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Quando serve davvero una Nikon Z. E quando una reflex basta e avanza

Non tutte le fotografie hanno bisogno della tecnologia più recente. Ma alcune, con una Nikon Z, diventano finalmente più semplici da ottenere.

Da quando le mirrorless hanno sostituito le reflex nei cataloghi dei produttori, si tende a ragionare come se avessero sostituito anche tutte le reflex già esistenti. Non è così.

Una Nikon D850 non ha smesso di essere una grande fotocamera da paesaggio. Una D500 non ha dimenticato come si segue un animale in movimento. Una D6 non è diventata lenta perché una Z9 riconosce gli uccelli, gli aeroplani e i caschi dei piloti. E una D780, quando solleva lo specchio, contiene già buona parte della tecnologia che avrebbe portato Nikon nel mondo mirrorless.

La fotografia finale non conserva memoria del meccanismo utilizzato per produrla. Non registra se abbiamo guardato attraverso un pentaprisma oppure dentro un mirino elettronico, se l’autofocus era affidato a un modulo separato o lavorava direttamente sul sensore. Se esposizione, messa a fuoco e momento sono corretti, la fotografia è corretta.

Ma questo non significa che reflex e mirrorless siano equivalenti.

Significa piuttosto che, in alcune situazioni, conducono allo stesso risultato con difficoltà comparabili; in altre, la Nikon Z rende possibile o ripetibile ciò che con una reflex richiedeva più esperienza, più tentativi e anche una certa dose di fortuna.

Il vero confronto, quindi, non dovrebbe essere tra una Nikon D e una Nikon Z. Dovrebbe essere tra la fotografia che vogliamo fare e gli strumenti necessari per ottenerla.

Che cosa ha cambiato realmente il sistema Nikon Z

La rivoluzione mirrorless non consiste semplicemente nell’aver tolto lo specchio.

L’eliminazione dello specchio ha permesso due cambiamenti molto più importanti: la messa a fuoco viene misurata direttamente sul sensore che registra l’immagine e il fotografo può vedere nel mirino la rappresentazione elettronica della fotografia prima ancora di scattarla.

Sono due trasformazioni indipendenti.

La prima riguarda la probabilità di avere il soggetto a fuoco. La seconda riguarda la capacità di prevedere l’immagine.

L’autofocus delle reflex utilizza un modulo dedicato, collocato sul fondo della fotocamera e raggiunto dalla luce attraverso lo specchio secondario. È un sistema velocissimo e, nelle sue migliori realizzazioni, straordinariamente efficace. Ma lavora su un piano fisicamente distinto dal sensore. Perché il risultato sia perfetto, corpo, specchio, modulo AF e obiettivo devono trovarsi in accordo.

Quando la profondità di campo è abbondante, le piccole differenze non si vedono. Quando utilizziamo un 85/1.4, un 105/1.4 o un 200/2 alla minima distanza e a tutta apertura, pochi millimetri possono separare l’iride dalle ciglia. È qui che regolazioni fini, tolleranze e ricomposizione diventano visibili.

Nelle Nikon Z la messa a fuoco viene rilevata sullo stesso piano sul quale si forma la fotografia. Non esiste più una separazione da compensare. Inoltre la macchina può analizzare l’intera immagine, riconoscere persone, occhi, animali e veicoli e decidere quale parte del soggetto debba restare a fuoco.

Il mirino elettronico aggiunge un’altra possibilità: non mostra semplicemente ciò che si trova davanti all’obiettivo, ma ciò che la fotocamera sta preparando.

Esposizione, bilanciamento del bianco, contrasto, Picture Control, profondità di campo, alte luci e ombre diventano informazioni visibili durante la ripresa. La fotografia comincia davvero nel mirino, non quando apriamo il file al computer.

Sono questi i due grandi vantaggi delle Nikon Z. Tutto il resto — raffica, silenziosità, stabilizzazione, assenza di vibrazioni, copertura AF — ne deriva o vi si aggiunge.

Ma non tutte le fotografie hanno bisogno di entrambi.

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Ritratto: dipende soprattutto dall’obiettivo e dal diaframma

Un ritratto posato, eseguito a f/5.6 con una focale moderata e un soggetto collaborativo, può essere realizzato perfettamente con una reflex. Il fotografo sceglie il punto AF, mette a fuoco l’occhio più vicino e scatta. Una D750, una D810 o una D850 non hanno bisogno di riconoscere l’iride per completare questo compito.

La situazione cambia quando si lavora a tutta apertura.

Con un 58/1.4G, un 85/1.4, un 105/1.4 o un Sigma 105/1.4 Art, la profondità di campo può ridursi a pochi millimetri. Il soggetto non deve nemmeno camminare: basta che respiri, inclini leggermente la testa o sposti il peso da un piede all’altro.

Con una reflex, mettere a fuoco e ricomporre può spostare il piano di nitidezza. Anche affidandosi al punto AF più vicino all’occhio, la copertura disponibile resta concentrata nella parte centrale dell’inquadratura. Se poi obiettivo e modulo AF non sono perfettamente accordati, la macchina può confermare il fuoco senza averlo collocato esattamente dove lo volevamo.

Una Nikon Z moderna riconosce l’occhio e continua ad aggiornarne la distanza fino allo scatto. Può farlo anche vicino al margine dell’inquadratura, lasciando al fotografo libertà nella composizione. Non rende più bella la luce, non migliora l’espressione e non stabilisce una relazione con la persona fotografata. Ma elimina una parte del lavoro meccanico che può distrarre da tutto questo.

Per il ritratto ambientato a diaframmi medi, la reflex basta e avanza. Per il ritratto dinamico con ottiche molto luminose, la Nikon Z aumenta sensibilmente la percentuale di fotografie perfettamente a fuoco.

C’è però un’eccezione importante: le ottiche AF e AF-D prive di motore interno. Un 105/2 DC, un 180/2.8 AF-D o un 300/2.8 AF-D conservano l’autofocus su una reflex dotata di motore, mentre su Nikon Z, anche tramite FTZ, possono essere utilizzati soltanto a fuoco manuale.

Una D6 con un 180/2.8 AF-D può quindi essere uno strumento da ritratto più pratico di qualsiasi Nikon Z con quello stesso obiettivo. La tecnologia più recente non può compensare una funzione che, in quella combinazione, non è disponibile.

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Sport e azione: riconoscere non significa necessariamente inseguire meglio

D5, D6 e D500 sono state costruite per seguire soggetti in movimento. Non conoscono il nome dell’animale o il modello dell’automobile, ma possiedono moduli AF dedicati, risposta immediata, alimentazione abbondante e comandi progettati per essere utilizzati senza staccare l’occhio dal mirino.

In mani esperte continuano a funzionare magnificamente.

Una reflex professionale resta competitiva quando il movimento è prevedibile: un atleta che percorre una corsia, un’automobile che segue una traiettoria, un cavallo che supera un ostacolo, un uccello grande contro un cielo pulito. Il fotografo sceglie l’area AF adatta, mantiene il soggetto sotto i punti sensibili e anticipa lo sviluppo dell’azione.

Le Nikon Z più recenti spostano una parte di questo compito dalla mano del fotografo al processore. Possono riconoscere il soggetto, localizzarne la testa o l’occhio e continuare a seguirlo quasi ovunque nell’inquadratura. Il vantaggio cresce quando il movimento diventa irregolare, il soggetto è piccolo, cambia direzione, viene momentaneamente coperto oppure si confonde con lo sfondo.

Non è tanto la velocità dell’autofocus a fare la differenza. Una D6 è già velocissima. È la capacità di affidare alla fotocamera l’identificazione di ciò che deve restare a fuoco.

Questo consente al fotografo di concentrarsi sul momento e sulla composizione, ma non annulla la necessità di conoscere il soggetto. Una macchina può riconoscere un uccello; non può prevedere il punto nel quale aprirà le ali, deciderà di attaccare o entrerà nella luce migliore.

Va anche ricordato che non tutte le Nikon Z sono uguali. Le prime Z6 e Z7 appartengono a una generazione differente rispetto ai modelli dotati di processore Expeed 7. Mettere nella stessa categoria ogni fotocamera priva di specchio sarebbe fuorviante quanto considerare equivalenti una D90 e una D6.

Per azione leggibile, ottiche AF-S professionali e fotografo esperto, una buona reflex resta pienamente efficace. Per movimenti imprevedibili, soggetti difficili da isolare e composizioni che portano il bersaglio fuori dall’area centrale, una Nikon Z recente offre un vantaggio reale.

Paesaggio e architettura: il tempo riduce le differenze

Il paesaggio è probabilmente il genere nel quale la presunta obsolescenza delle reflex appare meno credibile.

Con la fotocamera sul treppiedi, il soggetto immobile, la messa a fuoco accurata e il diaframma compreso fra f/5.6 e f/11, una D810 o una D850 possono produrre fotografie indistinguibili da quelle di una mirrorless di pari formato e risoluzione.

Qui l’autofocus sull’occhio, la raffica veloce e il riconoscimento del soggetto non servono. Il fotografo ha tempo per controllare esposizione, istogramma, profondità di campo e composizione. Se necessario può utilizzare il Live View e mettere a fuoco direttamente sul sensore.

La Nikon Z resta più comoda. Porta nel mirino l’istogramma, l’anteprima dell’esposizione, l’ingrandimento, la livella e le indicazioni sulle alte luci. Consente di osservare meglio la scena quando la luce è molto debole e, grazie alla stabilizzazione sul sensore, aiuta anche le ottiche prive di VR.

Ma si tratta soprattutto di una differenza nel processo. Se il paesaggista lavora con metodo, usa il treppiedi e non ha fretta, la reflex può condurlo allo stesso risultato.

La Z diventa preferibile per chi lavora spesso a mano libera, al crepuscolo, con ottiche non stabilizzate oppure desidera valutare già nel mirino l’aspetto finale dell’immagine. La reflex rimane più che sufficiente per chi costruisce la fotografia lentamente e controlla ogni parametro prima dello scatto.

Still life, prodotto, macro e riproduzione

Anche in studio il soggetto concede tempo, ma il vantaggio della visione elettronica può diventare molto utile.

Nella fotografia di prodotto possiamo valutare direttamente l’effetto del bilanciamento del bianco, del contrasto e del Picture Control. In macro possiamo ingrandire una parte minuscola del soggetto senza allontanare l’occhio dal mirino. Con ottiche manuali possiamo utilizzare focus peaking e stabilizzazione. Nello stacking possiamo sfruttare, sui modelli che la prevedono, la sequenza automatica di variazione del fuoco.

La reflex è ancora capace di fare tutto questo attraverso il monitor posteriore, spesso con l’aiuto di un treppiedi, di una slitta micrometrica o di un software di controllo remoto. Ma, quando la utilizziamo in Live View, rinunciamo proprio al suo elemento distintivo: il mirino ottico.

La Nikon Z integra invece queste funzioni nel suo normale modo di operare. Non necessariamente produce un file migliore; rende più fluido il percorso necessario per ottenerlo.

Per riproduzioni, still life statici e stacking metodico, una reflex può essere ancora perfettamente adeguata. Per macro a mano libera, messa a fuoco manuale, lavoro in posizioni scomode e controllo immediato del risultato, la Z è decisamente più pratica.

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Reportage, viaggio e fotografia familiare

In questi generi non sempre possiamo chiedere al soggetto di ripetere ciò che ha appena fatto.

La capacità di riconoscere un volto o un occhio diventa quindi importante non perché l’azione sia particolarmente veloce, ma perché il momento è irripetibile. La Nikon Z permette di lasciare alla macchina il compito di mantenere il fuoco mentre il fotografo segue gesto, relazione e composizione.

Una reflex può fare altrettanto bene quando si utilizzano focali moderate e diaframmi ragionevoli. Con un 35 mm a f/5.6, la profondità di campo assorbe molti piccoli errori e un singolo punto AF è più che sufficiente. Chi conosce bene la propria fotocamera può lavorare rapidamente senza sentire alcun limite.

Con un 50/1.2 o un 85/1.4 usati a tutta apertura, però, il margine si restringe. La Z non inventa il momento, ma offre maggiori probabilità che, quando arriverà, l’occhio sia realmente a fuoco.

Il mirino ottico conserva due qualità preziose: mostra il mondo senza elaborazione e consuma pochissima energia. Per una giornata molto lunga, una spedizione o un viaggio nel quale non sia facile ricaricare le batterie, una reflex continua ad avere un vantaggio pratico.

Il mirino elettronico, invece, permette di vedere anche quando l’ambiente diventa troppo scuro per distinguere chiaramente espressioni e dettagli attraverso il pentaprisma. La scelta dipende quindi meno dal genere in astratto che dalle condizioni nelle quali lo pratichiamo.

Teatro, concerto, cerimonia e fotografia in luce disponibile

Quando la luce diminuisce, il mirino ottico resta fedele alla scena: se la scena è buia, anche la visione è buia.

Il mirino elettronico può amplificarla. Permette di osservare il volto, controllare l’esposizione, verificare il colore e valutare l’effetto della compensazione senza attendere lo scatto. Il riconoscimento dell’occhio continua a funzionare in condizioni nelle quali il fotografo potrebbe faticare persino a distinguerlo.

A questo si aggiunge la possibilità dello scatto silenzioso, particolarmente utile durante una cerimonia, un concerto da camera o una rappresentazione teatrale.

Ma il silenzio non è sempre privo di conseguenze. Alcune sorgenti LED possono produrre bande, variazioni di colore o esposizioni irregolari; soggetti molto rapidi possono mostrare deformazioni se il sensore non viene letto abbastanza velocemente. La Z offre strumenti nuovi, ma richiede comunque che il fotografo comprenda il tipo di illuminazione e il comportamento del proprio otturatore elettronico.

Una D6 può mettere a fuoco in luce molto bassa con una sicurezza sorprendente e il suo mirino non introduce ritardi, rumore elettronico o variazioni di luminosità. Tuttavia non può mostrarare in anticipo l’aspetto finale della fotografia.

Per cerimonia, spettacolo e luce disponibile, la Z è generalmente lo strumento più versatile. La reflex professionale resta valida quando il rumore dello scatto è accettabile, il movimento è prevedibile e il fotografo preferisce una visione naturale e continua della scena.

Flash e studio: il mirino ottico ha ancora una sua naturalezza

Nel lavoro con il flash, l’esposizione impostata sulla fotocamera spesso serve a eliminare quasi completamente la luce ambiente. Se applicasse letteralmente quelle impostazioni al mirino, una mirrorless mostrerebbe una scena molto scura.

Per lavorare comodamente occorre quindi disattivare l’anteprima dell’esposizione o utilizzare la modalità prevista per il flash da studio. Non è un problema, ma è un’impostazione da conoscere.

La reflex non ne ha bisogno. Il mirino ottico mostra sempre la scena illuminata dalle lampade pilota o dalla luce ambiente, indipendentemente dal tempo, dal diaframma e dalla sensibilità impostati.

In compenso, durante un ritratto a tutta apertura, la Nikon Z conserva la capacità di riconoscere e seguire l’occhio. In studio la reflex offre una visione più naturale; la Z una messa a fuoco più automatica e distribuita sull’intera inquadratura.

Se si lavora a f/8 con soggetti fermi, la differenza pratica è minima. Se si lavora a f/1.2 con una persona in movimento, torna a essere sostanziale.

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Obiettivi: la parte del confronto che spesso viene dimenticata

Non si sceglie una fotocamera da sola. Si sceglie un sistema composto da corpo, obiettivo e genere fotografico.

Obiettivi AF e AF-D

Le ottiche autofocus prive di motore interno conservano l’autofocus sulle reflex dotate di motore nel corpo. Su Nikon Z, tramite FTZ, funzionano a fuoco manuale.

Chi possiede e utilizza realmente un 28/1.4D, un 105/2 DC, un 180/2.8 AF-D o uno dei grandi teleobiettivi AF-I e AF-D può avere una ragione concreta per mantenere una reflex. Non per nostalgia, ma perché quella macchina continua a far funzionare l’obiettivo nel modo per il quale era stato progettato.

Obiettivi AF-S e AF-P

Le ottiche con motore interno possono lavorare sia sulle reflex sia sulle Nikon Z mediante adattatore. Un 70-200/2.8, un 300/4E PF o un supertele AF-S non diventa meno valido montato su una Z.

La mirrorless aggiunge il riconoscimento del soggetto, la copertura AF estesa e, quando disponibile, la stabilizzazione sul sensore. La reflex conserva l’equilibrio originario del sistema e, con i corpi professionali, una risposta ancora eccellente.

Obiettivi molto luminosi

Più l’obiettivo è luminoso e più si lavora vicino al soggetto, maggiore diventa il vantaggio della messa a fuoco sul sensore.

Non perché una reflex non possa mettere a fuoco correttamente, ma perché diminuisce il margine entro il quale le sue tolleranze restano invisibili. Con un 50/1.2, un 105/1.4 o un 135/1.8, il riconoscimento dell’occhio e l’assenza di front focus e back focus incidono realmente sul numero di immagini riuscite.

Obiettivi manuali

Il mirino ottico offre una visione limpida e diretta, ma gli schermi delle reflex autofocus non sono stati progettati per mostrare con precisione la profondità di campo delle ottiche molto luminose.

La Z può ingrandire l’immagine, evidenziare i bordi a fuoco e stabilizzare anche un vecchio obiettivo privo di elettronica. Per l’uso pratico delle ottiche manuali, la mirrorless è quasi sempre lo strumento più efficace.

Obiettivi Nikkor Z

Le ottiche native Z costituiscono una ragione autonoma per scegliere il sistema mirrorless. Non sono semplicemente versioni con una baionetta diversa: sfruttano tiraggio corto, diametro maggiore, comunicazione continua con il corpo e correzioni integrate.

Un 50/1.2 S, un 135 Plena, un 400/2.8 TC o un 800/6.3 PF non hanno un equivalente direttamente utilizzabile su reflex. In questi casi non stiamo più confrontando soltanto due tipi di fotocamera, ma due sistemi ottici differenti.

La D780: una reflex con una seconda identità

La Nikon D780 merita di essere separata dalle reflex precedenti perché cambia completamente comportamento quando viene sollevato lo specchio.

Attraverso il mirino utilizza un modulo AF reflex tradizionale. In Live View impiega invece la messa a fuoco ibrida a rilevamento di fase sul sensore, con una copertura molto più ampia e il riconoscimento del volto e dell’occhio. In quella modalità si avvicina molto più a una Z6 che a una D750.

È quindi una macchina doppia: reflex quando il fotografo desidera il mirino ottico, quasi mirrorless quando utilizza il monitor.

Le manca però il passaggio decisivo. Tutte le informazioni elettroniche restano sul display posteriore e non possono essere portate all’occhio. Per sfruttare le funzioni più moderne bisogna abbandonare il mirino e tenere la macchina davanti al corpo, oppure lavorare sul treppiedi.

La D780 è probabilmente la reflex più versatile per chi alterna fotografia tradizionale, paesaggio, video e riprese statiche in Live View. Ma non offre l’esperienza continua di una Nikon Z, nella quale lo stesso sistema di visione e messa a fuoco è disponibile sia sul monitor sia nel mirino.

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La D6: non una mirrorless incompleta, ma la reflex compiuta

La Nikon D6 deve essere considerata a parte per la ragione opposta.

Non cerca di diventare una mirrorless. Porta al livello più alto possibile il progetto reflex: modulo AF dedicato, esposimetro evoluto, costruzione professionale, risposta immediata, autonomia, ergonomia e affidabilità.

Una D6 non riconosce il mondo come una Z9, ma è straordinariamente brava a seguire ciò che il fotografo le indica. La differenza è tutta qui.

Con la Z9 possiamo delegare alla macchina una parte dell’interpretazione della scena. Con la D6 dobbiamo scegliere il bersaglio, l’area AF e il comportamento più adatto. Se lo facciamo correttamente, la macchina risponde con una sicurezza che le reflex meno recenti non possono rappresentare.

Anche la risoluzione relativamente moderata contribuisce alla sua concretezza operativa: file più leggeri, raffiche lunghe, trattamento rapido e un sistema pensato per consegnare fotografie, non per vincere confronti teorici.

La D6 resta inoltre la casa ideale per molti grandi obiettivi Nikon F, compresi quelli che sulle Z perderebbero l’autofocus.

Non è la scelta universale e non possiede le funzioni di visione preventiva delle mirrorless. Ma chiamarla superata soltanto perché contiene uno specchio significa non aver compreso per quale lavoro è stata progettata.

Non confondiamo il risultato con la facilità di ottenerlo

Una delle incomprensioni più frequenti nasce dall’osservazione che grandi fotografie sportive, naturalistiche e di ritratto sono state realizzate per decenni senza riconoscimento dell’occhio, stabilizzazione sul sensore o mirino elettronico.

È vero. Ma non dimostra che quelle funzioni siano inutili.

Dimostra che un fotografo esperto può compensare molti limiti dello strumento con esperienza, preparazione e tecnica. Le Nikon Z non cancellano quel sapere: riducono il numero delle operazioni necessarie e aumentano la probabilità di riuscita.

Al contrario, il fatto che una funzione renda più semplice una fotografia non significa che sia necessaria per tutti.

Chi fotografa paesaggi a f/8 sul treppiedi non trae un vantaggio decisivo dal riconoscimento degli uccelli. Chi usa un 180/2.8 AF-D può lavorare meglio con una D6 che con una Z9. Chi realizza ritratti con un 50/1.2 a tutta apertura troverà invece difficile rinunciare al riconoscimento dell’occhio dopo averne sperimentato l’affidabilità.

La tecnologia diventa utile quando risolve un problema che incontriamo realmente. Altrimenti rimane una possibilità inutilizzata nel menu.

Quando la reflex basta e avanza

Una buona reflex continua a essere una scelta pienamente razionale quando:

  • il soggetto è fermo o si muove in modo prevedibile;

  • si lavora prevalentemente a diaframmi medi;

  • l’area centrale dell’autofocus è sufficiente per la composizione;

  • la luce permette di vedere chiaramente attraverso il mirino;

  • si utilizza il treppiedi e si ha tempo per controllare il risultato;

  • si possiedono ottiche AF o AF-D che sulle Z perderebbero l’autofocus;

  • autonomia e prontezza continua sono più importanti della visione elettronica;

  • si conosce profondamente il comportamento del proprio modulo AF;

  • le fotografie che si vogliono fare vengono già ottenute con regolarità.

In queste condizioni, cambiare fotocamera può migliorare l’esperienza d’uso, ma difficilmente trasformerà le fotografie.

Quando serve davvero una Nikon Z

Una Nikon Z diventa consigliabile quando:

  • si utilizzano frequentemente obiettivi molto luminosi a tutta apertura;

  • è essenziale avere l’occhio perfettamente a fuoco;

  • il soggetto si muove in modo irregolare nell’inquadratura;

  • si desidera affidare alla macchina il riconoscimento del soggetto;

  • si compone spesso lontano dalla zona centrale;

  • si fotografa in luce molto debole;

  • occorre vedere esposizione, colore e contrasto prima dello scatto;

  • si lavora in bianco e nero o con Picture Control già definiti;

  • è necessario scattare in silenzio;

  • si utilizzano ottiche manuali o non stabilizzate;

  • macro, stacking e riprese da posizioni insolite fanno parte del lavoro;

  • si desiderano le prestazioni e il carattere degli obiettivi Nikkor Z;

  • il momento non è ripetibile e ogni aumento della percentuale di successo conta.

Qui la mirrorless non rappresenta soltanto una generazione più recente. Diventa lo strumento più coerente con il lavoro richiesto.

In sintesi

Non esiste una data dopo la quale tutte le reflex hanno smesso di essere utili. Esistono fotografie per le quali i loro limiti sono irrilevanti e altre nelle quali diventano evidenti.

Se la scena concede tempo, la profondità di campo è sufficiente, il soggetto è prevedibile e l’obiettivo lavora bene con il corpo, una buona reflex può produrre esattamente la stessa fotografia di una Nikon Z.

Se la fotografia dipende dall’iride a fuoco, da un movimento imprevedibile, dal silenzio, dalla visione al buio o dalla possibilità di giudicare nel mirino l’aspetto finale dell’immagine, una Nikon Z aumenta concretamente le probabilità di successo.

Una D6 rimane una macchina da lavoro eccezionale. Una D780 è il ponte più intelligente fra i due mondi. D500, D810 e D850 possono continuare a svolgere magnificamente i compiti per i quali sono state scelte. Ma le Nikon Z moderne hanno cambiato il modo in cui il fotografo vede, mette a fuoco e controlla la fotografia prima di scattare.

Non rendono inutili le reflex.

Rendono meno necessario lottare contro la fotocamera per ottenere ciò che abbiamo già visto con la mente.

E questa, quando la fotografia non può essere ripetuta, è una differenza molto più importante dello specchio.

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Recommended Comments

Andrea Zampieron

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano

Direi che se uno ha ancora le idee poco chiare, qui trova tutte le risposte.

grazie Mauro

Antonio Biggio

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano

Si, questo è un po la sintesi anche degli articoli precedenti.

RenatoS57

Nikonlander
  • Nikonlander

Eccellente disamina.

Gianni54

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano

Come sempre Nikonland ha una riposta per ogni quesito, tuttavia chi oggi utilizza il sistema Z difficilmente rimpiange le reflex. Io le rimpiango perché quando le utilizzavo ero molto più giovane, per il resto Z tutta la vita.

GiulianoM

Nikonlander
  • Nikonlander

Riflessioni esaustive sotto tutti i punti di vista. Concordo con @Gianni54 che chi utilizza il sistema Z da un punto di vista pratico
per l'utilizzo della fotocamera, è poco probabile che rimpianga le Reflex.
Personalmente non ho nostalgie varie, a parte il rumore dell'otturatore/specchio dentone.png ... ah come mi piaceva ...
anche se in alcune situazioni ero costretto a non fotografare .... però mi piaceva !!

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