Di’ qualcosa di Nikonista
In tanti non lo capiscono, ma il rapporto che intercorre tra il fotografo e i suoi strumenti è estremamente particolare. Difficile fare paragoni con altre attività di tipo creativo ove si intenda la fotografia quale strumento di creazione. Più facile fare paralleli con attività quali quella dell’artigiano che deve avere controllo totale dei suoi strumenti così da aver certezza di dominio sul processo produttivo.
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Il fotografo è un mix tra tecnico e creativo; per essere efficace nella sua azione il fotografo occorre abbia un bagaglio tecnico solido, ma questo non è sufficiente a garantire risultati soddisfacenti, serve dell’altro, serve la curiosità, serve l’immaginazione, serve un po’ di spirito creativo.
Le due cose viaggiano insieme, unite, sempre, e generano una alchimia speciale che lega l’uomo ai suoi strumenti. Queste cose io le ho vissute e le vivo tutt’ora, e mi hanno portato a legarmi agli attrezzi nikon in modo quasi “parentale”. Non c’entra un tubo il costo delle attrezzature, c’entra il Tempo condiviso con esse, le immagini realizzate, i momenti vissuti.
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Come sono arrivato a Nikon non lo so. In famiglia nessuno fotografava, eppure… e’ come se lo avessi sempre saputo che prima o poi li dovevo finire. E quando finalmente misi la mia capoccia dietro al mirino di una Nikon, mi dissi “ok, ci siamo. Questo fa per me”. Da quel primo momento, sono passati più di 30 anni, non c’è stata occasione in cui le mie Nikon mia abbiano tolto fiducia o non mi abbiano dato sicurezza. Sicurezza de che? Di poter scattare, di poter soddisfare la mia curiosità. Mica poco.
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Va detto che chi pratica la fotografia della natura vive un sacco di tempo con la mano sul grip della fotocamera, e’ un rapporto tattile di lunga durata 🙄. Ebbene, per forza di cose le mani imparano a trovare i comandi senza guardare, tele e fotocamera diventano estensione naturale, e si impara a distinguere al tatto se si è nella posizione giusta. Le ore trascorse, il fiato che condensa sul dorso e diventa brina in inverno, o le sudate terrificanti che inondano display e mirino, creano una specie di intimità con gli attrezzi. Insomma, nella foto sul campo si spinge il pedale a fondo e qui Nikon si è sempre dimostrata pensata allo scopo.
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Il senso di sicurezza che mi dava la F4E dietro al 600/4 Ais non l’ho più provato, in compenso oggi la potenza qualitativa della Z 9 con il 400/2.8 TC mi offre qualcosa che non ho mai avuto, la sicurezza di fotografare anche con una bava di luce, luce bene scarso sempre. Per chi fotografa nel crepuscolo questo aspetto ha importanza quasi ossessiva.
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Novembre 2025. Nikon Z9 ob. Nikon 400/2.8 TC Leofoto LS-324cex & BV-10. ISO 12800 1/40 f/2.8.
Ogni fotocamera, ogni obiettivo, mi rimanda a storie di momenti vissuti, attese interminabili culminate in brevissimi istanti di ripresa, giornate sul campo in posti in cui non mi sarei mai cacciato se non accompagnato da una fedele Nikon. Qui sta un po’ la mia cifra di merito: aver trovato il viatico giusto per consentirmi di fare cose che mi danno enorme soddisfazione.
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Che poi i risultati arrivino o meno, non c’è nesso. Il gusto di stare un paio d’ore in ascolto della brughiera alpina, nascondendosi alla vista di tutto e tutti, e’ cosa che ho provato e fatto solo grazie alle mie Nikon, non c’è storia. Negli anni , ormai molti, questo bel rapporto di dipendenza tra il fare e lo strumento per farlo è diventato granitico. Per questo mi incazzo come un orco se Nikon esce dai parametri che ho scoperto essere i più adatti alle mie esigenze, ma devo dire che in tutto questo tempo, nella sostanza, non lo ha mai fatto se non per accezioni semi marginali. Oggi con le Z9 non fotografo in modo troppo diverso da come scattavo con le FM2, Nikon alla fin fine ha tenuto conto di gente come me e non è poco, affatto.
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Oggi purtroppo è lunedì, il lunedì dell’ennesima settimana da vivere a pancia piatta e testa bassa sul lavoro. Devo tirare sabato per riprender in mano una Nikon, uscire e vedere cosa succede. Qualcosa la‘ fuori succede, sempre.
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