Sogni di Libertà
Memorie (quasi) smarrite dalle colonie penali dei primi anni della Repubblica
Un articolo nato per caso. Un evento che ha stimolato la mia curiosità per la fotografia sociale, forse una delle branche più difficili della fotografia: idee poco praticabili nella maggior parte dei casi e quando è possibile praticarle diviene difficile dargli un senso e una costruzione lineari, un filo conduttore che colleghi tutte le immagini, una traccia invisibile ma necessaria. Il caso ha voluto che mi trovassi a seguire un convegno all’interno della diramazione centrale della ex colonia penale di Tramariglio, dove oggi ha sede la direzione dell’Area Marina Protetta Porto Conte – Capo Caccia. Le colonie penali sino all’avvento della Repubblica ebbero una parte importante in tutta Italia ma scomparvero quasi tutte senza lasciare tracce storiche visibili, solo un cumulo di registri e incartamenti negli Archivi di Stato. Sopravvissero solo in Sardegna e in Toscana, in tutto otto. Oggi quelle operative sono quattro: Gorgona (Toscana); Isili, Mamone e Is Arenas (Sardegna). E quattro quelle non operative e divenute parco: Asinara, Pianosa, Tramariglio e Castiadas che hanno conservato tracce tangibili e visitabili con le strutture carcerarie restaurate e trasformate in museo e uffici del parco.
Non sto a tediarvi sull’argomento del convegno, interessante sicuramente ma non collegabile alla fotografia in alcun modo. Il mio interesse scatta però alla fine del convegno a margine del quale è prevista la rappresentazione teatrale Sogni di Libertà portata in scena dalla compagnia La Volpe Bianca: vista l’attuale emergenza per via del sovraffollamento nelle carceri italiane mi è parsa una buona idea documentare questa storia forse di fantasia o forse no ma comunque traccia storica importante. E il palcoscenico? Naturalmente la ex struttura carceraria, una recita itinerante lungo i bracci di detenzione della vecchia colonia penale: storie che si intersecano, confessioni, follie, drammi, speranze, deviazioni che deflagrano durante un’ipotetica ispezione ministeriale perché sono i primi anni della Repubblica e le strutture statali non sono ancora totalmente allineate al nuovo ordinamento, alcune resistono sotto la gestione di direttori più o meno onesti nominati dal regime appena tramontato.
Intrigante. E ho con me ciò che mi serve (Zf)
Urla improvvise squarciano l’oscurità della sezione richiamando l’attenzione del pubblico. Lo show ha inizio…
... Provengono da una cella, un detenuto del quale non si scorge il volto ha infilato il braccio attraverso il blindo e sbatte con forza una scodella sulla porta della cella urlando la sua innocenza. Più forte urla più è inascoltato.
Il suono della sua voce disperata si fa sempre più distante man mano che ci allontaniamo in un luogo appartato, sullo stesso piano dove troviamo una suora chiaramente in missione. Il suo compito è apparentemente semplice: confortare i detenuti, avvicinarli a Dio, parlare con loro, pregare per le loro anime... e anche per la propria anima che sta cedendo. Teme per il suo voto, si è innamorata di un prigioniero, per questo prega, chiede aiuto al Signore, è irrequieta, quasi rabbiosa per le sofferenze che genera questo amore, ignara del fatto che qualcuno la spia...
Poi una voce maschile irrompe nella scena, la chiama, la implora di non fare resistenza perché un amore così dirompente non si può soffocare. Avrà tempo per pregare ancora e la fiamma della candela che tiene tra le mani si fa sempre più flebile mentre si incammina
verso una cella... Il suo corpo avrà la meglio sulla sua anima tormentata
Anche chi lavora all'interno della struttura deve lottare con i propri demoni: rimpianti, occasioni mancate e l'enorme peso delle sofferenze altrui. Anche loro soffrono la mancanza di libertà o si fanno carico delle sofferenze e dei sogni di chi deve scontare una pena.
La giovane figlia del direttore si occupa della posta in uscita. La legge prima di spedirla, lo deve fare, e questo le procura dolore: sono lettere struggenti, cariche di malessere tanto da spezzarle il sorriso. Ingiusto per una così giovane donna che si circonda di tanta tristezza
Vicino al suo ufficio c'è anche la matricola, affidata a un agente silenzioso. Troppo silenzioso. Non vive bene il suo internato, le sue ore di galere al pari di tutti gli altri detenuti: "... mio padre mi lasciò in eredità terreni e bestiame, ma io scelsi di servire lo Stato. Non so perché decisi di farlo. Avrei lavorato libero, nei campi e avrei respirato aria pulita, fresca... e non avrei perso la serenità, il sonno..."
In ogni carcere che si rispetti esiste una barberia. E il barbiere è un detenuto come tutti gli altri e gode del rispetto di tutti, non foss'altro per il fatto che solitamente maneggia un rasoio, meglio non farlo innervosire. Il problema sorge quando il barbiere inizia a sbarellare, a dare di matto e i detenuti iniziano a temerlo. Per carità, non uccide nessuno (per il momento) ma nessuno si sente più al sicuro sulla sua seggiola...
Va sempre a finire che il barbiere li spaventa tutti facendo finta di tagliare loro la gola
lasciando scorrere la lama sulla spugna, terrorizzandoli a morte
C'è anche un cuoco. Anche lui detenuto. Un vero chef finito in galera per aver servito ai propri clienti della besciamella avariata. Ma è veramente bravo. In cucina non arriva tanta roba e quella che arriva spesso è immangiabile. Il direttore si ruba i soldi e ai detenuti fa servire pane secco, carne guasta e frutta in avanzato stato di fermentazione. Ma il cuoco sa come cambiare il sapore di ogni cosa, con le erbe è un mago e nella campagna circostante trova di tutto: rosmarino, salvia, alloro, mirto... spesso anche topi, lumache, lucertole e qualche pesce spiaggiato caduto dalle barche dei pescatori e la frutta selvatica è un'alterntiva: fichi d'India, corbezzoli, qualche pera selvatica... ci si arrangia, basta saperci fare. La sua missione è nutrire quei detenuti che lavorano duramente per tutta la giornata e meritano pasti sostanziosi.
Poi si assiste al dramma, un giovane ragazzo decide per la strada più breve per raggiungere la libertà: una decisione estrema. C'è fredda determinazione nel suo gesto e mentre si dissangua il suo ultimo pensiero è per la madre che la vita gliel'ha data. La immagina accanto mentre o accarezza e lo implora di non farlo. Ma quella libertà vale bene la rinuncia alle carezze e agli abbracci
della donna più importante della sua vita
In un struttura penitenziaria è il direttore la persona più importante. Lui decide e comanda su tutti. E' il padre padrone.
Ha orecchie dappertutto, sa tutto quello che succede ma ha le sue debolezze che comprendono anche un rapporto omosessuale con un detenuto. Ben protetto (per ordini ricevuti e non certo per dovere) dal comandante delle guardie
Comandante delle guardie che nel finale si ripulisce la coscienza proprio con gli ispettori giunti da Roma: "... il mio sogno è sempre stato onorare questa divisa sin da quando la indossai per la prima volta. Ma eseguo ordini. Non mi piacciono ma li devo eseguire..."
La storia non finirà bene. Finirà all'italiana con l'onorevole di turno che chiama gli ispettori e consiglia loro di non fare rapporto.
Il direttore disonesto e vizioso ha ancora buone protezioni a Roma.
Non so come sia venuta fuori questa storia, ma ritengo che comunque se non proprio fotografia sociale sia almeno teatro sociale. Lato tecnico la Zf se la cava sempre molto bene con poca luce. Stavolta ho evitato il monocrome perché molte luci erano colorate e ho pensato che magari avrei avuto meno lavoro da svolgere in post produzione lavorando file a colori e in seguito provvedere alla conversione. Tutto sommato sono soddisfatto ma devo aggiustare il tiro perché mi pare che alcune manchino un po' troppo di contrasto.
Copyright Enrico Floris 2025 per Nikonland
Recommended Comments