Marcelle Meyer, la Musa
Ho scelto di definirla la Musa perché il suo ruolo nella sua epoca potrebbe essere così sintetizzato.
Marcelle Meyer in un quadro del 1922 ritratta in mezzo al celebre gruppo di intellettuali parigini "Les Six", ovvero Poulenc, Honegger, Tailleferre, Milhaud, Auric e Durec, sei compositori (5 uomini, una donna), orbitanti attorno al fascino di Satie ma soprattutto di Jacques Cocteau.
Ma sarebbe sminuirla perché abbiamo un'idea piuttosto passiva della musa. E sbagliamo. La Musa in musica fa di più.
Come pianista straordinaria, Marcelle Meyer, non solo eseguì le loro opere, ma ispirò compositori come Francis Poulenc, Darius Milhaud e Georges Auric grazie alla sua sensibilità interpretativa e al suo jeu perlé. La sua capacità di dare vita alle loro composizioni, spesso in anteprima, la rese una figura centrale nel loro processo creativo. Ad esempio, Poulenc le dedicò attenzione particolare, e la sua esecuzione di opere come la Sonata per pianoforte a quattro mani rifletteva una connessione artistica profonda.
La Parigi tra le due guerre era un crogiuolo d'arte e vi si incontravano talenti d'ogni parte. Oltre ai francesi, c'erano i transfughi russi fuggiti dai bolscevichi.
Erano installati a Parigi, Stravinsky e Dhiaghilev.
Marcelle Meyer eseguì in prima assoluta le loro composizioni.
Ma, pur giovanissima, collaborò con Debussy fino alla morte del compositore. E non dimentichiamoci Ravel, Chabrier.
Influenze importanti in quel periodo arrivavano anche da artiste elevate come Nadia Boulanger e Wanda Landowska.
E non solo musica, anche teatro, cinema, letteratura.
***
Marcelle Meyer è nata quando è morto Brahms, due anni dopo la morte di Clara Schumann della quale ha praticamente preso in carico il testimone.
E' morta nel 1958.
Ha lasciato oltre 200 registrazioni in studio di qualità eccezionale sul piano artistico e che oggi possiamo ascoltare in rimasterizzazioni che rendono loro onore pieno.
Io l'ho "incontrata" casualmente, non avendola mai sentita nominare prima, in un cofanetto visto ed acquistato da Ricordi un bel trenta anni fa.
Il terzo della serie degli "Introvabili" edito da EMI France
nel mio periodo di ricerca bulimica di ogni cosa suonata bene al pianoforte.
Erano gli anni in cui affrontavo anche miti come Backaus, Schnabel e Fischer.
Ammetto che quei tedeschi con la loro retorica eroica mi prendeva tantissimo.
Ma nello stesso tempo da Glenn Gould ero passato a Wanda Landowska ma soprattutto alla maestra Rosalyn Tureck mentre avevo la fortuna di poter ascoltare dal vivo Maria Tipo.
In Bach, ovviamente.
Ma quel cofanetto di Marcelle Meyer mi riempì di stupore per il suo atteggiamento composto, elegante, per quel tocco "perlato", capace di uno staccate inimitabile (mezza nota prima e mezza nota dopo).
Quel cembalismo aggraziato.
Soprattutto quella capacità assoluta di scomparire dalla scena.
La sua è poesia garbata. Pulita, nitida.
Mentre scrivo sto ascoltando anche Rameau e Scarlatti.
Normalmente li trovo noiosi ma qui mi appassionano. Marcelle Meyer diceva, riprendendo in parte certe idee di Debussy, che Rameau e Couperin andrebbero eseguiti come i loro "cugini" Bach e Scarlatti.
Non so se sia possibile, perché è musica completamente diversa ma la dinamica c'è tutta.
Solo che se passo alla 4a Suite Inglese, pur affetta da forte flutter nella registrazione che abbiamo, resto avvinto alla sedia.
Come è nella mia amatissima Fantasia e Fuga 904, qui meno solenne ma non meno incisiva dell'usuale, con le voci perfettamente stagliate una sull'altra, incalzanti, ferme, che mi fanno sollevare i pori per l'emozione.
***
Dicevo, capacità di scomparire ma anche poetica personale, interpretazione profonda, coerente. Che naturalmente non si limita al repertorio barocco, anzi, per Lei, decisamente minore ma che si evidenzia in quello per Lei contemporaneo.
Il suo Ravel dovrebbe essere molto più tenuto in considerazione.
Abbiamo per fortuna una integrale di circa due ore che si apre con una Pavane moderata ma comunque toccante.
Ma lo stesso posso dire per Debussy o per Chabrier.
Oggi che abbiamo ancora l'incombere della foga atletica di Martha Argerich che ha di fatto sdoganato la "pianista donna" in tutto il repertorio ma che in fondo si è finito con l'indugiare da parte dei registi sulle curve di Yuja Wang o sul panorama frontale di Khatia Buniatishvili, finiamo per dimenticarci che ci sono state anche Clara Haskil e Annie Fischer o Myra Hess, quasi perfetta contemporanea di Marcelle Meyer.
Che resta, elevata tra loro, per eleganza e raffinatezza, con quella impronta culturale impagabile in cui è cresciuta fin da bambina e che ha trasposto in ogni nota, in ogni tocco.
Ed è un peccato.
che per me la rendono impareggiabile, qualunque cosa suoni, anche quando non mi ritrovo nella sua visione.



alcuni dischi citati nel testo ma si dovrebbe ritrovare ogni sua registrazione moderna.
Recommended Comments