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I Nikkor AF-D: costruiti per durare a lungo
C'è stato un periodo in cui scegliere un obiettivo Nikon significava confrontare luminosità, qualità ottica, velocità dell'autofocus e, naturalmente, il prezzo. Nessuno si domandava quanto sarebbe durato. Sarebbe sembrata una domanda senza senso. Un obiettivo professionale Nikon era semplicemente destinato ad accompagnare il fotografo per gran parte della sua vita fotografica.
Oggi, invece, la situazione è profondamente cambiata.
Quando acquistiamo un obiettivo usato non ci chiediamo soltanto come fotografi. Ci chiediamo se il motore autofocus sia ancora efficiente, se il sistema di stabilizzazione funzioni correttamente, se l'elettronica sia affidabile, se esistano ancora ricambi. È un modo completamente diverso di valutare uno strumento fotografico e, inevitabilmente, modifica anche il giudizio su intere generazioni di obiettivi.
In questo scenario i Nikkor AF-D meritano probabilmente di essere guardati con occhi nuovi.
Quando vennero presentati erano considerati il naturale punto di arrivo dell'evoluzione iniziata con i primi autofocus Nikon. Oggi rappresentano qualcosa di diverso: l'ultima grande famiglia di obiettivi professionali nella quale la meccanica svolge ancora il ruolo principale, mentre l'elettronica rimane ridotta all'essenziale.
Non è un dettaglio.
È probabilmente il motivo per cui tanti AF-D continuano a funzionare oggi esattamente come il giorno in cui uscirono dalla fabbrica.
Prendiamo un classico Nikkor AF-D. All'interno troviamo un progetto ottico, una trasmissione meccanica dell'autofocus, una CPU relativamente semplice e poco altro. Il motore autofocus non è nell'obiettivo ma nel corpo macchina. Se il corpo funziona, l'obiettivo mette ancora a fuoco. Non ci sono motori ultrasonici destinati ad invecchiare, gruppi stabilizzati che possono perdere efficienza, sistemi elettronici complessi che, dopo trent'anni, rischiano di diventare il punto debole dell'intero progetto.
Naturalmente tutto questo ha un prezzo. L'autofocus è più rumoroso. In alcuni casi è anche meno rapido rispetto ai migliori AF-S. Ma continua a fare ciò per cui è stato progettato.
E continua a farlo bene.
Nel frattempo il progresso ha portato enormi vantaggi. I motori SWM hanno reso l'autofocus più silenzioso e più veloce. Il VR ha permesso di fotografare in condizioni impensabili fino a pochi anni prima. Sarebbe assurdo negarlo. Ma ogni nuova funzione ha introdotto anche nuovi componenti, nuovi circuiti e nuove possibilità di guasto. È semplicemente il prezzo della complessità.
Oggi molti fotografi stanno scoprendo una realtà che vent'anni fa nessuno avrebbe immaginato. Alcuni dei primi AF-S iniziano a manifestare problemi ai motori ultrasonici. I primi sistemi VR mostrano inevitabili segni dell'età. Non è una critica alla loro qualità progettuale. È il normale ciclo di vita di dispositivi elettronici sofisticati, costruiti in un'epoca in cui nessuno pensava che sarebbero stati utilizzati ancora dopo trent'anni.
Gli AF-D, invece, sembrano appartenere ad una filosofia diversa.
Più semplice.
Più essenziale.
E forse proprio per questo più longeva.
Esiste poi un altro aspetto che, a mio avviso, merita una riflessione. Molti di questi obiettivi sono stati giudicati severamente durante la prima generazione delle reflex digitali professionali. Front focus, back focus, tolleranze meccaniche e sistemi autofocus ancora acerbi portarono molti fotografi a considerarli meno performanti di quanto fossero realmente. Non sempre il problema era nell'obiettivo. Spesso era il sistema, nel suo insieme, a non essere ancora arrivato alla piena maturità.
Oggi la situazione è cambiata.
Una Nikon D6 dispone probabilmente del miglior motore autofocus mai realizzato da Nikon per un corpo reflex. La regolazione fine automatica dell'autofocus permette di eliminare gran parte delle inevitabili tolleranze meccaniche che, vent'anni fa, richiedevano prove interminabili e risultati non sempre soddisfacenti. Per molti AF-D è quasi una seconda giovinezza.
È curioso pensare che alcuni di questi obiettivi vengano apprezzati oggi più di quanto lo fossero quando erano ancora in produzione.
Non perché siano cambiati loro.
Perché siamo cambiati noi.
Abbiamo imparato a distinguere la qualità ottica dalla perfezione numerica. Abbiamo capito che la risoluzione non esaurisce il giudizio su un obiettivo. E, soprattutto, abbiamo scoperto che anche l'affidabilità nel tempo è una caratteristica progettuale.
Forse una delle più importanti.
Non tutti i Nikkor AF-D sono capolavori. Alcuni sono stati superati da progetti più recenti. Altri mostrano inevitabilmente i limiti della loro epoca. Ma esiste un gruppo di obiettivi — il 105mm f/2 DC, il 135mm f/2 DC, il 180mm f/2.8 IF-ED, il 300mm f/2.8 AF-D IF-ED, l'80-200mm f/2.8 ED — che ancora oggi riesce a trasmettere una sensazione sempre più rara: quella di strumenti progettati per accompagnare il fotografo, non soltanto una stagione commerciale.
Forse il momento migliore per acquistare uno di questi obiettivi non era il 1998.
Forse è proprio oggi.
Perché oggi possiamo apprezzarne non soltanto il modo in cui fotografano, ma anche una qualità che all'epoca davamo per scontata.
La capacità di continuare a fare il proprio lavoro dopo trent'anni.
In un'epoca in cui siamo abituati a sostituire fotocamere, computer e telefoni ogni pochi anni, esiste qualcosa di sorprendentemente rassicurante nel montare sulla propria Nikon un obiettivo progettato trent'anni fa, sentirlo agganciare il fuoco con il suo caratteristico ronzio meccanico e accorgersi che, semplicemente, continua a fare fotografie. Esattamente come il primo giorno.
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