A cosa servono 45,7 megapixel se il fuoco non cade esattamente dove deve?
La Nikon D850 aveva un autofocus eccellente.
Eppure, fotografando un volto a distanza ravvicinata con un 85/1.4 o un 105/1.4 completamente aperti, non mi fidavo più di lei.
Ho regolato la correzione fine dell’autofocus. Ho verificato gli obiettivi. Ho ripetuto le prove. Ho utilizzato Sigma 85/1.4 Art, Sigma 105/1.4 Art, Nikkor 105/1.4E e 58/1.4G.
Alla fine mi sono ridotto a fotografare con il suo Live View lento e primordiale.
Non perché fosse più comodo. Perché era più preciso.
E questo basta già a spiegare il paradosso della D850.
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Centocinquantatré punti. Tutti nel posto sbagliato
Il Multi-CAM 20K della D850 disponeva di 153 punti autofocus, 99 dei quali a croce. Era veloce, sensibile e capace di seguire soggetti in movimento. Nel 2017 rappresentava quanto di meglio si potesse trovare sotto il pentaprisma di una reflex.
Ma nessuno di quei 153 punti si trovava sul sensore che avrebbe registrato la fotografia.
Il sistema autofocus della D850 lavorava su un modulo separato, alimentato dalla luce deviata dal secondo specchio. Misurava dove il fuoco avrebbe dovuto trovarsi e ordinava all’obiettivo di raggiungerlo. Non poteva però verificare direttamente dove fosse realmente caduto sul sensore da 45,7 megapixel.
Fra la misura e la fotografia rimanevano lo specchio, le tolleranze meccaniche del corpo, la taratura dell’obiettivo e la ripetibilità dell’intero sistema.
Una reflex funziona così. Anche una reflex eccellente.
Le specifiche ufficiali Nikon distinguono infatti il sistema a rilevazione di fase Multi-CAM 20K utilizzato attraverso il mirino dal semplice autofocus a contrasto, eseguito direttamente sul sensore, disponibile in Live View.
La D850 metteva a fuoco benissimo.
Soltanto, non sempre esattamente dove serviva.
La regolazione fine non fa miracoli
La correzione AF può compensare uno scostamento costante. Se una combinazione di corpo e obiettivo mette sistematicamente a fuoco davanti o dietro al soggetto, introduciamo un valore contrario e riportiamo la media al centro.
Ma la regolazione fine può correggere la media dell’errore. Non può ridurne la dispersione.
Non può garantire lo stesso risultato a tutte le distanze. Non può rendere identici il punto centrale e quelli periferici. Non può compensare ogni variazione dell’obiettivo, ogni piccola oscillazione del fotografo o ogni movimento del soggetto.
Con un obiettivo f/1.4 alla distanza di un ritratto non esiste quasi margine.
Il fuoco può cadere sull’iride, sulle ciglia, sul sopracciglio oppure sull’orecchio. Sono spostamenti minimi nello spazio, ma enormi davanti a un file da 45,7 megapixel.
Il sensore della D850 non provocava l’errore.
Lo rendeva semplicemente impossibile da ignorare.
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L’airone e l’iride
Periodicamente qualcuno mostra un airone fotografato da cinquanta metri con un 500/5.6 e conclude che l’autofocus della D850 sia infallibile.
La fotografia può essere perfettamente riuscita. Ma non dimostra ciò che si vorrebbe dimostrare.
Un airone ripreso da cinquanta metri con un 500/5.6 rappresenta un ottimo test di acquisizione, inseguimento e capacità di mantenere un soggetto relativamente grande dentro una zona autofocus. A quella distanza la profondità di campo e la tolleranza apparente sono incomparabilmente maggiori di quelle disponibili in un ritratto ravvicinato a f/1.4.
Provate invece a fotografare l’iride di vostra figlia da un metro con un 85/1.4 completamente aperto.
Se il fuoco cade sulle ciglia, l’occhio non è a fuoco.
Se cade sul sopracciglio, la fotografia è sbagliata.
Non importa quanti aironi siano risultati nitidi a cinquanta metri. Non importa quante fotografie sportive abbia seguito il 3D Tracking. Non importa che il modulo disponga di 153 punti.
Un ritratto quasi a fuoco è un ritratto fuori fuoco.
E con 45,7 megapixel si vede.
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La confessione del Live View
Per ottenere dalla D850 la precisione che pretendevo sono arrivato a usare il Live View.
Era lento. Esitante. Poco adatto a seguire una persona. Sembrava appartenere a una generazione precedente rispetto al resto della fotocamera.
Ma lavorava direttamente sul sensore d’immagine.
Non doveva prevedere dove sarebbe caduto il fuoco dopo il passaggio attraverso la catena reflex. Lo misurava sul piano sul quale sarebbe stata registrata la fotografia.
Il paradosso è difficile da addolcire:
per sfruttare con sicurezza i 45,7 megapixel della D850 a f/1.4 dovevo rinunciare al suo celebrato autofocus da 153 punti e affidarmi al suo sistema più lento e primitivo.
Questo non significa che tutte le D850 fossero difettose o che nessuno potesse ottenere ritratti perfettamente a fuoco. Significa che, nel mio uso, la percentuale di incertezza non era più accettabile.
Il problema non era ottenere una fotografia nitida.
Era potersi fidare che anche la successiva lo sarebbe stata.
Unicuique suum
Chi fotografa paesaggi su treppiedi a f/8, f/11 o persino f/16 — in barba alla diffrazione — difficilmente potrà apprezzare questi discorsi. Il soggetto non si muove, la profondità di campo assorbe ogni piccola imprecisione e il fuoco può essere controllato con tutta calma in Live View. In quelle condizioni la D850 continua a fare magnificamente il suo mestiere.
Ma mettete un 85/1.4 a tutta apertura davanti all’occhio di vostra figlia, a un metro di distanza, e il mondo cambia completamente. Non esiste una fotocamera migliore in assoluto: esiste quella più adatta alla fotografia che facciamo.
Unicuique suum.
D6: un altro mestiere
La Nikon D6 resta una reflex e utilizza anch’essa un modulo autofocus separato dal sensore. Ma nasce attorno a priorità differenti.
Il suo Multi-CAM 37K dispone di 105 punti, tutti a croce, ed è inserito in un corpo progettato per la massima rapidità e ripetibilità professionale. Inoltre il sensore da 20,8 megapixel non espone ogni minimo scostamento con la stessa spietatezza della D850 osservata alla risoluzione nativa o sottoposta a un forte ingrandimento.
La D6 non è precisa perché possiede meno megapixel. È precisa perché tutto il sistema è costruito per esserlo. La risoluzione più contenuta concede soltanto una tolleranza maggiore agli errori minimi.
Con la D6 continuo a utilizzare serenamente il mirino.
Con la D850 avevo smesso di fidarmi.
D780: una reflex con una mirrorless dentro
La D780 rappresenta il passaggio intermedio più intelligente.
Attraverso il mirino utilizza ancora il modulo Multi-CAM 3500 II da 51 punti. In Live View, invece, impiega un sistema ibrido a rilevazione di fase e contrasto direttamente sul sensore: 273 punti, ampia copertura del fotogramma e riconoscimento dell’occhio, ereditati dalla Z6.
In sostanza, abbassando lo specchio è una reflex. Alzandolo diventa quasi una Nikon Z.
Non casualmente Nikon promuoveva la D780 mostrando proprio un ritratto realizzato con il Nikkor 105/1.4E completamente aperto e sottolineando la precisione dell’Eye Detection in Live View. Nikon D780 e autofocus sul sensore.
Era la risposta al problema. Ma arrivava quando il sistema Z aveva già eliminato il problema alla radice.
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Nel mirino: ciò che la Z sa e la D850 no
Nel mirino di una Nikon Z vediamo l’immagine prodotta dallo stesso sensore sul quale la fotocamera sta mettendo a fuoco. Il quadratino riconosce l’occhio, segue l’iride e possiamo persino ingrandirla per controllare: autofocus e fotografia nascono esattamente sullo stesso piano.
Nel mirino della D850, invece, vediamo attraverso l’obiettivo, ma non vediamo ciò che sta vedendo il sensore. Il punto rosso indica soltanto dove il modulo autofocus separato, nascosto sotto lo specchio, ritiene di avere trovato il fuoco. Non certifica affatto che l’iride sia nitida sul sensore.
La D850 lo scopre dopo lo scatto. La Nikon Z lo sa prima.
Perché non rimpiango la D850
Le Nikon Z possono ancora sbagliare. Possono scegliere le ciglia anziché l’iride, riconoscere l’occhio sbagliato o perdere temporaneamente il soggetto. Nessun autofocus è infallibile.
Ma misurano il fuoco sullo stesso piano che registra la fotografia.
Non richiedono correzioni fini fra corpo e obiettivo. Non devono compensare una catena ottica e meccanica separata. Possono riconoscere un occhio e seguirlo attraverso gran parte del fotogramma.
Per il mio modo di fotografare non si tratta di una comodità.
È la differenza fra sperare e fidarsi.
Non rimpiango la D850 nemmeno per un minuto. Non perché fosse una cattiva fotocamera, ma perché i suoi 45,7 megapixel pretendevano una precisione che la sua architettura reflex, nelle condizioni più critiche, non riusciva a garantirmi con sufficiente continuità.
L’autofocus della D850 era eccellente per una reflex.
Ma per fotografare un’iride a f/1.4, “eccellente per una reflex” non mi basta più.
Un airone può ripassare.
Quell’espressione di vostra figlia, no.
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