Una grande fotocamera non ha bisogno di leggende
Ogni tanto ritorna. Cambiano il forum, il gruppo Facebook, il workshop e il fotografo chiamato a testimoniarlo, ma la frase è sempre la stessa:
«Come il sensore della Nikon D850 non ce ne sono più.»
A volte si aggiunge la gamma dinamica. Altre volte si parla di colori più belli, maggiore profondità, tonalità più naturali, file più plastici. Quasi sempre manca una misura, un confronto controllato, perfino una definizione precisa di ciò che si starebbe confrontando. In compenso arriva immancabilmente il curriculum di chi lo sostiene.
Sgombriamo subito il campo da un equivoco: un fotografo può essere straordinario e avere idee tecnicamente inesatte sul funzionamento di un sensore. Le due cose non sono incompatibili. La capacità di vedere una fotografia, costruire un racconto e portare a casa un lavoro non conferisce automaticamente competenze in elettronica, fotometria, conversione analogico-digitale o colorimetria.
Questo non diminuisce di un grammo il valore delle fotografie. Significa soltanto che un’affermazione tecnica deve essere sostenuta da dati tecnici, non dalla firma apposta sotto un servizio fotografico.
La Nikon D850 è stata una fotocamera eccezionale e continua a esserlo. Proprio per questo non ha bisogno che le vengano attribuiti poteri soprannaturali.
La risposta breve
Se confrontiamo esclusivamente il comportamento del sensore, la Nikon D850 conserva un piccolo ma reale vantaggio di gamma dinamica fotografica alle sensibilità più basse rispetto a Nikon Z8 e Z9.
A 64 ISO il vantaggio è nell’ordine di un terzo di stop. Cresce progressivamente fino a circa mezzo stop fra 100 e 200 ISO. A 400 ISO il divario diventa temporaneamente più ampio perché D850 e Z8-Z9 commutano il guadagno di conversione in punti differenti. Da 500 ISO in avanti le curve tornano sostanzialmente a coincidere, con Z8 e Z9 che in alcune sensibilità risultano perfino leggermente avanti.
Questi sono i dati. Tutto il resto va interpretato partendo da qui.
Secondo le misure indipendenti di Photons to Photos, effettuate con lo stesso metodo, il confronto indicativo è questo:
Sensibilità | Nikon D850, NEF 14 bit | Nikon Z8 | Nikon Z9 |
|---|---|---|---|
64 ISO | 11,63 EV | 11,31 EV | 11,27 EV |
100 ISO | 11,09 EV | 10,64 EV | 10,61 EV |
200 ISO | 10,21 EV | 9,67 EV | 9,64 EV |
400 ISO | 9,79 EV | 8,73 EV | 8,70 EV |
500 ISO | 9,44 EV | 9,54 EV | 9,54 EV |
800 ISO | 8,76 EV | 8,86 EV | 8,85 EV |
1600 ISO | 7,80 EV | 7,87 EV | 7,83 EV |
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Questi valori esprimono la Photographic Dynamic Range secondo il metodo adottato dal sito e non devono essere confusi con i numeri, spesso più elevati, pubblicati con altri criteri. Ciò che interessa qui non è il valore assoluto, ma il rapporto fra le tre fotocamere misurate nello stesso modo. I dati completi e la spiegazione della metodologia sono consultabili nel grafico di Photons to Photos.
La conclusione corretta è quindi questa: la D850 è leggermente migliore alle sensibilità più basse quando si considera esclusivamente la capacità di conservare informazione fra alte luci e ombre profonde. Non è corretto concludere che produca fotografie visibilmente superiori in ogni condizione. E certamente quei pochi decimi di stop non autorizzano espressioni come «non c’è confronto».
Il confronto c’è. Ed è molto più ravvicinato di quanto suggeriscano le leggende.
Quanto vale davvero un terzo di stop?
Un terzo di stop è una differenza reale. Non abbiamo alcuna intenzione di cancellarla soltanto perché non coincide con la conclusione che vorremmo raggiungere.
Può diventare utile fotografando a 64 ISO una scena ad altissimo contrasto, esponendo con precisione per le alte luci e recuperando poi ombre molto profonde. È il caso tipico del paesaggio statico, dell’architettura, della riproduzione o di certe fotografie di interni realizzate su treppiedi. In queste condizioni la D850 continua a essere uno strumento formidabile.
Ma un terzo di stop non separa una fotocamera eccellente da una mediocre. Non determina colori più belli, maggiore tridimensionalità o una superiore capacità di “restituire l’atmosfera”. Non trasforma automaticamente una fotografia in una stampa migliore. E soprattutto non è una differenza che normalmente si riconosca osservando due immagini correttamente esposte e sviluppate.
Anche il picco di divario che compare a 400 ISO deve essere interpretato, non venerato. La D850 e le Z8-Z9 cambiano guadagno di conversione a sensibilità differenti: la D850 attorno a 400 ISO, Z8 e Z9 attorno a 500 ISO. Per questo, osservando soltanto la riga dei 400 ISO, sembra aprirsi improvvisamente un abisso. Basta passare a 500 ISO perché le tre curve tornino insieme.
Se qualcuno sceglie un singolo punto della curva e lo trasforma nella natura assoluta di un sensore, non sta facendo un confronto: sta scegliendo il numero più utile a confermare ciò che pensava già.
La D850 e le Z8-Z9 non hanno sensori progettati per lo stesso scopo
La D850 utilizza un sensore CMOS retroilluminato da 45,7 megapixel, abbinato al processore Expeed 5. Nel 2017 rappresentò un equilibrio quasi irripetibile fra risoluzione, gamma dinamica, velocità e prestazioni complessive. La sua sensibilità nominale parte da 64 ISO e le dimensioni dell’immagine arrivano a 8256 × 5504 pixel. Sono caratteristiche ancora oggi di primissimo livello. La scheda ufficiale Nikon della D850 ne conferma l’architettura e le specifiche fondamentali.
Nikon Z8 e Z9 impiegano invece un CMOS retroilluminato e stacked, sempre da 45,7 megapixel, associato al processore Expeed 7. Nikon non ha progettato questo sistema con l’unico obiettivo di spremere l’ultimo decimo di gamma dinamica a 64 ISO. Lo ha progettato per leggere un’enorme quantità di dati a una velocità tale da rendere possibile l’otturatore interamente elettronico, la visione continua nel mirino, il riconoscimento dei soggetti, le raffiche ad alta velocità e il video ad altissima risoluzione.
L’architettura stacked comporta priorità progettuali differenti. Se per ottenere quella velocità di lettura si lascia sul tavolo circa un terzo di stop alla sensibilità base, non significa che il sensore sia tecnologicamente peggiore. Significa che è stato ottimizzato per fare molte più cose contemporaneamente.
Una monoposto di Formula 1 non è peggiore di una limousine perché ha un bagagliaio più piccolo. È progettata attorno a un’altra gerarchia di prestazioni.
Il fatto notevole non è che la D850 conservi qualche decimo di stop a 64 ISO. Il fatto notevole è che Z8 e Z9 offrano praticamente la stessa qualità d’immagine e la stessa risoluzione mentre leggono il sensore abbastanza rapidamente da eliminare del tutto l’otturatore meccanico.
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Il sensore non produce “bei colori”
Quello del colore è il punto sul quale le affermazioni diventano più vaghe e, proprio per questo, più difficili da smentire.
Si sente dire che la D850 avrebbe colori più belli, più profondi, più naturali o più “Nikon”. Ma che cosa significa esattamente?
Un file RAW non contiene un’immagine a colori già pronta come quella che osserviamo sul monitor. Contiene dati lineari registrati attraverso il filtro colore del sensore, insieme alle informazioni necessarie perché un programma possa interpretarli. Bilanciamento del bianco, profilo della fotocamera, demosaicizzazione, curva tonale, contrasto, saturazione e trasformazione verso uno spazio colore concorrono tutti alla costruzione dell’immagine finale.
Adobe stessa spiega che il programma Camera Raw interpreta i dati grezzi del sensore e i metadati per costruire l’immagine a colori; inoltre applica normalmente un profilo iniziale, come Adobe Color, oppure uno dei profili Camera Matching. Basta cambiare profilo perché colore e tono assumano immediatamente un altro carattere. È spiegato nella documentazione relativa ai file Camera Raw e ai profili di resa cromatica.
Anche Nikon chiarisce che nel NEF impostazioni come bilanciamento del bianco, tinta, tono e nitidezza non vengono applicate in modo irreversibile ai dati originali, ma conservate come informazioni utilizzabili durante lo sviluppo. Lo si può verificare nella spiegazione ufficiale dei file RAW Nikon.
Quando qualcuno parla del “colore della D850”, bisognerebbe quindi domandargli:
JPEG prodotto direttamente dalla fotocamera oppure NEF?
Quale Picture Control?
Quale bilanciamento del bianco?
Quale obiettivo?
Quale programma di sviluppo?
Quale profilo di ingresso?
Quale versione del programma?
Quale monitor e quale calibrazione?
Colore più piacevole oppure più fedele?
Sono domande essenziali. Senza queste informazioni, “il colore della D850” non identifica una qualità misurabile: descrive un’impressione.
E le impressioni sono perfettamente legittime. Un fotografo può preferire la risposta predefinita di una D850, il modo in cui NX Studio interpreta i suoi NEF o persino l’aspetto assunto negli anni dai propri preset. Può anche aver costruito attorno a quella fotocamera un processo di lavoro affinato e coerente. Ma non può trasformare questa familiarità in una legge fisica.
Se lo stesso NEF assume colori differenti aprendolo in NX Studio e in Adobe Camera Raw, è evidente che il “colore del sensore” non può essere giudicato separatamente da tutto il processo che lo rende visibile.
“Mi piace di più” è un giudizio rispettabile.
“È più fedele” richiede una sorgente luminosa controllata, un riferimento cromatico, un profilo corretto e delle misure.
“Non c’è confronto” richiede prove che, finora, nessuno ha prodotto.
La fotografia non viene scattata da un sensore isolato
Anche volendo restringere il confronto alla sola immagine finale, il sensore non lavora nel vuoto.
La qualità registrata dipende dall’obiettivo, dalla precisione della messa a fuoco, dalla stabilità della fotocamera, dal tempo di posa, dalla trasmissione effettiva dell’ottica, dal flare, dal bilanciamento del bianco, dal profilo e dallo sviluppo. A parità di sensore, una messa a fuoco leggermente imprecisa distrugge più dettaglio di quanto possa restituirne qualsiasi differenza teorica di gamma dinamica.
La D850 utilizza un sistema autofocus separato dal sensore d’immagine e può richiedere una regolazione fine con determinate combinazioni di corpo e obiettivo. Z8 e Z9 mettono a fuoco direttamente sul piano del sensore. Dispongono inoltre di stabilizzazione integrata e possono utilizzare ottiche Z progettate per un tiraggio più corto e per le esigenze dei sensori ad alta risoluzione.
Queste sarebbero considerate “prestazioni operative”, ma nel momento in cui determinano ciò che viene effettivamente registrato diventano qualità d’immagine. Una fotografia perfettamente a fuoco contiene più informazione di una fotografia quasi perfettamente a fuoco, indipendentemente dalla gamma dinamica dichiarata.
È quindi possibile predisporre una situazione di laboratorio nella quale la D850 mostri ombre leggermente più pulite a 64 ISO. È molto più difficile dimostrare che, nell’uso fotografico reale, produca sistematicamente immagini migliori di Z8 e Z9.
Come si dovrebbe fare un confronto serio
Se volessimo verificare concretamente le differenze, il confronto dovrebbe essere realizzato eliminando quante più variabili possibile.
Servirebbero la stessa scena, la stessa luce, lo stesso obiettivo F utilizzato direttamente sulla D850 e tramite FTZ sulla Z8 o Z9, la stessa focale, lo stesso diaframma e la stessa esposizione reale. Le fotocamere dovrebbero essere montate su un supporto stabile, registrare NEF a 14 bit e utilizzare impostazioni che non alterino automaticamente tono e rumore.
I file andrebbero sviluppati nello stesso programma, applicando un trattamento coerente e dichiarato. Per confrontare la gamma dinamica sarebbe necessario esporre per preservare le alte luci e recuperare progressivamente le ombre. Per confrontare il rumore bisognerebbe mantenere identica la quantità di luce raccolta, non limitarsi a impostare lo stesso numero ISO. Per parlare di fedeltà cromatica servirebbero un illuminante noto, una tavola colore e una valutazione colorimetrica.
Infine, le immagini dovrebbero essere osservate nelle stesse dimensioni oppure stampate nello stesso formato, possibilmente senza sapere con quale fotocamera siano state realizzate.
Il confronto non consiste nel prendere due fotografie differenti, scattate con obiettivi differenti, in giorni differenti, sviluppate secondo il gusto del fotografo, e dichiarare che una “ha più profondità”.
Quello è un confronto fra due fotografie, non fra due sensori.
E se per riconoscere la presunta superiorità occorre leggere prima il nome della fotocamera nei dati Exif, probabilmente quella superiorità non si trova nell’immagine.
Perché allora la D850 viene ricordata come qualcosa di irripetibile?
Perché fu realmente una fotocamera straordinaria.
La D850 arrivò nel momento più maturo della storia della reflex digitale Nikon. Riuniva 45,7 megapixel, sensibilità base di 64 ISO, una gamma dinamica eccellente, un corpo professionale, un mirino ottico magnifico, un autofocus derivato dalla D5 e una raffica che, con battery grip e batteria adeguata, poteva arrivare a nove fotogrammi al secondo.
Era una macchina capace di affrontare quasi ogni genere fotografico senza far percepire compromessi evidenti. Paesaggio, ritratto, moda, studio, macro, reportage, natura: la D850 poteva fare tutto e farlo molto bene.
È questo equilibrio ad averla resa leggendaria, non una misteriosa qualità cromatica custodita nel silicio.
C’è poi un altro elemento, più umano e comprensibile. Chi ha utilizzato per anni una fotocamera importante impara a conoscerne l’esposimetro, il bilanciamento del bianco, i file e i margini di recupero. Costruisce preset, abitudini e automatismi. Quando cambia sistema deve ricostruire almeno in parte quella familiarità. Il nuovo file può apparire diverso non perché sia peggiore, ma perché non è ancora entrato nel processo personale del fotografo.
Con il tempo la familiarità diventa affetto; l’affetto diventa preferenza; la preferenza, se non viene sorvegliata, finisce per presentarsi come verità tecnica.
Non c’è nulla di male nell’amare la propria D850. Ma la nostalgia non è uno strumento di misura.
La Nikon D850 non è una medio formato
La D850 è una straordinaria fotocamera da 24×36 mm, ma non è una medio formato. Un sensore 44×33 mm possiede una superficie circa il 70% maggiore e, a parità di tecnologia, può raccogliere una quantità complessiva di luce sensibilmente superiore. Con le moderne medio formato da 100 megapixel cambiano realmente risoluzione, separazione tonale, possibilità di stampa e capacità di descrivere i dettagli più minuti.
Qui non parliamo più dei pochi decimi di stop che separano D850, Z7, Z8 e Z9. Il formato più grande offre un vantaggio fisico concreto, particolarmente visibile nelle riprese controllate, nel paesaggio, nella fotografia di studio e nelle stampe di grandi dimensioni.
Nemmeno il medio formato produce automaticamente fotografie migliori: servono ottiche adeguate, tecnica, luce e un soggetto che renda utile quella quantità di informazione. Ma se vogliamo individuare un salto effettivo nella qualità potenziale del file, dobbiamo cambiare formato, non cercare differenze miracolose fra sensori Nikon da 45,7 megapixel appartenenti alla stessa classe.
Il curriculum non sostituisce il metodo
Pubblicare su una grande rivista è un risultato professionale importante. Può dimostrare visione, costanza, affidabilità, capacità narrativa e qualità del lavoro. Non dimostra automaticamente che ogni opinione espressa dall’autore su sensori, ottiche o gamma dinamica sia corretta.
Anche i grandi fotografi hanno sempre raccontato convinzioni tecniche personali, talvolta fondate e talvolta no. Molti hanno ottenuto immagini memorabili seguendo procedure che oggi giudicheremmo discutibili. Il risultato fotografico può essere magnifico anche quando la spiegazione proposta per giustificarlo è sbagliata.
Una bella fotografia non rende vera l’opinione tecnica del suo autore.
D’altra parte, conoscere perfettamente il funzionamento di un convertitore analogico-digitale non rende automaticamente capaci di produrre una bella fotografia.
Sono competenze differenti e dovremmo smettere di usare il prestigio acquisito in un campo come certificazione universale in tutti gli altri.
Quando si parla di qualità d’immagine, il modo più rispettoso di confrontarsi non è chiedere chi abbia il curriculum più lungo. È stabilire che cosa si vuole misurare, predisporre un metodo ripetibile, osservare i risultati e accettarli anche quando contraddicono le proprie convinzioni.
E la Nikon Z7?
La Z7 è il vero anello di congiunzione con la D850. Condivide la stessa impostazione fondamentale: sensore CMOS BSI non stacked da 45,7 megapixel, sensibilità base di 64 ISO e assenza del filtro ottico passa-basso. Nikon non ha mai dichiarato che si tratti dello stesso identico sensore, ma le rispettive curve di gamma dinamica sono praticamente sovrapponibili.
Secondo Photons to Photos, a 64 ISO la D850 misura 11,63 EV e la Z7 11,56 EV: appena sette centesimi di stop. Differenze analogamente insignificanti proseguono alle altre sensibilità. Soltanto recuperi estremi delle ombre possono evidenziare sulla Z7 il banding legato ai pixel dedicati all’autofocus sul sensore.
Per chi cerca in una mirrorless la qualità pura del file della D850, Z7 — e Z7 II — rappresentano quindi il termine di confronto più vicino. Z8 e Z9 sacrificano qualche decimo di stop alle basse sensibilità in cambio della velocità del sensore stacked; la Z7 conserva quasi integralmente la filosofia della D850 trasferendola nel sistema Z.
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Il verdetto Nikonland
La Nikon D850 possiede una gamma dinamica misurabilmente superiore a quella di Nikon Z8 e Z9 alle sensibilità più basse. Il vantaggio è generalmente compreso fra un terzo e mezzo stop, con una differenza più marcata a 400 ISO dovuta soprattutto al diverso punto di commutazione del guadagno.
Da 500 ISO in avanti le prestazioni delle tre fotocamere sono sostanzialmente equivalenti. In alcune sensibilità Z8 e Z9 conservano perfino un margine minimo.
La D850 non produce per natura colori “più belli”. Il colore dell’immagine finale dipende dall’intera catena composta da sensore, filtro colore, esposizione, bilanciamento del bianco, obiettivo, programma di sviluppo, profilo e scelte del fotografo.
In condizioni normali, con una buona esposizione e uno sviluppo coerente, D850, Z8 e Z9 producono file appartenenti alla stessa altissima classe qualitativa. Le differenze visibili saranno molto più spesso determinate dall’ottica, dalla messa a fuoco, dalla luce e dal trattamento che non da quei pochi decimi di gamma dinamica.
Chi fotografa prevalentemente paesaggi statici a 64 ISO e recupera abitualmente ombre estreme può continuare a considerare la D850 uno strumento eccezionale, probabilmente ancora ideale per il proprio lavoro. Questa è una scelta razionale.
Chi sostiene che il suo sensore sia complessivamente e visibilmente superiore a quelli di Z8 e Z9 deve invece portare prove che vadano oltre le impressioni, il curriculum e alcune fotografie scattate in condizioni non confrontabili.
La Nikon D850 non ha bisogno di essere trasformata in un oggetto magico per restare una delle più grandi reflex digitali mai costruite.
Z8 e Z9 non hanno cancellato quella grandezza: hanno preso la stessa risoluzione e una qualità d’immagine sostanzialmente equivalente, inserendole in un sistema capace di prestazioni che nel 2017 non erano realisticamente possibili.
Questa è evoluzione tecnologica. Non sempre significa vincere ogni singola misura. Significa cambiare il bilancio complessivo delle possibilità.
Possiamo preferire una D850. Possiamo conservarla, usarla e continuare a produrre fotografie magnifiche. Possiamo persino decidere che il suo file ci piaccia di più.
Ma non chiamiamo scienza ciò che è gusto. Non chiamiamo prova ciò che è esperienza personale. E non chiamiamo superiorità del sensore ciò che, molto spesso, è soltanto familiarità con una macchina amata.
I numeri non dicono che la D850 sia superata nella qualità d’immagine.
Dicono una cosa più interessante: che D850, Z8 e Z9 sono molto più vicine di quanto raccontino sia i nostalgici della reflex sia i propagandisti dell’ultima novità.
La fotografia comincia ancora prima del sensore. Comincia nel momento in cui il fotografo guarda, sceglie, inquadra ed espone.
Tutto il resto dovrebbe aiutarlo a fotografare, non offrirgli una nuova leggenda dietro cui nascondersi.
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