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La mia Nikon D6 e un paio di Nikkor AF di trenta anni fa, fotografati con una Nikon Zr e il Nikkor Z 24-105mm f/4-7.1
La radiografia di una parte della mia storia Nikon. Non è nostalgia: è continuità.
Non per fedeltà cieca, ma perché questo sistema continua a essere il mio modo di fotografare
Ho appena scritto che il mercato cresce e Nikon arretra. Non ritiro una sola parola. Nikon è lenta, prevedibile, troppo spesso incapace di trasformare il proprio patrimonio tecnologico in idee nuove. Difende le vendite con gli sconti, lascia trascorrere mesi senza proporre una direzione riconoscibile e sembra confidare nella pazienza di chi è già dentro il sistema. Non è la condotta di un’azienda che vuole riconquistare il terreno perduto. È quella di un’azienda che cerca di perdere quota più lentamente.
Eppure domani, per fotografare, prenderò ancora una Nikon.
Non per abitudine. Non perché non conosca le alternative. Non perché mi manchi ciò che serve per passare dall’altra parte. Resto perché, nonostante Nikon, il sistema Nikon continua a coincidere con il mio modo di vedere, fotografare e lavorare. Questa non è una giustificazione offerta all’azienda. È la spiegazione di una scelta personale che continuo a compiere a occhi aperti.
La fotografia che apre questo articolo è stata fatta con una Nikon Zr e il vituperato Nikkor Z 24-105mm f/4-7.1. Davanti all’obiettivo ci sono una professionale Nikon e due monumenti dell’epoca AF-D, il 28mm f/1.4 e l’85mm f/1.4. La Nikon più recente e un obiettivo accusato di essere troppo modesto fotografano una parte importante della mia storia. Il giovane sta dietro la macchina; gli anziani sono davanti. Non è un reliquiario. È un ritratto di famiglia.
Quell’immagine contiene già quasi tutta la risposta. Il 24-105 non ha il prestigio dei due fissi che sta fotografando, non ha la loro luminosità e probabilmente non avrà mai la loro leggenda. Ma ha fatto esattamente la fotografia che mi serviva. Per me il valore di un obiettivo non finisce quando Nikon ne interrompe la produzione e non comincia quando una scheda tecnica gli attribuisce un primato. Finisce quando non mi aiuta più a realizzare le immagini che ho in mente. Tutto il resto è collezionismo, commercio o conversazione da bar.
Io non pratico il culto dell’oggetto raro. Cerco il valore fotografico reale. Ed è proprio qui che Nikon, nonostante tutto, continua a trattenermi.
Le mie pellicole sono dentro la macchina
La prima ragione, oggi, non è la Z9. Non è un superteleobiettivo e non è nemmeno il glorioso nome inciso sul pentaprisma di una vecchia reflex. Sono le Pellicole digitali Nikonland.
Può sembrare paradossale che una delle mie motivazioni principali per restare Nikon sia qualcosa che Nikon non ha creato. In realtà è perfettamente coerente. Nikon ha costruito lo strumento; noi lo abbiamo reso nostro. Attraverso i Picture Control, il bianco e nero, le curve, il colore e le nuove possibilità offerte dalle fotocamere compatibili, abbiamo sviluppato interpretazioni che non cercano di imitare superficialmente una confezione Kodak o Fujifilm. Cercano di restituire un carattere all’immagine prima che questa venga consegnata al computer.
Kodachrome 64, Portra, T-Max, Panatomic-X, Carbon Noir e tutte le altre Pellicole digitali Nikonland non sono filtri applicati per rendere più graziosa una fotografia mediocre. Sono decisioni. Costringono a immaginare prima il risultato, a scegliere il linguaggio con cui guardare la scena e ad assumersene la responsabilità mentre si fotografa. Perché la fotografia nasce nel mirino. Se nasce davanti al monitor, spesso è già diventata qualcos’altro.
Con queste pellicole una Nikon non è più soltanto una Nikon. Diventa la mia Nikon. Una fotocamera Sony potrebbe offrirmi un sensore equivalente o migliore, un autofocus più evoluto, una raffica più rapida o una funzione che Nikon introdurrà con due anni di ritardo. Ma non conterrebbe il lavoro che abbiamo costruito attorno al colore, al contrasto, ai mezzitoni e alla resa che voglio vedere già nel mirino. Potrei ricominciare, naturalmente. Tutto si può ricostruire. Ma non avrei migliorato la mia fotografia: avrei soltanto cambiato l’ambiente nel quale la faccio nascere.
Nikonland ha trasformato una possibilità tecnica in una cultura fotografica. È una delle poche vere idee nuove che oggi sento di avere tra le mani quando prendo una fotocamera. E il fatto che questa idea sia venuta dagli utenti, più che dall’azienda, dovrebbe far riflettere Nikon molto più di una classifica di vendita.
Le macchine delle quali mi fido
Poi ci sono i corpi. La D6 e la Z9 appartengono a due epoche tecnologiche quasi opposte: la prima conclude la storia della reflex professionale, la seconda elimina perfino l’otturatore meccanico. Eppure, quando le impugno, riconosco la stessa intenzione. Non sono state costruite per sedurre in vetrina né per vincere un confronto di specifiche destinato a durare fino alla presentazione successiva. Sono state costruite per lavorare.
Il loro peso ha una ragione, i comandi hanno un posto, la risposta non richiede interpretazioni. Posso usarle a lungo, rapidamente, in condizioni nelle quali non voglio domandarmi se la fotocamera farà ciò che le ho chiesto. Lo farà. Questa fiducia non compare nei grafici di laboratorio e non si misura con il numero dei soggetti riconosciuti dall’intelligenza artificiale. Si forma quando una macchina continua a rispondere dopo decine di migliaia di fotografie e quando la mano trova un pulsante prima ancora che la mente ne pronunci il nome.
L’ergonomia non è la disposizione teoricamente corretta dei comandi. È memoria fisica. Dopo molti anni una Nikon professionale non è più un oggetto che tengo in mano: è il punto nel quale la mano incontra la fotografia. Posso apprezzare la tecnologia di altri sistemi, e spesso la apprezzo senza riserve, ma non devo confondere l’ammirazione con l’intimità. Una fotocamera può essere più avanzata e restarmi estranea. Un’altra può avere una funzione in meno e scomparire mentre fotografo.
Questo non significa che ogni Nikon sia perfetta. Alcune sono inutilmente complicate, altre nascono con limitazioni incomprensibili, altre ancora sembrano segmentate dal reparto marketing più che progettate per un fotografo. La Zr stessa è un prodotto anomalo, rivolto soprattutto al video, e il 24-105 non è certo l’obiettivo con cui Nikon riscriverà la propria storia. Ma quella coppia ha prodotto la fotografia in copertina senza chiedermi altro. Gli strumenti non devono sempre emozionarmi quando li compro. Devono permettermi di fare fotografie quando li uso.
Un patrimonio ottico che non appartiene a un solo tempo
Il mio sistema Nikon non coincide con il catalogo Nikon del 2026. Sarebbe una definizione troppo povera. Comprende obiettivi costruiti dagli anni Sessanta a oggi, Nikkor che portano con sé epoche e idee diverse, ottiche autofocus che il mercato considera superate e che continuano a produrre immagini impossibili da confondere con quelle di qualunque zoom contemporaneo. Comprende il 105mm f/2.5, il 105mm f/2 DC, il 28mm f/1.4D e l’85mm f/1.4D; comprende i moderni Nikkor Z, dalla razionalità assoluta del 24-120mm f/4 S all’esuberanza del 50mm f/1.2 S, del Plena e dei grandi teleobiettivi.
Ma comprende anche Sigma, Tamron, Viltrox e tutto ciò che, con intelligenza e senza pregiudizi, può entrare nel sistema e aggiungergli una voce. Il Sigma 105mm f/1.4 Art non diventa meno importante perché non porta il marchio Nikkor. Un obiettivo nato per Sony E non perde dignità perché raggiunge una Nikon attraverso un adattatore. Il mio corredo non è un recinto difeso dalla purezza del sangue. È una famiglia allargata nella quale resta soltanto chi sa fare bene il proprio lavoro.
È questo il parco ottiche “mostruoso” al quale non intendo rinunciare con leggerezza: non la somma dei pezzi posseduti, ma la quantità di possibilità espressive che ciascuno di essi rappresenta. Ogni obiettivo importante mi propone un modo diverso di stare davanti al soggetto. Alcuni sono precisi, altri sensuali, altri ancora possiedono difetti che il progetto moderno cancellerebbe insieme al loro carattere. Non scelgo un 105mm, un 28mm o un 180mm perché devo coprire una focale. Lo scelgo perché so quale fotografia mi permetterà di fare.
Cambiare sistema non significherebbe soltanto sostituire un attacco con un altro. Significherebbe ricostruire questa geografia, decidere quali strade abbandonare e quali tentare di replicare. Potrei farlo. Ma finché Nikon mi consente di attraversare epoche diverse senza interrompere il discorso, non vedo perché dovrei distruggere una lingua che conosco per dimostrare a un consiglio di amministrazione che sono contrariato.
Non si cambia sistema per punire un’azienda. Si cambia quando il sistema impedisce di fare le fotografie che abbiamo in mente. Il mio, oggi, non me lo impedisce.
Dal 1983 non è trascorso soltanto del tempo
Nell’estate del 1983 comprai a Varese, da Soldano, il fratello di Gigi, la mia prima Nikon importante. Era una FA nera. Venivo dalla FM2, una macchina essenziale, quasi severa. La FA sembrava arrivare da un futuro nel quale Nikon poteva introdurre tecnologia senza rinunciare alla propria identità. Non sapevo che quarant’anni dopo avrei considerato ancora quell’acquisto come l’inizio di una storia.
Oggi possiedo due FA, una nera e una silver, e due Zf, ancora una nera e una silver. Non è una simmetria costruita per il gusto di mettere quattro macchine in fila. La Zf non è per me una decorazione rétro e non è la copia digitale della FM2 che tanti hanno voluto vedere. È molto più vicina alla FA: una fotocamera dall’aspetto tradizionale dentro la quale Nikon ha concentrato la tecnologia del proprio tempo. Tra quelle quattro macchine non vedo una citazione estetica. Vedo una parentela.
In quarantatré anni sono cambiati i supporti, gli innesti, i motori autofocus, i sensori, i mirini e perfino il rumore dello scatto. È cambiata Nikon e sono cambiato io. Ma non abbiamo ricominciato ogni volta da zero. Un gesto imparato con una macchina è passato alla successiva; un obiettivo è sopravvissuto al corpo per il quale era stato acquistato; un modo di esporre, mettere a fuoco o aspettare il momento è diventato istinto. Questa è la consanguineità che sento con l’ecosistema Nikon. Non è una caratteristica tecnica e non può essere trasferita con un aggiornamento firmware.
Dire che amo il marchio non significa amare l’azienda in ogni sua decisione. Un marchio non è il suo attuale consiglio di amministrazione, non è una trimestrale e non è una campagna cashback. È ciò che si deposita nella vita delle persone attraverso gli strumenti che hanno usato. La storia di Nikon appartiene a Nikon. La parte che è entrata nelle mie fotografie appartiene a me.
Per questo posso essere durissimo con l’azienda senza sentirmi incoerente. Anzi, lo sono proprio perché conosco ciò che Nikon è stata capace di fare. Chi non ha alcun legame può limitarsi a cambiare marchio e dimenticarsene. Chi ha attraversato quarantatré anni con Nikon ha il diritto di chiedere che non venga dissipato per inerzia un patrimonio costruito da generazioni di progettisti, fotografi e clienti.
La fedeltà non consiste nel tacere. Il silenzio, semmai, è indifferenza.
Dall’altra parte c’è Sony
Non parlo di Sony come di un nemico. Sarebbe infantile e, soprattutto, tecnicamente insostenibile. Sony ha costruito il sistema mirrorless più vasto, ha aperto il proprio innesto, ha favorito un ecosistema che oggi comprende quasi tutto ciò che un fotografo può desiderare e ha mantenuto una velocità industriale che Nikon non sembra più in grado di sostenere. Molti degli obiettivi più interessanti che uso o che vorrei usare nascono già con attacco Sony E. Attraverso gli adattatori sono entrati in casa mia e lavorano sulle mie Nikon. Il confine, ormai, è più sottile di quanto si voglia ammettere.
Ho già abbastanza materiale proveniente da quel mondo perché il passaggio non richieda un atto di fede. Basterebbe aggiungere il corpo giusto. Conosco i vantaggi, conosco le differenze e non avrei bisogno di raccontarmi che Sony “non fa fotografie” per giustificare la mia permanenza. Le fa, naturalmente, e le fa benissimo. Ho scritto che Sony non deve comprare Nikon: le basta acquisire i suoi clienti. Io potrei essere uno di quelli.
Non lo sono ancora per una ragione molto semplice: passare oggi a Sony risolverebbe la mia irritazione verso Nikon, non un mio problema fotografico.
Le Nikon che possiedo funzionano, mi assecondano e mi permettono di produrre le immagini che voglio. Le Pellicole digitali Nikonland hanno dato loro un linguaggio personale. La D6 e la Z9 mi offrono una fiducia che non ho necessità di rimettere in discussione. Gli obiettivi che ho scelto formano un patrimonio espressivo che continua a crescere anche oltre i confini del catalogo Nikkor. Cambiare per protesta sarebbe un gesto da consumatore offeso, non una decisione da fotografo.
Ma Nikon non dovrebbe trovare conforto in queste parole. Il fatto che io possa attraversare il confine con relativa facilità è precisamente il pericolo. Ogni nuovo obiettivo FE che uso su Nikon, ogni nuova funzione che osservo arrivare prima altrove, ogni mese trascorso senza una proposta convincente riduce la distanza. Non devo più vendere tutto e ricominciare. Devo soltanto decidere che è arrivato il momento.
Sony non mi spaventa. Mi infastidisce che Nikon continui a darmi ragioni per prenderla in considerazione.
Resto, ma non aspetto
Resto Nikon perché fotografare, per me, non è compilare una classifica. È il risultato di una relazione lunga tra occhio, mano, strumenti e memoria. In questa relazione Nikon continua a funzionare. Non come simbolo di superiorità e nemmeno come appartenenza da esibire, ma come ambiente nel quale riesco ancora a pensare direttamente per immagini.
Resto perché ho una storia, ma non vivo di storia. Resto per la FA del 1983 e per la Z9, per il 105mm f/2.5 e per gli obiettivi che ancora non esistono, per la D6 e per una Zr con un 24-105 che, senza alcuna pretesa, fanno ancora la fotografia giusta. Resto per ciò che Nikon ha costruito e per ciò che noi abbiamo saputo costruire usando Nikon.
Non resto per difendere le sue scelte scellerate. Non accetto che la prudenza venga usata come sinonimo di immobilità, che gli sconti sostituiscano le idee e che la fedeltà della base installata sia trattata come una rendita inesauribile. Non mi interessa ricevere un altro cashback su una macchina che avrei comunque comprato. Voglio vedere una direzione. Voglio prodotti capaci di attirare chi oggi non possiede Nikon, non soltanto varianti destinate a chi è già convinto. Voglio riconoscere nell’azienda la stessa volontà di superarsi che chiede ai fotografi nelle proprie campagne pubblicitarie.
Le nostre Nikon e i nostri Nikkor non smetteranno di funzionare perché Nikon perde quote di mercato. Ma un sistema non vive soltanto del presente. Vive delle persone che vi entreranno, degli obiettivi che gli indipendenti decideranno di produrre, delle idee che renderanno desiderabile il prossimo corpo e della fiducia che esisterà ancora qualcosa dopo. Se Nikon continuerà a proteggere l’esistente senza costruire il futuro, potremo usare felicemente ciò che possediamo mentre il sistema diventa progressivamente meno importante per tutti gli altri.
Quel giorno la storia personale non basterà più. Non perché sarà diventata meno vera, ma perché nessuna storia può obbligare un fotografo a rinunciare al futuro.
Io non resto perché Nikon lo meriti per diritto acquisito. Resto perché ciò che ho costruito intorno a Nikon continua a meritare la mia fiducia. Ma la fedeltà non è un obbligo che il cliente deve al marchio. È il marchio che deve continuare a meritare la scelta del cliente.
Nikon arretra. Io resto. Ma non resterò fermo ad aspettarla.
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