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Yul Brynner, il re con tre Nikon al collo

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Attore, regista, musicista, viaggiatore, fotografo e uomo impegnato. Una delle personalità più straordinarie del Novecento, osservata dall’altra parte della sua Nikon F.

Lo dico subito: considero Yul Brynner uno degli uomini più straordinari del Novecento. Non semplicemente uno dei suoi attori più riconoscibili, perché sarebbe troppo poco. Brynner fu uno di quegli uomini ai quali una sola vita sembra non bastare e che, perciò, ne attraversano molte contemporaneamente. Fu attore di teatro e di cinema, regista nella televisione ancora pionieristica, cantante e chitarrista, acrobata, scrittore, viaggiatore, uomo cosmopolita prima che questa parola diventasse una posa. Fu anche fotografo. Non un divo che, tra un film e l’altro, si faceva ritrarre con una macchina costosa al collo, ma un fotografo vero, ostinato, colto, prolifico, capace di lasciare un archivio di oltre ottomila immagini e alcuni ritratti tra i più intimi e rivelatori della Hollywood del suo tempo.

La fotografia non fu un ornamento aggiunto alla leggenda di Yul Brynner. Fu uno dei modi attraverso i quali egli costruì quella leggenda e, insieme, cercò di guardare dietro di essa.

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Un uomo prima del personaggio

Yuliy Borisovich Briner nacque a Vladivostok nel 1920, dentro una famiglia dalle radici russe, svizzere e asiatiche. Intorno alla propria origine avrebbe poi costruito racconti, varianti e genealogie avventurose, contribuendo personalmente a rendere incerta la distinzione tra biografia e mito. Era parte del personaggio, ma anche della sua natura: Brynner non sembrava provenire da un luogo preciso perché, in qualche modo, proveniva da tutto il Novecento.

Visse ad Harbin, in Cina, poi a Parigi. Ancora adolescente cantava e suonava la chitarra nei locali frequentati dagli emigrati russi; lavorò nel circo come trapezista, finché un incidente alla schiena non interruppe quella prima vita. Nel 1940 arrivò negli Stati Uniti, parlando poco inglese ma portando con sé lingue, musica, teatro e un’esperienza del mondo che ben pochi giovani attori americani potevano possedere. Durante la guerra lavorò alla radio, parlando in francese e russo; quindi entrò nella nascente televisione della CBS, prima come interprete e poi come regista.

Quando nel 1951 salì sul palcoscenico nei panni del re Mongkut in The King and I, Yul Brynner non era un prodotto fabbricato da Hollywood. Era già un uomo completo. Si rasò la testa per quella parte e trasformò un’esigenza teatrale in una delle immagini maschili più potenti e riconoscibili del secolo. Avrebbe interpretato il Re 4.625 volte, ottenendo due Tony Award e, per la versione cinematografica del 1956, l’Oscar come miglior attore. Nello stesso anno fu Ramses ne I dieci comandamenti e il generale Bounine in Anastasia. Poi vennero Chris Adams ne I magnifici sette, il pistolero meccanico de Il mondo dei robot e decine di altri personaggi.

Eppure, mentre tutti guardavano lui, Brynner guardava gli altri.

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Il regista che imparò a fermare il tempo

Secondo la figlia Victoria, Yul cominciò a dedicarsi seriamente alla fotografia intorno al 1950, mentre lavorava come regista alla CBS. È un’origine importante, perché spiega molto del suo modo di fotografare. Brynner non imparò a vedere come un fotoreporter, né come un ritrattista di studio: imparò a vedere come un regista, abituato a organizzare lo spazio, anticipare un gesto, comprendere i rapporti tra i personaggi e riconoscere il momento nel quale una scena smette di essere preparata e diventa vera.

Conosceva e frequentava fotografi come Henri Cartier-Bresson e André Kertész. Di Kertész ammirava in modo particolare la capacità di costruire una fotografia partendo da una scala, una sedia, un angolo apparentemente insignificante. Alla figlia avrebbe insegnato soprattutto questo: comporre prima di scattare, scegliere ciò che deve stare dentro l’inquadratura e assumersi la responsabilità di lasciare fuori tutto il resto.

È una concezione molto lontana dall’accumulazione digitale contemporanea. La pellicola imponeva misura, attenzione e memoria; Brynner portava sempre con sé una macchina fotografica, spesso più di una, ma non fotografava tutto. Fotografava ciò che aveva già riconosciuto.

Le sue immagini non cercano l’effetto spettacolare, anche quando hanno per protagonisti gli uomini e le donne più famosi del mondo. Cercano piuttosto quell’intervallo brevissimo nel quale lo spettacolo si interrompe: Frank Sinatra mentre gioca a golf, Elizabeth Taylor in piscina con la figlia, Audrey Hepburn su una gondola a Venezia, Charlie Chaplin che cammina accanto a Oona dopo un bagno, Ingrid Bergman nella propria stanza durante la lavorazione di Anastasia, Charlton Heston ancora vestito da Mosè ma momentaneamente restituito alla propria umanità.

Brynner fotografava ciò che accadeva dopo che qualcuno aveva gridato «stop» e prima che tutti tornassero a recitare.

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Prima Leica, poi Nikon F

Sarebbe scorretto trasformare Yul Brynner in un nikonista esclusivo. Negli anni Cinquanta utilizzò diverse Leica e possedette anche due rarissime Leica MP nere del 1958, matricole 59 e 60. Erano gli strumenti ideali per una fotografia discreta, ravvicinata e silenziosa, erede della cultura visiva di Cartier-Bresson e Kertész.

Ma nel giugno del 1959 arrivò la Nikon F e, con essa, cambiò anche il modo di lavorare di molti fotografi. La reflex permetteva di vedere esattamente attraverso l’obiettivo utilizzato, di passare con naturalezza dal grandangolare al teleobiettivo e di costruire un sistema professionale robusto, modulare e adatto alle condizioni più diverse. Brynner comprese immediatamente ciò che quella macchina poteva offrirgli.

Dall’inizio degli anni Sessanta la Nikon F divenne una presenza ricorrente sui suoi set. Lo vediamo durante la lavorazione di Taras Bulba, con la Nikon pronta mentre aspetta di tornare davanti alla macchina da presa. Sul set de I re del sole una delle sue F passa temporaneamente nelle mani di un’attrice mentre lui è impegnato nella scena. Durante la lavorazione de I tre da Ashiya compare addirittura con tre Nikon F al collo, ciascuna equipaggiata con un obiettivo differente.

Non è l’immagine di un collezionista che esibisce i propri acquisti. È il metodo di un fotografo che non vuole perdere tempo sostituendo un obiettivo, esponendo la pellicola alla polvere o rinunciando alla fotografia perché in quel momento ha montata la focale sbagliata. Tre corpi, tre modi di guardare, immediatamente disponibili. Nel 1972, in Spagna, è ancora fotografato insieme alla piccola Victoria con una Nikon F: non un accessorio promozionale, ma una compagna di viaggio.

La Nikon F gli corrispondeva. Era solida, essenziale, priva di qualsiasi civetteria, costruita per lavorare e non per essere contemplata. Aveva la stessa autorevolezza fisica di Brynner: entrambi sembravano indistruttibili, entrambi incutevano rispetto senza doverlo chiedere.

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Fotografare gli attori quando smettono di recitare

Il privilegio di Brynner era evidente. Poteva entrare nelle camere, nei camerini, nelle ville e nei momenti familiari ai quali nessun fotografo della stampa avrebbe avuto accesso. Era amico di Frank Sinatra, Elizabeth Taylor, Audrey Hepburn, Ingrid Bergman, Sophia Loren, Grace Kelly, Dean Martin, Jean Cocteau, Salvador Dalí e di molti altri protagonisti della cultura del suo tempo.

Ma l’accesso, da solo, non produce buone fotografie. Spiega perché un fotografo si trovi davanti a un soggetto, non perché sappia comprenderlo.

Brynner conosceva gli attori dall’interno. Sapeva quanto rapidamente potessero indossare un’espressione, costruire una postura, offrire al fotografo il volto che il pubblico si aspettava. Proprio per questo non li inseguiva mentre recitavano la parte della celebrità. Aspettava che la maschera si abbassasse. Non rubava immagini: riceveva confidenze.

Nelle sue fotografie le star non sembrano difendersi. Non perché abbiano dimenticato la presenza della macchina, ma perché dall’altra parte non vedono un estraneo. Vedono un loro pari, un uomo che conosce il peso della fama e non ha bisogno di appropriarsi della loro immagine per dimostrare di essere stato lì.

È questa la qualità più rara del suo lavoro: l’intimità senza indiscrezione. Brynner si avvicina, ma non invade; osserva, ma non giudica; riconosce la fragilità senza trasformarla in spettacolo. Le sue fotografie sono eleganti, spesso composte con grande rigore, eppure non hanno nulla della fotografia ufficiale di Hollywood. Mostrano corpi stanchi, sguardi distratti, affetti familiari, attese, silenzi. Mostrano la vita che continua mentre il cinema si prende una pausa.

La sua fotografia migliore nasce da una relazione. Su Nikonland sosteniamo da sempre che il ritratto non sia soltanto questione di luce, obiettivo e diaframma, ma di rapporto tra due persone. Yul Brynner ne è una dimostrazione quasi perfetta: i suoi soggetti gli concedono qualcosa perché sanno chi sta guardando.

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Fuori da Hollywood

Ridurre il suo archivio alle fotografie delle celebrità sarebbe però ingiusto. Nel 1959, durante l’Anno mondiale del rifugiato, Brynner fu nominato consulente speciale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Utilizzò cinema, radio, scrittura e fotografia per richiamare l’attenzione sulle condizioni di milioni di persone costrette ad abbandonare la propria casa.

Non era un incarico puramente decorativo. Brynner viaggiò in Europa e in Medio Oriente insieme alla fotografa di Magnum Inge Morath, visitando comunità di profughi e raccogliendo storie e immagini poi confluite nel libro Bring Forth the Children: A Journey to the Forgotten People of Europe and the Middle East, pubblicato nel 1960.

Anche qui la sua biografia conta. Brynner apparteneva a una famiglia dispersa dalla storia, aveva attraversato Russia, Cina, Francia e Stati Uniti, aveva vissuto tra lingue e identità differenti. Probabilmente riconosceva negli esiliati qualcosa che la celebrità non era riuscita a cancellare: la condizione di chi deve reinventarsi altrove.

Il passaggio dalle piscine di Hollywood ai campi profughi non trasforma il suo sguardo. Lo mette alla prova. La stessa capacità di avvicinarsi senza umiliare, che gli aveva permesso di fotografare gli amici famosi, gli consente ora di raccontare persone alle quali la storia aveva tolto quasi tutto. Non cerca la miseria spettacolare e non usa la sofferenza come scenografia. Restituisce presenza e dignità.

È forse qui che Yul Brynner smette definitivamente di essere un attore appassionato di fotografia e diventa, senza più bisogno di qualificazioni, un fotografo.

I libri di Yul

Yul Brynner non affidò in vita il proprio archivio fotografico a una pubblicazione organica, ma nel 1960 utilizzò immagini e parole per raccontare il viaggio compiuto con Inge Morath tra i profughi d’Europa e del Medio Oriente in Bring Forth the Children. Fu la figlia Victoria, fotografa e produttrice, a comprendere pienamente il valore delle oltre ottomila immagini lasciate dal padre. Nel 1996 curò per Harry N. Abrams Yul Brynner: Photographer, prima ampia ricognizione tra famiglia, cinema e impegno umanitario. Nel 2010 arrivò l’opera definitiva, Yul Brynner: A Photographic Journey: quattro volumi raccolti in cofanetto, dedicati alla vita privata, ai set, all’anno straordinario 1956 e allo stile personale di Yul. Non semplici memorie familiari, ma la restituzione editoriale di un autentico archivio fotografico del Novecento.

I libri fotografici

Anno

Titolo

Contenuto

1960

Bring Forth the Children

Scritto da Yul, con fotografie sue e di Inge Morath, sul viaggio nei campi profughi europei e mediorientali. Non è curato da Victoria, ma è il primo libro da mostrare.

1996

Yul Brynner: Photographer

Curato da Victoria Brynner, Harry N. Abrams, 210 pagine, ISBN 978-0-8109-3144-2. Famiglia, set cinematografici, amici e profughi. È la prima vera riscoperta del fotografo. Scheda editoriale.

2010

Yul Brynner: A Photographic Journey

Il lavoro definitivo: quattro volumi in cofanetto, curati da Victoria e ricavati da oltre 8.000 immagini e ritagli d’archivio. Edition 7L/Steidl, ISBN 978-3-86930-131-0, oggi fuori catalogo. Scheda Steidl.

I quattro volumi del cofanetto sono:

  • Lifestyle: famiglia, amici, vita privata.

  • Life on Set: la vita dietro le quinte del cinema.

  • 1956: l’anno irripetibile di The King and I, I dieci comandamenti e Anastasia.

  • Man of Style: il ritratto di Brynner attraverso fotografie realizzate anche da Avedon, Cartier-Bresson e Inge Morath.

Il cofanetto è una vera opera editoriale, non un libro celebrativo per appassionati di cinema.

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Le fotografie ritrovate da Victoria

Yul Brynner non sembra avere pienamente compreso l’importanza storica del proprio archivio. Fotografava perché ne aveva bisogno, non per costruire una carriera parallela o preparare una grande retrospettiva. Fu la figlia Victoria, incoraggiata anche da Karl Lagerfeld, a riordinare migliaia di negativi, ricostruendo date, luoghi, film e persone.

Nel 1996 uscì Yul Brynner: Photographer. Nel 2010, venticinque anni dopo la morte del padre, Victoria realizzò il monumentale Yul Brynner: A Photographic Journey, quattro volumi dedicati rispettivamente alla vita privata, ai set cinematografici, allo straordinario anno 1956 e allo stile personale di Yul. Le introduzioni di Bruce Weber, Ingrid Sischy, Martin Scorsese e Stefano Tonchi confermano che non ci troviamo davanti alla pubblicazione sentimentale dell’album di famiglia di un divo, ma a un autentico documento visivo del Novecento.

Quelle ottomila fotografie compongono un diario senza spiegazioni. Seguendo i provini si può osservare Brynner entrare in una stanza, accorgersi di una persona, avvicinarsi, cambiare angolo e infine trovare la propria fotografia. È il percorso dello sguardo prima dello scatto. Ed è anche il ritratto più sincero che Yul Brynner abbia lasciato di se stesso.

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Yul Brynner e la figlia Vittoria in Spagna nel 1972, Nikon F

L’ultima inquadratura

Nelle fotografie di scena degli anni Sessanta e Settanta ricorre un particolare che oggi non può passare inosservato: insieme alla Nikon F, Yul Brynner ha quasi sempre una sigaretta tra le dita della mano sinistra. Quell’uomo che sembrava invulnerabile morì di tumore ai polmoni il 10 ottobre 1985, a sessantacinque anni.

Aveva recitato per l’ultima volta The King and I pochi mesi prima, concludendo la 4.625ª rappresentazione. Sapendo di essere ormai condannato, registrò un messaggio contro il fumo e chiese che fosse trasmesso dopo la sua morte. Guardò ancora una volta diritto dentro una macchina da presa, senza interpretare re, pistoleri o imperatori, e disse semplicemente agli altri ciò che per lui era ormai troppo tardi: non fumate.

Anche questo fu Yul Brynner. Non nascose l’errore, non cercò una morte elegante e non lasciò che fosse un portavoce a parlare al suo posto. Utilizzò per l’ultima volta la propria immagine affinché potesse servire a qualcun altro.

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Perché Yul Brynner appartiene a Nikonland

Yul Brynner non appartiene a Nikonland perché possedeva diverse Nikon F. Non ci interessa arruolarlo retroattivamente come ambasciatore di un marchio, né dimenticare le Leica che usò e amò.

Ci appartiene perché utilizzava le macchine fotografiche per fotografare. Le portava sul set, in viaggio, in famiglia e tra i profughi. Non costruiva prove di laboratorio e non sembrava particolarmente preoccupato di dimostrare la superiorità di un obiettivo. Cercava le persone, le relazioni, i gesti che non si sarebbero ripetuti. Aveva tre Nikon al collo perché davanti a lui la vita non era disposta ad aspettare che cambiasse focale.

Fu un uomo famoso che seppe guardare gli altri senza chiedere continuamente di essere guardato. Un attore capace di riconoscere il momento nel quale la recitazione finiva. Un re che, quando prendeva in mano la Nikon, tornava a essere semplicemente un uomo curioso del mondo.

Ed è per questo, molto più che per la Nikon F, che Yul Brynner è uno di noi.

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Recommended Comments

  • Administrator

Il Re con Tre Nikon al collo, su un set di Hollywwod a metà anni '60

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dal set di Anastasia, 1956, non saprei dire se con Leica M o Nikon S. Fa lo stesso ...

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ovviamente, sono ricostruzioni pittoriche a scopo evocativo di un'epoca straordinariamente presente nella mia vita (credo che Anastasia sia uno dei miei 3 film preferiti, non ho una classifica attendibile).

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