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Bach/Busoni : Preludio e Fuga BWV 552 - Piemontesi contro Ogdon


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frontespizio del manoscritto del preludio e fuga BWV 552 in Mib di Bach

Si tratta di una delle composizioni per organo più lunghe e complesse di Bach e dell'intera letteratura classica.
Il preludio, maestoso, è in tre parti.
L'inizio è in stile francese, come un'ouverture

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prosegue con un secondo soggetto, estroverso, all'italiana, e si chiude addirittura con una fuga doppia in cinque parti.

Non bastasse, si prosegue con una tripla fuga, anche questa in cinque parti, con movimenti variati, stretti continui, sviluppi, con il materiale tematico che si richiama a se stesso.

Della complessità dei suoi circa 15-16 minuti si potrebbe scrivere un libro, e non è qui il caso. E questo limitandoci alla versione originale del 1731/1739 e della coeva fuga in Mib del Clavicembalo ben Temperato.

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Ma Ferruccio Busoni, non contento, nella sua stesura delle opere di Bach, è voluto intervenire, trascrivendo la composizione per pianoforte.

Se già il povero cristiano con due mani e due piedi, tre manuali e pedaliera completa ha il suo bel daffare ad avere ragione di questo monumento del contrappunto bachiano, il pianista si deve adattare a rendere su uno strumento più espressivo ma certo meno potente le stesse dinamiche.
E qui ci vuole un Bosendorfer Imperial oppure un Fazioli 308.
Come sia, Busoni con la sua arte, destruttura completamente l'architettura bachiana e la riedifica rispettandone ogni fondamento ma dando maggiore evidenza ad ogni voce, fraseggio, accordo.

Non sono tanti i pianisti capaci di rendere a pieno queste pagine, così come sono pochi gli organisti che si salvano dalla tentazione di schiacciare gli ascoltatori seduti nelle panche della chiesa con tutta quella musica sparata con una registrazione impetuosa.

Se possibile, in questo confronto ho voluto scegliere due pianisti che in comune hanno solo l'amore per la complessità dei misteri musicali e l'uso del pianoforte per proporli ad un pubblico se possibile altrettanto diverso.

Raffinato, colto, mite, lo svizzero Francesco Piemontesi, è tra gli interpreti più raffinati dell'attuale panorama musicale mondiale.
Complicato, spesso al limite della follia, impetuoso, sanguigno, estremo, bipolare, il grandissimo John Ogdon, scomparso nel 1989 e sommo interprete - tra le altre cose - delle trascrizioni di Busoni di Bach.

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John Ogdon, a sinistra, Francesco Piemontesi, a destra

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ho già recensito su queste pagine il "Bach Nostalghia" di Piemontesi, pubblicato il 25 settembre 2020 da Pentatone

mentre ho forse solo accennato al disco tutto dedicato da Ogdon la Bach/Busoni pubblicato da Altarus Records

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e a queste due letture che mi riferisco

***

Il disco di Piemontesi si apre con il preludio del BWV 552, prosegue con altra musica, tra cui la Toccata BV 287 di Busoni e si chiude con la Fuga del BWV 552.
Questo di Ogdon è meno "programmatico", inizia con la Toccata Adagio e Fuga BWV 564, prosegue per alcuni corali, per poi passare al Preludio e Fuga 552 prima di concludere con la Toccata e Fuga in Re-, la Ciaccona e chiudere con la Fantasia Contrappuntistica di Busoni.

Come dicevo, esattamente come i due interpreti, le due edizioni non potrebbero essere più diverse, già dalla durata :

Ogdon : 13:50
Piemontesi : 15:32

 

L'ouverture in stile francese del preludio, per Ogdon è un pezzo possente, ricco di momenti brillanti e con un ampia gamma di dinamica.
La fuga finale è concitata, le due mani si imitano più che contrapporsi. I tempi, come é da intuirsi sono veloci ed è un crescendo verso il finale che avviene al minuto 07:44
Ma soprattutto ci sono ottave piene che sfruttano tutto lo strumento.

La tripla fuga comincia in sordina e la musica riprende senza interruzione da un altro punto. Anche qui il contrappunto non è barocco ma - giustamente - romantico, con le due mani totalmente libere di impostare il canto in modo diverso.
La prima fuga è molto dolce ma con il basso ossessivo che cresce verso il finale, sia di volume che di ampiezza.
La seconda è più chiara, le due mani sono in perfetta parità sonora, anche nell'espansione dinamica che ne segue.
Nel finale volumi e dinamiche crescono a livelli tridimensionali e l'ascoltatore non ha ... scampo, schiacciato dal pianista che copre l'intero arco dinamico con ottave gigantische.
Ma mai, in nessun momento la trama manca di chiarezza e la dizione resta precisa. C'è solo molta libertà nell'accentuare passaggi, note, accordi.
L'articolazione di questo capolavoro, reso ancora più monumentale da Busoni permette con Ogdon una lettura perfettamente chiara che all'organo è spesso difficile per la saturazione evidente che quello strumento riesce rapidamente a portare.

 

Anche per Piemontesi il preludio è sontuoso ma con tempi più dilatati, dinamiche meno estreme e soprattutto un andamento che sa quasi di danza, con movimenti a salire e a scendere.
L'effetto è quasi orchestrale, come se si alternassero il tutti e i soli, come nei Concerti Brandeburghesi, per intenderci, mantenendo però questo andamento a scalini, appunto, come di danza in parata.
Improvvisamente cambia la velocità ma non il volume, direi che lo stile qui è più clavicembalistico e in questo è aiutato dallo strumento che ha una intonazione - e anche una registrazione - più chiara di quello di Ogdon.
Il basso non scende così in fondo con lo stesso volume ma è deciso e legato e staccato si fondono perfettamente. Il preludio finisce diminuendo.

La scelta di mettere la fuga staccata e in fondo al disco, a conclusione di un discorso più ampio che passa per il concerto in Stile Italiano e la Toccata di Busoni, rende la composizione del tutto slegata dal preludio.
Questa scelta è accentuata da un tempo iniziale estremamente riflessivo ed una intonazione graziosa, che sulle prime non ho riconosciuto come efficace ma che è del tutto funzionale al discorso di fondo, supportato da un basso sommesso ma molto deciso e da una ripresa dei tempi con la seconda fuga che dinamicamente cresce di velocità, pur mantenendo un approccio estremamente umanistico.
Le parti si alternano con grande nobiltà e ad ognuno viene resa giustizia, senza eccessi anche quando è previsto che si stagli ben deciso il forte.
Sul finale i bassi non sono effetti del martello di Thor come con Ogdon ma strutturati senza andare oltre lo spirito del disco.

Per confronto con una edizione all'organo "canonica" come quella di Simon Preston la lettura di Piemontesi è più vicina all'originale, nonostante la cura mefistofelica di Busoni. In altre letture - per esempio con l'organo Silbermann di Freiberg - più attiguo ai borgi di Bach - si può trovare maggiore solennità e una certa monotonicità di dinamica. Questo per sottolineare quanto sia fondamentale l'impatto dello strumento, sia per l'organo che per il pianoforte.
L'organo ha naturalmente una scelta di registri di ben altra ricchezza rispetto al pianoforte. Ma non dimentichiamoci che qui stiamo parlando di una trascrizione e che lo scopo di Busoni era specificamente rileggere - dopo aver riedito l'opera omnia di Bach - le composizioni originali per renderle più vicine al gusto post-lisztiano della sua epoca.

Le due interpretazioni di questo articolo si distinguono proprio per questo, senza che esca una proposta necessariamente migliore.

Per Ogdon lo sforzo va oltre quello di Busoni, portando le pagine di Bach più vicine all'ascoltatore del nostro di tempo, non di quello di Busoni.
Mentre Piemontesi ha nostalgia di Bach, nonostante la trascrizione. E il suo Bach/Busoni, non è quello di oggi, non è quello di Busoni, è il suo.

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5 Comments


Recommended Comments

  • Administrator

L'originale, all'organo :

 

 

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  • Administrator

Per i fanatici come me, l'arrangiamento per orchestra del Prof. Arnold Schoenberg, Michael Gielen con la sua SWR

 

 

la seconda fuga è sensazionale !

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