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David Yarrow : Raccontare storie con una Nikon

David Yarrow - Quando la fotografia diventa regia

Il leone non avrebbe dovuto essere lì.

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Nemmeno il cowboy.

Nemmeno quella Chevrolet Bel Air del 1957 parcheggiata davanti al vecchio saloon, con il sole basso che accarezza la cromatura e una nuvola di polvere sospesa nell'aria come se qualcuno avesse appena gridato "azione".

Eppure, osservando una fotografia di David Yarrow, quasi nessuno si pone questa domanda.

Lo sguardo viene catturato da altro. Dalla forza della scena, dalla tensione narrativa, dall'impressione che tutto stia accadendo esattamente in quell'istante. Soltanto dopo qualche secondo ci si rende conto che quella fotografia non è stata semplicemente trovata. È stata immaginata. Cercata. Preparata. Costruita con la stessa meticolosità con cui un regista organizza il set di un film.

È qui che David Yarrow si separa dalla maggior parte dei fotografi naturalisti contemporanei.

La tradizione della fotografia wildlife ci ha abituati all'idea del fotografo come osservatore. Un uomo o una donna che affrontano lunghi viaggi, attese interminabili, condizioni climatiche spesso proibitive, nella speranza che, per pochi secondi, la natura conceda loro l'immagine desiderata. È una fotografia che nasce dall'attesa e che trova la propria legittimazione proprio nell'imprevedibilità dell'incontro.

Yarrow percorre una strada diversa.

Anche lui aspetta. Anche lui affronta spedizioni complesse. Anche lui conosce il comportamento degli animali e sa quanto poco basti per compromettere settimane di lavoro. Ma tutto questo rappresenta soltanto una parte del processo. L'altra parte assomiglia sorprendentemente poco alla fotografia naturalistica tradizionale e molto di più alla produzione cinematografica. Le location vengono studiate con mesi di anticipo, i permessi richiedono un'organizzazione rigorosa, gli spostamenti coinvolgono assistenti, guide, veterinari, addestratori quando necessario, mezzi speciali e una pianificazione nella quale ogni dettaglio ha un ruolo preciso.

La Nikon, in tutto questo, non è più soltanto una macchina fotografica.

Diventa la cinepresa di una storia che esiste già nella mente dell'autore molto prima che il primo fotogramma venga registrato.

È probabilmente questo l'aspetto che rende David Yarrow una figura tanto discussa quanto affascinante. C'è chi considera il suo lavoro il naturale punto di arrivo della fotografia contemporanea e chi, al contrario, vi vede un progressivo allontanamento dall'idea stessa di fotografia come testimonianza della realtà. Entrambe le posizioni hanno argomenti solidi e sarebbe troppo semplice scegliere da quale parte stare.

Forse, però, la domanda davvero interessante non è se David Yarrow sia un fotografo naturalista nel senso tradizionale del termine.

La domanda è un'altra.

Quando una fotografia smette di limitarsi a raccontare il mondo e comincia, invece, a metterlo in scena?

Perché è esattamente su quel confine, sottile e spesso difficile da definire, che David Yarrow ha costruito una delle opere più riconoscibili della fotografia contemporanea.

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La fotografia non accade. Si prepara.

Per oltre un secolo il fotografo naturalista è stato raccontato come un osservatore privilegiato. Un uomo capace di leggere il paesaggio, comprendere il comportamento degli animali e attendere, spesso per giorni, che la natura decidesse di offrirgli un'occasione irripetibile. In questa narrazione c'è molto di vero. Ma c'è anche una componente romantica che, nel tempo, ha finito per identificare la qualità di una fotografia con il grado di casualità dell'incontro.

David Yarrow ribalta completamente questo paradigma.

Le sue immagini non nascono dal caso. Nascono da un progetto. Prima ancora di partire sa quale atmosfera desidera ottenere, quale rapporto dovrà instaurarsi tra il soggetto e l'ambiente, dove dovrà trovarsi la macchina fotografica e perfino quale luce sarà necessaria perché quella storia possa prendere forma. Non aspetta semplicemente che qualcosa accada. Costruisce le condizioni perché possa accadere.

È un modo di lavorare che ricorda molto più il cinema che la fotografia tradizionale. Una sua spedizione non assomiglia all'uscita di un fotografo solitario con uno zaino sulle spalle, ma a una piccola produzione cinematografica. Ci sono sopralluoghi, autorizzazioni, guide locali, assistenti, mezzi logistici, talvolta addestratori, un'attenta valutazione della sicurezza e una conoscenza approfondita del comportamento degli animali. Nulla è lasciato all'improvvisazione, e proprio questa apparente assenza di spontaneità ha contribuito a renderlo uno degli autori più discussi della fotografia contemporanea.

La critica più frequente è anche la più prevedibile: se tutto viene pianificato, dov'è finita la fotografia?

È una domanda legittima, ma forse nasce da un equivoco. Pianificare non significa controllare. Nessuno può convincere un leone a fermarsi esattamente nel punto desiderato, nessuno può imporre a un elefante un'espressione, nessuno può chiedere alla polvere di alzarsi nel momento giusto o alle nuvole di aprirsi lasciando filtrare un raggio di sole. La natura continua a essere imprevedibile. Quello che cambia è l'atteggiamento del fotografo. Invece di limitarsi ad aspettare un'occasione favorevole, Yarrow cerca di aumentare al massimo le probabilità che quell'occasione si presenti.

In fondo è ciò che fanno anche un regista, un direttore della fotografia o un architetto. Preparano tutto nei minimi dettagli, pur sapendo che il risultato finale dipenderà sempre da qualcosa che sfugge al loro controllo. La differenza è che nella fotografia naturalistica siamo ancora abituati a considerare la preparazione quasi un elemento da nascondere, come se diminuisse il valore dell'immagine finale.

Forse dovremmo liberarci di questo pregiudizio.

Nessuno metterebbe in discussione il valore di un grande ritratto soltanto perché il fotografo ha scelto con attenzione la luce, il fondale e l'obiettivo. Nessuno penserebbe che una fotografia di Irving Penn perda autenticità perché lo studio era stato allestito con precisione assoluta. Perché, allora, pretendiamo che un fotografo naturalista rinunci a progettare ciò che può essere progettato?

David Yarrow non elimina l'imprevisto.

Lo aspetta nel posto giusto.

Ed è una differenza sostanziale.

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Quando il grandangolo incontra il leone

Se dovessimo indovinare il corredo di David Yarrow senza aver mai visto una sua fotografia, probabilmente sbaglieremmo quasi tutto. Verrebbero spontaneamente in mente gli strumenti classici della fotografia naturalistica: un 600 mm, magari un 800, un duplicatore sempre montato, chilometri di distanza tra il fotografo e l'animale. È l'immagine che abbiamo costruito negli ultimi cinquant'anni osservando il lavoro dei grandi fotografi wildlife.

Poi guardiamo una fotografia di Yarrow.

E scopriamo che il leone occupa quasi tutto il fotogramma, mentre sullo sfondo si apre un paesaggio immenso. L'animale non è isolato dal teleobiettivo. È immerso nel proprio ambiente. La prospettiva è quella di un osservatore che si trova a pochi metri, talvolta a pochi centimetri dal soggetto. È un punto di vista che il nostro cervello riconosce immediatamente come insolito e proprio per questo esercita una forza straordinaria.

Il segreto, naturalmente, non è il coraggio.

È la tecnica.

Molte delle immagini più celebri di David Yarrow vengono realizzate con focali che un fotografo naturalista di qualche decennio fa avrebbe probabilmente lasciato nello zaino. Ventiquattro, ventotto, trentacinque millimetri. Obiettivi che normalmente associamo al reportage, al paesaggio o alla fotografia di strada, non certo a un leone adulto o a un elefante africano.

Ma il grandangolo non serve ad avvicinare l'animale.

Serve ad avvicinare lo spettatore.

È una differenza fondamentale. Il teleobiettivo ci permette di osservare una scena. Il grandangolo, quando viene utilizzato in questo modo, ci costringe a entrarci dentro. L'animale smette di essere un soggetto lontano e diventa una presenza fisica, quasi tangibile. La fotografia perde la distanza rassicurante del documentario e acquista la tensione del cinema.

Naturalmente questo approccio sarebbe stato quasi impensabile fino a pochi anni fa. Una macchina fotografica lasciata da sola davanti a un leone avrebbe significato perdere il controllo della composizione, dell'esposizione, dell'autofocus e, molto probabilmente, anche della macchina stessa. Oggi la tecnologia permette di lavorare in modo completamente diverso. La Nikon Z9 diventa il cuore di un sistema che comprende radiocomandi, monitoraggio remoto e una velocità operativa tale da consentire al fotografo di concentrarsi sulla scena invece che sulla meccanica dello scatto.

È qui che la tecnologia smette di essere una scheda tecnica e diventa linguaggio fotografico.

La Z9 non rende possibili le fotografie di David Yarrow perché mette a disposizione venti fotogrammi al secondo o un autofocus capace di riconoscere gli animali. Le rende possibili perché permette al fotografo di collocare la macchina esattamente dove la sua idea richiede che sia, mantenendone il controllo anche quando lui si trova a distanza di sicurezza.

La fotocamera non sostituisce il fotografo.

Occupa il posto che il fotografo ha immaginato.

È una differenza sottile, ma decisiva.

In fondo David Yarrow utilizza la tecnologia nello stesso modo in cui un direttore della fotografia utilizza una cinepresa. Non per dimostrare quanto sia sofisticata, ma per renderla invisibile. Quando osserviamo una sua immagine non pensiamo mai alla difficoltà tecnica necessaria per realizzarla. Pensiamo soltanto alla storia che quella fotografia ci sta raccontando.

Ed è forse questo il complimento più grande che si possa fare a qualsiasi attrezzatura fotografica.

Quando smettiamo di notarla, significa che ha svolto perfettamente il proprio lavoro.

La fotocamera non sostituisce il fotografo. Occupa il posto che il fotografo ha immaginato.

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La rivoluzione del grandangolo

Per molti decenni la fotografia naturalistica ha seguito un'evoluzione apparentemente inevitabile: avvicinarsi sempre di più al soggetto utilizzando focali sempre più lunghe. Il progresso tecnologico sembrava andare in una sola direzione. Teleobiettivi più potenti, autofocus più veloci, moltiplicatori sempre migliori. L'obiettivo era semplice: riempire il fotogramma.

David Yarrow percorre spesso la strada opposta.

Non rinuncia ai grandi teleobiettivi, che fanno parte del suo corredo professionale, ma alcune delle sue fotografie più celebri sono realizzate con focali che normalmente associamo al reportage o al paesaggio: 24, 28 e 35 millimetri.

A prima vista può sembrare una scelta puramente spettacolare. In realtà è una decisione narrativa.

Un teleobiettivo comprime le distanze, isola il soggetto, elimina gran parte del contesto e concentra tutta l'attenzione sull'animale. È un linguaggio fotografico straordinariamente efficace quando l'obiettivo è descrivere una specie, un comportamento o un'espressione.

Il grandangolo racconta una storia diversa.

Non fotografa soltanto il leone, il lupo o l'elefante. Fotografa il loro mondo. La savana, la polvere, il cielo, gli alberi, la distanza, perfino lo spazio che separa l'animale dall'osservatore diventano parte integrante dell'immagine. Il soggetto non è più isolato dal paesaggio: ne diventa una conseguenza naturale.

È una scelta che modifica profondamente anche il ruolo dello spettatore.

Con un supertele abbiamo la sensazione di osservare una scena da lontano, come farebbe un naturalista attraverso un cannocchiale.

Con un grandangolo, soprattutto quando la fotocamera è collocata a pochi centimetri dal terreno, la percezione cambia completamente. Non stiamo più assistendo alla scena.

Abbiamo la sensazione di trovarci dentro la scena.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui le fotografie di David Yarrow risultano così coinvolgenti. Non chiedono allo spettatore di ammirare un animale raro.

Lo invitano a condividere, almeno per un istante, il suo spazio.

Quando finisce il documento e comincia il racconto

Ogni grande fotografo, prima o poi, finisce per dividere il proprio pubblico. È successo a Cartier-Bresson, accusato di trasformare il reportage in estetica. È successo a Richard Avedon, quando portò il ritratto fuori dallo studio tradizionale. È successo a Peter Lindbergh, criticato per avere allontanato la fotografia di moda dall'idea stessa di glamour.

Era quasi inevitabile che accadesse anche a David Yarrow.

Le sue immagini vengono spesso definite "cinematografiche". È un aggettivo usato quasi sempre come un complimento, ma che contiene anche una domanda implicita: fino a che punto una fotografia può essere costruita senza perdere autenticità?

È una questione che attraversa tutta la storia della fotografia e che oggi, nell'epoca della comunicazione digitale e dell'intelligenza artificiale, è tornata con forza al centro del dibattito. Eppure il problema non nasce con Yarrow. Nasce nel momento stesso in cui il fotografo sceglie un punto di ripresa piuttosto che un altro.

Ogni fotografia è già un'interpretazione.

Scegliere un obiettivo significa modificare la prospettiva. Scegliere un'ora del giorno significa modificare la luce. Attendere che una persona si sposti di pochi passi, oppure aspettare che una nuvola copra il sole, significa già intervenire sul racconto della realtà. Nessun fotografo registra il mondo in modo neutrale. Tutti, consapevolmente o meno, lo interpretano.

David Yarrow porta questa interpretazione un passo più avanti.

Non nasconde di preparare le proprie immagini. Al contrario, racconta con grande trasparenza il lavoro che precede ogni scatto. Settimane di sopralluoghi, autorizzazioni, studio delle location, conoscenza del comportamento animale, prove, tentativi. È un processo che richiede tempo, investimenti e una visione molto precisa del risultato finale.

Personalmente non trovo che questo diminuisca il valore delle sue fotografie.

Lo diminuirebbe, semmai, se fingesse che tutto fosse accaduto casualmente.

La differenza è tutta qui.

Esiste una fotografia che documenta un evento e una fotografia che racconta una storia. Le due cose possono coincidere, ma non sono obbligate a farlo. Nessuno chiede a un regista di giustificare la costruzione di una scena cinematografica. Allo stesso modo, nessuno considera meno autentico un ritratto perché il fotografo ha scelto con attenzione la luce, il fondale o l'espressione del soggetto.

Perché, allora, dovremmo pretendere che la fotografia naturalistica rinunci alla progettazione?

Forse perché per molti anni abbiamo identificato l'autenticità con l'imprevisto. Abbiamo immaginato il fotografo come un testimone silenzioso, quasi invisibile, che si limita a registrare ciò che accade davanti ai suoi occhi. È una figura romantica, affascinante, che continua ad avere un valore enorme e che trova interpreti straordinari come Vincent Munier o Stefano Unterthiner.

David Yarrow appartiene a un'altra tradizione.

Non quella del testimone.

Quella del narratore.

E un narratore non modifica la realtà per ingannare chi osserva.

La organizza perché quella realtà possa raccontare una storia.

È una differenza sottile, ma decisiva. E forse è proprio su questo confine che si gioca il senso più profondo della fotografia contemporanea.

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Ogni fotografia racconta una storia

C'è un dettaglio che colpisce osservando il lavoro di David Yarrow.

Le sue fotografie continuano a funzionare anche se, per un momento, smettiamo di guardare l'animale.

È il segno distintivo dei grandi narratori. Il leone, il lupo o l'elefante non sono mai l'unico soggetto dell'immagine. Contano quanto la luce, il paesaggio, la polvere, il cielo e lo spazio che li circonda. Tutto partecipa alla costruzione della scena.

È questo che rende le sue fotografie così diverse dalla tradizione naturalistica.

Per decenni il fotografo wildlife ha cercato soprattutto di isolare il soggetto. Yarrow compie il percorso opposto: restituisce all'animale il suo ambiente. Non lo separa dal mondo. Lo racconta insieme al mondo.

Per questo il grandangolo diventa uno strumento narrativo prima ancora che ottico. Non serve a stupire con una prospettiva insolita, ma a dare dignità al contesto. La savana, una strada del Montana o un vecchio saloon non sono semplici sfondi. Sono personaggi della stessa storia.

È un approccio che appartiene più al cinema che alla fotografia documentaria. Un buon regista sa che una scena vive dell'equilibrio fra tutti gli elementi presenti nell'inquadratura. Yarrow applica lo stesso principio alle sue immagini.

Forse è questa la sua lezione più interessante.

Non chiedersi soltanto che cosa sto fotografando, ma che cosa sto raccontando.

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Oltre la fotografia naturalistica

Esistono fotografie che documentano un incontro con un animale. Altre che ne descrivono il comportamento. Altre ancora che sorprendono per la rarità della specie o per la difficoltà tecnica dello scatto.

David Yarrow sembra perseguire un obiettivo diverso.

Le sue immagini cercano di trasformare un episodio reale in un racconto universale. Un leone non rappresenta soltanto un leone. Diventa il simbolo della forza, del dominio, della solitudine. Un lupo che attraversa una strada del Montana non è più soltanto un predatore. È l'idea stessa della frontiera, del confine fra il mondo selvaggio e quello costruito dall'uomo.

È probabilmente questa la ragione per cui le sue fotografie rimangono impresse nella memoria. Non raccontano un animale specifico, ma evocano qualcosa che appartiene all'immaginario collettivo. Hanno la forza narrativa di una scena cinematografica e la semplicità compositiva di un manifesto.

In questo senso Yarrow è molto meno naturalista di quanto comunemente si creda.

È un narratore che utilizza la fauna selvatica come altri utilizzano attori, paesaggi o architetture. Ogni elemento entra nell'inquadratura perché contribuisce alla costruzione di una storia che potrebbe essere raccontata anche senza una sola parola.

È una fotografia che non chiede allo spettatore di osservare.

Gli chiede di immaginare.

Le grandi fotografie non descrivono ciò che vediamo. Raccontano ciò che immaginiamo

Più che un fotografo, un narratore

David Yarrow continuerà probabilmente a dividere il mondo della fotografia.

Ci sarà sempre chi preferirà la fotografia documentaria, l'incontro irripetibile, il momento colto senza alcuna preparazione apparente. È una tradizione nobile, che ha prodotto alcune delle immagini più importanti della storia della fotografia naturalistica e che continua ad avere interpreti straordinari.

Yarrow ha scelto una strada diversa.

Non rinuncia alla realtà, ma la organizza. Non cerca di sorprendere lo spettatore con un animale raro o con un'impresa tecnica. Cerca piuttosto di costruire immagini che abbiano la forza narrativa di un racconto e la permanenza visiva di un manifesto.

È una fotografia che può piacere oppure no.

Ma è difficile negarle una qualità.

È immediatamente riconoscibile.

In un'epoca nella quale miliardi di fotografie vengono prodotte ogni anno, riuscire a costruire un linguaggio personale è forse il risultato più difficile da raggiungere. Prima ancora che un fotografo di animali, David Yarrow è diventato l'autore di un immaginario. Basta uno sguardo per capire che quell'immagine appartiene a lui, indipendentemente dal soggetto fotografato o dal luogo in cui è stata realizzata.

Ed è forse questa la caratteristica che accomuna tutti i grandi fotografi che abbiamo raccontato su Nikonland.

Galen Rowell non fotografava soltanto la montagna.

Peter Lindbergh non fotografava soltanto la moda.

Milton Greene non fotografava soltanto Marilyn Monroe.

David Yarrow non fotografa soltanto la fauna selvatica.

Ognuno di loro ha costruito un linguaggio che va oltre il soggetto.

Le fotocamere cambiano. I sensori migliorano. Gli autofocus diventano più veloci, i software più sofisticati e le ottiche sempre più perfette.

Quello che non cambia è la capacità di riconoscere un autore senza aver bisogno di leggerne la firma.

Ed è probabilmente questo il traguardo più difficile che un fotografo possa raggiungere.

Per non dimenticare

David Yarrow ci ricorda una verità che vale ben oltre la fotografia naturalistica.
La tecnica può rendere possibile una fotografia.
La pianificazione può aumentarne le probabilità.
L'attrezzatura può facilitarne la realizzazione.
Ma nessuno di questi elementi è sufficiente, da solo, a costruire uno stile.
Uno stile nasce quando ogni fotografia, pur cambiando soggetto, continua a parlare con la stessa voce.
È il momento nel quale smettiamo di riconoscere una Nikon, un obiettivo o una tecnica.
E cominciamo a riconoscere un fotografo.

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David Yarrow in breve

Nato a Glasgow nel 1966, David Yarrow inizia a fotografare giovanissimo. A soli vent'anni è già a bordo campo per The Times durante la finale dei Mondiali di calcio del 1986 in Messico, dove realizza una delle immagini più celebri di Diego Maradona con la Coppa del Mondo. Dopo un lungo periodo trascorso nel mondo della finanza, torna definitivamente alla fotografia, dedicandosi alla realizzazione di grandi opere fine art ispirate alla fauna selvatica, al paesaggio e alla figura umana. Oggi è considerato uno dei fotografi più affermati e collezionati al mondo, con mostre permanenti nelle principali gallerie internazionali e un'intensa attività filantropica legata alla conservazione della natura.

Nikon European Ambassador

David Yarrow utilizza fotocamere Nikon da oltre quarant'anni ed è Nikon European Ambassador dal 2018. Nel corso della sua collaborazione ha contribuito al lancio di modelli simbolo come la D850, la D6 e, più recentemente, della Z9, che definisce la sintesi ideale delle qualità delle due reflex professionali che l'hanno preceduta. Il suo corredo comprende sia ottiche grandangolari luminose, fondamentali per le sue immagini più iconiche, sia supertele professionali utilizzati nelle spedizioni naturalistiche.

Il corredo Nikon di David Yarrow

David Yarrow ama ripetere che il contenuto della sua borsa cambia in funzione del progetto, della luce e della storia che intende raccontare. Una costante, però, esiste: oggi il cuore del suo sistema è la Nikon Z9, che considera la naturale evoluzione delle reflex professionali D6 e D850, le due fotocamere che lo hanno accompagnato per molti anni.

Corpo macchina

  • Nikon Z9

  • Nikon D850 (ancora presente nel corredo per alcune applicazioni specifiche)

Ottiche NIKKOR

  • NIKKOR Z 14-24mm f/2.8 S

  • NIKKOR Z 24mm f/1.8 S

  • AF-S NIKKOR 28mm f/1.4E ED

  • AF-S NIKKOR 35mm f/1.4G

  • NIKKOR Z 50mm f/1.2 S

  • NIKKOR Z 85mm f/1.2 S

  • AF-S NIKKOR 105mm f/1.4E ED

  • NIKKOR Z 135mm f/1.8 S Plena

  • NIKKOR Z 70-200mm f/2.8 VR S

  • NIKKOR Z 400mm f/2.8 TC VR S

  • NIKKOR Z 600mm f/4 TC VR S

  • NIKKOR Z 800mm f/6.3 VR S

  • NIKKOR Z 500mm f/5.6 PF VR S

Più che la completezza del corredo, colpisce la sua coerenza. Da una parte i grandi teleobiettivi necessari per la fotografia naturalistica tradizionale; dall'altra una scelta sorprendentemente ricca di grandangolari e ottiche da ritratto, strumenti che spiegano molto meglio di qualsiasi intervista come David Yarrow concepisca la fotografia.

Non è un corredo costruito per avvicinare gli animali.

È un corredo costruito per raccontare storie.

Se fosse stato "solo" un fotografo wildlife, troveremmo una sequenza di teleobiettivi.

Invece troviamo un 14-24, un 24, un 28, un 35, un 50/1.2, un 85/1.2, un 105/1.4, un Plena...

È il corredo di un fotografo che passa con naturalezza dalla savana africana a Cindy Crawford, da un cowboy del Montana a un leone. In altre parole, non è il corredo di un naturalista: è il corredo di un narratore. E questo, secondo me, è il modo migliore per salutare il lettore.

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