Prima di cominciare: cambiamo per un momento mestiere
Questo non è un articolo speculativo, non anticipa un’acquisizione della quale avremmo avuto misteriosamente notizia e non cerca facili allarmismi intorno al futuro di Nikon. Non abbiamo informazioni riservate, non conosciamo le intenzioni di EssilorLuxottica e non sappiamo se qualcuno stia realmente studiando un’operazione sul capitale della società.
Non è nemmeno l’ennesimo titolo catastrofista costruito per raccogliere qualche clic annunciando la prossima morte di Nikon. Di morti imminenti ne sono state pronosticate abbastanza e, almeno per il momento, Nikon è ancora qui.
Per leggere questo articolo bisogna invece compiere un piccolo esercizio di immedesimazione. Dimentichiamo di essere fotografi, mettiamo da parte le nostre Nikon, smettiamo di preoccuparci degli obiettivi che vorremmo e immaginiamo di lavorare nel reparto fusioni e acquisizioni di una grande banca d’affari internazionale. Un nostro cliente dispone di molto capitale e ci ha incaricati di cercare nel mondo società sottovalutate, proprietarie di tecnologie difficilmente riproducibili e potenzialmente più redditizie sotto un’altra guida, dopo una ristrutturazione o attraverso la separazione delle loro diverse attività.
Non proviamo affetto per Nikon. Non ci interessa la F, la Z9, il 105mm f/2.5 e nemmeno il futuro della fotografia. Non collezioniamo vecchi Nikkor e non ci emoziona il suono dell’otturatore di una F3.
Abbiamo davanti bilanci, partecipazioni, brevetti, posizione finanziaria, valore di Borsa e possibili sinergie industriali. Perseguiamo soltanto l’interesse economico del nostro cliente e, naturalmente, la commissione che la banca incasserebbe portando a termine l’operazione.
Scorrendo l’elenco delle aziende possibili, ci capita sotto gli occhi Nikon: un marchio conosciuto in tutto il mondo, un secolo di competenze ottiche e industriali, attività nella fotografia, nel cinema, nella litografia, nella metrologia, nella medicina e nella manifattura avanzata; tecnologie strategiche, un azionariato frammentato, minore forza finanziaria rispetto al passato e una capitalizzazione di Borsa sorprendentemente modesta.
Inoltre, un grande gruppo straniero ne possiede già il 18,53%.
A questo punto non stiamo dicendo che Nikon verrà acquistata.
Ci stiamo domandando perché, nei panni di quella banca d’affari, non dovremmo proporre l'investimento ad uno dei nostri migliori clienti, uno di quelli che ha la liquidità sufficiente per comperarsi non Nikon, ma un intero stato europeo ...
Nel futuro immaginato da Nikon, uomini e macchine lavoreranno felicemente insieme. Robot collaborativi, sistemi ottici, intelligenza artificiale e operatori sorridenti produrranno una società più ricca, efficiente e armoniosa. È la visione offerta dai piani industriali dell’azienda per il 2030: rassicurante, inclusiva, tecnologicamente ottimista e abbastanza generica da poter essere utilizzata, cambiando il logo, da quasi ogni grande società industriale del mondo.
Manca però un personaggio.
L’azionista.
Non sappiamo chi controllerà Nikon nel 2030, chi ne stabilirà le priorità, quali attività considererà strategiche e quali invece sacrificabili. Non sappiamo nemmeno se Nikon arriverà a quella data conservando l’autonomia necessaria per decidere da sola che cosa diventare.
Non è una previsione catastrofica e non nasce da qualche rumor giapponese tradotto male. Nasce da un numero pubblicato dalla stessa Nikon: al 31 marzo 2026 EssilorLuxottica possedeva il 18,53% del capitale ed era, con ampio margine, il principale azionista industriale della società. Aveva già ricevuto dal governo giapponese l’autorizzazione a salire fino al 20%.
Mentre Nikon illustrava il proprio futuro con uomini e macchine al lavoro insieme, qualcuno ne comprava quasi un quinto.
Grande per la storia, piccola per la finanza
Per un fotografo Nikon è un gigante. Il marchio porta con sé oltre un secolo di storia, imprese scientifiche e industriali, guerre, esplorazioni, missioni spaziali, fotogiornalismo, microscopia, metrologia, litografia e alcune delle fotocamere e degli obiettivi più importanti mai costruiti.
La Borsa non si commuove davanti a tutto questo.
Nell’agosto 2026 il valore di mercato dell’intera Nikon oscilla intorno ai quattro miliardi di dollari. Un’acquisizione richiederebbe naturalmente un premio sul prezzo delle azioni, dovrebbe tenere conto della posizione finanziaria, dei debiti, delle attività e degli inevitabili vincoli politici. Ma la dimensione dell’operazione resterebbe perfettamente accessibile a molti grandi gruppi internazionali.
Nikon è più grande di Sigma e Tamron. Non è grande nel mondo in cui Microsoft può spendere quasi settanta miliardi di dollari per Activision Blizzard, Broadcom oltre sessanta per VMware e le operazioni industriali vengono ormai misurate in decine di miliardi di dollari, non in miliardi di yen.
Il paradosso è che Nikon potrebbe valere sul mercato molto meno delle competenze necessarie per ricostruirla da zero. Un eventuale compratore non acquisterebbe soltanto il marchio giallo, le Z9 e gli obiettivi Nikkor. Acquisterebbe ottica di precisione, litografia, metrologia, microscopia, imaging medicale, sistemi industriali, manifattura additiva, RED, brevetti, stabilimenti, tecnici e rapporti consolidati con settori strategici e governativi.
Un secolo di conoscenze che non può essere ordinato da un fornitore né sviluppato in qualche trimestre.
È proprio la distanza tra valore finanziario e valore tecnologico a rendere Nikon vulnerabile. Non è una società priva di patrimonio. È una società il cui patrimonio potrebbe fare gola a chi dispone del capitale che a Nikon comincia a mancare.
Mitsubishi non verrà necessariamente in soccorso
Per buona parte della propria storia Nikon ha potuto contare sull’appartenenza alla galassia Mitsubishi. Non si trattava di una controllante nel senso occidentale del termine, ma di una rete di partecipazioni, banche, rapporti industriali, forniture e solidarietà tra società che rendeva difficile immaginare una Nikon davvero sola.
Quel mondo si è progressivamente dissolto.
Nikon conserva il legame storico con il gruppo Mitsubishi e MUFG Bank compare ancora tra i suoi azionisti, ma possiede appena il 2,13% del capitale. Non esiste più un azionista Mitsubishi in grado di esercitare il controllo, né appare evidente un interesse strategico del gruppo a mobilitare capitali per difendere Nikon da un pretendente esterno. Il principale azionista industriale non è Mitsubishi, ma EssilorLuxottica con il 18,53%. La composizione ufficiale dell’azionariato è pubblicata da Nikon.
Naturalmente il sistema giapponese conserva relazioni meno visibili delle sole partecipazioni azionarie. Banche, istituzioni e governo possono ancora intervenire, favorire una soluzione domestica o scoraggiare un acquirente straniero. Ma affidarsi alla memoria del vecchio keiretsu sarebbe ingenuo. Mitsubishi non possiede più Nikon, non la controlla e non ha manifestato alcuna intenzione di tornare a farlo.
Il cavaliere bianco potrebbe anche presentarsi. Non è detto che porti ancora i tre diamanti sullo scudo.
I barbari non aspettano più alla frontiera
Per decenni l’idea che una grande società giapponese potesse essere acquistata da uno straniero è sembrata quasi un’assurdità culturale prima ancora che finanziaria. Le partecipazioni incrociate, le banche di riferimento, la diffidenza verso le offerte ostili, il ruolo dei ministeri e una concezione quasi familiare dell’impresa costruivano attorno alle aziende nazionali una barriera più efficace di molte leggi.
Ma i tabù durano finché il mondo accetta di rispettarli.
Il tentativo della canadese Couche-Tard di acquistare Seven & i, proprietaria di 7-Eleven, ha mostrato che perfino uno dei simboli più riconoscibili dell’economia e della vita quotidiana giapponese può diventare l’oggetto di un’offerta straniera da oltre quaranta miliardi di dollari. L’operazione non è arrivata a compimento, ma la sua importanza sta nel fatto che sia stata concepita, finanziata e discussa seriamente. Non era una fantasia di Borsa: sarebbe stata la più grande acquisizione straniera di un’azienda giapponese. Il tentativo si è concluso nel 2025 dopo quasi un anno di trattative e resistenze.
Toshiba, altro nome che per decenni sarebbe sembrato intoccabile, è stata ritirata dalla Borsa e acquisita da un consorzio guidato da un fondo. Sharp è finita sotto il controllo della taiwanese Foxconn. Nissan ha dovuto cercare alleanze che soltanto pochi anni prima sarebbero apparse politicamente e culturalmente indigeste. Il Giappone continua a proteggere i propri interessi strategici, ma non può più fingere che ogni impresa storica sia automaticamente immortale e inalienabile.
Nel frattempo sono arrivati i nuovi barbari. Non necessariamente rozzi e non necessariamente stranieri: fondi sovrani, private equity, gruppi tecnologici, piattaforme digitali e conglomerati capaci di mobilitare in poche settimane capitali superiori al valore di interi settori industriali giapponesi.
E poi è tornato Donald Trump, ricordando al Giappone e all’Europa che persino alleanze politiche considerate permanenti possono essere rinegoziate attraverso dazi, minacce, sussidi e accordi imposti dalla forza relativa delle parti. Nel rapporto commerciale concluso con Washington, il Giappone ha accettato un tetto tariffario del 15% e un pacchetto di prestiti e investimenti negli Stati Uniti da 550 miliardi di dollari. Nel 2026 Tokyo era ancora costretta a chiedere che gli Stati Uniti rispettassero i termini concordati.
In questo mondo, il prestigio storico non costituisce una difesa e la cortesia istituzionale non garantisce reciprocità. Se l’America può ridefinire unilateralmente le regole commerciali, la Cina può sovvenzionare intere filiere e i grandi gruppi possono acquistare aziende con capitali superiori al prodotto interno lordo di piccoli Stati, il Giappone non può più proteggere indefinitamente ogni campione nazionale soltanto perché appartiene alla propria storia.
Può proteggere le tecnologie davvero strategiche. Non necessariamente le società che le possiedono nella forma in cui esistono oggi.
Proteggere la tecnologia non significa proteggere Nikon
Nikon è classificata dal governo giapponese tra le aziende importanti per la sicurezza nazionale, a causa delle sue attività nella litografia, nei sistemi di precisione e in altre tecnologie sensibili. Questo rende un’acquisizione straniera più complessa, sottoposta al controllo previsto dal Foreign Exchange and Foreign Trade Act. Nel 2026 il Giappone ha inoltre rafforzato la normativa, estendendo l’esame anche a operazioni indirette e introducendo un coordinamento interministeriale paragonato, con qualche approssimazione, al CFIUS americano. Le nuove disposizioni ampliano sensibilmente i poteri di controllo.
Ma da questo non deriva che il governo debba preservare Nikon nella sua interezza.
Lo Stato potrebbe considerare indispensabili alcune competenze, alcuni brevetti, determinati stabilimenti e la continuità delle forniture militari o litografiche, senza ritenere altrettanto indispensabile che fotografia, microscopia, RED, manifattura additiva e strumenti di precisione continuino a vivere sotto la stessa ragione sociale.
La divisione Precision Equipment, che comprende i sistemi per litografia di semiconduttori e display, potrebbe essere ceduta o incorporata in un altro grande gruppo giapponese, preservandone tecnologia, personale e controllo nazionale. Le attività legate alla difesa potrebbero essere isolate e protette. Il settore fotografico potrebbe seguire un’altra strada. La manifattura additiva potrebbe essere venduta, ristrutturata o affidata a un partner.
Il governo difenderebbe così ciò che giudica strategico senza dover necessariamente difendere Nikon.
È una distinzione sgradevole per chi identifica la società con un organismo unitario, ma perfettamente normale per chi osserva un conglomerato attraverso la logica degli asset. Un’azienda può scomparire e le sue tecnologie continuare a essere considerate nazionali. Può essere smembrata proprio con la motivazione di proteggerne le parti importanti.
Ma quanto è ancora strategica la litografia Nikon?
Per molti anni la presenza di Nikon nella produzione di apparecchiature litografiche sarebbe bastata da sola a renderne impensabile la cessione. Senza litografia non esistono semiconduttori e senza semiconduttori non esiste industria avanzata. Il ragionamento resta valido, ma la posizione di Nikon all’interno di quella filiera è cambiata profondamente.
ASML possiede il monopolio mondiale dei sistemi EUV necessari alla produzione dei chip più avanzati e domina anche la fascia superiore della litografia DUV. Nikon continua a produrre sistemi importanti, soprattutto per processi meno estremi, applicazioni mature e particolari esigenze industriali, ma non detta più la direzione tecnologica del settore. In testa alla corsa c’è ASML; Nikon cerca spazi nei quali le proprie competenze possano ancora produrre valore senza affrontare frontalmente un concorrente diventato immensamente più grande.
Contemporaneamente la Cina investe somme enormi per ridurre la dipendenza dalle tecnologie occidentali. I produttori cinesi non sono ancora in grado di sostituire ASML nella litografia avanzata, ma stanno crescendo rapidamente in incisione, deposizione, pulizia, metrologia e apparecchiature per nodi maturi. Samsung e SK Hynix hanno già cominciato a valutare strumenti cinesi come protezione contro l’inasprimento dei controlli statunitensi sulle esportazioni. Secondo fonti raccolte da Reuters, aziende come AMEC, Naura e ACM stanno guadagnando credibilità e spazio nella filiera.
Nikon rischia quindi di trovarsi stretta tra un monopolista europeo tecnologicamente irraggiungibile e una nuova industria cinese sostenuta da capitali pubblici, mercato interno e urgenza geopolitica.
La domanda insolente diventa inevitabile: la litografia Nikon è ancora tanto strategica da proteggere Nikon, oppure è diventata abbastanza strategica da essere separata da Nikon e affidata a qualcuno più forte?
Un grande gruppo giapponese potrebbe assorbirla senza compromettere la sicurezza nazionale. Canon rappresenterebbe l’ipotesi più evidente ma anche la più problematica sul piano della concorrenza. Tokyo Electron, Hitachi High-Tech o un consorzio sostenuto da istituzioni e fondi domestici potrebbero offrire altre soluzioni, almeno teoriche. Non stiamo indicando un compratore: osserviamo semplicemente che la tecnologia potrebbe sopravvivere alla società che oggi la possiede.
EssilorLuxottica non ha bisogno delle fotocamere Nikon
La presenza di EssilorLuxottica rende lo scenario ancora più concreto. Il gruppo franco-italiano non avrebbe motivo di acquistare Nikon per diventare il terzo produttore mondiale di mirrorless. Il mercato fotografico è maturo, costoso e combattuto. Ma potrebbe essere fortemente interessato alle conoscenze che collegano ottica, sensori, miniaturizzazione, metrologia, imaging medicale e produzione di precisione.
EssilorLuxottica controlla un’enorme parte del mercato mondiale dell’occhialeria, possiede Ray-Ban e collabora con Meta allo sviluppo degli smart glasses. Il futuro degli occhiali non riguarda più soltanto la correzione della vista: comprende acquisizione di immagini, proiezione, sensori, realtà aumentata, assistenza visiva, diagnostica e interazione con sistemi intelligenti. Nikon possiede molte delle competenze necessarie per quel futuro.
Le due società collaborano nel settore delle lenti oftalmiche fin dal 2000. EssilorLuxottica non è comparsa improvvisamente nel registro degli azionisti: conosce Nikon, ne conosce le tecnologie e ha costruito progressivamente una partecipazione che al marzo 2026 ha raggiunto il 18,53%.
Potrebbe fermarsi al 20% e mantenere una partecipazione strategica non di controllo. Potrebbe chiedere maggiore influenza sulla gestione. Potrebbe attendere una crisi, una svalutazione o la necessità di nuovo capitale. Potrebbe favorire la separazione delle attività che le interessano da quelle che non desidera. Oppure potrebbe, un giorno, chiedere l’autorizzazione a salire oltre.
Non sappiamo che cosa farà. Sappiamo che è già nella stanza.
Sony sarebbe il compratore più spettacolare, non il più logico
Sony potrebbe acquistare Nikon senza particolare difficoltà finanziaria. Possiede sensori, fotocamere, cinema, intrattenimento, elettronica e una capacità di investimento incomparabilmente superiore. Unendo Sony Imaging, RED e Nikon nascerebbe un sistema professionale impressionante.
Proprio per questo l’operazione sarebbe difficile.
Sony è già uno dei due maggiori produttori di fotocamere mirrorless e il principale fornitore mondiale di sensori d’immagine. L’acquisizione di Nikon ridurrebbe la concorrenza nel mercato fotografico, concentrerebbe ulteriormente la filiera e attirerebbe l’attenzione delle autorità antitrust. Sony dovrebbe inoltre assorbire attività industriali lontane dal proprio centro strategico e sottoposte a vincoli governativi.
Soprattutto, Sony non ha bisogno di comprare Nikon. Può venderle sensori, competere con le sue fotocamere e lasciarle il rischio finanziario dei sistemi litografici, della manifattura additiva e delle altre attività problematiche.
La soluzione giapponese, se mai arrivasse, potrebbe essere diversa: non Sony che compra tutta Nikon, ma più soggetti che ne raccolgono le parti. L’imaging a un gruppo, la Precision Equipment a un altro, le attività medicali o industriali a un terzo. Il marchio potrebbe sopravvivere sulle fotocamere anche se Nikon, come azienda autonoma, avesse cessato di esistere.
È accaduto a marchi che sembravano altrettanto eterni.
Nikon non è immobile. Forse si sta muovendo nella direzione sbagliata
Sarebbe ingiusto descrivere Nikon come un’azienda incapace di prendere iniziative. Ha acquistato RED, è entrata nella manifattura additiva con SLM Solutions, ha investito nella robotica, nella visione industriale e nella produzione avanzata. Non è rimasta seduta ad aspettare la contrazione del mercato fotografico.
Ma queste operazioni hanno consumato capitale e aumentato il rischio proprio mentre alcune attività non producevano i risultati sperati. Nikon è entrata in una posizione di debito finanziario netto per la prima volta in sedici anni. La manifattura digitale ha generato perdite e svalutazioni pesantissime. Dopo SLM e RED, la stessa società ha dichiarato di avere sospeso le grandi acquisizioni per concentrarsi sull’integrazione e sulla disciplina finanziaria. Il rapporto sul piano industriale riconosce il deterioramento delle prestazioni e la necessità di maggiore rigore nell’allocazione del capitale.
Nikon ha dunque mostrato coraggio nello spendere, ma non sempre altrettanta chiarezza nello scegliere.
La società che esita davanti a un obiettivo fotografico originale ha investito somme enormi in una manifattura additiva che continua a perdere denaro. Ha comprato RED, operazione molto più coerente con le proprie competenze, ma deve ancora dimostrare di saper trasformare quell’acquisizione in un ecosistema capace di contendere seriamente il cinema digitale ai protagonisti esistenti.
Il problema non è la mancanza assoluta di iniziativa. È l’assenza di una direzione abbastanza riconoscibile da tenere insieme tutte queste iniziative.
Ottica, fotocamere, cinema, litografia, microscopia, salute, robotica e stampa tridimensionale possono costituire una grande piattaforma tecnologica. Oppure possono essere un insieme di attività che un futuro proprietario troverà più conveniente separare.
Il controllo può cambiare senza che arrivi un’OPA
Continuiamo a immaginare le acquisizioni come assalti improvvisi: un compratore ostile, un’offerta pubblica, il consiglio di amministrazione riunito nella notte e i giornali davanti alla sede centrale. Ma il controllo di una società può cambiare molto prima che qualcuno possieda il 51%.
In un azionariato frammentato, una partecipazione vicina al 20% attribuisce già un’influenza enorme. Permette di condizionare le decisioni più importanti, dialogare con gli investitori istituzionali, chiedere posti in consiglio, sostenere o contrastare operazioni straordinarie e presentarsi come interlocutore inevitabile in qualsiasi ristrutturazione.
EssilorLuxottica non ha bisogno di acquistare domani il restante 80% per diventare determinante nel futuro di Nikon. Potrebbe esserlo già.
Se i risultati peggiorassero, il debito aumentasse o una delle attività richiedesse nuovi capitali, la posizione del primo azionista diventerebbe ancora più forte. A quel punto una ricapitalizzazione, una joint venture, una cessione o una divisione societaria potrebbero modificare l’equilibrio senza che nessuno annunci formalmente la fine dell’indipendenza.
Nikon continuerebbe a esistere. Il logo sarebbe sempre giallo. Le fotocamere continuerebbero a chiamarsi Nikon. Ma qualcun altro potrebbe avere già cominciato a decidere che cosa Nikon debba essere.
Il 2030 non è abbastanza lontano
Nei piani aziendali il 2030 viene rappresentato come un futuro remoto, uno spazio astratto nel quale collocare tecnologie sostenibili, operatori sorridenti e macchine collaborative. In realtà mancano meno di quattro anni.
Quattro anni fa Nikon non possedeva RED, EssilorLuxottica non controllava quasi un quinto della società, la manifattura additiva non aveva ancora prodotto le sue grandi svalutazioni e un’offerta straniera da oltre quaranta miliardi per 7-Eleven sarebbe sembrata quasi inconcepibile.
Quattro anni sono sufficienti per cambiare tutto.
Il piano Nikon parla di come uomini e macchine lavoreranno insieme, ma non chiarisce quale attività debba costituire il centro irrinunciabile dell’azienda. Non identifica una tecnologia capace di garantire da sola l’indipendenza del gruppo. Non spiega perché fotografia, cinema, litografia, microscopia e manifattura additiva debbano necessariamente restare unite. E soprattutto non dice chi finanzierà la trasformazione se i risultati continueranno a indebolirsi.
Questa è la parte ingenua della visione Nikon 2030. Non l’ottimismo tecnologico, ma la convinzione implicita che Nikon sarà ancora lì, sostanzialmente uguale a se stessa e libera di scegliere.
Le aziende non possiedono un diritto naturale all’indipendenza. Devono guadagnarsela attraverso risultati, capitale, innovazione e una strategia che renda più prezioso mantenerle unite che smontarle.
Il pericolo non è essere comprati. È diventare comprabili
Non sappiamo se Nikon verrà acquisita da EssilorLuxottica, da un gruppo giapponese, da un consorzio finanziario o da nessuno. Non sappiamo se il governo permetterebbe il passaggio del controllo a uno straniero e quali condizioni imporrebbe. Non sappiamo nemmeno se il principale azionista desideri realmente andare oltre il 20%.
Ma sappiamo che Nikon vale sul mercato una cifra modesta rispetto alle proprie competenze, ha perso la protezione sostanziale della vecchia galassia Mitsubishi, dispone di minore libertà finanziaria, opera in settori sottoposti alla pressione congiunta di ASML e della Cina e ha già un azionista industriale straniero vicino al 20%.
Sono fatti. Lo scenario viene dopo.
Il pericolo non è che domani qualcuno bussi alla porta di Nikon con un assegno. È che la società continui a perdere iniziativa, identità e capacità di produrre valore fino a rendere l’acquisizione la soluzione più razionale anche agli occhi di chi oggi vorrebbe difenderne l’indipendenza.
A quel punto il Giappone potrebbe proteggere la litografia affidandola a un altro gruppo nazionale. EssilorLuxottica potrebbe integrare le tecnologie ottiche e medicali. RED potrebbe trovare una collocazione differente. Il settore fotografico potrebbe essere conservato come marchio, ceduto o trasformato in una società più piccola.
Tutti i pezzi continuerebbero a esistere.
Soltanto Nikon non esisterebbe più.
E mentre nel disegno del 2030 uomini e macchine continuerebbero a lavorare allegramente insieme, fuori dall’inquadratura qualcun altro avrebbe già comprato la fabbrica.
«Ma a noi che importa di chi possiede Nikon?»
Al fotografo potrebbe sembrare indifferente chi controlli Nikon. Finché escono nuove fotocamere, gli obiettivi continuano a funzionare e l’assistenza ripara ciò che si rompe, che il principale azionista sia Mitsubishi, EssilorLuxottica o un fondo internazionale parrebbe una questione riservata agli analisti finanziari.
Non è così.
Chi possiede Nikon decide quali prodotti devono essere sviluppati, quali stabilimenti mantenere, quanto investire nella ricerca, per quanto tempo garantire assistenza e ricambi, se aprire l’innesto Z ad altri produttori e quali settori meritino ancora di esistere. Decide se il prossimo progetto sarà un 105mm da ritratto, un visore per occhiali intelligenti, una cinepresa RED oppure una macchina litografica. E decide soprattutto se la fotografia debba restare il cuore visibile di Nikon o diventare una piccola attività da conservare finché produce margini sufficienti.
Un nuovo proprietario potrebbe portare capitali, capacità industriale e quella determinazione che oggi sembra mancare. Non è detto che un’acquisizione rappresenti necessariamente una rovina. Potrebbe persino restituire slancio al sistema Z. Ma potrebbe anche concludere che sviluppare fotocamere sia meno redditizio che utilizzare brevetti, vetri, sensori e progettisti Nikon in altri mercati.
Il marchio potrebbe sopravvivere in entrambi i casi. Continuare a leggere “Nikon” sul pentaprisma o sul frontale di una Z non garantirebbe però che dietro quel nome esistano ancora la stessa cultura, la medesima continuità progettuale e la volontà di costruire un sistema fotografico completo.
Per questo ci interessa sapere chi possiede Nikon. Non perché abbiamo acquistato le sue azioni, ma perché abbiamo acquistato le sue fotocamere, i suoi obiettivi e, insieme a loro, la fiducia che qualcuno continuerà a svilupparli.
Noi non possediamo Nikon.
Ma chi possiede Nikon, in una certa misura, possiede anche il futuro di tutto ciò che abbiamo nelle nostre borse.
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