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Capitolo I — Berlino, 1936
Ogni obiettivo ha una data di nascita. Alcuni, più raramente, hanno anche una data che segna l'inizio di un modo nuovo di fotografare. Il 180 millimetri luminoso appartiene a questa seconda categoria. Non è semplicemente una focale, né soltanto una famiglia di obiettivi che diversi costruttori hanno inserito nei propri cataloghi nel corso dei decenni. È un'idea progettuale che attraversa quasi un secolo di storia della fotografia e che, sorprendentemente, continua a conservare una propria attualità. Per comprenderla bisogna fare un passo indietro, molto prima che Nikon diventasse uno dei protagonisti assoluti della fotografia professionale.
Nel 1936 il mondo della fotografia era profondamente diverso da quello che conosciamo oggi. La Leica aveva ormai dimostrato che il piccolo formato 24×36 non rappresentava più soltanto una curiosità tecnica, ma uno strumento professionale capace di competere con apparecchi ben più ingombranti. La fotografia sportiva, il reportage e il fotogiornalismo stavano vivendo una trasformazione radicale: il fotografo poteva finalmente muoversi con rapidità, avvicinarsi all'azione, seguire gli eventi senza la schiavitù del cavalletto e delle grandi lastre. Quella libertà, tuttavia, aveva ancora un limite importante. I teleobiettivi disponibili erano relativamente bui, pesanti e, soprattutto, poco adatti al nuovo linguaggio dinamico imposto dalle fotocamere di piccolo formato.
Fu in questo contesto che Ludwig Bertele, uno dei più straordinari progettisti ottici del Novecento, sviluppò per Carl Zeiss un obiettivo destinato a cambiare il panorama della fotografia professionale. Il nuovo Olympia Sonnar 18 cm f/2,8 non nacque per stupire gli appassionati con una scheda tecnica particolarmente brillante, ma per risolvere un problema concreto: consentire ai fotografi di seguire le competizioni sportive delle Olimpiadi di Berlino con una luminosità fino ad allora praticamente impensabile per una focale di quella lunghezza.
La scelta dei 18 centimetri non era casuale. Nel formato 24×36 quella focale offriva un equilibrio che nessun'altra riusciva a raggiungere con altrettanta efficacia. Era sufficientemente lunga da comprimere la prospettiva e isolare il soggetto, ma non così estrema da rendere difficoltoso il lavoro a mano libera. Permetteva di seguire un atleta in corsa, un cavallo al galoppo, un musicista sul palcoscenico o un volto ripreso da una distanza rispettosa, mantenendo al tempo stesso una naturalezza prospettica che ancora oggi rappresenta una delle sue qualità più apprezzate. In altre parole, il 180 millimetri non nacque come un semplice teleobiettivo: nacque come uno strumento destinato a raccontare persone e movimento.
Il contributo di Bertele non consistette soltanto nella progettazione di uno schema ottico eccezionalmente luminoso per l'epoca. Il suo vero merito fu quello di dimostrare che un teleobiettivo professionale poteva essere utilizzato con la stessa naturalezza con cui fino a quel momento si erano impiegate focali molto più corte. Per la prima volta il fotografo non era costretto a scegliere fra luminosità e lunghezza focale. Quel compromesso, apparentemente inevitabile, veniva improvvisamente superato.
Non bisogna però cadere nell'errore di leggere quella stagione con gli occhi di oggi. L'Olympia Sonnar era un obiettivo costoso, complesso da costruire e destinato a una ristretta élite di professionisti. Pesava diversi chilogrammi, richiedeva una tecnica di ripresa accurata e non aveva nulla della praticità che oggi associamo a un medio tele luminoso. Eppure le immagini prodotte da quell'obiettivo dimostrarono che il piccolo formato possedeva ormai tutte le potenzialità necessarie per affrontare anche la fotografia sportiva di alto livello, aprendo una strada destinata a essere percorsa da tutti i grandi costruttori negli anni successivi.
È importante sottolineare un aspetto spesso trascurato. Questo articolo non vuole sostenere che il moderno Nikon AF Nikkor 180mm f/2.8D IF-ED discenda direttamente dallo schema ottico del Sonnar, né che Nikon abbia semplicemente raccolto un'eredità progettuale già pronta. Sarebbe una semplificazione storicamente inesatta. Tra il progetto di Bertele e il 180 AF-D si collocano decenni di ricerca ottica, nuovi materiali, l'introduzione dei vetri a bassa dispersione, l'evoluzione dei trattamenti antiriflesso e una filosofia progettuale profondamente diversa. Ciò che accomuna questi obiettivi non è il disegno delle lenti, ma la convinzione che esista una focale capace di offrire un equilibrio particolarmente felice fra distanza di ripresa, prospettiva, luminosità e portabilità.
Le grandi innovazioni non si riconoscono soltanto perché introducono una tecnologia nuova, ma soprattutto perché modificano il modo di lavorare dei fotografi. Il successo dell'Olympia Sonnar dimostrò all'intera industria fotografica che un teleobiettivo intorno ai 180 millimetri, luminoso e utilizzabile con disinvoltura, rappresentava molto più di un esercizio di progettazione ottica. Rappresentava un nuovo linguaggio fotografico. Da quel momento quella focale entrò stabilmente nell'immaginario della fotografia professionale e, nel dopoguerra, nessun costruttore che ambisse a quel mercato poté ignorarne l'importanza.
Nemmeno Nikon.
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