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Giovanni Gastel : Gioia e colore

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© Image Service / Archivio Giovanni Gastel

A Giovanni Gastel siamo arrivati quasi per deviazione. Cercavamo un ritratto di Franco Fontana e ci siamo fermati davanti a quello realizzato da Gastel; da lì, inevitabilmente, siamo entrati nel suo lavoro. Non abbiamo trovato alcuna ragione seria per arruolarlo tra i fotografi Nikon, né sarebbe corretto cercarla. Abbiamo trovato invece una fotografia del 1992 davanti alla quale è diventato difficile sostenere che, su Nikonland, dovremmo occuparci soltanto di chi abbia portato al collo una Nikon.

La fotografia è quella riprodotta in questa pagina. Un grande volume di tessuto rosso occupa quasi tutta la parte inferiore dell'inquadratura; il corpo emerge da quella materia, ruota su se stesso e conduce al volto, spostato verso destra. Alle spalle non c'è quasi nulla: una parete, una zona d'ombra, una luce netta che ritaglia lo spazio. Tutto è costruito con estrema precisione e tuttavia nulla appare fermo. Il tessuto si muove, il corpo si torce, la testa torna verso l'obiettivo e il sorriso rompe definitivamente la solennità che una simile costruzione avrebbe potuto imporre.

Gioia e colore.

Forse bastano queste due parole.

Il rosso non serve a rendere più appariscente la fotografia: ne costituisce l'architettura. È massa, profondità, movimento, abito e quasi paesaggio. Gastel gli affida una parte enorme del fotogramma senza permettergli di sopraffare la figura; al contrario, quella distesa cromatica sembra condurre lo sguardo verso la schiena illuminata e poi al volto. Il verde scurissimo della parete e la luce quasi bianca che investe la parte destra fanno il resto. Tre grandi rapporti cromatici, pochissimi elementi, nessun compiacimento decorativo.

Poi arriva il sorriso, ed è lì che la fotografia cambia natura.

Senza quel sorriso sarebbe una magnifica fotografia di moda, formalmente impeccabile e perfettamente appartenente alla grande stagione dell'immagine italiana tra gli anni Ottanta e Novanta. Con quel sorriso diventa qualcosa di più raro: conserva eleganza e sensualità ma perde ogni distanza, introduce una leggerezza inattesa, quasi una complicità. Non osserviamo più soltanto una costruzione visiva; abbiamo la sensazione che, per un istante, dentro quella costruzione perfettamente controllata sia entrata la vita.

È un risultato meno semplice di quanto sembri. Nella fotografia di moda la bellezza può essere organizzata, illuminata, vestita, diretta. La gioia no. Se viene recitata male diventa immediatamente artificiosa. Qui sembra invece affiorare nel momento esatto in cui la posa, pur continuando a esistere, cessa di dichiararsi come tale.

Questo rapporto tra artificio e verità è centrale nel lavoro di Gastel. Non aveva alcuna ingenuità circa la presunta capacità della fotografia di riprodurre il reale. In un'intervista del 2020 osservava che la realtà è movimento continuo mentre la fotografia la immobilizza scegliendo un solo istante tra migliaia possibili; e quella scelta, inevitabilmente, appartiene al fotografo. Nel ritratto si definiva non uno specchio, ma un filtro: ciò che appare nell'immagine passa attraverso la cultura, l'esperienza e lo stato d'animo di chi fotografa.

È difficile trovare una dichiarazione più distante dalla concezione della fotografia come semplice registrazione.

Gastel era nato a Milano nel 1955, ultimo di sette figli di Giuseppe Gastel e Ida Visconti di Modrone, sorella di Luchino Visconti. Due mondi familiari differenti — borghese quello paterno, aristocratico quello materno — che lui stesso avrebbe indicato tra le origini della propria estetica. Cominciò a fotografare seriamente negli anni Settanta, imparando il mestiere in un seminterrato milanese e lavorando nel 1975-76 per Christie’s. L'incontro decisivo avvenne nel 1981 con Carla Ghiglieri, che divenne la sua agente e lo introdusse professionalmente nella moda; seguirono Annabella, Vogue Italia, Mondo Uomo, Donna e una lunga successione di campagne e collaborazioni che lo portarono dentro la stagione nella quale moda, design e comunicazione italiana conquistarono una posizione internazionale.

Ridurre Gastel al fotografo di moda, tuttavia, sarebbe improprio. Fu autore di still life, ritratti, campagne pubblicitarie e ricerche personali; scrisse poesia per tutta la vita e pubblicò libri. Quando nel 1997 Germano Celant curò la sua personale alla Triennale di Milano, Gastel raccontò che fu proprio Celant a invitarlo a smettere di definirsi fotografo «di» qualcosa: «Tu sei un fotografo e basta». Gastel fece propria quella definizione.

La distinzione è importante anche per leggere una fotografia come quella che abbiamo scelto.

Naturalmente appartiene alla moda. Ne possiede i presupposti, la cultura visiva, la costruzione e l'eleganza. Ma ciò che la rende memorabile non è il vestito, non è la modella e nemmeno la destinazione editoriale dell'immagine. È l'organizzazione dello spazio attraverso il colore e, soprattutto, la capacità di condurre una situazione rigorosamente controllata fino a un punto nel quale sembra accadere qualcosa di spontaneo.

Gastel aveva un rapporto particolare con la parola eleganza, che rifiutava di considerare semplicemente una categoria estetica. La definiva un valore morale, un modo di stare nel mondo prima ancora che di vestirsi o rappresentarsi. La sua formazione familiare naturalmente vi contribuì, ma sarebbe superficiale ridurre quella concezione alle origini aristocratiche. La sua eleganza fotografica consiste piuttosto nel non caricare mai l'immagine oltre il necessario, nel lasciare che anche le soluzioni più sofisticate conservino una loro naturalezza.

E questa fotografia del 1992 ne è una dimostrazione quasi perfetta. È audace senza diventare aggressiva. Sensuale senza compiacersene. Costruita senza apparire rigida. Coloratissima senza affidarsi al colore come espediente.

Soprattutto è allegra.

Non è un aggettivo che ricorre spesso nella critica fotografica, quasi che la serietà di un'opera dovesse necessariamente accompagnarsi alla gravità. Gastel, che parlando di se stesso si definì significativamente «un malinconico che ride sempre», conosceva evidentemente entrambe le dimensioni.

Qui prevale la seconda.

Ed è forse ciò che ci ha fermato davanti all'immagine.

L'AUTORE PRIMA DELLA TECNICA

Gastel non apparteneva a quella generazione di fotografi che trasformano la tecnica conosciuta in una fortezza dentro la quale rifugiarsi. Al contrario, fu tra gli autori italiani che sperimentarono molto presto le possibilità della postproduzione digitale già negli anni Novanta, mantenendo insieme artigianalità, fotografia analogica e nuovi strumenti elettronici. La grande retrospettiva attualmente a Palazzo Citterio insiste giustamente su questa capacità di attraversare il cambiamento tecnologico senza perdere l'identità dell'autore.

Nel 2020 la sintetizzò in poche parole: «Il futuro è degli autori. Tu sei il valore aggiunto.»

Una frase che, su Nikonland, vale probabilmente più di qualsiasi possibile fotografia di Gastel con una Nikon in mano.

Perché utilizziamo fotocamere sempre più capaci di intervenire nella costruzione tecnica dell'immagine. Autofocus, riconoscimento dei soggetti, esposizione, stabilizzazione, elaborazione del colore e oggi persino una parte della selezione possono essere assistiti da sistemi infinitamente più evoluti di quelli disponibili nel 1992. Nulla di questo diminuisce l'importanza della tecnologia; rende semmai ancora più evidente ciò che la tecnologia non può decidere.

Non può decidere che quasi metà di una fotografia debba essere occupata da un tessuto rosso.

Non può decidere quanto spazio lasciare vuoto.

Non può decidere quando una torsione del corpo abbia raggiunto il proprio equilibrio.

E soprattutto non può decidere che quello sia il sorriso da conservare.

Queste sono decisioni dell'autore.

Per questo Giovanni Gastel ci interessa, pur non avendo nulla da rivendicare sul piano della marca. Anzi, proprio l'assenza di un legame con Nikon rende più chiaro il motivo per cui vale la pena parlarne.

Nikonland nasce intorno a Nikon, ma avrebbe ben poco senso parlare per anni di fotocamere, obiettivi e fotografia se poi diventassimo incapaci di riconoscere una grande fotografia perché è stata realizzata con uno strumento diverso dal nostro.

Siamo arrivati a Gastel passando per Franco Fontana. Può sembrare un incidente, ma è un incidente felice: due autori diversissimi, accomunati dalla convinzione che lo strumento venga dopo la visione e che una fotografia debba portare inevitabilmente qualcosa di chi l'ha fatta.

Fontana costruiva il mondo attraverso il colore.

Gastel, in questa immagine, vi ha aggiunto un sorriso.

Gioia e colore.

Ci basta questo.


Oggi: Giovanni Gastel. Rewind

C'è anche una coincidenza opportuna. Mentre scriviamo, Palazzo Citterio a Milano ospita Giovanni Gastel. Rewind, grande retrospettiva realizzata con l'Archivio Giovanni Gastel e prorogata fino al 13 settembre 2026: oltre 250 immagini, dalle prime fotografie di moda agli still life, dalle campagne ai ritratti, con numerosi inediti, Polaroid, oggetti di lavoro, scritti e poesie. Per chi possa raggiungere Milano nelle prossime due settimane, è probabilmente il modo migliore per proseguire il discorso iniziato davanti a questa fotografia.

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