
Galen Rowell. La Nikon come compagna di cordata
Ci sono fotografi che diventano famosi perché inventano uno stile. Altri perché hanno avuto la fortuna di trovarsi davanti a un avvenimento destinato a entrare nella storia. Poi esistono uomini come Galen Rowell, nei quali è quasi impossibile separare il fotografo dall'alpinista, l'esploratore dal naturalista, il viaggiatore dal giornalista. La fotografia non era il motivo per cui affrontava una parete, attraversava un ghiacciaio o raggiungeva un passo himalayano. Era il linguaggio con cui raccontava un modo di vivere che esisteva già prima della macchina fotografica e che sarebbe probabilmente continuato anche senza di essa.
È forse questa la prima impressione che si ricava osservando il suo immenso archivio. Le immagini sono straordinarie, certo, ma non sembrano mai costruite per dimostrare il talento dell'autore. Sembrano appartenere al luogo stesso in cui sono state realizzate, come se Rowell fosse semplicemente arrivato qualche istante prima degli altri e avesse avuto la sensibilità di riconoscere un momento irripetibile.
Questa apparente naturalezza è però il risultato di una preparazione che oggi fatichiamo perfino a immaginare. Nell'epoca delle applicazioni che prevedono la posizione del sole al minuto, delle mappe tridimensionali, dei droni e delle simulazioni digitali, rischiamo di dimenticare che Galen Rowell costruiva le proprie fotografie con un equipaggiamento infinitamente più semplice. Conosceva le montagne, il clima, la direzione dei venti, la luce delle diverse stagioni e, soprattutto, conosceva i propri limiti fisici. Ogni fotografia nasceva molto prima dell'apertura dell'otturatore. Nasceva durante la salita.
![]()
Per questo motivo definirlo semplicemente un fotografo di paesaggio è riduttivo. Il paesaggio, nelle sue immagini, non è mai uno sfondo. È un organismo vivo con cui entrare in relazione. Le montagne non fanno da cornice all'uomo: ne determinano le scelte, i tempi, perfino il carattere. La luce non viene inseguita come un effetto spettacolare, ma attesa con la pazienza di chi sa che esistono pochi minuti nei quali un'intera giornata può trovare il proprio significato.
Basta osservare una fotografia come Rainbow over the Potala Palace per comprendere quanto tutto questo fosse distante dall'idea moderna di "caccia allo scatto". Quell'arcobaleno non è il risultato di un colpo di fortuna, ma l'incontro fra preparazione, intuito e rapidità di esecuzione. Rowell si trovava nel posto giusto perché aveva scelto di essere lì, in quel momento. Quando la luce cambiò, la fotografia era già pronta nella sua mente. Restava soltanto il gesto più semplice: portare la Nikon all'occhio.
È proprio qui che la storia di Galen Rowell incrocia quella di Nikon in modo quasi inevitabile.
Negli anni Settanta e Ottanta Nikon rappresentava una precisa idea di fotografia. Le sue reflex non erano oggetti di lusso, né strumenti destinati a stupire per innovazioni effimere. Erano macchine costruite per funzionare ovunque, capaci di sopportare il freddo delle alte quote, la polvere dei deserti, l'umidità delle foreste tropicali e le inevitabili cadute di una vita trascorsa all'aperto. Erano strumenti progettati da ingegneri che sembravano avere ben presente una domanda molto concreta: cosa succede quando il fotografo si trova davvero lontano da tutto?

Galen Rowell incarnava perfettamente quella filosofia. Le sue Nikon non erano accessori eleganti da esibire. Erano compagne di cordata. Le FM e le FE, leggere e affidabili, le F2 e soprattutto la F3, probabilmente una delle reflex professionali meglio riuscite nella storia dell'azienda, comparivano nei suoi zaini con la naturalezza con cui un alpinista porta con sé una corda o una piccozza. Lo stesso valeva per gli obiettivi. Rowell non cercava il più grande o il più luminoso. Cercava quello che gli permettesse di arrivare in cima con ancora abbastanza energie per fotografare. Il suo corredo era sorprendentemente razionale: grandangolari luminosi, normali, qualche medio tele, il celebre 180 mm, tutti obiettivi che ancora oggi raccontano un'epoca in cui la qualità ottica andava di pari passo con compattezza e affidabilità.
È curioso osservare come molte delle discussioni contemporanee sulla fotografia sembrino lontanissime dal suo modo di lavorare. Oggi ci interroghiamo sulla nitidezza ai bordi, sul rumore a ISO elevati, sulla velocità dell'autofocus o sulla capacità di recuperare cinque stop nelle ombre. Sono aspetti importanti, naturalmente, ma davanti alle fotografie di Rowell finiscono quasi per perdere significato. Nessuno osserva il Potala Palace chiedendosi quale fosse la risposta MTF dell'obiettivo utilizzato. Nessuno guarda quelle montagne pensando al rumore della pellicola Kodachrome. Si rimane colpiti da altro. Dalla luce. Dal senso dello spazio. Dalla sensazione, quasi fisica, di essere presenti.

Forse è proprio questa la qualità più rara della sua fotografia. Le immagini non descrivono soltanto un luogo. Trasmettono il desiderio di esserci. Non celebrano l'autore, ma il mondo che ha avuto la fortuna di attraversare. È una differenza sostanziale, perché sposta il centro della fotografia dall'ego del fotografo alla meraviglia del soggetto.
Quando, negli anni Novanta, il mercato fotografico iniziò lentamente a trasformarsi, comparvero sistemi sempre più sofisticati e la tecnologia assunse un ruolo via via più dominante, Rowell rimase sostanzialmente fedele alla propria idea di fotografia. Non perché fosse contrario al progresso, ma perché aveva compreso una verità tanto semplice quanto difficile da accettare: nessuna innovazione avrebbe mai sostituito la capacità di riconoscere un istante.
Amava ripetere che una fotografia non si prende, si costruisce. Una frase spesso citata e altrettanto spesso interpretata come un invito alla creatività. In realtà, osservando il suo lavoro, si comprende che il significato era molto più concreto. Costruire una fotografia significava studiare un itinerario, partire all'alba, affrontare la fatica, attendere la luce giusta e, infine, essere pronti quando tutto, per pochi secondi, trovava un equilibrio perfetto. La pressione del dito sul pulsante di scatto era l'ultimo gesto di un processo iniziato molte ore prima.
In questo senso Galen Rowell appartiene a una generazione di fotografi che difficilmente tornerà. Non perché oggi manchino talento o passione, ma perché il rapporto con la tecnologia è cambiato profondamente. Rowell utilizzava la Nikon come un'estensione del proprio corpo. Non chiedeva alla macchina fotografica di risolvere problemi. Chiedeva soltanto di non crearne. Voleva uno strumento affidabile, immediato, robusto, capace di seguirlo senza esitazioni. Tutto il resto dipendeva da lui.
![]()
Riguardando oggi le sue fotografie, a oltre vent'anni dalla sua scomparsa, si ha quasi l'impressione di osservare gli ultimi anni di una fotografia nella quale il viaggio contava almeno quanto la destinazione. Ogni immagine conserva il sapore dell'esperienza vissuta, della fatica condivisa con la montagna, della sorpresa che ancora oggi accompagna un'alba in alta quota. Ed è forse questo il motivo per cui Galen Rowell continua a parlarci con tanta forza. Non ci invita semplicemente a fotografare meglio. Ci ricorda che, prima di ogni grande fotografia, esiste sempre qualcosa che vale la pena vivere.
Ed è probabilmente anche la ragione per cui Nikon trovò in lui uno dei propri interpreti più autentici. Non un testimonial, non un ambasciatore, ma un fotografo che usava quelle macchine esattamente per ciò che erano state progettate: accompagnare un uomo là dove la fotografia smette di essere un esercizio tecnico e torna a essere, semplicemente, una straordinaria avventura.
Per non dimenticare
La montagna non era il soggetto delle fotografie di Galen Rowell. Era il luogo in cui imparava ad aspettare la luce.
La Nikon era il mezzo, mai il fine. Uno strumento affidabile da portare ovunque, senza che diventasse il protagonista.
Nessuna innovazione tecnologica sostituisce la preparazione. Le grandi fotografie continuano a nascere dall'esperienza, dall'osservazione e dalla capacità di riconoscere l'attimo.
Fotografare significa essere pronti quando la natura decide di concedere pochi secondi irripetibili. Tutto il resto è già avvenuto.
Curiosità
Galen Rowell sosteneva che il miglior obiettivo fosse spesso quello che si aveva ancora la forza di portare fino in cima. Una filosofia che spiega meglio di qualsiasi scheda tecnica la composizione del suo corredo Nikon.
Il corredo Nikon di Galen Rowell
Nel corso della sua carriera Galen Rowell rimase fedele alla filosofia Nikon, privilegiando sempre attrezzature robuste, leggere e affidabili, adatte a essere trasportate per giorni in alta quota.
Corpi macchina
Nikon FM – una delle sue preferite negli anni Settanta, per leggerezza e semplicità.
Nikon FE – quando desiderava la priorità dei diaframmi senza rinunciare alla compattezza.
Nikon F2 – per gli incarichi professionali più impegnativi.
Nikon F3 – probabilmente la reflex che più rappresenta il suo periodo di maggiore maturità fotografica e quella che compare più spesso nelle immagini che lo ritraggono al lavoro.
Gli obiettivi più utilizzati
Nikkor 20mm f/2.8 AI-S – il suo grandangolare preferito per il paesaggio.
Nikkor 24mm f/2.8 AI-S – uno dei suoi obiettivi più usati.
Nikkor 35mm f/1.4 AI-S – per fotografie ambientate e reportage.
Nikkor 50mm f/1.4 AI-S – il normale da viaggio.
Nikkor 85mm f/2 AI-S – compatto e leggero per ritratti e dettagli.
Nikkor 180mm f/2.8 ED AI-S – uno dei teleobiettivi che più amava, per peso contenuto, nitidezza e resa cromatica.
Nikkor 300mm f/4.5 ED-IF – quando era necessario comprimere la prospettiva o isolare particolari del paesaggio.
La filosofia del corredo
Rowell rinunciò quasi sempre agli zoom, non perché li ritenesse inferiori in assoluto, ma perché, negli anni Ottanta, i migliori obiettivi a focale fissa offrivano ancora un rapporto qualità/peso decisamente più favorevole. In montagna ogni grammo aveva un costo, e il suo corredo rifletteva questa scelta: pochi obiettivi, tutti eccellenti, tutti trasportabili anche durante lunghe ascensioni.
![]()
L'ultima grande stagione della pellicola
Galen Rowell appartiene a quella straordinaria generazione di fotografi che vissero fino in fondo l'età d'oro della diapositiva a colori, dalla Kodachrome alla Fujifilm Velvia. La sua scomparsa, nell'agosto 2002, coincise quasi simbolicamente con l'inizio della diffusione delle reflex digitali Nikon. È difficile immaginare quale sarebbe stata la sua evoluzione, ma è facile pensare che avrebbe affrontato il digitale con lo stesso pragmatismo con cui aveva sempre scelto le proprie Nikon: non per seguire una moda, ma quando quel nuovo strumento fosse stato davvero all'altezza delle sue montagne.
Recommended Comments