giro: Messico, visto immigrante, rientro a Mexicali il 20 dicembre 1937. Los Angeles lo aspettava.
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Sigmund Freud di Laszlo Willinger, Vienna 1935
L’approdo alla MGM: successore di Hurrell e Bull
Nel 1937 la Metro-Goldwyn-Mayer era all’apice. George Hurrell se n’era andato da tempo, Ted Allan aveva lasciato un vuoto. Willinger firmò il contratto e divenne rapidamente uno dei due grandi ritrattisti di studio insieme a Clarence Sinclair Bull. Tra il 1937 e il 1944 – anno in cui lasciò lo studio per diventare freelance – fotografò praticamente tutti i contratti MGM: da Norma Shearer (che dopo la prima seduta pretese che fosse solo lui a ritrarla) a Joan Crawford, da Clark Gable a Vivien Leigh, da Ingrid Bergman a John Garfield, da Lana Turner ad Ava Gardner, da Hedy Lamarr (che aveva già fotografato a Vienna) a Fred Astaire, Rosalind Russell, Luise Rainer, Donna Reed.Il suo ritmo era impressionante: fino a quattro star a settimana. Ogni seduta produceva centinaia di negativi. Gli studios ne selezionavano una manciata per la stampa; il resto finiva in archivio. Willinger capì subito la regola del gioco: “La fotografia ha uno scopo: vendere”. Doveva creare immagini così potenti da finire in copertina senza bisogno di didascalie.


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Hedy Lamarr, circa 1940, la donna più bella del mondo
Lo stile Willinger: luce drammatica, composizione europea
Cosa rendeva unico László Willinger rispetto a Hurrell o Bull?
Prima di tutto l’eredità tedesca.
Cresciuto nel cinema UFA di Berlino, aveva assorbito l’estetica espressionista: luci puntiformi (usava spot ad arco invece della luce diffusa tipica degli anni ’20), ombre nette, geometrie taglienti.
I suoi ritratti hanno una “luminescenza croccante”, come scrisse il collezionista John Kobal.
Spesso posizionava i soggetti in diagonale, dando dinamicità e modernità europea a composizioni che altrimenti rischiavano di essere statiche.
“Ho cercato di rendere ogni fotografia il più drammatica possibile, illuminandola drammaticamente”, scrisse nel 1986. E ci riusciva. Prendiamo il ritratto di Hedy Lamarr del 1940-43.
Willinger la conosceva dai tempi di Vienna. La Lamarr arrivava da “Estasi” (1933), film scandalo in cui aveva simulato un orgasmo.
A Hollywood i censori la volevano angelicata. Willinger le diede invece una sensualità adulta, quasi pericolosa: guance illuminate da un solo fascio di luce, occhi profondi, bocca leggermente socchiusa.
Non la classica “sofferenza glamour” imposta dal capo ufficio stampa Howard Strickling (“una specie di sguardo sofferente… sesso e serietà insieme”).
Willinger le restituì l’intelligenza e la complessità che la Lamarr possedeva davvero (era un genio dell’invenzione, brevetto del torpedine telecomandato incluso).
Oppure Vivien Leigh, la sua musa preferita. Willinger la definì “la professionista assoluta”. Le foto del 1940 per “Acque del Sud” e “Il ponte di Waterloo” sono tra le più belle mai scattate all’attrice inglese.
Leigh appare elegante, fragile ma determinata, con un’intelligenza negli occhi che poche altre dive possedevano.
Willinger la posizionava spesso di tre quarti, con luce laterale che scolpiva gli zigomi e creava un alone quasi mistico. “Con Vivien non c’erano problemi”, ricordava.
“Se Shearer approvava solo il 10% delle foto, con Crawford l’80%. Con Vivien era sempre tutto perfetto”.Joan Crawford era un’altra favorita.
Willinger la ritrasse durante la transizione da “regina del melodramma” a star matura.
Le foto del periodo “Le donne” (1939) mostrano una Crawford che suggeriva pose e idee. Willinger la rispettava: “Lavorava sodo”. Le luci dure esaltavano la mascella squadrata, trasformando un possibile difetto in un segno di forza
Clark Gable, il “Re”, veniva da Willinger con la camicia aperta, il sorriso malandrino, la luce che accentuava la fossetta sul mento.
Non il divo intoccabile, ma l’uomo che ogni spettatrice avrebbe voluto incontrare.E poi Marlene Dietrich nel 1944 per “Kismet”: Willinger la fotografa dall’angolazione bassa, lei domina dall’alto, autoritaria, come se fosse ancora la diva di von Sternberg. La luce è teatrale, quasi teatrale da cabaret berlinese. Un ponte perfetto tra l’Europa che aveva lasciato e l’America che lo aveva accolto.Willinger fu anche uno dei primi a sperimentare la fotografia a colori a Hollywood. Le sue immagini a colori di Lana Turner o di star minori per riviste sono pionieristiche: colori saturi ma eleganti, mai volgari.

Vivien Leigh, 1940, ritratto colorato in digitale. La seconda donna più bella del mondo.
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Via col Vento, 1939

Il Ponte di Waterloo, 1940
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Hollywood attraverso l’obiettivo: il mito della perfezione
Le fotografie di Willinger non mostravano solo volti: raccontavano un intero sistema.
Il glamour hollywoodiano era una costruzione artificiale. Venti ritoccatori MGM lavoravano a tempo pieno per cancellare pori, cicatrici, rughe.
Le star arrivavano con il trucco Max Factor spesso troppo pesante, e Willinger doveva illuminarle in modo da far sparire i difetti senza perdere espressività.
Ma lui vedeva oltre. Nelle sue foto emergeva la fatica del mestiere.
Le dive invecchiavano davanti all’obiettivo: Norma Shearer che cercava di mantenere il ruolo di regina dopo la morte del marito Irving Thalberg; Joan Crawford che combatteva per non essere messa da parte; Vivien Leigh che nascondeva la bipolarità dietro un sorriso perfetto.
Willinger fotografava “ciò che avrebbe dovuto esserci” – l’ideale – ma lasciava intravedere l’umanità
Il suo lavoro coincise con il tramonto del glamour puro. Nel 1944, quando lasciò la MGM, il sistema degli studios stava cambiando.
La guerra, la televisione, il declino del pubblico in sala. Il ritratto di scena cedette il passo alla fotografia più naturalistica.
Willinger passò al freelance e poi all’agenzia FPG di New York, dove i suoi 50.000 negativi divennero stock fotografico.
Fotografò persino una giovanissima Norma Jeane Baker (future Marilyn Monroe) per calendari e copertine.
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la mitica Veronica Lake nel 1940
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Ingrid Bergman appena arrivata ad Hollywood nel 1941
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il Re di Hollywood, Clark Gable all'epoca di Via col Vento.
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il mito del Kodachrome e centinaia di copertine di riviste sul cinema
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Marylin quando era ancora Norma Jean
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1949
Gli ultimi anni e l’eredità
Negli anni ’80 Willinger viveva una vita tranquilla a Los Angeles. Intervistato da John Kobal, inizialmente fu reticente: pensava che nessuno fosse più interessato alle vecchie star. Poi si lasciò andare e regalò aneddoti preziosi. Nel 1980 visitò la mostra al MoMA “Hollywood Portrait Photographers 1921-1941” e rimase commosso nel vedere folle incantate davanti alle sue foto. Morì l’8 agosto 1989 al Cedars-Sinai di Los Angeles per insufficienza cardiaca. Poco prima era emersa una vicenda controversa: fu accusato di stalking nei confronti di alcune celebrità, tra cui Charlie Chaplin. La perquisizione rivelò migliaia di foto personali di Chaplin. Un’ombra su una carriera altrimenti impeccabile, ma che non cancella il contributo artistico.Oggi le sue stampe originali sono ricercatissime. Case d’asta come Julien’s le vendono a migliaia di dollari. Le sue opere sono nelle collezioni del National Portrait Gallery di Londra e in vari musei. Libri come “Fabulous Faces of Classic Hollywood” le celebrano.
Il fotografo che rese eterne le stelle
László Willinger non inventò il glamour hollywoodiano, ma lo perfezionò. Arrivato dall’Europa in fuga dal buio, portò luce – letterale e metaforica – nella fabbrica dei sogni. Le sue fotografie non erano semplici ritratti: erano manifesti di un’epoca in cui il cinema prometteva evasione, bellezza assoluta, felicità confezionata.Attraverso il volto sofferente ma sexy di Joan Crawford, l’eleganza fragile di Vivien Leigh, la sensualità intelligente di Hedy Lamarr, il carisma virile di Clark Gable, Willinger ci ha lasciato la versione più luminosa di Hollywood. Una Hollywood che forse non è mai esistita davvero, ma che grazie a lui continua a esistere nelle nostre fantasie.“Io fotografavo ciò che avrebbe dovuto esserci”, diceva. E ci riuscì alla perfezione. Ogni volta che guardiamo una sua foto, entriamo ancora nel sogno. E il sogno, per un istante, diventa realtà.
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