[articolo] “Chi non stampa le proprie foto non si può considerare fotografo”.
Lo so, è un titolo provocatorio. Ma spero che, più che suscitare polemiche, stimoli una riflessione.
Non so se capita solo a me: quando devo scrivere una relazione o delle istruzioni per lavoro, rileggo tutto a video e mi sembra perfetto. Poi stampo una copia, la rileggo, e puntualmente trovo almeno un errore. Sarà che sono un boomer, sarà distrazione, ma credo che toccare con mano la materializzazione del proprio pensiero abbia un effetto diverso, più incisivo.
Succede anche in fotografia. Quando collaboro con il mio stampatore, mi rendo conto di quanto la stampa sia diversa dalla semplice visualizzazione a schermo. Certi errori non li noto finché non vedo l’immagine su carta. Una stampa ben fatta ha un impatto che il monitor non potrà mai eguagliare.
Perché questo titolo così netto?
Perché la stampa è la fotografia. Che sia su carta baritata, cotone o anche solo fotografica, la stampa è la fase finale, compiuta, di una fotografia. Non è solo un mezzo per incorniciare un’immagine: è il momento in cui lo scatto diventa oggetto reale, tangibile.
E stampare ci rende fotografi migliori.
Scattare per stampare cambia il modo di fotografare.
Quando si scatta pensando alla stampa, ci si chiede se quell’immagine reggerà davvero il confronto con la carta. Il display della fotocamera o del computer non è un giudice affidabile: è retroilluminato, compensa errori, altera i colori. Ogni supporto ha una resa diversa e la post-produzione deve tenerne conto. La fotografia è nata come oggetto fisico. E, se perde questa dimensione, muore.
Viviamo sommersi da immagini: ne scattiamo a trilioni, ma la loro quantità non ne aumenta il valore. Al contrario, ne ha svuotato il significato. Siamo circondati da foto tecnicamente perfette ma emotivamente piatte, dimenticate un attimo dopo lo scroll successivo.
Stampare significa selezionare. Significa scegliere cosa vale davvero. E oggi più che mai serve consapevolezza.
Sì, il titolo si adatta bene a chi fotografa ogni piatto e a chi usa la fotocamera per alimentare il proprio ego sui social. Se il digitale non esistesse, probabilmente avrebbero già cambiato hobby.
Ma esiste anche un’altra categoria: fotografi che spendono migliaia di euro in attrezzature d’avanguardia, ma non investirebbero mai 20 euro per una stampa fine art che valorizzi davvero il proprio lavoro. E non sono solo digitali. Alcuni scattano a pellicola, inviano i rulli in laboratorio per lo sviluppo e la scansione, ma nemmeno si fanno restituire i negativi. Forse l’importante è solo postare una foto con la Leica M2 al collo.
Io, invece, ho scelto la stampa.
Quest’anno ho speso più in stampe che in pellicole o attrezzatura. Sì, al momento del pagamento fa un po’ male… ma poi passa, appena tengo in mano un 30x45 stampato su carta pregiata.
E voi?
Siete fotografi… o solo utenti di fotocamere?
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