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Ma perché un fotografo con due milioni di scatti sulle Z9, abituato a D5 e D6, adesso usa spesso, in interni, due Nikon Zr?

Perché l’esperienza non ci insegna a usare sempre la fotocamera più importante. Ci insegna a riconoscere quella giusta.

La conversazione si è già ripetuta diverse volte durante i miei ultimi shooting.

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Qualcuno guarda le fotografie sul grande display della macchina, osserva la qualità dell’immagine, soprattutto quei colori pieni, ricchi, sontuosi, e domanda: «Ma che macchina è, una Hasselblad?». Io rispondo: «No, è una Nikon Zr». A quel punto arriva inevitabile la seconda considerazione: «Allora costerà una cifra…». No. Costa poco più di duemila euro.

L’equivoco è interessante, perché rivela quanto siamo ancora condizionati dall’aspetto e dal prezzo degli strumenti. Se una fotografia appare ricca, profonda, quasi lussuosa, ci aspettiamo che provenga da una medio formato altrettanto lussuosa. Se il corpo che l’ha prodotta è piccolo, senza mirino, privo dell’impugnatura verticale e di tutta la scenografia esteriore della fotocamera professionale, fatichiamo ad attribuirgli quella qualità. Eppure la fotografia non sa quanto sia grande la macchina. Non conosce il suo prezzo, non vede il marchio stampato sul pentaprisma e non misura l’autorevolezza del fotografo in base alla capacità della batteria.

È arrivata in questi giorni la mia seconda Nikon Zr. Non sostituisce una delle mie due Nikon Z9 e non ne rappresenta una versione economica, leggera o semplificata. Le due Z9 restano con me e continueranno a fare ciò per cui le ho scelte: sono le macchine da utilizzare quando servono davvero le Z9, specialmente in esterni, con soggetti veloci, lunghe sequenze, obiettivi impegnativi, condizioni atmosferiche incerte e tutte quelle situazioni nelle quali autonomia, solidità, mirino, impugnatura e immediatezza operativa non sono elementi accessori, ma parte sostanziale del risultato.

In interni, però, le Z9 sono spesso un magnifico overkill. Possono fare tutto, naturalmente, ma buona parte di ciò che possono fare resta inutilizzato. Non ho bisogno di una macchina costruita per resistere a una giornata sotto la pioggia se lavoro a pochi metri dal tavolo sul quale sono appoggiate le batterie. Non ho bisogno dell’equilibrio necessario a governare un 600 mm, né di un mirino progettato per seguire un’azione imprevedibile, né di un corpo capace di assorbire migliaia di scatti consecutivi senza la minima esitazione. La luce è predisposta, il soggetto è davanti a me, le focali sono state scelte e il ritmo dello shooting dipende in buona parte dalle mie decisioni. In quel contesto la straordinaria completezza della Z9 non rappresenta un limite, ma certamente un’abbondanza della quale posso fare a meno.

Non ho comprato due Zr perché non voglio più portare le Z9. Ho comprato due Zr perché ho imparato quando non serve portarle.

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Due milioni di scatti insegnano anche a togliere

All’inizio del nostro percorso desideriamo quasi sempre la fotocamera più completa possibile. È una reazione naturale: non conosciamo ancora abbastanza bene le fotografie che faremo e vogliamo uno strumento capace di proteggerci da ogni eventualità. Una macchina grande, solida, veloce e dotata di ogni funzione ci rassicura. Se qualcosa non riesce, almeno sappiamo di non avere risparmiato sul mezzo.

Con l’esperienza la domanda cambia. Non ci chiediamo più quale sia la fotocamera migliore in assoluto, ma quale sia quella più adatta alla fotografia che stiamo per fare. È una distinzione decisiva, perché la prima domanda conduce inevitabilmente verso l’ammiraglia; la seconda può condurre, con altrettanta coerenza, verso un corpo molto più piccolo.

Due milioni di scatti con le Nikon Z9, preceduti da anni trascorsi con D3, D4, D5 e D6, non mi hanno insegnato soltanto a pretendere prestazioni superiori. Mi hanno insegnato a riconoscere quali prestazioni utilizzo realmente. I corpi professionali sono stati e restano per me strumenti di lavoro, non ornamenti né medaglie da esibire. Li ho usati per sessioni interminabili, raffiche, automobili, animali, modelle, teleobiettivi e giornate nelle quali non era ammessa alcuna interruzione. Proprio per questo non sento il bisogno di trasformarli in una divisa permanente.

L’esperienza non porta necessariamente verso fotocamere sempre più grandi e costose. Quando matura davvero, conduce anche alla sottrazione. Permette di lasciare a casa ciò che in quella circostanza non serve, senza avere la sensazione di presentarsi meno preparati. Usare una macchina più piccola non significa ridimensionare le proprie ambizioni; può significare averle definite con maggiore precisione.

In interni la Zr non è una Z9 alla quale mancano delle cose. È una macchina alla quale è rimasto ciò che mi serve.

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Quattro pollici che cambiano il modo di fotografare

La Nikon Zr ha diversi difetti e non avremo alcuna esitazione a elencarli in un box separato. Alcuni derivano direttamente dalla sua origine e dalla sua vocazione prevalentemente cinematografica; altri sono scelte progettuali che un fotografo può trovare discutibili. Non è una macchina perfetta e non voglio presentarla come tale.

Ma possiede un elemento che merita un elogio particolare, quasi da incorniciare: il suo sontuoso display da quattro pollici.

Bisogna usarlo per comprendere quanto rapidamente crei assuefazione. Quattro pollici possono sembrare soltanto un dato di targa, una differenza modesta rispetto ai monitor ai quali siamo abituati. Nell’uso reale cambiano invece la percezione dell’immagine. Non abbiamo più la sensazione di controllare una piccola anteprima sul dorso della fotocamera: stiamo osservando davvero la fotografia mentre nasce. La composizione respira, le espressioni diventano leggibili, il colore si manifesta con una presenza che un monitor più piccolo suggerisce soltanto. Anche la valutazione complessiva della scena diventa più immediata, meno analitica e più vicina alla visione di un’immagine già compiuta.

È probabilmente anche per questo che qualcuno, guardandolo, pensa a una Hasselblad. Non sta esaminando il file a piena risoluzione e non sta misurando la gamma dinamica. Sta reagendo alla qualità della visione: alla dimensione, alla ricchezza del colore, alla sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di più importante di una semplice anteprima. La Zr mette in scena bene le fotografie che produce, e questa capacità non è affatto secondaria. Una macchina che ci mostra meglio ciò che stiamo facendo ci aiuta anche a farlo con maggiore consapevolezza.

Naturalmente il colore non nasce magicamente dai quattro pollici del display. Nasce dalla luce, dall’esposizione, dall’obiettivo, dal sensore, dai Picture Control e dalle decisioni del fotografo. Ma quel grande schermo permette di vederlo subito, nella sua interezza, senza doverlo immaginare o rimandare al monitor del computer. Nel mio modo di fotografare, nel quale l’immagine viene pensata già con un carattere preciso e non considerata una materia neutra da decidere successivamente, questo è un vantaggio sostanziale.

Dopo averlo usato, tornare a un display ordinario produce una sensazione curiosa: non sembra che quello della Zr sia eccezionalmente grande; sembrano improvvisamente piccoli tutti gli altri. Questa è l’assuefazione.

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Fotografare senza nascondersi

Quel display modifica anche la postura e, con essa, la relazione con il soggetto. Con una D5, una D6 o una Z9 la fotocamera viene portata naturalmente all’occhio. È il modo più stabile, rapido e preciso di seguire un’azione, ma il grande corpo nero diventa inevitabilmente una parete fra il fotografo e la persona fotografata. Io continuo a vedere il soggetto attraverso il mirino; il soggetto, invece, non vede più me.

Con la Zr tenuta davanti al corpo, più in basso o leggermente di lato, quella parete scompare. Posso comporre sul grande schermo e contemporaneamente continuare a parlare, osservare direttamente la persona, prevedere un’espressione prima ancora che entri nell’inquadratura. Non sono costretto a interrompere il contatto visivo ogni volta che scatto. La fotocamera rimane presente, ma non occupa tutto lo spazio fra noi.

Non è necessariamente un modo migliore di fotografare. È un modo differente, particolarmente adatto a una situazione controllata e ravvicinata. All’aperto, sotto il sole, con un teleobiettivo o davanti a un soggetto molto veloce, il mirino torna a essere insostituibile. In interni, invece, il grande display non appare come il sostituto di qualcosa che manca. Diventa il centro stesso dell’esperienza.

Per certi aspetti il rapporto ricorda quello delle fotocamere medio formato con mirino a pozzetto. Non per forma, tecnologia o ritualità nostalgica, ma per il modo in cui l’immagine viene osservata. Non la si spia attraverso un’apertura; la si dispone davanti a sé, quasi fosse già una piccola stampa. Si guarda la fotografia e, nello stesso momento, si continua a vedere ciò che accade intorno alla fotografia.

È una libertà sottile, ma dopo qualche shooting diventa difficile rinunciarvi.

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Perché due Zr e non due Z6 III?

La domanda è legittima. Se il cuore della Zr deriva da quello della Z6 III e se il mio interesse principale resta la fotografia, perché non scegliere direttamente due fotocamere nate anche per fotografare, complete di mirino, impugnatura tradizionale e comandi più convenzionali?

La prima risposta è molto concreta: la forma.

Grazie all’assenza del falso pentaprisma che ospita il mirino elettronico, la Zr è sostanzialmente un parallelepipedo compatto. Posso sistemarla in borsa anche per traverso, dentro uno spazio normalmente destinato a un obiettivo. Non è soltanto più piccola: è più facile da collocare. Una Z6 III, con la sua forma ancora modellata sull’architettura esteriore di una reflex, pretende invece uno scomparto da fotocamera.

In interni quel mirino elettronico non mi serve. Ho davanti il magnifico display da quattro pollici, lavoro in condizioni controllate e preferisco mantenere il rapporto diretto con il soggetto. Portare il rigonfiamento superiore della Z6 III per ospitare qualcosa che non userei significherebbe rinunciare proprio alla qualità pratica che rende speciale la Zr.

Ma esiste anche una seconda risposta, meno razionale e forse ancora più importante.

La forma piatta della Zr, priva del falso pentaprisma e raccolta intorno alla baionetta, mi aiuta a immaginare di avere finalmente fra le mani quella Nikon Z SP che Nikon continua a non costruire e che noi abbiamo già provato a progettare. Non le assomiglia davvero e non pretende di essere una telemetro digitale, ma appartiene almeno alla stessa idea di fotocamera: corpo orizzontale, mirino eventualmente spostato di lato, niente gobba centrale e nessuna necessità di imitare ancora la sagoma di una reflex.

La Z6 III, per quanto eccellente, non potrebbe mai suggerirmi questa sensazione. È una mirrorless che continua a presentarsi come una reflex privata dello specchio. La Zr, invece, sembra l’inizio involontario di qualcosa che Nikon potrebbe ancora avere il coraggio di realizzare.

Non ho quindi scelto due Zr al posto di due Z6 III soltanto per ciò che fanno. Le ho scelte per lo spazio che occupano nella borsa, per quello che non portano inutilmente sopra la baionetta e anche per la fotocamera che mi permettono di immaginare.

Nell’attesa dell’agognata Nikon Z SP, sono quanto di più vicino Nikon abbia messo nelle mie mani.

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Perché due Zr

La seconda Zr non nasce dal desiderio di possedere un doppione. Due fotocamere possono essere una principale e una riserva, naturalmente, ma possono soprattutto rappresentare due inquadrature già pronte.

Posso predisporre i due corpi con due obiettivi complementari e passare dall’uno all’altro senza interrompere il rapporto con il soggetto, senza cambiare ottica e senza trasformare una variazione intuitiva in un’operazione tecnica. Una macchina offre una certa distanza e un certo modo di guardare; l’altra è già pronta per avvicinarsi, allargare la scena o modificarne il ritmo. Non devo smontare, rimontare, controllare e riprendere il filo. Prendo l’altro corpo e continuo.

Potrei fare esattamente la stessa cosa con le mie due Z9, ma in interni porterei con me un peso, un volume e una capacità operativa largamente eccedenti rispetto al compito. Due Zr restano discrete, maneggevoli, facili da appoggiare e da scambiare. Non trasformano la stanza in una postazione sportiva e non impongono la propria presenza né a me né al soggetto.

Soprattutto, costituiscono un sistema coerente. Stesso sensore, stessa resa, stessi Picture Control, stesso grande display, stesso modo di vedere e di lavorare. Passando da una all’altra cambia l’obiettivo, non cambia la mia relazione con la macchina né il linguaggio dell’immagine. E se uno dei due corpi dovesse fermarsi, il secondo sarebbe immediatamente disponibile: perché la ridondanza non appartiene soltanto alle ammiraglie, ma al modo professionale di organizzare il lavoro.

Centomila fotografie dopo

Con la mia prima Nikon Zr ho realizzato circa 100.000 scatti in quattro mesi. Non è stata quindi una simpatia passeggera, né il capriccio suscitato da un corpo nuovo e diverso da quelli ai quali ero abituato. Centomila fotografie sono già sufficienti per superare l’entusiasmo iniziale, incontrare ripetutamente i limiti della macchina e capire se il suo modo di lavorare coincide davvero con il nostro.

L’acquisto della seconda Zr nasce da questa verifica sul campo. In interni, per il genere di fotografia che pratico, due corpi identici con due obiettivi già pronti rappresentano ormai una soluzione più razionale delle due Z9. Ma non esiste alcuna promozione universale della Zr né una retrocessione delle ammiraglie.

Venerdì sarò all’autodromo di Monza. Andrò, ovviamente, con la Nikon Z9.

Porterei la Zr soltanto per dimostrare una tesi, non per fare meglio il mio lavoro. A Monza mi servono il mirino, l’impugnatura, l’autonomia, la velocità di lettura del sensore, la sicurezza operativa e l’equilibrio con i teleobiettivi della Z9. In interni quelle stesse qualità diventano spesso sovrabbondanti; in autodromo tornano a essere la ragione per cui la macchina esiste.

La scelta consapevole non consiste nell’innamorarsi di uno strumento e utilizzarlo dappertutto. Consiste nel sapere quale prendere prima di uscire di casa.

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Il lusso di non dover dimostrare nulla

Per decenni abbiamo riconosciuto il fotografo professionista dalla sagoma della sua attrezzatura. Pentaprisma pronunciato, impugnatura verticale, batteria enorme, obiettivo luminoso, tracolla robusta: caratteristiche nate da esigenze tecniche concrete che, col tempo, sono diventate anche simboli. Una macchina grande sembrava destinata a produrre fotografie importanti; una macchina piccola doveva necessariamente essere amatoriale, accessoria o incompleta.

La tecnologia ha eliminato buona parte di quella corrispondenza, ma il pregiudizio è rimasto. Per questo davanti ai colori mostrati dalla Zr qualcuno immagina una Hasselblad e subito dopo un prezzo proibitivo. La qualità, nel nostro immaginario, deve ancora avere un corpo voluminoso e costoso.

Il file, fortunatamente, ignora queste convenzioni. Non registra il peso della fotocamera, non sa se abbiamo guardato attraverso un mirino e non attribuisce maggiore profondità ai colori perché il corpo possiede un’impugnatura verticale. Conosce la luce, il momento, il punto di ripresa, l’obiettivo e le scelte compiute dal fotografo.

Arriva quindi un momento nel quale non abbiamo più bisogno che sia la macchina a presentarci. La sicurezza non nasce dal corpo che teniamo in mano, ma dal sapere dove collocare la luce, quale focale scegliere, quando parlare, quando tacere e quando smettere di scattare. Sappiamo che una raffica più lunga non migliora un’idea debole e che nessuna ammiraglia può suggerire al soggetto l’espressione che stiamo cercando.

A quel punto possiamo permetterci il lusso di scegliere una fotocamera che, vista da fuori, appare meno importante. Non perché siamo diventati meno esigenti, ma perché sappiamo esattamente dove concentrare le nostre esigenze.

Una fotocamera eccellente dentro un corpo che non è stato pensato prima di tutto per fotografare

La Nikon Zr produce fotografie eccellenti, ma non è una fotocamera tradizionale rimpicciolita. È un corpo progettato prioritariamente per il cinema e questa origine presenta il conto appena lo si utilizza intensamente per la fotografia.

Non c’è il mirino. L’impugnatura è appena accennata, i comandi fisici sono meno numerosi di quanto un fotografo Nikon esperto desidererebbe e l’equilibrio peggiora rapidamente con gli obiettivi più grandi. Il sontuoso display da quattro pollici compensa magnificamente l’assenza dell’EVF in interni, ma all’aperto, sotto il sole o seguendo un soggetto rapido, non può offrire la stessa stabilità e concentrazione della visione all’occhio.

L’otturatore è esclusivamente elettronico e il sensore, benché parzialmente stacked e sufficientemente rapido per moltissimi impieghi, non possiede la lettura praticamente istantanea delle Z8 e Z9. Con movimento veloce e determinate sorgenti artificiali bisogna quindi ricordarsi del rolling shutter e del possibile banding. Con il flash, soprattutto, il tempo di sincronizzazione di 1/60 di secondo costituisce una limitazione seria per chi lavora con lampi da studio o vuole dominare la luce ambiente. Io utilizzo prevalentemente luce LED continua, perciò il problema incide poco sul mio lavoro; per altri fotografi potrebbe bastare da solo a cambiare la valutazione della macchina.

Anche l’autonomia, la presa, la distribuzione dei tasti e l’assenza dei comandi verticali ricordano continuamente che non abbiamo fra le mani una piccola Z9. La Zr richiede un adattamento e non è la macchina che consiglierei indistintamente a chiunque voglia semplicemente una Nikon full frame da 24 megapixel.

Ma proprio quei 24 megapixel restano il mio sweet spot. Sono sufficienti per praticamente ogni destinazione reale delle mie fotografie, generano file più leggeri e lavorabili rispetto a quelli da 45 megapixel e non mi costringono ad accumulare risoluzione che, nella maggior parte degli shooting, non utilizzerei. Soprattutto si sposano magnificamente con il mio Kodachrome e con le altre pellicole Nikonland: la loro resa possiede densità, colore e una concretezza che sul grande display della Zr diventano immediatamente visibili.

Il sensore derivato da quello della Z6 III è speciale. Non offre la risoluzione delle Z8 e Z9 e alle sensibilità più basse non pretende di sostituirle; intorno a 800 ISO, però, cambia passo. Il secondo stadio di guadagno ripulisce il file e, nella mia esperienza concreta, mi restituisce un vantaggio anche rispetto alle Z8 e Z9: meno risoluzione da gestire, ombre molto ben sostenute e una qualità complessiva particolarmente adatta alla luce disponibile e ai miei Picture Control.

La Zr, dunque, non è perfetta e non è universale. Ma i suoi difetti appartengono soprattutto al modo in cui la si impugna e la si adopera; le fotografie che produce non hanno nulla di ridotto, economico o minore.

È una videocamera che costringe il fotografo ad accettare qualche compromesso. Dentro, però, c’è una splendida Nikon da 24 megapixel.

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E le mie due Nikon Zf?

Naturalmente non ho dimenticato le mie due Nikon Zf, una nera e una silver. Non sono state sostituite dalle Zr e non devono competere con loro, perché occupano uno spazio completamente diverso nel mio modo di fotografare.

Le riservo soprattutto agli obiettivi Viltrox dotati di ghiera dei diaframmi, alle uscite in bianco e nero e a quelle giornate nelle quali non cerco velocità, abbondanza o efficienza, ma un rapporto più lento e deliberato con la fotografia. Accade specialmente in autunno, quando la luce si abbassa, i colori si spengono e torna la voglia di osservare il mondo attraverso le forme, le ombre e le gradazioni del grigio.

Sono le occasioni nelle quali mi sento ispirato e desidero fotografare come facevo nel secolo scorso con le mie Nikon FA: scegliendo il diaframma dalla ghiera dell’obiettivo, prendendomi il tempo necessario e lasciando che sia la fotografia a suggerire il passo, anziché imporle il ritmo della macchina.

Le Zf sono moderne in tutto ciò che conta, ma sanno restituirmi un gesto antico. Quella nera e quella silver non sono corpi di riserva e non rappresentano una concessione alla nostalgia. Sono le Nikon che scelgo quando non voglio soltanto ottenere una fotografia, ma ritrovare il piacere con cui ho imparato a farla.

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La Z9 quando serve la Z9. La Zr quando basta la fotografia

Le mie due Z9 non sono state retrocesse e le due Zr non sono state promosse al loro posto. Non esiste una classifica interna nella quale un corpo debba necessariamente vincere e l’altro perdere. Esistono situazioni diverse.

Quando fotografo in esterni, seguo un’azione imprevedibile, monto un obiettivo importante o prevedo una giornata lunga e impegnativa, prendo una Z9 senza esitazioni. È una macchina progettata per non costringermi a domandare che cosa potrebbe succedere dopo: qualunque cosa accada, sarà pronta.

Quando lavoro in interni, ho già predisposto la luce, scelto gli obiettivi e definito il rapporto con il soggetto, buona parte di quella disponibilità assoluta diventa superflua. In quel momento preferisco la leggerezza, la discrezione e soprattutto quella straordinaria finestra da quattro pollici attraverso la quale la fotografia appare già viva.

La Z9 è la macchina che scelgo quando non posso prevedere tutto.

La Zr è quella che scelgo quando ho predisposto tutto ciò che conta.

Non consiglio a tutti di comprare due Zr, né sostengo che una macchina piccola sia per principio più intelligente di una grande. Invito soltanto a smettere di ordinare le fotocamere secondo una graduatoria assoluta. Grande non significa necessariamente professionale, piccolo non significa amatoriale, completo non significa indispensabile. La macchina migliore è quella che risolve i problemi della fotografia che stiamo facendo senza introdurre capacità, peso e complessità dei quali non abbiamo bisogno.

Io sono arrivato a due Nikon Zr dopo due milioni di scatti con le Z9, non prima. Le scelgo nonostante conosca bene le ammiraglie, ma proprio perché le conosco bene. Per arrivare consapevolmente a una macchina piccola, qualche volta, bisogna averne usate molto a lungo di enormi.

E forse è questa la risposta più semplice alla domanda del titolo: oggi posso permettermi di usare meno macchina perché so molto meglio quale fotografia voglio.

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Recommended Comments

  • Administrator

Un inciso sui Picture Control, perché Nikon riesce a complicare anche ciò che fa bene

Nikon, nella sua immensa balordaggine, ha reso la Zr più adatta a lavorare con i Picture Control di quanto non lo siano le sue fotocamere professionali. La Zr eredita infatti l’organizzazione introdotta con Z50 II e Z5 II: permette di escludere dalla selezione i Picture Control che non utilizziamo e presenta quelli rimasti in una lista più razionale, rapida e comoda da consultare.

Per me, che adopero sistematicamente il Kodachrome e le altre pellicole Nikonland, non è un dettaglio. Significa eliminare dall’interfaccia ciò che non mi interessa e raggiungere immediatamente i profili con i quali voglio fotografare. Paradossalmente, questa piccola macchina nata soprattutto per il cinema gestisce il colore fotografico meglio e più ordinatamente delle Z8 e Z9.

Ma la dimenticanza più grave riguarda la Nikon Zf. Una fotocamera costruita intorno al rapporto consapevole con l’immagine, dotata persino di una posizione dedicata al bianco e nero, avrebbe dovuto essere la prima candidata a ricevere queste funzioni. Non averle ancora estese alla Zf è quasi criminale; non averle uniformate a tutte le Nikon con Expeed 7 è l’ennesima dimostrazione di una politica firmware priva di una logica comune.

Nikon sviluppa una buona idea, la introduce su alcune macchine e poi sembra dimenticare che nel catalogo ne esistano altre perfettamente capaci di utilizzarla. La Zr, per una volta, beneficia di questa confusione. Le mie due Zf, incomprensibilmente, continuano a pagarla.

Antonello Selleri

Nikonlander
  • Nikonlander

Una domanda OffTopic, ma a Monza con che ottiche vai, oltre la Z9 naturalmente ?

  • Administrator
18 minuti fa, Antonello Selleri ha scritto:

Una domanda OffTopic, ma a Monza con che ottiche vai, oltre la Z9 naturalmente ?

Sono qui con 100-400 (nella foto dell’articolo) e Viltrox 26/2.8 … borsa a tracolla piccola.

Più tardi sarà una bolgia …

  • Administrator
22 ore fa, Antonello Selleri ha scritto:

Una domanda OffTopic, ma a Monza con che ottiche vai, oltre la Z9 naturalmente ?

La fotografia dello shooting di ieri, usando naturalmente Nikonland Shootmetrics : (QUI)

Alessandro Pisano

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano

Mauro ma per gli esterni con luce forte, la consiglieresti come 2 corpo macchina, anche come reflex da viaggio ?

Io ho il timore che le mie mani sono troppo grandi per la ZR, ed necessario mettere la basetta della SmallRig.

  • Administrator
1 minuto fa, Alessandro Pisano ha scritto:

Mauro ma per gli esterni con luce forte

NO ! Se ti sbatte il sole sul display non si vede un Kaiser Franz.
E si, certo la basetta SmallRig è indispensabile a prescindere, anche con le mie manine da artista.

PS : non ho mai provato ad aumentare la luminosità del display perché si mangia la batteria. Ma proverò.

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