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  • Max Aquila
    Max Aquila

    Steve McCurry e N-Icon

    Icona e' parola che viene dal greco eikon ( εικών ) e identifica dall'antichita' fino ai nostri giorni un'immagine.


    Ma non una immagine qualsiasi bensi', come per i cristiani ortodossi, Immagine Allegata 
    un'immagine da mettere in mostra, da cui ricavare una risposta a mille domande, a milioni di perche', un'immagine quindi PARLANTE. 

    Gli ortodossi nelle loro chiese adorano le icone, noi occidentali, anche fuori dalle chiese... 
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    Ho visitato la mostra ... iconografica di Steve McCurry in giro per il mondo da anni e presentata anche alla Galleria d' Arte Moderna di Palermo,


    Immagine Allegata 

    giustamente intitolata Icons Immagine Allegata  

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    nella quale cento stampe di formato A2, di un periodo vasto tra l'inizio degli anni Ottanta fino a pochi anni fa, quindi con un criterio misto tra produzione da diapositiva e produzione e postproduzione digitale, (con evidenti segni dati dalla digitalizzazione nelle stampe delle foto piu' datate)
    si alternano dalle pareti delle sale, Immagine Allegata 
     

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    invariabilmente portando il visitatore ad accentrare la sua attenzione sull'elemento che a mio avviso distingue nettamente l'opera di Steve McCurry da quella dei normali o aspiranti reporter:
    il rapporto diretto che l'autore instaura con il soggetto, il quale e' perfettamente consapevole del ruolo che si e' appena costituito.
    Un rapporto che dopo lo scatto lega indissolubilmente e con lo stesso (o forse ancora maggiore) magnetismo, la Stampa della foto col suo Osservatore, anche a grande distanza di tempo e nonostante il mutare della situazione.
    Unita' aristotelica di Tempo, Luogo ed Azione che si trasmettono in maniera inalterata anche dopo piu' di trent'anni dallo scatto nel suo ritratto piu' famoso
     

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    quello di Sharbat Gula, ragazzina afghana,

     
    che col suo sguardo ti insegue dovunque tu ti trovi rispetto a Tempo, Luogo ed Azione  
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    Non saro' certo io ad alimentare il mito di questa foto, ma aggiungo un tassello di reiterazione che tanto assomiglia alla tradizione orale omerica, delle gesta degli Eroi. 
    Che non e' piu' nemmeno il fotografo che l'ha scattata, il mito non puo' circoscriversi ad un semplice mortale, ma ingigantisce il personaggio fino a renderlo superiore anche a chi lo abbia (anche se inconsapevolmente) creato.
    Tanto da indurre, per meri scopi utilitaristici, la stessa rivista del National Geographic a suo tempo committente del servizio sui morti e vivi di quel Paese, a commissionare 17 anni dopo lo scatto a McCurry la ricerca dell'Eroe e lo scatto successivo a testimoniare il degrado della Vita 
    Immagine Allegata 
    che solo l'immortalita' alla... specchio di Dorian Gray della Fotografia, puo' garantire inalterato nel tempo.
     
    Dal Mito di Sharbat in poi per McCurry inizia l'incubo di ripetere il Gesto, 
    devo dire con prestazioni esimie, come quelle che ben conosciamo come sue ICONE  

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    nelle quali, sempre, appare il livello di estrema interazione tra soggetto e fotografo, il grido di una richiesta di attenzione e la Risposta che il suo obiettivo riesce a dare alla Domanda,
    altrimenti inascoltata di quelle persone. Immagine Allegata 
     
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    I visitatori girano tra i corridoi e si immedesimano nelle scene ritratte, si sente... Immagine Allegata 


    sia che si tratti delle opere piu' ...vicine a questo concetto di icone Immagine Allegata 
     
    sia che si tratti dei suoi reportage piu' consueti, traccia dei quali abbiamo indelebile nella nostra mente Immagine Allegata 
     

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    ed ancora nella scoperta (o riscoperta) di luoghi ...diversamente famosi Immagine Allegata 


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    o per sempre preclusi alla conoscenza della maggior parte di noi Immagine Allegata 


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    piu' facilmente e in maniera indelebile, prendendo atto di una maniera di leggere la vita altrui che risenta sempre della necessita' di perpetuare quel gesto, quel momento, quel movimento che solo li', allora e non oltre ha riempito la tendina del suo otturatore e serva a lasciare una traccia nell'hard disk della nostra esistenza: qui ed ora.

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    In una corsa che ci porta davvero lontano Immagine Allegata 
    ...piu' di quanto ci sia lecito sperare.

     

    Max Aquila photo (C) per Nikonland 2016

    Modificato da Max Aquila

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    Recommended Comments

    Steve McCurry: icona della fotografia moderna.

    Non è un mistero il fatto che Steve McCurry, americano di Philadelphia del 1950, laureato in Teatro alla Penn University (dopo aver studiato Fotografia e Cinema) sia uno dei personaggi più iconici del mondo della Fotografia moderna.

    Le brevi biografie che sulla carta stampata e sul web introducono i suoi lavori, non riescono a prescindere dalla citazione della sua icona più famosa, quella del ritratto di Sharbat Gula del 1985, la ragazza della quale il nome si conobbe solo 17 anni dopo, quando la stessa rivista, il National Geographic Magazine, che aveva pubblicato in copertina la foto, ne sponsorizzò la ricerca ed il ritrovamento (in un altro campo profughi...), per realizzare una patetica fotografia dei segni del tempo che ad una profuga afghana avevano prodotto quegli anni, durante i quali, a sua insaputa, era diventata uno dei volti più celebri e riprodotti/venduti del Mondo: icona, appunto.

    Avesse chiesto le royalties alla rivista, invece dei quattro soldi che le furono regalati (non si sa quanto) insieme a qualche oggetto per renderle più facile l'esistenza, sarebbe diventata forse più ricca di Melania Trump: invece quattro anni più tardi tornò agli onori delle cronache per essere stata incarcerata mentre, con documenti falsi, tentava di rientrare in Afghanistan, invece che a Manhattan...come avrebbe potuto.

    Perchè allora ne parlo anch'io della foto di Sharbat Gula? 

    Prima di tutto perchè la scelta di quella foto fu dell'art-director della rivista: Steve ne aveva indicata un'altra (che non sappiamo, probabilmente meravigliosa anch'essa)
    Secondo: per far comprendere come il concetto di ICONA sia assoluto e bidirezionale: celebra Autore e Soggetto dell'immagine (remunera anche altre persone del tutto ignote al pubblico)

    Steve McCurry ha di certo un pregio: piega la fotografia alle sue regole. Che prevedono modi di scatto e condizioni di illuminazione che DEVONO essere solo quelle.

    Ed infatti il trait-d'union del suo lavoro è senza dubbio la Riconoscibilità dell'Autore dalle foto scattate (carattere non proprio secondario del concetto di icona) .

    Una foto di McCurry su di una rivista o un libro fotografico spicca sulle altre perchè abbiamo ormai bene in mente i suoi dettami e le sue categorie di soggetti.

    Iterazione è anch'essa una delle migliori condizioni per ottenere il risultato sperato e se Steve McCurry, nei suoi primi viaggi in Oriente, (viaggi formativi insieme che produttivi), comincia a definire il suo modus-operandi, quando poi diventerà famoso e premiato, i frutti della sua prima fase, in B/N per contenere i costi ed ottimizzare i trattamenti, si trasferiscono in un esplosione di colore, quando con le sue Nikon comincia ad utilizzare la pellicola più adatta a trasferire il senso del suo linguaggio, la Kodachrome, nelle sue migliori espressioni, quella da 64 e 25 ASA.

    Kodachrome non è cosa facile da utilizzare in nessun punto della Terra, insomma...non è proprio come nella canzone di Simon e Garfunkel

    Cita

    Kodachrome, they give us those nice bright colours
    They give us the greens of summers
    Makes you think all the world's a sunny day, oh yeah
    I got a Nikon camera, I love to take a photograph
    So mama don't take my Kodachrome away

    è una invertibile che non consente neppure un terzo di stop di errore in più o in meno: non ha nessuna latitudine di posa, ergo... Steve deve esporre bene ed in condizioni controllate.

    Predilige le luci tenui delle prime ore del mattino: odia i contrasti elevati, nel caso... non scatta proprio.

    Motivo per cui le straordinarie sfumature di colore delle sue foto più note sono proprio il modo di Kodak di usare quel mezzo al meglio delle sue possibilità.

    Tanto icona del suo modo di fotografare che Kodak gli fa dono dell'ultimo rullino mai prodotto, nel 2009, perchè sia Lui ad usare Lei per l'ultima volta: un incontro fra icone che sfocia in 36 fotogrammi con i quali McCurry tenta di lasciare il segno del Tempo trascorso per quella emulsione ed il suo sviluppo K14.

    Poi arrivano le macchine ipertecnologiche ed il digitale, ma nulla riesca a scomporre il suo way-of-life: niente flash, solo luce ambiente, poca o niente postproduzione (cita spesso altre icone, come HCB o AA ad asseverare le sue scelte), però il Program gli piace e non fa mistero del suo utilizzo: composizione ed inquadratura, luce naturale, non artificiale, colore sopra-ogni-cosa e diaframma aperto su obiettivi luminosi ...ma non troppo: perchè il fotografo si deve integrare nella scena che riprende ed è molto più semplice che ciò sia con obiettivi dalle dimensioni umane e con focale rigorosamente prossima a quella standard, niente wide né tele, ossia il Nikon-sense della produzione a filettatura filtri da 52 e 62mm: diciamo quindi  fino alle versioni AF-D e poco oltre gli anni Duemila.

    Si... Steve McCurry riesce a prendere il meglio dell'evoluzione della fotografia moderna per realizzare i suoi capolavori: Steve McCurry è l'evoluzione personificata dei suoi Miti, quelli studiati al College e conosciuti personalmente alla Magnum Photo, dove entra dopo Sharbat Gula ed il plauso della Robert Capa Gold Medal, guadagnandosi a seguire un palmares di World Press Photo (cinque, dei quali quattro di seguito) e di riconoscimenti che probabilmente alcuni dei suoi Miti non hanno neppure sfiorato.

    Oggi Steve ha 68 anni e il braccio destro malmesso, ciò che gli impone di utilizzare la macchina fotografica con la sinistra e con un'impugnatura apposita, ma non ha perso quello che ritengo sia il carattere principale che determina e ha concorso a determinare la sua iconicità: la Perseveranza con la quale ha perseguito i suoi progetti fotografici, (cosa che lo distingue in maniera assoluta da chi ritenga sia sufficiente trovare un soggetto e realizzare Lo scatto), che oggi lo assiste nella sua attività da divulgatore fotografico in giro con le sue mostre ai quattro angoli del globo, insieme alla sua attività fotografica attuale, con la quale finalmente si è liberato da etichette che non ha mai sopportato a vantaggio di quella gradita di storyteller, con la quale invece io da sempre ho sentito di qualificarlo.

    La sua visione dei popoli e delle loro vicende non è quella oggettiva del fotogiornalista, ma è sempre stata a mio parere soggettiva, issima anzi, frutto di studiata riflessione e convincimento personale.

    E mai avrebbe voluto sapere del destino di Sharbat Gula, temendo di conoscerlo già bene in cuor suo.

    La sua fotografia rimarrà a ricordarcelo ancora a lungo.

    Steve-McCurry-03.thumb.jpg.f17f0d89cee396427721a47b1bb4839c.jpg

    Max Aquila per Nikonland 2018

     

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    19 ore fa, Max Aquila dice:

    Steve McCurry: icona della fotografia moderna.

    ...

     

    ciao Max...davvero un articolo e un commento splendido !!!

    Poi purtroppo la vita è un po'  cinica con tutti....ma i ritratti ( e quelli di  Steve più di altri , di solito... ) ci aiutano a vedere come ogni uomo e ogni vita abbiano  un valore enorme, ognuno sia portatore di un tesoro di esperienza, vissuto, affetti, speranze...che poi spesso magari non si concretizzano ma sono lì nel suo cuore e danno di per se valore all'essere umano, alla sua dignità...

    Grazie ancora e buona luce !!!

    Giacomo

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    Bellissimo articolo, fa riflettere sulla vita in generale. grazie

    Ho visto la mostra a Pavia, e vale tutto il tempo passato a visitarla. Alcuni scatti potrebbero essere immortali come talume opere pittoriche del passato.

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    McCurry ai tempi della famosa foto del 1985 in tenuta militare con la sua Nikon FM2

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    1983, FM2, durante una inondazione

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    in tempi più recenti con la D800

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    2 ore fa, Mauro Maratta dice:

     

    1983, FM2, durante una inondazione

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    Più precisamente durante il Monsone, che fu il suo pallino durante alcuni anni nei quali lo andava seguendo in vari paesi per documentarne gli effetti durante e dopo il suo scatenarsi.

    Molte delle foto più belle che conosciamo di McCurry provengono dal libro Monsoon (1988) che le raccoglie.

    Questa che hai pubblicato dimostra come ad un certo punto, abbandonata l idea di effettuare riprese dalla barca, decise di infilarsi nell'acqua anche lui, come i soggetti che desiderava fotografare. 

    Senza metastrutture materiali o morali.

    In mezzo a fango, merda e animali morti.

    Non poco...

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    Complimenti per l'articolo e 

    complimenti anche a McCurry ...  

    Ho visto la mostra a Pavia e vale veramente la pena visitarla.

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