Cartier-Bresson, Doisneau, Sieff e una proposta per i Nikonlander: scegliere una pellicola in bianco e nero, cercare qualche amico e andare a vedere che cosa succede nella propria città
Parigi è probabilmente la città più fotografata del mondo. Proprio per questo sarebbe facile concludere che Henri Cartier-Bresson, Robert Doisneau e Jeanloup Sieff siano stati favoriti dal luogo: boulevard, bistrot, ponti sulla Senna, stazioni, innamorati, bambini nelle strade, nebbia, selciati lucidi di pioggia.
Avevano Parigi. Noi abbiamo il paese in cui abitiamo, la periferia, la piazza davanti al municipio, il mercato del sabato, il bar all’angolo e una rotonda con tre cartelli pubblicitari.
Non è la stessa cosa.
Oppure sì.
Perché Parigi non consegnava automaticamente fotografie a chiunque la attraversasse. Era Cartier-Bresson a riconoscere una geometria dentro il disordine, Doisneau a trasformare un marciapiede in un piccolo teatro umano, Sieff a trovare eleganza, sensualità e ritmo anche nella vita ordinaria. La città forniva gli elementi; lo sguardo stabiliva le relazioni.
La loro lezione, quindi, non consiste nell’andare a Parigi. Consiste nel non considerare troppo comune il luogo in cui viviamo.
Henri Cartier-Bresson: camminare aspettando che tutto trovi il proprio posto
Henri Cartier-Bresson viaggiò per buona parte del mondo, ma continuò sempre a tornare a Parigi. Tra una partenza e l’altra riprese la città, spesso riscoprendola dopo mesi o anni di assenza. L’esposizione Paris Revisited, organizzata dal Musée Carnavalet insieme alla Fondation Henri Cartier-Bresson, ha riunito questo lunghissimo rapporto con la sua città: non una raccolta di monumenti, ma persone, strade, rive della Senna, manifestazioni, lavoro, svago e vita quotidiana.
È interessante che, nel volume dedicato a quella mostra, la formula “istante decisivo” compaia assai meno della parola flâneur: colui che cammina senza una destinazione urgente, osservando ciò che gli succede intorno. Cartier-Bresson non amava essere ridotto al pontefice dell’attimo fortunato. Le sue immagini nascevano da una tensione assai più complessa tra improvvisazione, concentrazione e senso della geometria.
Dietro la Gare Saint-Lazare, nel 1932, un uomo salta sopra una pozzanghera mentre la sua figura ripete quella di un ballerino stampato su un manifesto. Altrove sono scale, rampe, ombre, ringhiere e corpi umani a trovare per una frazione di secondo un ordine che subito dopo non esisterà più.
La piccola Leica gli permetteva di muoversi rapidamente e senza attirare l’attenzione. Ma non era la Leica a mettere ogni cosa al proprio posto. Quella leggerezza gli serviva per restare dentro il flusso della strada, quasi danzando con ciò che accadeva.
Cartier-Bresson considerava particolarmente difficile fotografare il proprio Paese: nei luoghi abituali sappiamo contemporaneamente troppo e troppo poco. Non li guardiamo più davvero perché crediamo di conoscerli.
È precisamente la difficoltà che ci interessa.
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Henri Cartier-Bresson — Rue Mouffetard, Paris, 1954
Robert Doisneau: il marciapiede come piccolo teatro
Robert Doisneau percorreva Parigi, ma soprattutto le periferie nelle quali era nato e cresciuto. Gentilly, Montrouge, Billancourt, Ivry, le fabbriche, le case modeste, i bambini, i lavoratori, i bistrot e il popolo della notte: la sua Parigi non era quella preparata per i visitatori.
Tra un incarico e l’altro continuava a vagare per la città e la banlieue, affascinato da quello che chiamava il suo “piccolo teatro”. Dopo l’incontro con lo scrittore Robert Giraud conobbe ancora meglio il mondo notturno dei bar, di Les Halles, dei vagabondi e dei personaggi ai margini. Nel 1949 pubblicò con Blaise Cendrars La Banlieue de Paris.
Doisneau e Cartier-Bresson erano amici, ma non avevano la stessa idea della fotografia. Il primo era più disposto ad assecondare, suggerire o persino ricostruire una situazione quando questa gli consentiva di esprimere più chiaramente ciò che aveva visto nella realtà. Il celeberrimo Bacio davanti all’Hôtel de Ville, per esempio, non fu il miracolo rubato a due sconosciuti che a lungo si volle immaginare, ma una scena realizzata con due giovani attori.
Questo non diminuisce Doisneau. Ci ricorda invece che la sua fotografia non era una sorveglianza neutrale della strada. Era un racconto fatto di incontri, ironia, compassione, piccoli equivoci e coincidenze cercate. Un mondo reale, ma filtrato dal desiderio di conservarne la parte più tenera, assurda o sorprendente.
Doisneau non aspettava soltanto che qualcosa entrasse nell’inquadratura. Frequentava i luoghi abbastanza a lungo perché le persone smettessero di essere comparse e diventassero personaggi.
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Robert Doisneau — Les Enfants de la place Hébert, 1957
Jeanloup Sieff: entrare nella scena
Jeanloup Sieff apparteneva a una generazione successiva. Cominciò a fotografare negli anni Cinquanta, lavorò per Elle, entrò brevemente in Magnum nel 1958 e passò con naturalezza dal reportage alla moda, dal ritratto al paesaggio, dai corpi alle strade.
Le sue prime fotografie si collocano ancora nella tradizione umanista francese: innamorati, caffè, jazz club fumosi, vita della Rive Gauche. Ma il suo sguardo era già diverso. Dove Cartier-Bresson organizzava e Doisneau raccontava, Sieff sembrava voler entrare fisicamente nella scena.
Il grandangolo, spesso spinto, non gli serviva per mettere tutto dentro l’inquadratura. Gli serviva per ridurre la distanza. Anche nella moda collocava i soggetti molto vicino al piano dell’immagine, ottenendo prospettive dinamiche e una relazione quasi tattile con persone e ambienti. Il suo metodo si fondava sulla vicinanza fisica ed emotiva.
Sieff portava nella strada ciò che avrebbe portato nei suoi ritratti e nella moda: neri profondi, figure allungate, ironia, eleganza, sensualità e un gusto grafico immediatamente riconoscibile.
Non fotografava semplicemente ciò che incontrava. Lo faceva diventare Sieff.
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Jeanloup Sieff — Paris, 1959
Tre fotografi, tre domande
Possiamo dunque uscire portando con noi tre domande molto semplici.
Cartier-Bresson ci chiederebbe: dove sta per nascere un ordine?
Doisneau ci chiederebbe: quale storia stanno recitando queste persone senza saperlo?
Sieff ci chiederebbe: quanto devo avvicinarmi perché questa scena diventi davvero mia?
Non occorre scegliere il maestro preferito e nemmeno tentare di copiarne lo stile. Basta usare queste domande per interrompere il nostro automatismo.
Perché il vero ostacolo non è l’assenza di soggetti. È l’abitudine.
La proposta Nikonland
Facciamo anche noi una passeggiata fotografica. Non necessariamente a Milano, Roma, Venezia o Firenze. Anzi, sarebbe ancora più interessante farla a Gallarate, Cinisello, Voghera, Pordenone, Cuneo o nel più piccolo dei nostri paesi.
Cerchiamo uno, due o tre amici. Scegliamo un giorno, un’ora e un punto dal quale partire. Non serve preparare un itinerario turistico: è sufficiente individuare una zona che possa essere percorsa a piedi per un paio d’ore.
Ciascuno porterà una sola Nikon e, preferibilmente, un solo obiettivo. Il fisso che ama di più oppure uno zoom lasciato deliberatamente su una focale. Niente zaino da spedizione himalayana, niente cambio continuo di corpi e obiettivi, niente ansia di essere equipaggiati per qualsiasi cosa.
Il prerequisito Nikonland sarà uno solo: scegliere con FilmBox una delle nostre pellicole in bianco e nero e usarla per tutta la passeggiata.
Non cambieremo pellicola a ogni angolo e non proveremo dodici interpretazioni dello stesso scatto. La scelta iniziale farà parte del linguaggio dell’uscita. Potremo lavorare in RAW+JPEG, conservando il negativo digitale, ma le fotografie da mostrare dovranno rispettare il carattere della pellicola Nikonland scelta.
FilmBox, in questo caso, non sarà il protagonista. Sarà quello che era la pellicola caricata nella fotocamera prima di uscire: una decisione presa in anticipo, un limite e contemporaneamente un’identità.
Gli amici non dovranno necessariamente camminare sempre affiancati. Ci si potrà separare per qualche minuto, seguire una persona, aspettare che una piazza trovi il proprio equilibrio e poi ritrovarsi poco più avanti. Lo scopo non è formare un plotone di fotografi che assalga lo stesso soggetto da quattro direzioni, ma condividere la scoperta di un luogo.
Alla fine ci si ferma. Un caffè, un aperitivo, una panchina. Si parla di ciò che si è visto, delle occasioni mancate, delle esitazioni, delle cose che uno ha notato e gli altri non hanno nemmeno percepito.
La passeggiata continua anche dopo aver spento la macchina.
Raccontatecela
Non ci interessano soltanto le fotografie migliori. Vorremmo conoscere l’esperienza.
Potete aprire una discussione sul forum oppure pubblicare il racconto nel vostro blog Nikonland. Diteci dove siete andati, con chi, quale Nikon e quale obiettivo avete scelto, quale pellicola in bianco e nero avete caricato con FilmBox e perché.
Mostrateci una selezione ragionata: otto, dieci, al massimo dodici fotografie. Non cento immagini scaricate direttamente dalla scheda. Raccontateci quale situazione vi ha sorpreso, quale vi è sfuggita, se vi siete sentiti a vostro agio nel fotografare le persone, se il luogo che credevate di conoscere vi è apparso diverso.
Non è un concorso e non assegneremo voti. Non occorre tornare con un capolavoro. Lo scopo è uscire, guardare, fotografare e poi trasformare l’esperienza individuale in un racconto utile anche agli altri.
Cartier-Bresson, Doisneau e Sieff non hanno reso grande Parigi fotografando tutti la stessa città. Hanno dimostrato che dentro la stessa città potevano esistere mondi completamente diversi.
Il nostro paese non è troppo piccolo. La nostra periferia non è troppo brutta. La strada sotto casa non è troppo ordinaria.
Forse l’abbiamo soltanto percorsa troppe volte senza una Nikon in mano e senza un amico accanto.
Scegliete una pellicola Nikonland. Cercate qualcuno con cui uscire. Camminate. E poi tornate a raccontarci che cosa avete visto.
Il patto della passeggiata Nikonland
uno, due o tre amici;
una Nikon per ciascuno;
un solo obiettivo o una sola focale;
una pellicola B&W Nikonland scelta con FilmBox;
circa due ore a piedi;
non più di dodici fotografie nel racconto finale;
forum o blog Nikonland per condividere immagini, esperienza e considerazioni.
Nessuna classifica. Nessun premio. Nessuna scusa.
Per approfondire
Il rapporto di Cartier-Bresson con la capitale francese è stato ricostruito dal Musée Carnavalet nella mostra Paris Revisited; l’analisi delle sue passeggiate, della geometria e del ruolo del flâneur è approfondita in questa conversazione con le curatrici Agnès Sire e Anne de Mondenard.
La Fondation Henri Cartier-Bresson descrive il rapporto di Doisneau con Parigi e la banlieue, il suo “piccolo teatro” e la profonda amicizia — accompagnata da una diversa concezione della fotografia — tra i due autori nel profilo Robert Doisneau: du métier à l’œuvre. La cronologia professionale è conservata dall’Atelier Robert Doisneau.
La formazione umanista di Jeanloup Sieff, i primi reportage parigini e il suo metodo fondato sulla vicinanza fisica ed emotiva sono ricostruiti dal Moderna Museet di Stoccolma.
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Cartier-Bresson, Doisneau e Sieff in una passeggiata parigina immaginaria o reale, non lo sappiamo. Elaborazione Nikonland.
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