Musica classica : perché parliamo tanto di interpretazione ? - III : Il linguaggio musicale
Un omaggio di Hannes per Clara dopo un litigio.
Su carta decorata, l'originale del suo Capriccio Op. 76/1
regalo per i suoi 52 anni, datato 1871, con annotazioni di pugno.
E grafia ... illeggibile quanto la mia
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la prima pagina dell'edizione 1910 del Capriccio di Brahms, Op. 76/1, curata da Emil Von Sauer
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la partitura stampata dall'editore di Brahms, Breitkopf und Härtel, qui rivista nel 1926 ma in origine dato alle stampe da Brahms nel 1878.
la prima pagina della Settima Sinfonia di Sibelius, edizione Hansen di Copenaghen 1925, oggi di pubblico dominio.
Si noti il numero di righe di note, un pentagramma per ogni strumento differente.
Una complessità evidente per solo 6 battute, pochissimi secondi di musica effettiva.
le prime due versioni del celebre monologo di Amleto di Shakespeare di cui abbiamo visto due interpretazioni nell'ultima conversazione su questo tema.
"Facile" descrivere a parole un monologo, anche se é il più celebre della storia della drammaturgia.
I segni sono le parole che comunemente utilizziamo (qui, ovviamente, in inglese elisabettiano).
Altro che la quantità di segni per portare la melodia della sinfonia di Sibelius.
Giusto per far saltare all'occhio una differenza sostanziale tra i linguaggi.
Ma andiamoci per gradi.
Abbiamo detto che l'interpretazione interviene in ogni ambito della comunicazione umana.
Che è impossibile trasferire esattamente un pensiero tale a quale ma che per farlo, ci serviamo di un linguaggio.
Questo, nella forma verbale è composto da suoni che noi chiamiamo parole cui abbiamo attribuito un significato codificato che si insegna fin dai piccoli ai cuccioli di umano.
Il linguaggio verbale è evoluto nei millenni, localmente, divenendo tanto complesso da non poter essere più efficacemente trasmesso solo oralmente e temporalmente, per cui è stato codificato per iscritto, usando segni ben definiti secondo le varie lingue.
Che possono essere letti, interpretati e capiti anche a distanza da persone che non si vedono, non si conoscono, anche temporalmente lontane.
Grazie alla parola scritta, conosciamo in parte la storia del passato.
Alfredo il Grande ha tramandato la prima storia dell'Inghilterra (letteralmente nel Wessex) facendola scrivere su pergamena riprodotta a mano dai monaci in quattro copie, conservate in monasteri distanti tra loro in modo che non andassero perdute in caso di calamità o invasioni.
Abbiamo copie originali e leggibili dei documenti più importanti citati dalla storia sin dai tempi dei tempi.
E quasi da quell'epoca, anche i testi delle tragedie, commedie, opere letterarie e teatrali che possono essere lette, tradotte, interpretate, recitate, grazie al fatto che sono state scritte e conservate.
Ma il linguaggio verbale non è che un linguaggio sonoro, che sia tradotto in segni scritti è solo una comodità.
Esistono tanti linguaggi sonori, alcuni che riusciamo a comprendere, altri no.
Il canto delle balene ha affascinato generazioni di addetti ai sonar dei sottomarini russi e americani. E' ammaliante, armonioso, profondo. Anche se noi non lo capiamo, per le balene è un modo di comunicare.
Le balene sono intelligenti almeno quanto noi ma non hanno i mezzi materiali per scrivere o memorizzare il loro linguaggio. Ma comunicano, noi diremmo "parlano". E cantano.
Noi cantiamo e facciamo musica. Lo facciamo da quando esistiamo.
Con la voce e con gli strumenti musicali.
Ma la musica è al tempo stesso più semplice e naturale del linguaggio verbale. Non richiede una traduzione, non richiede conoscenze di base : chiunque può cantare o suonare anche se non ha studiato.
Anche se non è intonato. Magari la "musica" che sarà in grado di produrre non sarà eccezionale. Ma sarà comunque una forma di musica.
In grado di comunicare il pensiero suo a chi la ascolta.
Che interpreterà e capirà ciò che sentirà o penserà di sentire.
Ai tempi dei tempi, la musica era esclusivamente di natura improvvisatoria, eventualmente tramandata per tradizione diretta.
Si dice che Nerone cantasse i suoi versi accompagnandosi con la cetra mentre Roma bruciava.
Ma non abbiamo idea di come fosse la sua musica. Nè di come fosse la sua cetra e di che suono avesse.
La musica comunque ci accompagna da quando esiste la società umana e anche da prima.
Ma a differenza degli altri linguaggio solo abbastanza recentemente si è data una forma scritta. E ancora più recentemente la tecnologia ci ha consentito di registrarla.
Perché il suono musicale è più complesso di quello verbale. Per la parola AIUTO non abbiamo bisogno di definire l'altezza del suono, la sua tonalità, la velocità di pronuncia.
Chiunque la pronuncerà come crede. Sapendo che chiunque conosce quella parola capirà che ... ha bisogno di aiuto.
Ma cantare la parola AIUTO è come cantare un'idea. Come si canta un'idea ? La parola non conta.
Io ascolto le cantate di Bach in tedesco, non capisco una parola o quasi del tedesco aulico.
Eppure ascolto le parole intonate in musica.
queste sono le prime due pagine della partitura a stampa del già citato mottetto di Bach BWV 227 Jesu Meine Freude.
Che comincia a 4 voci e prosegue a 5 voci, diverse, contrapposte e sovrapposte.
Senza strumenti.
Vedete le sillabe poste sotto alle note.
Le note rappresentano il tono - altezza/frequenza, durata - su cui deve essere cantata la sillaba.
Che i cantanti dicano Je-su Mei-ne Fre-ude oppure Um-mu Mem-mu Pre-mmu non conta particolarmente.
Se non conosciamo il tedesco il risultato sarà lo stesso, purché chi canta conosca la musica e sappia cantare secondo la notazione del compositore.
Ecco, in estrema sintesi, la ... sintesi tra la parola e la musica.
La notazione musicale, nata nella forma che conosciamo tradizionale per merito dei monaci benedettini, incaricati di codificare tutto, testo e musica, serve a registrare su carta il suono.
Dando indicazioni a chi lo deve riprodurre praticamente di tutto quello che aveva in mente l'autore.
Le note che noi conosciamo, derivano per tradizione dall'inno gregoriano dedicato a San Giovanni Battista :
- Ut queant laxis
- resonare fibris,
- Mira gestorum
- famuli tuorum,
- Solve polluti
- labii reatum,
- Sancte Iohannes.
da cui sono presi i nomi delle note. Ut all'origine è poi stato sostituito da DO, ma almeno nella nostra lingua (gli inglesi, gli americani e i tedeschi usano invece lettere A-B-C-D fino ad H per indicare le note, partendo dal La anziché dal Do e finendo comunque con il Si).
il canto gregoriano (siamo intorno al X secolo) era più semplice, era monodico - una unica voce cantata da tutti i cantanti - e le note erano quadrate o romboidali, non rotonde.
Non avevano la gambetta né i segni per regolarne la durata.
Le righe (rosse in questa riproduzione) erano 4 e non 5 come oggi.
Col tempo si è reso necessario codificare più dettagliatamente la musica che intanto è diventata polifonica e si è sviluppata soprattutto in campo ecclesiastico a servizio liturgico.
Dove non erano ammessi strumenti musicali all'infuori dell'organo. Che comunque all'inizio era uno strumento semplice, sostanzialmente usato in intavolatura a sostegno del canto.
Fuori dalle chiesa la musica popolare si è sviluppata più disordinatamente e solo più tardi ha trovato comodo impiegare la notazione per scrivere le parti, quando i complessi sono diventati più articolati del singolo trovatore che si accompagnava con il liuto o la ghironda nel suo canto cortese.
Di qui alle partiture complesse per orchestre di decine e decine di elementi e cori numerosi sono passati secoli.
Ma la logica è sempre la stessa.
Trasmettere per iscritto l'idea musicale con i segni e le indicazioni necessarie perché altri esecutori in grado di leggere quei segni, siano in grado di riprodurla in proprio.
E' un linguaggio universale. Un giapponese non deve necessariamente conoscere l'italiano per suonare Vivaldi.
Un tedesco è meglio che sappia l'italiano se deve cantare una cantata da camera di Handel del periodo romano, ma il cembalista che lo accompagna può anche essere inglese e conoscere solo la sua lingua, o rumeno, che importa ?
E' il bello della musica, essere universale e semplice.
Ma anche complessa, perché arrivare a conoscere tutti quei segni e saperli riprodurre come è previsto che si faccia richiede anche anni di studio.
Come sono richiesti anni di studio per imparare a suonare bene uno strumento musicale (inclusa la propria voce).
Qui naturalmente non parleremo né di solfeggio, né di armonia, né di composizione.
Ma ... teniamo bene a mente nel nostro discorso che impadronirsi del linguaggio musicale e saper intonare correttamente una nota o una serie di note è solo l'inizio.
E' da li che si parte per ... interpretazione.
Alla prossima puntata, sperando ci siano commenti che mi consentano di estendere il discorso e meglio dettagliarlo.
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