Musica classica : perché parliamo tanto di interpretazione ? - II La comunicazione
Siamo così permeati dal linguaggio verbale che impariamo fin da neonati, che crediamo che il pensiero si formalizzi sotto forma di parole.
Invece no, il pensiero è immateriale, intangibile, non ha forma né suono.
E non può essere trasferito.
La comunicazione è stata inventata per consentirci di trasmettere il nostro pensiero agli altri.
A gesti, a grugniti e poi, via via, con suoni più organizzati, fatti di parole.
Ma la base resta un pensiero.
Io posso tradurre il mio pensiero in parole nel modo più accurato possibile.
Dirlo a parole a chi voglio che mi capisca.
Quello ascolterà bontà sua quanto gli dico, darà un significato alle parole che sente e si farà un'idea di quanto sto pensando.
Ma il mio pensiero e l'idea che ne avrà l'altro non coincideranno mai.
Il risultato finale sarà una interpretazione del mio pensiero iniziale.
Fin qui la comunicazione diretta, verbale, tra individui che si vedono e che è fatta anche di gesti, espressioni, contesti, situazioni.
Con l'evoluzione, dal parlato si arrivata alla forma scritta delle parole.
Abbiamo dato un simbolo ad ogni suono ed abbiamo avuto l'alfabeto.
Dopo l'alfabeto, le regole grammaticali.
Scrivendo - su pietra, su pergamena, su cera, su carta - le nostre parole, siamo riusciti a trasmettere i nostri pensieri anche a chi non è presente.
Fisicamente e nel tempo. Un sistema efficace ed efficiente.
Ancorché imperfetto. Perché abbiamo una doppia, tripla traduzione del pensiero. A parole, scritte, lette, comprese, interpretate.
Magari dai miei discendenti. O da persone lontane.
Che magari parlano un altra lingua. Perché ogni gruppo di umani, localmente, ha sviluppato una propria lingua, spesso o quasi sempre incomprensibile per altri gruppi distanti.
Per permettere di comunicare tra loro persone di lingue diverse, non a caso, si chiamano gli interpreti.
Un interprete non si limita alla traduzione letterale come farebbe un traduttore automatico basico, si impegna a trasmettere nell'altra lingua il concetto il più possibile simile a quello espresso nella lingua iniziale.
Non sembra così complicato perché per noi è tutto usuale, quotidiano.
Quando parliamo con altre persone di un altro paese, in una lingua che non è né la nostra né la loro, facciamo uno sforzo di astrazione il cui risultato sarà, anche quando soddisfacente, spesso parziale.
Ma continuiamo il percorso.
Con le parole scritte si sono anche scritti poemi, storie, drammi, commedie. Che prima erano semplicemente raccontati o tramandati oralmente.
La letteratura si è sviluppata grazie alla parola scritta.
Un libro altro non è che il pensiero organizzato dell'autore, scritto in una certa lingua, che può essere letto, compreso e ... capito da chi lo voglia leggere.
Nel caso dell'arte, pensiamo ad esempio ad un dramma di Shakespeare che scriveva a cavallo del 1600.
Hamlet o Romeo e Giulietta sono sceneggiature (le chiameremmo così oggi, pensando al cinema), rese vive da personaggi di cui l'autore ha scritto i dialoghi.
Leggendolo noi capiamo la storia ed entriamo nella relazione tra i personaggi. Arriviamo persino a commuoverci o ad arrabbiarci.
Ma noi viviamo oggi, nel 21° secolo, quel testo è stato scritto nel 17° secolo, in una lingua parzialmente arcaica, diversa dalla nostra. Con significati che spesso ci sfuggono o restano labili.
Pensiamo cosa debba essere mettere in scena l'Amleto oggi. Su un testo tradotto in italiano, per attori di oggi, che devono imparare la parte, immedesimarsi nel personaggio per poterlo interpretare.
E poi relazionarsi sul palcoscenico con altri attori che impersonano altri personaggi.
Sotto la guida di un registra che ha la responsabilità certo, di intrattenere il pubblico, ma anche di rendere un servigio onesto all'autore.
Che più di 400 anni fa ha scritto un testo immortale perché anche noi, distanti nel tempo e nello spazio, potessimo apprezzarlo.
E tutto questo con la musica classica che ci azzecca ?
Giusto, un'altra lunga introduzione anche nel secondo capitolo. E perché ?
Ho scritto che il pensiero si materializza sotto forma di parole perché possa essere trasmesso agli altri.
E che cosa sono le parole ?
Sono suoni, niente altro che suoni. Quindi noi, come tutti gli animali - o quasi - comunichiamo il nostro pensiero per mezzo di suoni.
A cui abbiamo dato un significato codificato in modo tale che gli altri lo possano capire.
Interpretare un testo per noi è normale, lo facciamo in ogni momento del testo.
Così come comprendere e interpretare quanto ci sta dicendo il collega o l'amico a voce anche al telefono.
O per iscritto su Whatsapp.
Ma se invece di usare le parole ci limitassimo a provare a comunicare con i suoni delle lettere ?
A-A-A-E-E-O-I-A-A e poi S-T-V-Z
nessuno ci capirebbe.
Ma noi potremmo sforzarci di articolare i suoni perché arrivino con un senso.
Come fanno gli uccelli con quello che noi chiamiamo canto.
Ecco ! Non è così che i suoni diventano musica ?
Tanto quanto un commediografo o un drammaturgo concepiscono un testo che verrà poi rappresentato - a voce - dagli attori, un compositore cerca di cristallizzare il proprio pensiero in forma sonora ma per mezzo di musica.
Ovvero suoni "musicalmente" articolati.
Per lui avranno un significato in origine che può essere o meno chiaro. Potrebbe esserlo per chi ascolta quella musica.
In mezzo, comunque sia, se non siamo musicisti, ci sarà un interprete che si incaricherà di cercare di rendere, con tutta la sua sensibilità, competenza, formazione, virtuosismo, carica umana, in qualche cosa che ci arrivi e ci dia il senso del pensiero iniziale.
Per quanto possibile.
Perché il linguaggio musicale per noi umani è molto ma molto più complicato da cogliere di quello parlato per cui fin dalla culla veniamo addestrati.
Ma questo lo vedremo nel prosieguo di questa conversazione a puntate.
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