Vai al contenuto
  • argomenti
    4
  • commenti
    20
  • visualizzazioni
    390

A proposito di questo blog

il blog dei miei viaggi, fotografici e non...

5c33b5e2-e1d8-4d64-a199-65e6fff8020a.thumb.jpg.4202da1639cc85233f9187453a00e5c0.jpg

Gli argomenti in questo blog

 

[Nikon Centenario] GN Nikkor 45mm f/2,8

Nikon compie oggi, nel 2017,  Cento anni dalla sua fondazione    La sua produzione civile fotografica data dal 1946, anno della riconversione industriale in un Giappone ancora occupato dagli americani, dopo la fine del conflitto mondiale e le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Nei successivi trenta anni, tra il 1946 ed il 1977 si susseguono ad un ritmo incessante proposte, progetti, realizzazioni in un crescendo di inventiva ed affidabilita' che rende inscalfibile la fama di questa azienda, ancora oggi competitiva se pur in un mercato e con modalita' ben differenti da quelle originarie.      Questo obiettivo di cui parlo a distanza di quasi cinquant'anni dalla sua presentazione e' uno dei tantissimi simboli e neppure uno di quelli appartenenti all'eccellenza, che sta a testimoniare del modo in cui Nikon era in grado di essere sempre sulla cresta dell'onda al momento in cui si presentasse un'esigenza a cui rispondere con una opportunita'.  Anche in modo assolutamente empirico, come in questo caso:   Il Nippon Kogaku GN Nikkor 45mm f/2,8 nasce nel 1968 come curioso e unico progetto della Nikon relativo ad un obiettivo dalla focale poco meno che standard e leggero all'inverosimile (150gr) oltre che super sottile, ben definibile come un pancake, misurando appena 20mm dalla flangia alla filettatura filtro, caratterizzato quindi da ghiere di messa a fuoco e dei diaframmi davvero strette (e difficili da maneggiare in un utilizzo consueto), un diaframma  e dal semplice quanto efficace schema Tessar (4 lenti in 3 gruppi)         mirante a realizzare una sorta di automatismo di impostazione per i primi lampeggiatori elettronici che facevano la loro

comparsa sostituendo inesorabilmente le lampade flash. La sigla GN sta infatti per Guide Number, numero guida, l'unico elemento all'epoca indicativo della potenza di un flash in metri o piedi e per definizione a 100 ASA/21DIN di sensibilita' film.  Qui con SB-1 del febbraio '69 GN36 (metri a 100ASA)
Tale automatismo veniva assicurato da una forchetta di accoppiamento della ghiera di messa a fuoco della lente con una scala graduata con i numeri guida flash:   scelto quello del flash in uso  (x es, qui NG 32) si vincolava in sostanza la ghiera dei diaframmi a quella di messa a fuoco (che all'occorrenza era stata progettata con la minima distanza a sinistra invece che come di solito, a destra)  in maniera tale che focheggiando sul soggetto la ghiera dei diaframmi si andava aprendo o chiudendo a seconda che il soggetto fosse rispettivamente più lontano o più vicino all'obiettivo.  messa a fuoco ad 1 metro, diaframma necessario f/25  messa a fuoco ad 3 metri, diaframma necessario f/11 oppure, considerando la questione dal punto di vista della priorita' al diaframma,   diaframma f/5,6 = potenza utile del flash attorno ai 6 metri di distanza

Tutto meccanicamente accoppiato fino a quando si tenesse bloccata la forchettina apposita,  sbloccando la quale... ... ovviamente si potevano stabilire anche delle sovra o sotto esposizioni del flash, semplicemente riaccoppiando le ghiere ad un valore differente di NG, ingannando l'obiettivo.

Si trattava allora di utilizzare un flash in Manuale a tutta potenza (ancora non esistevano le cellule thyristor di automatismo per la luce flash) e tale opportunità facilitava non poco il lavoro dei reporter cui questa specifica lente era destinata, costretti con gli obiettivi normali a fare mentalmente i calcoli relativi a distanza e diaframma da utilizzare, oppure a consultare tabelle appositamente redatte.
Grazie anche alle sue caratteristiche complementari di nitidezza maggiore al centro piuttosto che ai bordi e di luminosità media (usando un flash a tutta potenza non erano necessarie luminosita' maggiori di f/2,8) di bassa distorsione complessiva e di una piacevolezza dello sfuocato derivante da un diaframma di ben 9 lamelle (nonostante l'apparente semplicità del progetto) questo piccoletto resta ancora oggi uno degli oggetti da collezione del catalogo Nikkor piu' considerati. E per chi questi obiettivi abbia la possibilita' di utilizzare ancora, per un breve periodo l'ho fatto anch'io con la Nikon Df, (vedi galleria) sono certo anche della buona qualità delle immagini, nonostante la progettazione in un periodo nel quale non contavano gli schemi telecentrici...ma quattro lenti sono una garanzia di mancanza di eccessi in ogni senso diretti. Di questo GN45/2,8 esistono due versioni: questa del 1968 (seriali da 710xxx a 7463xx) e una successiva del 1973, con un antiriflesso migliorato e lnon piu' Nippon Kogaku ma Nikon sulla flangia anteriore (seriali da 760xxx in poi) Poi, nel febbraio 2001, fu presentato un obiettivo replica di questo pancake, il Nikkor 45/2,8P (quindi MF ma con i contatti elettrici, che lo rendono compatibile ad ogni Nikon DSLR) non piu' dotato (ovviamente) della forchetta di accoppiamento ghiere, del quale e' stato scritto su Nikonland dal nostro amico Adriano Max qui   Questo obiettivo, quindi, resta un fatto a se, sicuramente piu' unico che raro   ed e' questo aspetto che me lo fa inserire in blog al capitolo riguardante il Centenario di Nikon: per ricordare ed esortare alla continuità nella tradizione, con un occhio orientato all'innovazione   ossia la filosofia che alle origini ha supportato il marchio Nikon, presupposto dell'immensa produzione di materiali affidabili ed intelligenti, proprio come l'obiettivo qui illustrato.   Max Aquila photo (C) ed instruments per Nikonland 2017

Max Aquila

Max Aquila

 

[Nikon Centenario] Nikkor by Max Aquila (RFSP)

La mia passione per Nikon non ha data: ma la mia prima Nikon si... e cioe' il 17 Novembre 1987, quasi trenta anni fa.   Il Centenario che Nikon celebra quest'anno non si ricollega in effetti alla produzione ottica per fotografia che noi tutti conosciamo ed apprezziamo, (anche per il fatto di essere qui presenti su Nikonland, il sito relativo a tutto ciò che ruota intorno a Nikon.) La data di Nikon nostra, quella che nel nome e col marchio cerca timidamente di ispirarsi a Zeiss Ikon,    e' piu' recente, ed e' relativa ad un periodo storico che i giapponesi tendono a non voler rammentare, ma e' il momento nel quale Nikon diventa azienda civile, non solo nella denominazione, ma sopratutto nelle modalita' di progettazione e realizzazione. Ne ho scritto undici anni fa in questo articolo del quale resto ancor oggi orgoglioso che ci riporta al 1946 per le RangeFinder, le macchine a telemetro che 13 anni dopo, nel 1959 furono soppiantate dalla Nikon F, 
  la prima delle reflex che utilizzava una baionetta, identica (con le opportune modificazioni) a quelle dell'ultima: la Nikon D850, appena presentata al mondo.
  Quindi per noi fotografi ....Nikon oggi compie solo 71 anni, e' anziana ma sempre valida nelle sue proposte, ammodernata nelle proposte e nei materiali. Non tutti sono contenti dell'impoverimento, proprio dei materiali, delle recenti realizzazioni ottiche Nikon. In questo mio blog voglio utilizzare le foto degli obiettivi dal 1946 in poi che in questi miei 30anni di Nikon, ho tenuto tra le mie mani e hanno partecipato alla mia vita fotografica, professionale ed amatoriale, emozionandomi: motivo per cui la maggior parte di essi saranno appartenenti alle prime generazioni, prima della fase autofocus. Sono oggetti costruiti con il crisma della durevolezza e della piacevolezza estetica e tattile. Molti degli obiettivi ritratti sono stati anche oggetto di articoli che man mano linkero' alle foto: non si tratta di un vezzo, ma semplicemente di un mezzo per aiutarmi a ricordare quanto in questi 30 anni io sia stato per Nikon, tanto quanto Nikon sia stata per me. E che il mio nickname, che utilizzo da 15 anni sul web, sia la cifra di quanto anche le macchine Nikon che non sono riuscito a possedere, siano state importanti per me,   Max Aquila RFSP  photo (C) per Nikonland 2017  Nikon RangeFinder SP            

Max Aquila

Max Aquila

 

[report] L'ultima delle Cattedrali d'Europa

Se non capita tutti i giorni di trovare dietro un cartiglio che identifica una data di fondazione, 
le immense gru di un cantiere edile
 
 
certo risulta piuttosto unico piu' che raro rendersi conto che non si tratti del restauro dopo 131 anni da quella data,
bensi' del cantiere di fabbrica di una chiesa piuttosto inconsueta,
 
 
no, riformulo... piuttosto atipica,
 
 
mio Dio, no..., assolutamente assurda, incoerente, inimmaginabile nelle sue forme esterne
 
 
nei dettagli e nell'estro dei particolari, per le forme e la fabbrica degli "effetti speciali"
 
 
e la ricchezza del racconto narrato sulla pietra di Montjuic
 
 
e' a Barcellona, e' catalana (non spagnola), e' l'icona del Modernismo, e' diversa da tutte le chiese che potrete vedere nella vostra vita, e' iniziata ma non sappiamo quando sara' finita, e' la sintesi di tutte le tendenze del secolo trascorso dell'arte e dell'architettura, e' tuttora il laboratorio attivo delle tecniche di costruzione piu' estreme:
  
e' il Temple Expiatorii de la Sagrada Familia di Anton Gaudi', al quale venne commissionata dal re Alfonso XII di Spagna nel 1882, quando lo stesso Gaudi' a soli 30 anni era gia' considerato il Genio dell'architettura modernista catalana, prima ancora di stupire il mondo con gli allestimenti delle abitazioni barcine di casa Battlo' e palazzo Guell, sintesi di stili e metodi ancora oggi incomparabile esercizio di provocatoria immaginazione.
 
E' l'ultima delle Cattedrali di questo mondo occidentale,
 
 
un cantiere incredibile, simbolo della riedificazione del concetto di culto, indipendente dal credo, universale nel suo messaggio di espiazione delle colpe terrene.
 
Barcellona e' una citta' che splende di colori: della gente, delle strade, dei palazzi e del cielo...  
io sono riuscito a sommare tre giorni di pioggia che mi hanno portato a soffermarmi sul come, piuttosto che solamente stupirmi della sua bellezza,
cosicche' della Sagrada Familia ho rinunciato alla stereotipia della visione corrente, quella delle guglie alte piu' di 115 metri e cosparse dalle ceramiche multicolori, immensi termitai stagliati sull'azzurro di un cielo terso e sono rimasto colpito dal complesso dell'opera e dalla fatica delle maestranze che per 130 anni hanno prima di tutto dovuto piegare la propria esperienza all'inaudito progetto e poi realizzarlo. 
 
L'estremo contrasto tra le due facciate esistenti (manca ancora la terza):
quella della Natività con le sue sculture di inizio Novecento, a formare un presepe attorno ad una grotta di personaggi intenti alle loro occupazioni,
 
come questo Gesu' adolescente nella bottega paterna  
 
rispetto la modernissima facciata della Passione con le sculture spigolose e drammatiche, 
contestatissime, di Josep Subirachs
come questa agghiacciante Flagellazione  
 
 Vetrate policrome in linea con le forme neogotiche, come ci si aspetterebbe in un progetto del genere
 
 
ma dove la realta' supera del tutto l'immaginazione è nello sguardo che corre all'interno delle navate, dove oltre alle dimensioni gigantesche degli spazi dedicati al culto
 
 
cio' che lascia sbalorditi e del tutto spiazzati sono le forme dei particolari di realizzazione statica,
colonne con capitelli da saghe aliene   (ovviamente realizzate grazie all'avvento della progettazione assistita dal computer) nella necessita' di rispettare cio' che del disegno originario di Gaudi' e' rimasto, insieme alla necessita' di interpretare il suo pensiero che gia' nelle prime fasi andava progredendo durante la costruzione stessa.
 
Alzare lo sguardo alla volta principale equivale a perdersi nell'alternanza apparentemente casuale di forme strettamente interconnesse, basate sulla gestione della luce per ottenere volumi contrastanti  
 
incredibili sequenze di guglie che nel loro interno contengono contrafforti e strutture decorative che servono a costituire supporto ma al tempo stesso sono anche funzione della parte a cui sono associate
 
 A questo punto decido che non è piu' il colore ad interessarmi e imposto un profilo monocromatico sulla mia V1 con il 10mm ed il 30-110, alti ISO e forte contrasto, a significare le alternanze di luci ed ombre, precisa funzione delle luci che filtrano da punti ben studiati, la' in alto
 
 
pietra, marmo e granito si succedono a stabilire varianti di densità strutturale  
 
 
archi e contrafforti inframmezzati da scale che salgono e scendono, avvitandosi alle pareti  
 
sopra la cripta originaria, l'organo moderno ma immenso, formato da 1492 canne, poste ad altezza di uomo, diversamente che nelle usuali collocazioni
 
 
dietro l'abside centrale il cui retablo visto dal basso ipnotizza nella ricerca della sua coesione strutturale
 
 
Anton Gaudi' dedico' tutta la vita alla realizzazione di questa sua magniloquente opera architettonica, basata sulla sua grande Fede ispiratrice: mori' nel 1926 investito da un tram nelle vicinanze della Sagrada Familia e i suoi disegni furono in parte abbandonati, in parte perduti, in parte rimasti prigionieri della sua mente.
 
Oggi la Sagrada Familia e' rimasta l'ultima Cattedrale in edificazione in Europa:
rimane da realizzare la terza facciata, quella della Gloria e la torre piu' alta, quella centrale, che una volta eretta misurerà 170 metri di altezza, un metro al di sotto del Montjuic che fiancheggia la citta' catalana: questo perché lo stesso Gaudi' sosteneva che l'opera dell'uomo non debba sovrastare quella di Dio.
 
Per capirne il significato non bastano guide e libri:
bisogna dedicare del tempo a leggerne la forma e a tradurre il senso che ha portato a scrivere in una pluralita' di lingue la parola dell'anima
 
 

Max Aquila

Max Aquila

 

[report] Sardegna SudOvest, tra fenici e... fenicotteri

Sono davvero tanti gli itinerari possibili in Sardegna, forse la regione italiana piu' densa di contenuti appartenenti ad epoche antecedenti quelle storiche.  
Come ben chiaro da questa, apposita, carta archeologica,   dalla quale si evince la distribuzione dei luoghi di interesse, sparsa su tutto il territorio di 24mila kmq, che occupa al centro del Mediterraneo, in una posizione che ne ha fatto centro di interesse economico fin dalle ere piu' antiche.
  
 Gli ultimi due giorni dei quattro trascorsi ad aprile in Sardegna, durante i quali ho avuto modo di sottoporre a ulteriore test il Sigma Art 12-24/4 ci siamo lasciato alle spalle Cagliari ed i suoi stagni, meravigliosamente popolati da tutte le specie possibili di uccelli stanziali e migratori, tra i quali spiccano per carattere e immanenza i fenicotteri del titolo
    dirigendoci a sud attraverso strade che mi hanno regalato l'emozione di panorami indimenticabili su verdi insenature e spiagge bianchissime come solo in quest'isola e' dato di trovare, 
 
anche in questo caso (come per i fenicotteri) senza doversi rivolgere per forza a latitudini e culture del tutto diverse da quelle che hanno dato vita alla nostra civilta' mediterranea. 
Ed in questo percorso, che ci ha condotto fino alle isole di Sant'Antioco e San Pietro, all'estremita' sudovest della Sardegna, ci siamo potuti rendere conto della straordinaria varieta' di testimonianze di questo passato, non del tutto remoto da queste parti, come e' invece nel resto del nostro Paese.
Il concetto alla base di questa mia considerazione e' la natura geologica della Sardegna, diversa da quella della Penisola italiana, non soggetta ai moti erciniani che tanta devastazione nei millenni hanno apportato alle testimonianze del passato altrove che non qui.
 
Subito dopo la zona estrattiva industriale di Sarroch, barcamenandosi nella caratteristica tendenza sarda a non segnalare le zone di maggiore interesse turistico  
 
arriviamo quindi alla zona archeologica di Nora, la citta' piu' antica in Sardegna, fondata dai Fenici nel IX sec. AC, poi divenuta il piu' importante centro cartaginese, quindi capitale romana, dal 238dC, della provincia sarda.
Delle vestigia fenicie resta ben poco di visibile, se non  poco dopo l'ingresso il tempio di Tanit, purtroppo appannaggio esclusivo di una colonia di gabbiani i quali,
  
se anche lo proteggono, di certo non lo trattano come quelle antiche pietre meriterebbero...  
Ma delle pavimentazioni romane delle terme e delle abitazioni e templi prospicienti, resta di certo un ricordo indelebile sia per la spettacolare posizione all'estremita' del promontorio di Pula, 
    
      sia per l'eleganza dei mosaici e dei manufatti, 
 
           
Superata quindi la baia di Chia e le relative spiagge,      ,
come quella della Tuerredda,
dove a quanto pare Ligabue (the singer, not the painter)  
 uscendo dalla sua villa, prima di tuffarsi in acqua, gode di questo panorama.     Doppiato Capo Malfatano
     
ci approssimiamo ad attraversare l'istmo artificiale che collega fin dal tempo dei romani, la "terraferma" all'isola di Sant'Antioco,   
 
fondata dai Fenici nell' VIII sec AC con il nome di Sulki  (no...non questo...  )
e forse per cio' stesso, attorniati nel percorso di accesso dai "soliti" fenicotteri  
 
   (singolare accrescimento linguistico: fenic OTTER i) 
 
SantuAntiògu in sardo, conserva nella sua notevole estensione territoriale (108 kmq) che ne fa la quarta isola italiana, dopo Sicilia, Sardegna ed Elba tutte le caratteristiche del territorio sardo, sia geomorfiche sia naturalistiche sia, infine, storiche, con l'alternanza di tutte le fasi della civilta', da quella preistorica e nuragica a quelle, appunto, fenicie, puniche e poi romane, dopo la II guerra punica, nella quale la flotta cartaginese aveva usato l'isola come base logistica.
 
La sua, omonima, citta' principale, importantissimo porto commerciale per gli scambi di materie prime, metalli preziosi in primo luogo, che transitavano per suo tramite dalle regioni della Sardegna, che le valse l'appellativo tolemaico di insula plumbaria e' oggi un insieme di opportunita' di interesse che spaziano dai nuraghi inghiottiti dalla vegetazione lussureggiante, (favorita dalla sua natura vulcanica), 
                       
 
talvolta persino monumentali, come il gigantesco gruppo nuragico della sperduta (un impresa trovarla) 
GruttiAcqua  
alle testimonianze fenicie costituite dal tofet, il cimitero dei bambini mai nati o prematuramente morti (la mortalita' infantile a quell'epoca toccava quote impensabili e raccapriccianti) 
dove su un'altura distante dal centro abitato e dalle normali sepolture        
una distesa di vasi di coccio, semi-sepolti, contenenti le ceneri dei prematuri, alcune ancora interrate  
sfruttavano i naturali incavi delle rocce, o apposta realizzati,    
destinando la protezione del loro spirito al culto di Bes, divinita' autoctona poi assimilata a Baal in periodo punico e rispettata nel suo culto fino all'epoca dei romani.
 
In prossimita' dei resti antichi di Sulki, senza soluzione di continuita', l'abitato moderno, che comprende delle abitazioni ipogee, frutto del riutilizzo in epoca medioevale, delle necropoli punica e romana 
impossibili da identificare dall'esterno  
 
nelle quali il senso della transizione tra Vita e Morte, devo dire, si sente in pieno,            osservando le nicchie ove un tempo furono adagiati i defunti, oggi scaffali per le masserizie...                        
e francamente, nonostante l'abitudine nella visita di catacombe e affini, corre lungo la schiena un brivido... che non deriva certo dalla frescura della quale gia' ad aprile in questi luoghi si gode                          
Nella piazza principale,  
  la Basilica paleocristiana di Sant'Antioco Martire,   
              di un romanico dalla purezza raramente osservata  
l'unica della Sardegna munita di catacombe
                          Alla sera ottima pizza e birra artigianali nella birreria piu' trendy dell'isola  
 
ed al mattino presto, al porto di Calasetta    
per imbarcarci alla volta di Carloforte,  
il principale centro della vicina isola (questa davvero) di San Pietro, del tutto differente dalla precedente, in quanto colonia genovese offerta ai profughi dell'isola tunisina di Tabarka nel Settecento, sede ancora oggi di una delle ultime tonnare attive nel Mediterraneo, ubicata in una posizione strategica,
 nella strettoia che si crea rispetto la prospiciente isola Piana 
                Isola fenicia anch'essa, quindi...   popolata dai fenicotteri... talmente incuranti da consentirmi qui di fotografarli con il 70-200mm
         
 
dai romani detta "Accipitrum insula", ossia dei falchi, a causa di una notevole colonia di falco Eleonorae, 
tutelata dalla LIPU che nella meravigliosa caletta di Cala Fico ha la sede di una delle sue oasi  
           Strapiombi mozzafiato  
 e colori stupefacenti anche nelle natura geologica dei costoni
e delle falesie che caratterizzano quest'isola  
 
Dalle spiaggie di sabbia finissima   
all'interno dell'isola domina indiscussa la natura, palesemente ancora integra  
Ma la caratteristica che differenzia Carloforte da ogni altro paese della Sardegna e' la assoluta condizione di colonia genovese che traspare dai colori delle case
                                       
e delle strade, come i carrugi liguri,  
 
oltre che dal marcato accento degli abitanti, fieri di questa loro condizione.    Inutile dire che a tavola si mangia il Tonno in tutte le sue infinite accezioni che si accompagna, se gradito,  con la sua ...anima sarda   
Veniamo via, non senza saudade da San Pietro,  
  e prima di tornare all'isola nostra, una volta traghettati in Sardegna, scopriamo (per puro caso) una delle piu' belle Acropoli mai visitate di persona o per il tramite delle riprese altrui, quella di monte Sirai, presso Carbonia, assolutamente poco segnalata perfino sulla stessa statale da cui vi si ha accesso.
   
Il caposaldo difensivo delle colonie appena visitate di SantuAntiògu e SantuPedru, dei Fenici provenienti da Tiro e poi dei Cartaginesi, eccezionale punto di osservazione su una vasta fetta del Mediterraneo sudoccidentale,  
  prima costituito come abitato e solo successivamente fortificato   dotato di un Mastio centrale con funzioni sacrali  presumibilmente dedicato a due divinita', Ashtart e Bes     una donna, l'altro uomo        
In un'immensa distesa che riserva ulteriori sorprese, se soltanto le campagne di scavo potessero proseguire, si trovano le necropoli fenicia e punica con le caratteristiche differenze tra ipogei e tholos, proprie delle rispettive civilta',
                                               
 
 
dalle quali si esce sempre con stupore misto a....sollievo
 
cosi' come l'inevitabile tofet,  
come al solito ben isolato dalla vasta necropoli, a significare il profondo solco esistente anche per questi uomini di quattromila anni fa,
tra il senso della vita per chi l'avesse vissuta e per questi piccoli sfortunati assenti  
 
Un senso immanente dell'esistenza, la considerazione del quale mi accompagnera' fino alla prossima visita in questa Sardegna:
splendida, selvaggia, piena di umanita'  
 
Max Aquila photo © per Nikonland 2017

Max Aquila

Max Aquila

×