
Candice Bergen era bionda, aveva gli occhi azzurri, gli zigomi perfetti e un cognome già famoso prima ancora di cominciare. Figlia di Edgar Bergen, uno degli uomini di spettacolo più popolari d’America, crebbe a Beverly Hills fra attori, registi e celebrità. Prima dei vent’anni il suo viso era già apparso sulle copertine di Vogue, McCall’s e Mademoiselle. Il cinema arrivò quasi per inerzia: troppo bella e troppo conosciuta perché Hollywood potesse lasciarla fuori.
Sembrava la dimostrazione vivente della più stupida fra le dicerie sulle donne: se una ragazza è bionda e bellissima, non può anche essere intelligente. Per anni la sua intelligenza venne considerata un accessorio improbabile, mentre la bellezza bastava a spiegare ogni opportunità ricevuta. Lei stessa riassunse più tardi quel meccanismo con una frase lucidissima: gli uomini volevano che fosse più di quanto era, le donne che fosse meno.
La fotografia le offrì una via d’uscita. Con i soldi guadagnati facendo la modella comprò la prima macchina fotografica e passò dall’altra parte dell’obiettivo. Ammirava Robert Capa, Margaret Bourke-White e Dorothea Lange; all’Università della Pennsylvania aveva conosciuto Mary Ellen Mark, destinata a diventare una delle grandi fotografe documentarie americane e sua amica per tutta la vita. Bergen non cercava un passatempo elegante da affiancare al cinema. Per qualche anno scrisse sul passaporto, alla voce professione, “photojournalist”.
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Fra la fine degli anni Sessanta e i Settanta lavorò realmente come fotografa e giornalista. Seguì le primarie presidenziali del 1968, incontrando Robert Kennedy, Eugene McCarthy e Richard Nixon; volò in Etiopia per intervistare e fotografare l’imperatore Hailé Selassié; raggiunse Jane Goodall in Tanzania; realizzò servizi su Charlie Chaplin, Oscar Levant, Sonny and Cher, Gerald e Betty Ford. Fotografie e articoli apparvero su Life, Esquire, New York, Playboy, Cosmopolitan e Ladies’ Home Journal. Lavorò anche per Today Show e NBC Sports. In molte immagini dell’epoca porta con sé una Nikon F, talvolta una Leica: non come ornamento, ma come strumento di lavoro.
La celebrità continuava naturalmente ad aprirle porte che sarebbero rimaste chiuse ad altri. Fu lei stessa la prima a riconoscerlo. Quando ottenne per Life l’accesso esclusivo a Charlie Chaplin, sapeva che l’incarico le era stato affidato grazie alle conoscenze e non per una reputazione fotografica ancora tutta da costruire. Sentiva il risentimento dei professionisti e lo considerava comprensibile. Questa consapevolezza, lontanissima dall’arroganza della dilettante privilegiata, dice molto della sua intelligenza e del modo serio con cui affrontava il mestiere.
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Per Bergen fotografare significava smettere di essere guardata. Nel giornalismo trovò il momento di maggiore rispetto per sé stessa, perché finalmente le persone reagivano a ciò che faceva invece che al suo aspetto. Poteva ascoltare, fare domande, osservare. Concentrandosi sugli altri, diceva, provava il sollievo di scomparire. Dopo una giovinezza trascorsa come superficie sulla quale fotografi, registi e pubblicitari avevano proiettato le proprie fantasie, diventare fotografa significava riprendersi il diritto di scegliere che cosa meritasse di essere visto.

Non divenne una nuova Margaret Bourke-White e non cercò, molti anni dopo, di convincerci del contrario. Ammise di non possedere la disciplina e la durezza necessarie per dedicarsi completamente al fotogiornalismo. Non avrebbe saputo invadere con la macchina fotografica il dolore di chi aveva appena subito una tragedia; non era disposta a superare quella linea in nome dell’immagine. A un certo punto comprese che la fotografia, da possibile professione, era diventata una deviazione appassionante. Il cinema, la scrittura e infine la televisione presero il sopravvento.
Ma il periodo trascorso dietro l’obiettivo non fu una parentesi decorativa. Spiega la giornalista che avrebbe poi interpretato in Murphy Brown, la scrittrice capace di raccontarsi con ironia in Knock Wood, la donna che seppe trasformare proprio ciò che l’aveva imprigionata — l’immagine — in uno strumento per comprendere gli altri. E spiega perché, quando finalmente le venne affidata una grande parte comica, dietro la bellezza apparentemente fredda apparve una mente rapida, indipendente e spietatamente autoironica.

Candice Bergen non fu una grande fotografa mancata. Fu qualcosa di più interessante: una giovane donna alla quale tutti chiedevano soltanto di essere bella e che, prendendo in mano una Nikon, scelse invece di guardare, capire e raccontare. Non smentì la diceria sulle bionde senza cervello perché fosse un’eccezione. Dimostrò quanto fosse sempre stata sciocca la diceria.
Il corredo: una Nikon F, non un accessorio di scena
La Nikon che possiamo associare con maggiore sicurezza a Candice Bergen è la Nikon F, riconoscibile in numerose fotografie scattate tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. In alcune immagini compare con il voluminoso pentaprisma esposimetrico Photomic, la configurazione professionale tipica del fotogiornalismo dell’epoca.
Non era una macchina ricevuta per una campagna pubblicitaria. Bergen acquistò la sua prima attrezzatura fotografica con i compensi guadagnati come modella e la impiegò realmente nei propri servizi. La Nikon F che porta al collo nelle fotografie di quegli anni va quindi considerata uno strumento di lavoro, non un complemento della sua immagine pubblica.
Più difficile è stabilire quali obiettivi Nikkor utilizzasse. Le didascalie d’archivio non riportano le focali e le riproduzioni disponibili non consentono identificazioni abbastanza sicure: attribuirle uno specifico 35, 50 o 105 mm sarebbe più esercizio di fantasia che ricerca storica.
Bergen utilizzò anche macchine di altre marche — e prestò il proprio volto alla pubblicità Polaroid — ma la Nikon F resta il materiale più chiaramente documentato durante gli anni della sua attività fotografica professionale. Non basta possedere una F per diventare fotografi; nel suo caso, però, sappiamo che la comprò, la caricò e andò a lavorare.
Alcune fotografie scattate da Candice Bergen tra il 1967 e il 1972. La serie dedicata a Paul Newman e Lee Marvin fu realizzata nel 1971 durante la lavorazione di Pocket Money. La fotografia che ritrae Bergen al lavoro con Peter Bogdanovich e Orson Welles è invece di Bob Willoughby.




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