Rileggendo ieri il nostro articolo dedicato a Eve Arnold mi sono fermato su un particolare che conosco molto bene. Non perché l'abbia imparato da lei, né perché abbia mai cercato consapevolmente di imitarne il modo di lavorare, ma perché mi appartiene: il contatto con la persona che sto fotografando. Non parlo necessariamente dello sguardo rivolto dentro l'obiettivo, che è soltanto la manifestazione più evidente di qualcosa che comincia prima. Parlo della consapevolezza reciproca che, almeno per me, deve esistere perché una fotografia possa diventare un ritratto. Io so che tu sei lì, tu sai che io sono qui; in mezzo c'è una macchina fotografica, che in quel momento dovrebbe essere la cosa meno importante.
Ho sempre avuto difficoltà con l'espressione ritratto rubato, forse perché contiene già una parola che descrive qualcosa che non vorrei fare. So perfettamente che esiste una tradizione fotografica immensa fondata sull'osservazione discreta, sulla capacità di diventare invisibili, sull'istante colto prima che la presenza del fotografo possa modificarlo. Non intendo contestarla, né tantomeno stabilire che cosa sia lecito chiamare ritratto e che cosa non lo sia. Posso parlare soltanto di me: io non voglio essere invisibile. Non mi interessa nascondermi dietro un teleobiettivo per fotografare da lontano una persona che non sa della mia presenza, né provo particolare soddisfazione nell'aver catturato un'espressione che forse sarebbe scomparsa se quella persona si fosse accorta di me. Per me manca precisamente ciò che cerco quando fotografo qualcuno: la relazione.
Quella relazione può durare un'ora, cinque minuti o esaurirsi in poche parole scambiate con una persona incontrata per caso e che probabilmente non vedrò mai più. Non importa. Deve esserci stato un incontro. Con una modella tutto questo viene naturalmente: lei sa perché siamo lì, io so perché è lì, possiamo parlare, scherzare, provare una posizione, abbandonarla, cambiare luce, interromperci. Posso accorgermi che un'espressione non le appartiene e aspettare che ne arrivi un'altra; lei può capire ciò che sto cercando e decidere di darmelo oppure sorprendermi con qualcosa che non avevo immaginato. Ma il fatto che la fotografia sia concordata non significa affatto che debba essere artificiale. Al contrario, un ritratto concordato può essere infinitamente spontaneo, perché la spontaneità non dipende dall'ignoranza della macchina fotografica, ma da ciò che succede quando quella macchina smette di essere il centro della situazione.
La persona sa benissimo che la sto fotografando, eppure a un certo punto può dimenticarsi della fotografia. Io stesso, quando tutto funziona, dimentico macchina, obiettivo, diaframma e tempo di scatto. Rimane il rapporto con chi ho davanti ed è allora che cominciano ad arrivare le fotografie che cercavo. Non necessariamente quando la persona sorride, né quando guarda dentro l'obiettivo: può voltarsi, abbassare lo sguardo, chiudere gli occhi, assumere un'espressione costruita oppure lasciarne affiorare una assolutamente imprevista. Non è lo sguardo nell'obiettivo che certifica la relazione; è sapere che quella relazione esiste.
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Naturalmente amo gli occhi. Chi conosce le mie fotografie probabilmente non ha bisogno che glielo dica: li cerco nelle persone e finisco per cercarli ovunque, anche in una tigre. Una tigre non ha concordato con me una sessione fotografica e certamente non posso chiederle di spostare leggermente il muso verso la luce, ma può guardarmi e, quando succede, per me cambia tutto. In quel momento non sto semplicemente fotografando una tigre: quella tigre ha riconosciuto la mia presenza. Non so che cosa significhi per lei e non ho alcuna intenzione di attribuirle pensieri umani; so soltanto che i suoi occhi sono rivolti verso di me e i miei verso di lei. Per un istante esistiamo entrambi nella stessa fotografia, anche se nel fotogramma comparirà soltanto lei.
Lo stesso accade con una leonessa o persino con un gatto di casa che, proprio mentre si passa la lingua sul muso, decide di fissarmi. Sono situazioni diversissime per distanza, ambiente, comportamento e intenzione fotografica, ma quando riguardo quelle immagini riconosco sempre la stessa cosa: io cercavo il loro sguardo. Forse è anche per questo che considero queste fotografie dei ritratti. Non perché voglia umanizzare gli animali, ma perché il mio modo di fotografarli non cambia nella sostanza. Non mi interessa soltanto documentarne l'aspetto, il comportamento o la bellezza; cerco, quando è possibile, quell'istante nel quale smetto di osservare qualcosa e mi accorgo di essere osservato anch'io. Il fotografo non è più invisibile e, almeno per me, proprio in quel momento nasce qualcosa di diverso dalla semplice fotografia di un animale.
Può sembrare più difficile applicare tutto questo a un'automobile da corsa, eppure quando fotografo in autodromo non vedo soltanto una monoposto: dentro c'è una persona. La macchina può essere meravigliosa, la luce fantastica, l'acqua sollevata dalle gomme spettacolare; posso seguire perfettamente il movimento, trovare l'inquadratura e congelare l'istante, ma continuo a cercare il pilota. Magari di lui vedo soltanto pochi centimetri di casco, talvolta gli occhi sono appena intuibili, certamente non può guardarmi mentre affronta una curva e probabilmente non sa nemmeno in quale punto del circuito mi trovi. Eppure io so che è lì, e questo mi basta per cercare di fotografare l'uomo dentro la macchina anziché soltanto la macchina. Poi arriva il giro d'onore, la velocità scende, la tensione della gara è finita, le distanze improvvisamente diventano umane e io lo saluto. Non serve alla fotografia, perché le fotografie sono già nella scheda. Ma serve a me.
Credo che sia qui la vera distanza tra il mio modo di intendere il ritratto e quello del fotografo che cerca deliberatamente di non essere visto. Non è una questione tecnica e non voglio farne nemmeno una questione morale: è una concezione differente della presenza del fotografo. C'è chi desidera eliminarsi dalla scena per non modificarla, osservare senza essere osservato, fotografare la persona così com'è quando non sa di essere fotografata. Ne comprendo perfettamente la logica, ma non è la mia fotografia. Io accetto esattamente il contrario: la mia presenza modifica ciò che ho davanti e la presenza di chi ho davanti modifica me. È proprio questo che voglio.
Se una persona cambia espressione perché mi ha visto, quell'espressione mi interessa; se sorride perché le ho detto qualcosa, quel sorriso appartiene alla nostra fotografia; se diventa seria quando alzo la macchina, voglio capire quella serietà. Se dopo qualche minuto smette di preoccuparsi dell'obiettivo e torna ad essere se stessa, non considero ciò che è accaduto prima un fastidioso preliminare da eliminare: è stato il nostro percorso per arrivare fin lì. Non voglio fotografare qualcuno come se io non esistessi. Voglio fotografarlo sapendo che, per il tempo necessario a fare quella fotografia, esistiamo entrambi.
Forse questo spiega anche perché attribuisco tanta importanza alla scelta preventiva dell'attrezzatura. Posso discutere a lungo di un 65mm rispetto a un 75, di un 105 rispetto a un 135, scegliere un f/1.2 perché voglio che soltanto un occhio rimanga perfettamente inciso mentre il resto del volto si scioglie progressivamente fuori fuoco, decidere quale luce usare, quale macchina, quale resa. Ma tutto questo deve essere risolto prima. Quando comincio a fotografare non voglio più pensarci. Un obiettivo fisso, da questo punto di vista, per me è anche una forma di disciplina: so quale focale ho montato, so come vede e a quale distanza devo stare, non ho bisogno di negoziare continuamente con una ghiera quale fotografia fare. Posso guardare chi ho davanti. La tecnica deve diventare istinto proprio perché tutta l'attenzione possa essere dedicata alla relazione.
È solo apparentemente paradossale che chi ama tanto macchine e obiettivi finisca poi per desiderare di dimenticarsene nel momento più importante. Forse li conosco proprio per questo: per non doverli più guardare quando sto guardando qualcuno. E forse anche per questo mi appartengono poco certi verbi che utilizziamo continuamente parlando di fotografia: prendere una fotografia, catturare un'espressione, rubare un momento. Sono espressioni innocenti, naturalmente, eppure descrivono tutte un movimento nella stessa direzione, dal soggetto verso il fotografo. Io preferisco pensare al ritratto come a qualcosa che, almeno per un istante, viaggia nelle due direzioni.
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Non prendo soltanto, ricevo. E dall'altra parte, consapevolmente o meno, qualcuno dà qualcosa. Una modella mi concede uno sguardo che un secondo prima non aveva, una sconosciuta accetta la mia presenza, un gatto interrompe ciò che sta facendo e mi fissa, una tigre incrocia i miei occhi, un pilota finita la gara passa davanti a me e riceve il mio saluto. Sono situazioni che non hanno quasi nulla in comune, tranne una cosa fondamentale: dall'altra parte c'è qualcuno, non qualcosa.
È questa, probabilmente, la ragione profonda per cui il ritratto rubato mi è così estraneo. Non perché pretenda di condannare chi lo pratica e nemmeno perché ignori quanta grande fotografia sia nata in quel modo. Semplicemente perché io cerco altro: la presenza, il riconoscimento, quella minuscola tensione che nasce quando due esseri viventi si accorgono l'uno dell'altro. Dopo tanti anni di fotografia mi interessa sempre meno stabilire regole universali e sempre di più capire perché continuo a portare una macchina davanti agli occhi. E almeno per il ritratto credo di avere trovato una risposta.
Non fotografo qualcuno per riuscire a portarmi via qualcosa di lui senza essere visto. Voglio esserci. Voglio che, quando è possibile, chi ho davanti sappia che sono lì; voglio poter parlare prima di fotografare e continuare a parlare dopo, osservare una persona mentre lei osserva me, riconoscere il gatto, la tigre e la leonessa come presenze e non come bersagli, continuare a cercare l'uomo persino dentro una monoposto che arriva verso di me sotto la pioggia. La fotografia arriverà: magari sarà tecnicamente perfetta, magari no; magari l'occhio sarà l'unica cosa perfettamente a fuoco e l'espressione durerà un centesimo di secondo. Ma prima deve essere successo qualcos'altro.
Per me un ritratto comincia quando chi sta davanti alla macchina riconosce chi sta dietro. Qualche volta basta uno sguardo. La fotografia viene dopo.
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Anche a 200 km/h, cerco gli occhi
In autodromo tutto sembrerebbe negare ciò che considero essenziale in un ritratto. Il pilota arriva a duecento chilometri all'ora, magari sotto la pioggia, chiuso dentro una monoposto che riempie quasi completamente il fotogramma. Non sa esattamente dove sono, non può cercarmi con lo sguardo e certamente non sta collaborando con me. Eppure, mentre lo seguo nel mirino, io non sto cercando soltanto la macchina: cerco lui. In mezzo al carbonio, agli sponsor, alle ruote e all'acqua nebulizzata dagli pneumatici c'è una piccola fessura, la visiera del casco. È lì che punto istintivamente, perché quella striscia scura rappresenta per me lo sguardo del pilota, la presenza umana dentro una macchina lanciata verso di me. Non importa che i suoi occhi siano appena visibili o che non possano incontrare i miei: so che sono lì e continuo a cercarli. Poi la gara finisce, arriva il giro d'onore, la velocità diminuisce e finalmente le distanze tornano umane. Se passa davanti a me lo saluto. Quel gesto non serve più alla fotografia, perché la fotografia è già nella scheda. Ma completa idealmente la relazione che, almeno da parte mia, era cominciata molto prima, quando a duecento all'ora sotto l'acqua cercavo quella minuscola visiera in mezzo a tutta la macchina.
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