Dal Sigma 35/1.2 ai Nikkor 300 mm: stessa donna, linguaggi differenti
Mettiamo subito fine a un equivoco: l’85 mm non è la focale da ritratto. È una focale da ritratto. E anche eccellente, naturalmente. Offre una distanza comoda, proporzioni gradevoli, uno sfondo facilmente controllabile e permette al fotografo di continuare a parlare con il soggetto senza ricorrere ai segnali di fumo. Tutto vero. Ma una consuetudine, per quanto sensata, non diventa automaticamente una legge.
Io fotografo spesso le persone con il 300 mm. Non per provocazione, non per dimostrare che posso farlo e nemmeno perché mi sia dimenticato a casa l’85. Lo faccio perché il 300 mm mi permette di costruire un ritratto che con altre focali non potrei ottenere. Mi obbliga a stare lontano, restringe radicalmente ciò che entra nell’inquadratura, trasforma lo spazio e modifica il rapporto fisico fra me e la persona che sto fotografando.
A qualcuno sembrerà una blasfemia. Il 300 mm appartiene allo sport, alla fauna, all’azione lontana. Un volto dovrebbe essere affidato a un 85, un 105 o, volendo esagerare, un 135. Ma gli obiettivi non conoscono il genere fotografico per il quale li abbiamo acquistati. Un 300 mm non sa di essere un supertele e non si rifiuta di fotografare una donna perché non ha piume, casco o pettorale.
La focale non decide se una fotografia sia un ritratto. Decide quale ritratto vogliamo costruire.
Stessa donna, stessa sessione, due mondi
Durante la stessa sessione ho fotografato la stessa modella con la Nikon Z8, prima con il Sigma 35/1.2 e poi con il Nikkor 300/4E PF. Stessa luce, stesso abbigliamento, stesso luogo, stesso fotografo e, per quanto possibile, lo stesso stile. Non è un confronto scientifico e non vuole esserlo. È qualcosa di più utile: il confronto fra fotografie vere, nate mentre stavamo lavorando e non per fotografare una mira.
Con il 35 mm la modella abita la strada. L’asfalto bagnato comincia davanti ai suoi piedi e prosegue alle sue spalle; gli alberi costruiscono la profondità, il cielo si apre sopra di lei, un lampione e gli elementi urbani dichiarano dove ci troviamo. La figura non è separata dal luogo: ne fa parte.
Per ottenere quella figura intera sono a pochi passi da lei. Condividiamo lo stesso spazio e, in qualche misura, la stessa scena. La mia presenza è fisicamente percepibile. Posso parlare a voce bassa, correggere una posizione, avvicinarmi o arretrare rapidamente. Il ritratto nasce dentro una relazione ravvicinata.
Con il 300 mm posso fotografare ancora la figura intera, ma devo arretrare di molti metri. La strada non scompare materialmente: smette però di essere descritta. L’angolo di campo ne seleziona una porzione minuscola, gli alberi sembrano avvicinarsi e ciò che nel 35 mm era un luogo riconoscibile diventa un fondale fatto di toni, masse e luminosità.
La donna è sempre la stessa. La strada è sempre quella. Ma la fotografia ha cambiato argomento.
Con il 35 mm racconto una persona nel mondo. Con il 300 mm sottraggo quasi tutto il mondo per concentrare l’attenzione sulla persona. Nessuno dei due linguaggi è più vero dell’altro. Dicono cose diverse.
La compressione non sta dentro l’obiettivo
Si parla continuamente della “compressione del teleobiettivo”, come se dentro un 300 mm esistesse un congegno capace di schiacciare lo spazio. Non è così.
La prospettiva dipende dalla posizione della fotocamera. Se fotografassi dallo stesso punto con il 35 e con il 300 mm, per poi ingrandire enormemente una piccola porzione dello scatto del 35, la prospettiva sarebbe la stessa. Cambierebbero angolo di campo, risoluzione e qualità dell’immagine, non il rapporto prospettico fra gli elementi.
La cosiddetta compressione nasce perché, per mantenere la stessa dimensione del soggetto nell’inquadratura, con il 300 mm devo allontanarmi. È quella maggiore distanza di ripresa a rendere meno evidenti le differenze relative fra soggetto, sfondo e altri piani della scena.
La focale determina quanto mondo entra nell’inquadratura; la posizione del fotografo determina come quel mondo viene rappresentato.
È una distinzione tutt’altro che accademica. Significa che scegliere una focale non equivale soltanto a decidere quanto ingrandire il soggetto. Significa scegliere da dove fotografarlo. E quindi quale relazione spaziale instaurare con lui.
Anche lo sfocato non può essere ridotto alla solita equazione “focale più lunga uguale minore profondità di campo”. Il Sigma 35/1.2 può cancellare molti dettagli dello sfondo, ma il suo ampio angolo di campo continua a mostrarne la struttura. Il 300/4, pur essendo tre stop meno luminoso, seleziona una porzione molto più piccola del fondale e la riproduce con un ingrandimento differente. Lo sfondo non appare soltanto meno nitido: cambia scala, peso e funzione dentro la fotografia.
Il 300 allontana il fotografo, non necessariamente il ritratto
La prima obiezione all’uso di un 300 mm nel ritratto riguarda la relazione. Se il ritratto è un incontro fra persone, come può funzionare quando il fotografo si trova tanto lontano?
Può funzionare proprio grazie a quella distanza, ma soltanto se la relazione esiste già.
Con un 300 mm non posso sistemare una ciocca di capelli, indicare con precisione la posizione di una mano o continuare a impartire istruzioni ogni due secondi. Spesso devo preparare prima il movimento, spiegare ciò che voglio e poi lasciare che accada. Non posso controllare tutto, e questa perdita di controllo può diventare un vantaggio.
La modella dispone improvvisamente di uno spazio proprio. Può camminare, girarsi, sollevare le braccia, giocare con i capelli, guardare altrove, ridere senza avere una lente a un metro dal viso. Non deve reagire continuamente alla presenza fisica del fotografo. La macchina resta visibile, naturalmente, ma smette di occupare tutto il suo campo psicologico.
Molte delle fotografie di questa serie nascono proprio nei passaggi fra una posa e l’altra. Un sorriso che si apre, un movimento troppo ampio per essere stato costruito, i capelli portati dal vento, uno sguardo che per un istante non cerca più la fotocamera. Il 300 mm consente di raccogliere questi momenti senza interromperli con la propria vicinanza.
Ma non basta nascondersi dietro un supertele per ottenere spontaneità. Senza rapporto, la distanza diventa estraneità; nel caso peggiore, semplice osservazione furtiva. Si possono produrre immagini formalmente belle, perfettamente nitide e completamente vuote.
La relazione deve essere costruita prima. Solo allora la distanza può trasformarsi in libertà.
Con il 35 mm il fotografo entra nello spazio del soggetto. Con il 300 lascia al soggetto uno spazio tutto suo.
Il piccolo 300: Nikon Z8 e Nikkor 300/4E PF
Il Nikkor 300/4E PF ha cambiato concretamente il modo in cui si può utilizzare questa focale. È corto, relativamente leggero, stabilizzato e non richiede l’atteggiamento solenne normalmente associato a un supertele. Montato sulla Z8 si può portare e usare come un normale teleobiettivo, spostandosi rapidamente e reagendo a ciò che accade.
Questa agilità si vede nelle fotografie. Il 300 non è limitato al primo piano immobile contro uno sfondo indistinto. Posso passare dal volto strettissimo alla mezza figura, fino alla figura intera. Posso seguire la modella mentre cammina, si gira, alza le braccia o gioca sotto una pioggia leggera. Il soggetto rimane isolato, ma non immobilizzato.
L’apertura massima di f/4 non rappresenta un limite reale. Alle distanze richieste dal 300 mm e con uno sfondo sufficientemente lontano, la separazione è già ampia. Soprattutto, non mi interessa necessariamente cancellare ogni cosa dietro il soggetto. Lo sfondo deve smettere di disturbare, non cessare di esistere.
Anche nella figura intera il 300/4 PF conserva un carattere preciso. Il corpo non viene proiettato contro il paesaggio come accade con il 35 mm; sembra piuttosto ritagliato dentro uno spazio che ha perduto le sue coordinate più evidenti. La scena rimane reale, ma non pretende più di essere descritta.
È il supertele che posso usare senza trasformare ogni sessione in una spedizione.
Il grande 300: Nikon D6 e Nikkor 300/2.8 AF-D
Il Nikkor 300/2.8 AF-D appartiene a un’altra epoca e a un altro modo di lavorare. È grande, pesante e inequivocabile. Montato sulla D6 forma un insieme che non si porta distrattamente e non si maneggia come un 85 mm.
La sua massa modifica inevitabilmente il ritmo del fotografo. Mi muovo meno, scelgo con maggiore attenzione la posizione, aspetto che il soggetto entri nell’inquadratura che ho preparato. Non significa fotografare più lentamente in senso assoluto, ma farlo in modo più deliberato.
Il vantaggio non si riduce al diaframma f/2.8. Certamente la grande apertura permette una separazione poderosa e offre un margine ulteriore quando la luce diminuisce. Ma ciò che conta è il modo in cui l’obiettivo ordina i piani e restituisce le transizioni fra fuoco e fuori fuoco. Il soggetto acquista una presenza quasi fisica, mentre ciò che lo circonda si dispone come una scenografia.
Con la D6 e il 300/2.8 ho potuto lavorare attraverso le foglie, utilizzare zone di luce irregolare, cercare primi piani, mezze figure e inquadrature più ampie. Nelle immagini in bianco e nero la luce dura non viene addomesticata: diventa parte della costruzione, attraversa capelli, spalle e mani, separando la figura dal fondo senza bisogno di renderlo completamente informe.
Non avrebbe senso trasformare queste fotografie in una gara fra 300/4 PF e 300/2.8 AF-D. Cambiano fotocamera, condizioni, peso, apertura e soprattutto atteggiamento operativo. Non voglio sapere quale dei due sia “migliore”. Mi interessa che entrambi consentano di usare la stessa focale con due disposizioni differenti.
Il PF invita a inseguire il momento. Il 300/2.8 obbliga più spesso ad aspettarlo.
Quello che il 300 chiede in cambio
Naturalmente non ci sono soltanto vantaggi. Il 300 mm pretende spazio. Per una figura intera occorre arretrare molto più di quanto si immagini, e non tutti i luoghi lo consentono. In un ambiente affollato qualcuno finirà facilmente fra fotografo e soggetto. Comunicare diventa più difficile e ogni cambiamento importante deve essere concordato prima.
Anche la composizione richiede attenzione. L’angolo di campo ristretto permette di eliminare molti elementi, ma rende decisiva la scelta di quella piccola porzione di sfondo che resterà. Uno spostamento laterale del fotografo può cambiare completamente ciò che appare dietro il volto. Non basta aprire il diaframma e confidare che tutto si dissolva.
La focale fissa impone inoltre di muoversi. Se il soggetto viene verso di me, non posso semplicemente ruotare una ghiera per conservare l’inquadratura. Devo arretrare, modificare il taglio o accettare che la fotografia diventi diversa da quella prevista.
Con il 300/2.8 si aggiungono peso e ingombro. Con il 300/4 PF il problema è molto ridotto, ma la distanza rimane. In entrambi i casi bisogna sapere perché si sta scegliendo quella focale. Usare il 300 soltanto per ottenere “più sfocato” sarebbe una ragione piuttosto povera.
L’85 mm è innocente
Non c’è alcun bisogno di processare l’85 mm. Continua a essere uno degli strumenti più equilibrati e versatili per il ritratto. Permette di mantenere un rapporto diretto con il soggetto, controllare facilmente la scena e ottenere proporzioni naturali senza richiedere spazi enormi.
Il problema nasce quando una buona soluzione diventa l’unica soluzione autorizzata.
Un 35 mm può essere una focale da ritratto perché include la persona nel suo ambiente e rende percepibile la presenza del fotografo. Un 50 mm può mantenere una naturale continuità fra occhio e scena. Un 85 o un 105 possono trovare un equilibrio quasi ideale fra vicinanza e separazione. Un 135 comincia a sottrarre il contesto. Un 300 può ridurlo a pura materia visiva e concedere al soggetto una libertà di movimento impensabile a distanza ravvicinata.
Dire che ogni focale è una focale da ritratto non significa sostenere che siano tutte intercambiabili. Significa esattamente il contrario: ognuna costruisce un rapporto diverso fra fotografo, persona e spazio.
Viltrox 85/2 EVO su Nikon Zr
La focale è una scelta narrativa prima ancora che ottica.
Con il 35 mm condivido la stessa strada della modella. Con il 300 mm rimango abbastanza lontano da permetterle di occupare la scena senza di me. In entrambi i casi la fotografia comincia quando davanti all’obiettivo smetto di vedere una posa e incontro una persona.
Io non fotografo un volto con il 300 mm nonostante sia un 300 mm. Lo fotografo con il 300 proprio perché, qualche volta, la distanza è ciò che mi permette di vederlo meglio.
La distanza fra la fotocamera e il soggetto si misura in metri. Quella fra due persone, fortunatamente, no.
Stessa Nikon Z8, stessa modella, stessa sessione e la stessa luce. Con il Sigma 35/1.2 entro nello spazio del soggetto e lascio che anche il luogo partecipi al ritratto. Con il 300 mm mi allontano, restringo l’angolo di campo e trasformo quello stesso luogo in materia grafica. Non cambia il genere fotografico: cambia il modo di raccontarlo.
Recommended Comments