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Perché continuo a preferire le focali fisse agli zoom

Non ho nulla contro gli zoom. Sarebbe difficile averne, oggi, quando alcuni dei migliori obiettivi disponibili sono proprio zoom e quando un 24-70mm f/2.8 o un 70-200mm f/2.8 possono offrire prestazioni che vent'anni fa avremmo considerato eccezionali persino per un fisso. Uso gli zoom, ne apprezzo la comodità e ne riconosco senza difficoltà la superiorità pratica in moltissime circostanze. Eppure, se posso scegliere, continuo a preferire un obiettivo a focale fissa. Meglio ancora se molto luminoso.

La ragione principale non è quella che generalmente si tira fuori in queste discussioni. Non è perché il fisso sia necessariamente più nitido. Non è più vero, almeno non sempre. Non è nemmeno per il peso, perché un moderno 50mm f/1.2, un 105mm f/1.4 o un 135mm f/1.4 possono essere tutt'altro che piccoli e leggeri. E non è neppure per qualche forma di nostalgia fotografica: non rimpiango affatto i tempi in cui si usciva con tre obiettivi in borsa perché semplicemente non esisteva uno zoom capace di sostituirli decentemente.

La spiegazione è molto più semplice: quando ho in mano uno zoom, dimentico che è uno zoom.

Me ne accorgo continuamente. Posso montare un 24-70mm e, dopo avere trovato l'inquadratura che mi interessa, scoprire che sto fotografando a 58mm. Continuo a fotografare e la ghiera rimane lì. Posso uscire con un 24-120mm e ritrovarmi a 105mm, dove rimango per buona parte della sessione. Non perché quelle focali abbiano qualcosa di magico, ma perché a un certo punto ho trovato l'angolo di campo con cui voglio raccontare ciò che ho davanti. Da quel momento non sento più alcun bisogno di cambiarlo.

Con il 70-200mm f/2.8 è persino peggio. Uno degli zoom più versatili mai concepiti finisce nelle mie mani per trasformarsi quasi sempre in un 180-200mm oppure, quando voglio qualcosa di diverso, in un 135mm. Tutta quella magnifica escursione focale rimane a disposizione, naturalmente. Semplicemente, non la uso.

A quel punto la domanda diventa inevitabile: perché non montare direttamente un 135mm o un 180mm?

Una focale non è soltanto un numero

Credo che il punto sia questo. Non considero la lunghezza focale semplicemente come uno strumento per fare entrare nell'inquadratura ciò che ho davanti.

Un 35mm, un 50mm, un 105mm, un 135mm o un 180mm sono modi diversi di guardare. Determinano la distanza dal soggetto, la quantità di ambiente che entra nell'immagine, il rapporto fra i piani e, soprattutto, la posizione dalla quale mi viene naturale fotografare.

Naturalmente posso ottenere la stessa dimensione apparente del soggetto con focali differenti spostandomi avanti e indietro. Ma la fotografia non sarà la stessa, perché sarà cambiata la prospettiva. E quindi sarà cambiato il rapporto fra me, il soggetto e ciò che gli sta intorno.

Con uno zoom posso restare dove sono e girare la ghiera finché l'inquadratura non torna. Con un fisso devo trovare il posto dal quale quella focale produce l'immagine che voglio.

È una differenza apparentemente piccola, ma per me cambia il processo fotografico.

Il fisso elimina una variabile. Prima di cominciare ho già deciso una parte importante della fotografia. Se monto un 35mm, guarderò ciò che mi circonda pensando a 35mm. Se scelgo un 105mm, mi comporterò diversamente ancora prima di sollevare la fotocamera. Dopo qualche tempo succede una cosa che chi usa abitualmente i fissi conosce bene: si comincia a vedere l'inquadratura prima di guardare nel mirino.

Non devo più cercare la focale. La focale l'ho già scelta. Devo cercare la fotografia.

Il paradosso dello zoom

Ed è qui che nasce il mio rapporto un po' paradossale con gli zoom.

Lo zoom è nato per offrirmi una libertà in più. Io finisco spontaneamente per rinunciarvi.

Prendo il 24-120mm, arrivo a 105mm e continuo a fotografare come se avessi montato un 105mm. Prendo il 70-200mm, arrivo a 180 o 200mm e faccio la stessa cosa. Oppure mi fermo a 135mm. A quel punto lo zoom è diventato, nei fatti, un obiettivo fisso. Solo più grosso, meno luminoso e con una ghiera che non sto usando.

Non è colpa dello zoom. È il mio modo di fotografare.

Ed è anche la ragione per cui non avrebbe molto senso trasformare questo discorso in una delle solite dispute fra sostenitori delle focali fisse e difensori degli zoom. Lo zoom ha vantaggi oggettivi e in determinate circostanze è semplicemente lo strumento più adatto. Chi fotografa eventi, sport, cerimonie o situazioni nelle quali non può controllare la propria posizione difficilmente potrebbe rinunciare alla possibilità di modificare istantaneamente l'angolo di campo.

Io stesso, quando le circostanze lo richiedono, uso uno zoom senza alcuna esitazione.

Ma la versatilità è un vantaggio soltanto quando serve. Se utilizzo sistematicamente una piccola parte delle possibilità che l'obiettivo mi offre, quella versatilità perde gran parte del suo significato.

E poi c'è la luce

Rimane naturalmente l'altra ragione per cui amo i fissi: la luminosità.

Ma anche qui credo ci sia un equivoco da eliminare. Non compro un f/1.2 perché abbia continuamente bisogno di fotografare a f/1.2. Posso tranquillamente utilizzare un 50/1.2 a f/2.8, f/4 o f/8 quando la fotografia lo richiede.

Il contrario, però, non è possibile.

Posso chiudere un f/1.2 a f/4. Non posso aprire un f/4 a f/1.2.

La grande apertura non è quindi un obbligo ma una possibilità. E quella possibilità cambia molto più della quantità di luce che raggiunge il sensore. Cambia il rapporto fra soggetto e sfondo, permette di decidere quanto debba essere leggibile ciò che circonda il soggetto, modifica la transizione fra ciò che è nitido e ciò che progressivamente smette di esserlo.

È un'altra variabile espressiva che preferisco avere a disposizione, anche quando decido di non utilizzarla.

Ed è probabilmente per questo che mi attirano obiettivi che, secondo una valutazione strettamente razionale, possono sembrare esagerati. Un 35/1.2, un 50/1.2, un 105/1.4, un 135/1.4. Sono grandi, costosi e spesso pesanti. Un buon zoom potrebbe sostituirne diversi e permettermi di uscire con una borsa molto più semplice.

Ma non li sostituirebbe nel modo in cui io fotografo.

La comodità non è tutto

Forse negli ultimi anni abbiamo finito per attribuire alla versatilità un valore assoluto. Più escursione focale, meno cambi di obiettivo, una sola lente per fare tutto. È perfettamente razionale e l'evoluzione tecnologica ha reso questa soluzione sempre meno penalizzante anche dal punto di vista della qualità.

Ma fotografare non è necessariamente un'attività nella quale l'efficienza debba essere massimizzata.

A volte avere meno possibilità costringe semplicemente a decidere.

Con un fisso non posso correggere continuamente la fotografia girando una ghiera. Devo accettare quella focale, oppure cambiare posizione, oppure rinunciare allo scatto. E anche la rinuncia, qualche volta, fa parte del fotografare.

Non sostengo che questo produca fotografie migliori. Produce però un modo diverso di arrivarci.

Per questo continuo a preferire gli obiettivi fissi. Non perché siano intrinsecamente superiori agli zoom e nemmeno perché voglia imporre ad altri il mio modo di fotografare. Semplicemente perché corrispondono meglio al modo in cui guardo attraverso una fotocamera.

Uno zoom mi offre molte focali. Io, invece, cerco quella giusta. E quando l'ho trovata, smetto di girare la ghiera.

Forse, alla fine, la distinzione fra fotografi da fisso e fotografi da zoom non dipende nemmeno dagli obiettivi che possiedono. Dipende da ciò che fanno quando portano la fotocamera all'occhio.

Io posso anche uscire con uno zoom.

Ma, evidentemente, continuo a fotografare con un fisso.

Non è che mi manchino gli zoom

Forse è opportuno chiarire un dettaglio, prima che qualcuno immagini questa mia preferenza come conseguenza di un corredo costruito esclusivamente attorno alle focali fisse.

Il mio arsenale fotografico conta decine e decine di obiettivi accumulati nel corso degli anni e appartenenti a generazioni molto diverse: Nikkor Z, vecchi Nikkor AF-D che continuo volentieri a utilizzare, Nikkor AF-S, Sigma nati per le reflex Nikon, Sigma mirrorless in attacco Sony FE che oggi posso usare sulle Nikon Z attraverso adattatore e, ormai, una collezione di circa quindici Viltrox per Nikon Z. In mezzo a tutto questo ci sono naturalmente anche parecchi zoom, alcuni dei quali eccellenti.

E non mi mancano nemmeno le fotocamere: al momento ne ho otto operative. Potrei quindi organizzare una sessione con più corpi, più focali e più combinazioni senza particolari difficoltà.

Gli zoom li uso. Semplicemente tendo a usarli quando mi servono davvero.

In autodromo, per esempio, dove il soggetto cambia continuamente distanza e posizione e dove non posso chiedere a un'automobile lanciata sul rettilineo di ripassare perché avevo montato l'obiettivo sbagliato, un 70-200mm o un 100-400 hanno perfettamente senso. Lo stesso vale quando so in anticipo che non avrò il tempo o la possibilità materiale di cambiare rapidamente obiettivo o fotocamera: in quei casi la flessibilità dello zoom non è una comodità teorica, è uno strumento operativo.

Ma quando queste necessità vengono meno, torno quasi invariabilmente ai fissi.

Ed è forse questo il punto che rende la mia preferenza meno ideologica di quanto potrebbe sembrare. Non scelgo il fisso perché non abbia lo zoom. Scelgo il fisso avendo lo zoom a disposizione.

Gli scaffali possono essere pieni di alternative. Quando esco per fotografare, però, preferisco sapere quale obiettivo ho davanti al sensore e ragionare con quello. Se le circostanze mi impongono flessibilità, ben venga lo zoom. Se invece posso decidere io come fotografare, preferisco decidere anche prima quale sarà il mio angolo di campo.

Otto fotocamere e decine di obiettivi, viste da fuori, potrebbero sembrare il trionfo dell'indecisione.

Paradossalmente, servono soprattutto a consentirmi di scegliere prima.

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Nel ritratto, prima viene il viso

Nel ritratto la scelta della focale non dipende soltanto dalla distanza alla quale voglio lavorare o dalla quantità di ambiente che desidero includere. Dipende anche, e qualche volta soprattutto, dalla persona che ho davanti.

Non tutti i visi sono uguali. Ci sono volti che sopportano magnificamente una ripresa relativamente ravvicinata e altri che chiedono maggiore distanza; visi nei quali una certa prospettiva valorizza la struttura del naso, degli zigomi e della mandibola e altri nei quali la stessa distanza produce esattamente l'effetto opposto. Un ritratto non comincia quindi dalla domanda «che obiettivo uso?», ma dall'osservazione della persona. La focale viene dopo, come conseguenza.

È anche per questo che non ho mai considerato l'85mm come la focale da ritratto, quasi fosse una prescrizione. Posso preferire un 50 o un 65mm per una persona, un 105 o un 135mm per un'altra, arrivare a 180mm quando voglio quella particolare distanza e quella particolare relazione fra i piani. Non esiste una focale giusta in assoluto perché non esiste un viso universale.

Oggi, oltretutto, abbiamo possibilità che un tempo erano quasi sconosciute. 65mm e 75mm, per esempio, occupano territori intermedi estremamente interessanti. Non sono né il normale tradizionale né il classico medio tele da ritratto e proprio per questo permettono di trovare distanze e proporzioni differenti. Un Sigma 65mm f/2 o un Viltrox 75mm f/1.2 non sono semplicemente due obiettivi collocati fra un 50 e un 85mm: sono due modi autonomi di stare davanti a una persona.

Naturalmente potrei prendere uno zoom e metterlo a 65 o 75mm. Numericamente non cambierebbe nulla. Fotograficamente, per me, cambia quasi tutto.

Se monto il Sigma 65mm f/2, ho già deciso. Il 65mm smette di essere una posizione momentanea della ghiera di uno zoom e diventa il mio modo di vedere per quella sessione. Lo stesso accade con il Viltrox 75mm f/1.2. Non penso più se sarebbe meglio 70, 72, 78 oppure 85mm. Guardo la persona, mi muovo, cerco la distanza giusta e costruisco la fotografia dentro l'angolo di campo che ho scelto.

Con la Nikon ZR questa sensazione diventa ancora più evidente. Usandola con il display completamente esteso, quasi fosse una moderna telemetro, posso guardare contemporaneamente il soggetto e l'immagine senza nascondermi continuamente dietro la fotocamera. A quel punto succede qualcosa che nel ritratto considero fondamentale: mi dimentico della focale.

Ed è proprio questo il paradosso. Scelgo con molta attenzione la focale prima di cominciare, anche in funzione della morfologia del viso, proprio per non doverci più pensare mentre fotografo.

La decisione tecnica è già stata presa. Rimangono la persona, la luce, l'espressione, la postura, la distanza e il rapporto che riesco a stabilire con chi ho davanti.

Potrei ottenere esattamente 65mm ruotando la ghiera di uno zoom. Ma continuerei ad avere a disposizione tutte le altre focali e quindi, almeno potenzialmente, continuerei a chiedermi se quella sia davvero quella giusta. Montare un 65mm significa invece chiudere quella discussione prima di cominciare.

La focale fissa, in questo senso, non mi limita: mi libera dalla necessità di continuare a sceglierla.

È una forma di disciplina, ma non quella un po' artificiosa del fotografo che si impone di uscire con un solo obiettivo per dimostrare qualcosa a se stesso. È una disciplina differente: fare prima le scelte che possono essere fatte prima, perché durante il ritratto io possa occuparmi di ciò che non può essere deciso in anticipo.

Del soggetto, non dell'obiettivo.

Il mio obiettivo ideale, nel ritratto, è quindi quello che scelgo con grande attenzione prima di cominciare e del quale riesco a dimenticarmi completamente un minuto dopo.

Alla fine non stiamo più parlando davvero di fissi contro zoom. Stiamo parlando di quanto spazio vogliamo lasciare alla tecnica nel momento in cui stiamo fotografando. E per me la risposta è semplice: tutto quello che posso decidere prima preferisco deciderlo prima. Quando davanti alla macchina c'è una persona, vorrei che tra me e lei rimanesse il minor numero possibile di questioni tecniche ancora da risolvere.

Perché nel ritratto viene prima il viso.

La luce che c'è. E quella che voglio lasciare fuori

C'è infine una caratteristica dei moderni fissi ultraluminosi che per me non è affatto secondaria e che, curiosamente, oggi qualcuno sembra quasi considerare un difetto: la possibilità di lavorare con profondità di campo estremamente ridotte e con pochissima luce.

Un 50mm f/1.2, un 75mm f/1.2, un 85mm f/1.2 o un 135mm f/1.4 non servono semplicemente a ottenere tempi più rapidi o ISO più bassi. Quella enorme apertura modifica radicalmente il modo in cui l'obiettivo può descrivere lo spazio. Il soggetto non viene semplicemente separato dallo sfondo: può emergere da esso progressivamente, con una transizione fra nitido e indistinto che diventa essa stessa parte della fotografia.

E sì, un ritratto nel quale è perfettamente nitido soltanto l'occhio più vicino può essere esattamente il ritratto che volevo fare.

Non capisco quindi la recente tendenza a stabilire che una fotografia del genere sia in qualche modo meno professionale, quasi che la professionalità di un ritratto si misurasse contando quanti millimetri del volto rientrano nella profondità di campo. Se la fotografia richiede entrambi gli occhi nitidi, chiuderò il diaframma. Se richiede tutto il volto nitido, lo chiuderò ancora. Ma se voglio che l'attenzione cada violentemente su un occhio e che il resto del viso cominci già a sfuggire, perché dovrei rinunciare a farlo?

La profondità di campo non è un requisito qualitativo. È una scelta espressiva.

Per la stessa ragione trovo curioso sostenere che acquistare un 85mm f/1.2 sia uno spreco perché raramente lo si utilizzerà davvero a tutta apertura. È lo stesso equivoco per cui si giudica un obiettivo soltanto in base a ciò che serve più frequentemente. Io posso utilizzare quell'85/1.2 a f/2.8, f/4 o f/8 tutte le volte che voglio. Ma un 85/2.8, per quanto eccellente, non diventerà mai un 85/1.2 quando quella fotografia richiederà f/1.2.

La differenza è tutta qui: non si compra necessariamente un ultraluminoso perché si intenda fotografare sempre alla massima apertura. Lo si compra perché quella possibilità esista.

E poi c'è la luce. Non soltanto la quantità di luce misurabile con l'esposimetro, ma la possibilità di utilizzare la luce che realmente c'è, anche quando è pochissima. Una lampada, una finestra alla fine del pomeriggio, una sorgente laterale appena sufficiente a disegnare un volto. I sensori moderni possono certamente compensare alzando enormemente gli ISO, ma non è esattamente la stessa cosa: un obiettivo ultraluminoso permette di raccogliere quella luce mantenendo contemporaneamente il carattere che deriva dalla grande apertura.

Per me questo ha un valore enorme nel ritratto. Non sempre voglio aggiungere luce. Non sempre voglio correggerla, riempire le ombre o rendere leggibile ciò che spontaneamente non lo sarebbe. Qualche volta voglio semplicemente fotografare con la poca luce che ho davanti, perché è proprio quella poca luce a fare la fotografia.

E lo sfuocato appartiene allo stesso ragionamento. Non è un effetto speciale da applicare indiscriminatamente e non è nemmeno una medaglia da appuntarsi perché si possiede un f/1.2. È uno degli strumenti attraverso i quali posso decidere che cosa mostrare e che cosa soltanto suggerire.

Un grande fisso luminoso mi consente di scegliere.

Posso chiuderlo quando voglio tutto. Posso aprirlo quando voglio quasi niente.

Ed è proprio quel «quasi niente», qualche volta, a fare tutto il ritratto.

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E se il ritratto fosse semplicemente Arte?

C'è forse un equivoco alla base di molte discussioni contemporanee sul ritratto: continuiamo a giudicarlo utilizzando criteri che appartengono alla fotografia professionale su commissione.

Se devo fotografare un abito per un catalogo, devo mostrare l'abito. Se realizzo un beauty per una rivista, devo rispondere alle esigenze dell'art director, del cliente, del truccatore e del prodotto. Se sto preparando la fotografia istituzionale di un amministratore delegato, difficilmente potrò consegnare un'immagine nella quale metà del suo volto scompare nello sfuocato perché quella mattina mi sentivo particolarmente ispirato.

Quella è fotografia professionale. Ha uno scopo, un destinatario e delle regole.

Ma se sto facendo un ritratto per me?

Se davanti a me non c'è un prodotto da vendere, un vestito da mostrare o un cliente da soddisfare, ma soltanto una persona che voglio interpretare attraverso una fotografia, allora cambia tutto.

Il ritratto può diventare Arte.

E l'Arte non ha alcun obbligo di mostrarci tutto.

Un pittore non è tenuto a dipingere ogni ciglio con la stessa precisione, né a rendere entrambe le pupille perfettamente leggibili. Può lasciare mezzo volto nell'ombra, dissolvere una mano, sacrificare lo sfondo, alterare i rapporti tonali, portarci violentemente verso un particolare e lasciare che tutto il resto esista soltanto nella nostra percezione.

Perché mai al fotografo dovrebbe essere vietato?

Se decido che di una persona voglio vedere soltanto un occhio perfettamente nitido, mentre l'altro comincia già a dissolversi e il resto del volto scivola progressivamente fuori dal piano di fuoco, non ho commesso un errore tecnico. Ho preso una decisione.

Potrà essere una fotografia riuscita oppure pessima. Potrà essere intensa oppure stucchevole. Potrà sembrare gratuita, manieristica, persino insopportabile. Ma il problema sarà il risultato, non il diaframma che ho utilizzato.

Ed è qui che trovo particolarmente sterile l'idea secondo cui fotografare a f/1.2 sarebbe in qualche modo poco professionale. Forse non voglio essere professionale. Voglio essere fotografo.

Non devo dimostrare quanto sia nitido il mio obiettivo. Non devo nemmeno dimostrare quanto sia bello il suo bokeh. Voglio semplicemente avere a disposizione tutti gli strumenti necessari per decidere quanto di quella persona debba appartenere alla realtà descritta e quanto possa invece essere lasciato all'immaginazione.

È anche per questo che un 85/1.2, un 75/1.2, un 50/1.2 o un 135/1.4 hanno senso al di là di qualsiasi calcolo razionale sul rapporto fra costo e utilizzo. Non compro soltanto luminosità. Compro possibilità espressive.

E forse proprio qui fotografia e pittura tornano a incontrarsi. Non perché una fotografia debba imitare un quadro, ma perché entrambe possono permettersi di scegliere. Caravaggio non illuminava tutto. Rembrandt nemmeno. Ciò che rimaneva nell'ombra non era necessariamente meno importante: qualche volta era proprio l'ombra a dare significato alla luce.

Con un obiettivo ultraluminoso posso fare qualcosa di concettualmente analogo sul piano della messa a fuoco. Posso decidere che ciò che non è nitido continui comunque a esistere nell'immagine.

Questa, per me, è la vera potenza dello sfuocato. Non cancellare lo sfondo, non produrre palline luminose perfettamente circolari, non vincere una gara di bokeh. Ma stabilire una gerarchia visiva: questo te lo mostro, questo te lo suggerisco, questo voglio che sia tu a immaginarlo.

E allora sì: posso fotografare un volto a f/1.2 con un solo occhio nitido. Posso usare la poca luce di una finestra senza aggiungerne altra. Posso lasciare che una parte del viso scompaia contemporaneamente nell'ombra e nello sfuocato.

Non perché f/1.2 sia meglio di f/4.

Ma perché, quando il ritratto non deve vendere nulla e non deve rispondere a nessuno, l'unica apertura sbagliata è quella che non produce la fotografia che avevo in mente.

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Recommended Comments

  • Administrator

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il bel Sigma 50/1.2 ART. Esistono sul mercato decine di 50mm. Io stesso ne ho diversi, un 50/2, due 50/1.4 (oltre ad un 55/1.8).
Scelgo quello che mi serve in base allo scopo che mi sono prefisso.
Ma mai sceglierò un 50/1.2 per chiuderlo ad f/5.6, allora tanto vale usare un 24-120/4.

Comprare f/1.2 per fotografare a f/5.6?

Non ha molto senso comprare un 85mm f/1.2 per usarlo sistematicamente a diaframmi chiusi. Non perché un 85/1.2 smetta improvvisamente di essere un grande obiettivo quando lo chiudiamo a f/4, ma perché così rinunciamo proprio a quella caratteristica per la quale abbiamo accettato di pagarlo di più, portarlo in borsa e sopportarne peso e dimensioni.

Un f/1.2 non è soltanto un 85mm più costoso. La sua enorme apertura fa parte della sua identità. È uno strumento progettato per poter lavorare dove altri obiettivi devono fermarsi: con pochissima luce, con profondità di campo minime, con transizioni fra fuoco e fuori fuoco che possono diventare parte integrante del linguaggio del ritratto.

Naturalmente posso chiuderlo. Anzi, devo poterlo chiudere quando la fotografia che ho davanti richiede maggiore profondità di campo. Ma questa è una possibilità ulteriore, non necessariamente la sua destinazione principale.

Se il mio modo di fotografare richiede abitualmente f/4, f/5.6 o f/8, probabilmente esistono obiettivi più piccoli, più leggeri e meno costosi che a quelle aperture possono darmi tutto ciò che mi serve, magari senza alcuna differenza apprezzabile nel risultato finale.

È la stessa asimmetria di cui parlavamo prima: posso sempre trasformare un 85/1.2 in un 85/4 chiudendo il diaframma. Non potrò mai trasformare un 85/4 in un 85/1.2.

Per questo non comprerei mai un ultraluminoso pensando che la sua massima apertura sia una specie di dotazione d'emergenza da usare soltanto quando proprio non posso farne a meno. Se scelgo un f/1.2, voglio che f/1.2 faccia parte del mio vocabolario fotografico.

Non significa usarlo sempre. Significa usarlo senza sentirsi in colpa quando è proprio quella l'immagine che vogliamo.

  • Administrator

La comodità non è tutto

Forse negli ultimi anni abbiamo finito per attribuire alla versatilità un valore assoluto. Più escursione focale, meno cambi di obiettivo, una sola lente per fare tutto. È perfettamente razionale e l'evoluzione tecnologica ha reso questa soluzione sempre meno penalizzante anche dal punto di vista della qualità.

Ma fotografare non è necessariamente un'attività nella quale l'efficienza debba essere massimizzata.

A volte avere meno possibilità costringe semplicemente a decidere.

SI INQUADRI IL SOGGETTO E POI SI COMPONGA COI PIEDI:
ossia spostandosi finchè tutto risulti al suo posto.

Spostare avanti e indietro la ghiera della focale di uno zoom, serve solo a cambiare le proporzioni tra soggetto a fuoco e sfondo.

Serve solo quando serva.

E peraltro, quando già quarant'anni fa i fissi erano questi qua...

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Gabriele Castelli

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano

L'articolo denota alcune abilità del fotografo che non sono da tutti, quali la conoscenza profonda di ogni obiettivo e una prefigurazione estrema di come sarà lo shooting, ancora prima di fotografare.

Non è da tutti, soprattutto se si ha la tua quantità di obiettivi.

Ottimo spunto, non solo teorico ma anche operativo.

Alessandro Pisano

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano

Bellissimo articolo, profondo.

Anche il mio corredo che era partito principalmente con zoom ora si è spostato verso i fissi che ritengo sono la migliore soluzione per il mio modo di intendere la fotografia.

E' altresì vero che alcune volte avere un zoom ti permette di evitare "problemi", come ad esempio a Venezia durante il carnevale quando tutti i fotografi si mettono davanti senza avere un minimo di senso civico, ma tendenzialmente mi piace muovere Alessandro avanti indietro, scegliendo a priori l'ottica per la fotografia che vorrei fare.

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