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Ci sono fotografi che cercano soggetti straordinari. Altri inseguono la luce perfetta. Altri ancora percorrono migliaia di chilometri alla ricerca di paesaggi che nessuno abbia mai visto prima.
Vincent Munier sembra fare esattamente il contrario.
Le sue fotografie non nascono dal desiderio di aggiungere qualcosa al mondo. Nascono dalla pazienza di aspettare che sia il mondo, se lo desidera, a concedergli qualcosa.
È una differenza che può sembrare soltanto filosofica. In realtà cambia completamente il modo di fotografare.
Osservando il suo lavoro ci si accorge quasi subito che gli animali non occupano mai realmente il centro dell'immagine. Il leopardo delle nevi, il lupo artico, il bue muschiato, le gru della Manciuria o i grandi rapaci sembrano emergere lentamente dal paesaggio, come se appartenessero alla neve, alla nebbia o alla foresta molto più di quanto appartengano all'inquadratura. La fotografia non li cattura. Li accoglie.
È probabilmente questo il tratto più originale della sua opera.
Munier non usa la natura come sfondo.
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Lascia che sia la natura a decidere quanto dell'animale sia giusto mostrare.
Per un fotografo abituato ai moderni teleobiettivi, agli autofocus che riconoscono occhi e soggetti e alle raffiche da decine di fotogrammi al secondo, è quasi una provocazione. La tecnologia permette di vedere tutto. Vincent Munier sembra invece ricordarci che vedere tutto non significa necessariamente comprendere di più.
Le sue immagini respirano.
Ci sono spazi vuoti che altri fotografi avrebbero eliminato in fase di ripresa o di ritaglio. Ci sono soggetti minuscoli immersi in distese di neve che la logica commerciale consiglierebbe di avvicinare. Ci sono alberi, nebbia, rocce, silenzi che sembrano occupare più spazio degli animali stessi.
Eppure è proprio questo vuoto a trasformarsi nel vero protagonista.
In un'epoca nella quale la fotografia naturalistica viene spesso giudicata dalla rarità della specie fotografata o dalla perfezione del dettaglio del piumaggio, Munier percorre una strada diversa. Non sembra interessato al documento zoologico. Cerca un'emozione che nasce dal rapporto tra un essere vivente e il luogo che lo ha generato.
Non è un caso che il suo nome sia legato indissolubilmente al leopardo delle nevi. Molti ricordano l'impresa, pochi ricordano il tempo necessario perché quell'incontro potesse avvenire. Settimane trascorse in alta quota, spesso senza fotografare nulla, fanno parte del risultato tanto quanto il momento in cui il felino appare per pochi secondi su una cresta.
Oggi siamo abituati a misurare una spedizione dal numero delle fotografie riportate a casa.

Munier ci suggerisce un criterio completamente diverso.
Misurarla dal tempo che abbiamo trascorso imparando ad ascoltare un luogo.
È una lezione che va ben oltre la fotografia naturalistica.
Mi è capitato più volte di osservare fotografi straordinariamente preparati dal punto di vista tecnico fallire un'immagine semplicemente perché erano arrivati con un'idea già pronta. Cercavano una fotografia che avevano immaginato prima ancora di trovarsi davanti al soggetto. Quando la realtà proponeva qualcosa di diverso, non erano più capaci di vederla.
Le fotografie di Vincent Munier sembrano nascere esattamente dal processo opposto.
Non impongono una visione. La ricevono.
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È forse anche per questa ragione che il suo corredo Nikon è sempre apparso sorprendentemente essenziale. Nel corso degli anni ha utilizzato le reflex professionali della casa giapponese e, più recentemente, il sistema Z con grandi teleobiettivi luminosi. Ma osservando le sue immagini si ha l'impressione che la macchina fotografica finisca molto rapidamente sullo sfondo. Diventa uno strumento necessario, mai un argomento.
È un atteggiamento che condivido profondamente.
Da qualche tempo mi accorgo che le fotografie alle quali tengo di più sono quasi sempre quelle nelle quali, durante lo scatto, ho smesso di pensare alla fotocamera. Vale nel ritratto, vale nel paesaggio e credo valga ancora di più nella fotografia naturalistica. Quando la tecnica occupa tutta la nostra attenzione, difficilmente rimane spazio per ciò che accade davanti ai nostri occhi.
Munier sembra ricordarcelo con una semplicità disarmante.
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La natura non ha alcun bisogno di essere spettacolare.
Ha soltanto bisogno di essere ascoltata.
Ed è forse questo il motivo per cui le sue fotografie continuano a distinguersi anche in un'epoca nella quale i sensori hanno raggiunto livelli di qualità impensabili fino a pochi anni fa. Non competono sul terreno della perfezione tecnica. Competono su quello, molto più difficile, della sensibilità.
Alla fine, credo che Vincent Munier non fotografi davvero gli animali.
Fotografa il privilegio, rarissimo, di essere stati accettati per qualche istante nel loro mondo.
E quella, prima ancora che una fotografia, è un'esperienza.
Il suo corredo attuale
Quello che emerge è interessante: Munier ha un corredo sorprendentemente piccolo rispetto a molti altri fotografi wildlife. Non è il tipo da dieci corpi e venti obiettivi.
Corpo macchina
Nikon Z9 (corpo principale)
È lui stesso a definirla una delle sue fotocamere preferite di sempre per la fotografia naturalistica, citando tre motivi:
raffica molto veloce;
eccellente comportamento agli alti ISO;
otturatore completamente silenzioso, fondamentale quando si lavora con animali selvatici.
Obiettivi
Il suo corredo attuale comprende principalmente:
NIKKOR Z 400mm f/2.8 TC VR S
NIKKOR Z 600mm f/4 TC VR S
NIKKOR Z 800mm f/6.3 VR S
NIKKOR Z 70-200mm f/2.8 VR S
NIKKOR Z 24-70mm f/2.8 S
NIKKOR Z 50mm f/1.2 S
Le cose interessanti
1. Il 600 TC è probabilmente il suo vero obiettivo
Nikon, nelle sue interviste, mette spesso in evidenza il 600/4 TC.
Non mi sorprende. Per un fotografo che lavora moltissimo in montagna, avere un 600 che diventa 840 mm f/5.6 semplicemente spostando una levetta è una rivoluzione pratica. Meno cambi di obiettivo, meno movimento, meno rischio di perdere l'attimo.
2. L'800/6.3 racconta il suo modo di fotografare
Molti usano l'800 per "riempire il fotogramma".
Munier spesso fa il contrario.
Lo usa per non disturbare.
Resta molto lontano.
È coerente con la sua filosofia.
3. Il 50/1.2 è la sorpresa
È l'obiettivo che quasi nessuno si aspetta nel corredo di un fotografo wildlife.
Secondo me serve a ricordare che Munier non vive soltanto di animali.
I suoi libri sono pieni di dettagli, atmosfere, rifugi, persone incontrate durante i viaggi.
Quel 50 racconta anche questo.
4. Nessun superzoom
Non compaiono :
180-600
100-400
28-400
Solo ottiche professionali molto specializzate.
È un corredo costruito intorno a poche focali perfettamente conosciute.
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