
Esistono fotografie che colpiscono per ciò che mostrano. Altre, molto più rare, per ciò che scelgono di non mostrare. Le immagini di Stefano Unterthiner appartengono a questa seconda categoria. Non cercano mai l'effetto spettacolare, non inseguono la scena cruenta, non sembrano costruite per strappare un'esclamazione di stupore. Eppure, proprio per questo, finiscono per rimanere impresse nella memoria molto più a lungo di tante fotografie apparentemente più straordinarie.
È una sensazione che si avverte fin dal primo incontro con il suo lavoro. Che si tratti di un orso, di una volpe artica, di una colonia di pinguini o di un piccolo passeriforme, il soggetto non appare mai come un trofeo conquistato dal fotografo. Rimane un animale libero, osservato con rispetto, quasi con discrezione. L'impressione è che la fotografia sia stata concessa dalla natura più che conquistata dall'uomo.
Forse è questo il tratto che distingue davvero Stefano Unterthiner da molti fotografi naturalisti contemporanei. La sua formazione di zoologo non è un dettaglio biografico da ricordare nelle prime righe di una presentazione. È la chiave per comprendere tutta la sua fotografia. Prima ancora di pensare all'inquadratura, alla luce o alla composizione, Unterthiner cerca di capire il comportamento dell'animale. Ne studia le abitudini, i ritmi, le paure, le distanze. Impara ad aspettare senza forzare gli eventi, fino al momento in cui la sua presenza diventa quasi irrilevante.
In un'epoca nella quale la fotografia naturalistica viene spesso identificata con inseguimenti spettacolari, capanni sempre più sofisticati, droni, esche e attrezzature imponenti, il suo lavoro ricorda una verità che rischiamo di dimenticare: la fotografia della natura comincia molto prima dell'arrivo del fotografo. Comincia con la conoscenza.
È una lezione che va ben oltre la fotografia di animali. Vale per ogni genere fotografico. Si potrebbe quasi dire che Unterthiner non fotografa ciò che vede, ma ciò che ha imparato a conoscere. La macchina fotografica diventa semplicemente il momento conclusivo di un lungo percorso di osservazione.
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Per questo motivo le sue immagini trasmettono una serenità particolare. Anche quando raccontano situazioni difficili, lotte per la sopravvivenza o ambienti estremi, non c'è mai compiacimento. Non esiste quella ricerca dell'immagine sensazionale che oggi sembra dominare tanta fotografia naturalistica diffusa sui social. Ogni fotografia mantiene una misura, un equilibrio che nasce dal rispetto per il soggetto.
È impossibile non vedere in questo atteggiamento anche una precisa affinità con Nikon.
Per molti anni Stefano Unterthiner ha affidato il proprio lavoro alle reflex professionali della casa giapponese, dai grandi corpi della serie D ai teleobiettivi Nikkor che hanno accompagnato intere generazioni di fotografi naturalisti. Non si trattava semplicemente di una scelta di marchio. Era la naturale conseguenza di un modo di intendere la fotografia sul campo. Affidabilità, robustezza, ergonomia, rapidità operativa. Caratteristiche che diventano essenziali quando si lavora per giorni sotto la neve, nel fango, in mezzo alla pioggia o a temperature ben al di sotto dello zero.
Guardando le fotografie di Unterthiner si comprende anche un altro aspetto della tradizione Nikon che spesso passa inosservato. La migliore macchina fotografica è quella che permette al fotografo di dimenticare la sua presenza. Non quella che attira continuamente l'attenzione sulle proprie prestazioni. Quando un animale compare all'improvviso dopo ore di attesa non c'è tempo per interrogarsi sul menù della fotocamera, sull'ultimo aggiornamento firmware o su qualche sofisticata funzione appena introdotta. Tutto deve semplicemente funzionare. Il resto dipende dal fotografo.


Ed è curioso osservare come questa filosofia accomuni molti dei grandi Nikonisti che hanno fatto la storia del marchio. Joe McNally lavorava così nei teatri di guerra e negli stadi. Galen Rowell lo faceva sulle montagne dell'Himalaya. Stefano Unterthiner continua a farlo nei boschi, sulle banchise artiche o lungo le coste battute dal vento. Cambiano gli scenari, ma il principio rimane identico: la tecnologia deve accompagnare il fotografo, non sostituirlo.
Le sue immagini dimostrano anche qualcosa che oggi rischia di essere sottovalutato. La fotografia naturalistica non è una disciplina tecnica. È prima di tutto un esercizio di pazienza. Si parla molto della velocità dell'autofocus, della raffica, del riconoscimento degli animali, delle prestazioni ad alti ISO. Tutti strumenti preziosi, naturalmente. Ma nessuno di essi è in grado di insegnare a leggere il comportamento di una famiglia di volpi, a intuire quando un rapace spiccherà il volo o a capire quale distanza sia sufficiente per non alterare la vita di una colonia di uccelli marini.
La vera differenza continua a farla il fotografo.

Ed è forse proprio questo il messaggio più importante che emerge dal lavoro di Stefano Unterthiner. Fotografare la natura non significa portare a casa immagini spettacolari. Significa accettare che il fotografo è un ospite. La montagna, il bosco, la tundra o la savana non esistono per essere fotografati. Esistevano prima del nostro arrivo e continueranno a esistere dopo la nostra partenza. Il compito del fotografo è entrare in quel mondo con sufficiente umiltà da meritare, qualche volta, di poter raccontare ciò che ha visto.
In fondo, osservando le sue fotografie, si comprende che gli animali non sembrano mai recitare per l'obiettivo. Continuano semplicemente a vivere la loro vita. È questa normalità a renderle straordinarie. Non ci mostrano una natura costruita per stupire l'uomo, ma una natura che continua il proprio corso indipendentemente dalla nostra presenza.
Forse è anche per questo che le immagini di Stefano Unterthiner invecchiano così bene. Non seguono le mode della fotografia naturalistica, non rincorrono la spettacolarizzazione, non dipendono dall'ultima innovazione tecnologica. Parlano un linguaggio più antico e, proprio per questo, più duraturo. Quello dell'osservazione, della pazienza e del rispetto.
È una fotografia che non pretende di dominare il mondo naturale. Si limita ad ascoltarlo. E in un'epoca nella quale tutti sembrano voler lasciare un segno del proprio passaggio, questa è forse la lezione più preziosa che Stefano Unterthiner continua a offrirci. Perché ci ricorda che il miglior fotografo di natura non è quello che riesce ad avvicinarsi di più agli animali, ma quello la cui presenza, alla fine della giornata, è stata la più leggera possibile.
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Il corredo Nikon di Stefano Unterthiner
Per oltre vent'anni Stefano Unterthiner ha lavorato quasi esclusivamente con sistemi Nikon professionali, privilegiando attrezzature robuste e affidabili, capaci di operare in condizioni ambientali estreme.
Corpi macchina
Nikon D2X – uno dei primi corpi digitali professionali impiegati nei suoi reportage naturalistici.
Nikon D3 – la macchina che segnò per lui il salto definitivo nella fotografia in luce naturale grazie alle eccezionali prestazioni ad alti ISO.
Nikon D3S – probabilmente il corpo più utilizzato negli anni delle grandi spedizioni internazionali.
Nikon D4 e D4S – per fauna in movimento e reportage.
Nikon D5 – il riferimento negli anni più recenti dell'era reflex.
Nikon Z9 – adottata successivamente come naturale evoluzione del sistema Nikon professionale mirrorless.
Gli obiettivi più utilizzati
AF-S Nikkor 14-24mm f/2.8G ED – per ambientare gli animali nel loro habitat.
AF-S Nikkor 24-70mm f/2.8G ED – reportage e fotografia di viaggio.
AF-S Nikkor 70-200mm f/2.8 VR – uno degli obiettivi più versatili del suo corredo.
AF-S Nikkor 200-400mm f/4G VR – per molti anni il telezoom preferito nelle spedizioni.
AF-S Nikkor 500mm f/4G ED VR, poi 500mm f/4E FL ED VR – il teleobiettivo di riferimento per gran parte del suo lavoro.
AF-S Nikkor 600mm f/4 – quando era richiesta una maggiore distanza dal soggetto.
AF-S NIKKOR 800mm f/5.6E FL ED VR – utilizzato in alcune situazioni particolarmente impegnative con fauna molto diffidente.
Micro-Nikkor 105mm f/2.8 VR – dettagli, piccoli animali e reportage naturalistico.
Una scelta precisa
Più che la ricerca della massima focale, Unterthiner ha sempre privilegiato l'uso di teleobiettivi che gli permettessero di mantenere una distanza di sicurezza dagli animali, evitando qualsiasi alterazione del loro comportamento. Per lui il teleobiettivo non è mai stato uno strumento per "avvicinarsi", ma per non disturbare.
E aggiungerei una curiosità che farà piacere ai lettori Nikonland: Stefano è stato uno dei primi fotografi naturalisti europei a sfruttare davvero le potenzialità della Nikon D3 e soprattutto della D3S, dimostrando che gli alti ISO potevano cambiare il modo di fotografare gli animali all'alba, al tramonto e nei boschi, senza dover ricorrere al flash o disturbare i soggetti. Quella è stata una piccola rivoluzione, e lui l'ha interpretata magistralmente.
Sulla carta, dove le fotografie continuano a vivere
Prima ancora che nei social o sul web, il lavoro di Stefano Unterthiner è stato raccontato sulle pagine delle più importanti riviste internazionali dedicate alla fotografia, alla natura e alla divulgazione scientifica.
Tra le principali pubblicazioni figurano:
National Geographic (edizioni internazionali)
National Geographic Italia
Geo
Terra Mater
BBC Wildlife Magazine
Nature's Best Photography
Oasis
Airone
Meridiani Montagne
Smithsonian Magazine
The New York Times (reportage e immagini)
Accanto all'attività editoriale sulle riviste, Unterthiner ha pubblicato numerosi libri fotografici, nei quali la qualità della stampa e il racconto per immagini assumono un ruolo centrale. Tra i più significativi ricordiamo:
On Assignment
Wild Wonders of Europe (volume collettivo)
A Puzzle of Leaves
White Horizon
Tra le aquile
Nelle terre dei ghiacci
Gli animali delle Dolomiti
Sulle Alpi
Le sue fotografie sono inoltre presenti in numerosi calendari, mostre internazionali, cataloghi naturalistici e pubblicazioni dedicate alla conservazione della biodiversità.
Una curiosità
In un'epoca dominata dall'immagine digitale e dalla fruizione sugli schermi, Stefano Unterthiner continua a considerare il libro fotografico e la rivista stampata il punto di arrivo naturale di un progetto. Le sue immagini, costruite con grande attenzione ai dettagli e ai passaggi tonali, acquistano infatti una profondità e una presenza che soltanto una stampa di qualità riesce a restituire pienamente.
Una fotografia nasce per essere guardata
Esiste una differenza profonda tra vedere una fotografia e guardarla.
Vederla richiede un istante. Guardarla richiede tempo.
È il tempo necessario perché l'occhio scopra un dettaglio, segua una linea, riconosca una luce, si interroghi su uno sguardo o sul gesto di un animale. È il tempo che permette a una fotografia di raccontare qualcosa che non era evidente al primo colpo d'occhio.
Per questo i grandi fotografi hanno sempre attribuito un'importanza speciale alla stampa, ai libri e alle riviste. Non per nostalgia, ma perché la carta invita naturalmente a rallentare. Una pagina si sfoglia, si osserva, si può tornare indietro. Un'immagine stampata non scompare con il successivo movimento del dito sullo schermo.
Anche Stefano Unterthiner appartiene a questa tradizione. Le sue fotografie chiedono silenzio, attenzione e tempo. Non cercano di stupire in una frazione di secondo, ma di accompagnare il lettore in un mondo che si rivela poco alla volta.
Forse è questa la vera differenza tra un'immagine destinata a essere consumata e una fotografia destinata a rimanere. La prima si guarda una volta. La seconda invita a tornare, ancora e ancora, perché ogni volta riesce a raccontare qualcosa di nuovo.
Ed è probabilmente questo il destino migliore che una fotografia possa augurarsi: non essere semplicemente vista, ma continuare a essere guardata.
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