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MTF ufficiali e Imatest, uno la continuazione dell'altro

Abbiamo parlato in un recente articolo di cosa sia l'MTF e come leggere i grafici ufficiali messi a disposizione dalle case produttrici.

che simulano in modo sintetico la risposta (generalmente a tutta apertura) dei loro obiettivi, omogeneizzando i risultati con l'intento di renderli confrontabili.

Non sono misure universali anche se si basano in genere sulle stesse mire ottiche. Sigma, ad esempio usa un sensore Foveon full-frame "fuori serie", non disponibile in commercio, rendendo lontano dalle prestazione reali con le fotocamere di tutti i giorni, quando rappresentato.

C'è una fonte diversa però che permette valutazioni diverse ma giocoforza legate alla relazione diretta con la fotocamera utilizzata per le misure.
Sono gli Imatest, strumento commerciale (costoso) a disposizione del mercato.

In questo articolo vorremmo estendere i concetti del precedente, mettendo a confronto l'MTF ufficiale con quello Imatest che legge tutti i diaframmi.

w=936.avif

questo è l'MTF Nikon del Nikkor F 105/1.4E, obiettivo molto particolare.
Come indicato nel riquadro stesso è valutato ad f/1.4

ChatGPT Image 2 ago 2026, 08_00_23.png

questo è invece il risultato dei punteggi degli Imatest diaframma per diaframma, presumiamo con un sensore da 24 megapixel (con uno da 36 o da 45 avremmo numeri più alti, probabilmente).

La sintesi l'abbiamo cercata di rappresentare in questo diagramma :

ChatGPT Image 2 ago 2026, 08_10_51.png

Un MTF non basta

Perché un grafico non racconta tutta la vita di un obiettivo

Negli ultimi anni i grafici MTF sono diventati quasi un linguaggio universale. Ogni nuovo obiettivo viene accolto da una pioggia di commenti ancora prima che le prime fotografie siano pubblicate e, molto spesso, il giudizio sembra già scritto osservando quattro semplici curve colorate. È un fenomeno curioso. Da un lato dimostra quanto il fotografo moderno sia interessato a comprendere gli aspetti tecnici delle ottiche; dall'altro rischia di attribuire a quei grafici un significato che essi, da soli, non hanno mai avuto.

Nel precedente articolo abbiamo cercato di imparare a leggere un MTF senza timori reverenziali. Abbiamo visto che cosa rappresentano le curve sagittali e meridionali, perché le frequenze spaziali raccontano aspetti diversi della qualità ottica e come un grafico possa già suggerire il carattere di un obiettivo molto prima di averlo montato sulla fotocamera.

Ma un MTF, per sua natura, è una fotografia istantanea.

È il ritratto di un progetto in una precisa condizione di lavoro. Come ogni fotografia, può essere molto fedele e molto significativa, ma non racconta tutto ciò che accade prima e dopo quell'istante.

Un obiettivo, invece, non vive fermo in un solo momento della sua esistenza. Cambia comportamento ogni volta che ruotiamo la ghiera del diaframma. Le aberrazioni diminuiscono, il contrasto cresce, la risoluzione raggiunge un massimo, poi lentamente interviene la diffrazione e l'intero equilibrio ricomincia a modificarsi. Il fotografo attraversa questa evoluzione continuamente, spesso senza rendersene conto.

Esiste quindi una seconda storia, molto meno conosciuta della prima.

È la storia raccontata dalle misure sperimentali eseguite a tutti i diaframmi, come quelle ottenute con sistemi di analisi quali Imatest. Non sostituiscono gli MTF ufficiali, né pretendono di farlo. Rispondono semplicemente a una domanda diversa.

L'MTF del costruttore chiede:

"Quanto è valido questo progetto nel momento più difficile della sua vita?"

Le misure sperimentali chiedono invece:

"Come si comporterà realmente questo obiettivo durante tutta la sua vita fotografica?"

Sono due punti di osservazione diversi dello stesso fenomeno. Soltanto mettendoli uno accanto all'altro si ottiene un quadro veramente completo.

Il ritratto e il film

Per comprendere perché Nikon, Canon, Sony e gli altri costruttori pubblichino gli MTF esclusivamente a tutta apertura occorre mettersi, almeno per un momento, nei panni del progettista ottico.

Quando un obiettivo nasce sul tavolo di progettazione, la prima domanda non riguarda il comportamento a f/4 o a f/8. Quei diaframmi rappresentano condizioni relativamente favorevoli, nelle quali una parte delle aberrazioni viene naturalmente ridotta dalla limitazione del fascio luminoso. La vera sfida consiste nel far funzionare lo schema ottico quando il diaframma è completamente aperto, cioè nel momento in cui ogni elemento della lente viene utilizzato fino al suo diametro massimo.

È questa la ragione per cui i grafici ufficiali vengono quasi sempre pubblicati alla massima apertura disponibile.

In quella condizione l'obiettivo affronta il suo esame più severo. Se il contrasto rimane elevato, se le curve sagittali e meridionali restano vicine, se il decadimento verso i bordi è contenuto, significa che il progetto possiede solide fondamenta. Chiudendo il diaframma, nella maggior parte dei casi, le prestazioni potranno soltanto migliorare.

L'MTF ufficiale non nasce quindi come una previsione del comportamento dell'obiettivo durante tutta la sua vita operativa. Nasce come una dichiarazione di qualità del progetto. È il documento con cui il progettista presenta il proprio lavoro ai colleghi e, indirettamente, anche ai fotografi.

Da questo punto di vista il grafico MTF possiede un pregio straordinario: rende possibile confrontare obiettivi diversi in modo estremamente rapido. Due 50 mm, due 85 mm o due 400 mm possono essere messi uno accanto all'altro e le differenze progettuali emergono quasi immediatamente. Un grafico privilegerà il contrasto, un altro la risoluzione, un terzo mostrerà un migliore controllo dell'astigmatismo. Nessuna fotografia potrebbe fornire, con la stessa immediatezza, una sintesi altrettanto efficace.

Proprio questa semplicità, tuttavia, può diventare un limite se si dimentica quale domanda il grafico stia realmente affrontando. L'MTF non racconta come useremo quell'obiettivo nei mesi o negli anni successivi. Racconta soltanto come il progetto affronta il momento più difficile della propria esistenza.

Ed è qui che comincia una seconda storia, meno conosciuta ma altrettanto importante per chi fotografa davvero.

Tutto quello che il grafico ufficiale non può raccontare

Un obiettivo fotografico non è un oggetto statico. Ogni volta che ruotiamo la ghiera del diaframma ne modifichiamo il comportamento, talvolta in maniera evidente, altre volte con sfumature che soltanto un'analisi accurata è in grado di mettere in luce. È una realtà che tutti sperimentiamo sul campo, anche senza esserne pienamente consapevoli.

Il grafico MTF ufficiale, tuttavia, rimane immutabile. Qualunque sia il diaframma al quale scatteremo le nostre fotografie, quelle quattro curve continueranno a rappresentare esclusivamente il comportamento dell'obiettivo a tutta apertura.

Non si tratta di una dimenticanza, né di una scelta arbitraria. È semplicemente la conseguenza della filosofia con cui quel grafico è stato concepito.

Il progettista vuole mostrare il punto di partenza, non l'intero percorso.

Per il fotografo, però, quel percorso è spesso altrettanto interessante del punto di partenza.

Immaginiamo un luminoso 85 mm f/1.4. A tutta apertura potrebbe presentare una lieve aberrazione sferica residua, una leggera caduta di contrasto agli angoli o una modesta separazione tra le curve sagittali e meridionali. Chiudendo il diaframma a f/2 o f/2.8, molte di queste caratteristiche cambiano rapidamente. Il contrasto aumenta, la nitidezza diventa più uniforme, le aberrazioni si riducono. Ancora uno o due diaframmi e l'obiettivo raggiunge il proprio equilibrio ottimale. Continuando a chiudere, però, entra in gioco un nuovo protagonista, ben noto ai lettori del precedente articolo: la diffrazione. Da quel momento la qualità non cresce più, ma comincia lentamente a diminuire.

Questa evoluzione costituisce, in un certo senso, la biografia dell'obiettivo.

Alcune ottiche raggiungono il massimo rendimento già a f/2. Altre continuano a migliorare fino a f/4 o f/5,6. Alcune mantengono prestazioni molto elevate anche a diaframmi relativamente chiusi, altre iniziano a risentire della diffrazione con maggiore anticipo. Ogni progetto segue una propria traiettoria e proprio questa traiettoria contribuisce a definirne il carattere.

Nulla di tutto questo compare nel grafico MTF ufficiale.

Non perché il grafico sia incompleto, ma perché non è stato progettato per raccontare questa storia.

È un po' come osservare il progetto di un'automobile. Dal disegno tecnico possiamo intuire l'efficienza dell'aerodinamica, la distribuzione delle masse, la raffinatezza delle sospensioni. Ma non sapremo mai come quella vettura reagirà dopo mille chilometri di autostrada, su una strada di montagna o sotto un acquazzone. Per scoprirlo occorre metterla in movimento.

Anche gli obiettivi, in fondo, devono essere messi in movimento. Non nello spazio, ma lungo la scala dei diaframmi.

È proprio qui che entrano in gioco le misure sperimentali.

A differenza dell'MTF teorico, esse non si limitano a fotografare il comportamento dell'obiettivo in un unico istante. Ne seguono l'evoluzione, registrando come cambino contrasto e risoluzione dal diaframma completamente aperto fino alle aperture più chiuse. Non descrivono soltanto un progetto: raccontano il modo in cui quel progetto si comporta nella pratica.

È una differenza sottile, ma fondamentale.

L'MTF ufficiale ci dice quanto è promettente un obiettivo.

Le misure eseguite a tutti i diaframmi ci mostrano come quella promessa si realizzi durante l'uso reale.

Le due prospettive non sono alternative. Si completano a vicenda, proprio come una carta topografica e il viaggio che essa permette di compiere. La prima ci aiuta a scegliere la strada; il secondo ci racconta ciò che abbiamo realmente incontrato lungo il cammino.

Dal progetto al comportamento reale

L'avvento dei moderni sistemi di misura ha profondamente cambiato il modo di analizzare un obiettivo fotografico. Fino a non molti anni fa il fotografo disponeva essenzialmente delle prove pratiche, di qualche test pubblicato sulle riviste specializzate e, naturalmente, delle impressioni maturate sul campo. Oggi strumenti come Imatest, sfruttando sensori ad altissima risoluzione e procedure di misura rigorosamente ripetibili, consentono di osservare il comportamento di un obiettivo con una precisione impensabile soltanto una generazione fa.

Il loro contributo, tuttavia, non consiste semplicemente nel fornire un numero.

La vera novità è un'altra.

Per la prima volta possiamo seguire l'intera evoluzione dell'obiettivo lungo tutta la scala dei diaframmi.

È un approccio completamente diverso rispetto a quello adottato dagli MTF ufficiali.

Immaginiamo di rappresentare le prestazioni di un obiettivo mediante una sola fotografia. È esattamente ciò che fa il grafico pubblicato dal costruttore: sceglie il momento più impegnativo, la massima apertura, e lo descrive con grande ricchezza di informazioni.

Imatest, invece, realizza una sorta di film.

Ogni fotogramma corrisponde a un diaframma diverso. Mettendo insieme tutti questi fotogrammi si osserva il modo in cui il contrasto cresce, le aberrazioni si riducono, il rendimento raggiunge il suo massimo e, infine, la diffrazione prende lentamente il sopravvento.

Questa rappresentazione dinamica possiede un grande pregio. Permette di capire non soltanto quanto un obiettivo sia buono, ma come lo diventi.

Alcuni progetti sorprendono già alla massima apertura e migliorano soltanto marginalmente chiudendo di uno stop. Altri compiono invece un'evoluzione molto più marcata, raggiungendo il loro equilibrio ideale soltanto a diaframmi intermedi. Nessuno dei due comportamenti è necessariamente migliore dell'altro. Sono semplicemente filosofie progettuali differenti.

È importante, però, non attribuire a queste misure un significato che non possiedono.

Anche il miglior sistema di analisi continua a misurare un esemplare reale. Per quanto accurata possa essere la produzione industriale, esistono sempre piccole tolleranze di assemblaggio, differenze di centratura e inevitabili variazioni tra un obiettivo e l'altro. I risultati ottenuti descrivono quindi il comportamento di quello specifico esemplare, non una verità assoluta valida per ogni copia prodotta.

Gli MTF teorici e le misure sperimentali partono dunque da presupposti differenti.

Il primo descrive ciò che il progettista si aspetta dal proprio schema ottico.

Il secondo racconta ciò che un obiettivo realmente costruito è in grado di offrire.

Quando i due risultati coincidono nelle tendenze fondamentali, il fotografo può trarre una conclusione estremamente rassicurante. Significa che il progetto non è rimasto soltanto sulla carta, ma è stato tradotto con successo in un prodotto industriale.

È probabilmente questo il modo più corretto di utilizzare entrambe le fonti di informazione.

L'MTF ufficiale ci aiuta a comprendere le intenzioni del progettista.

Le misure sperimentali verificano quanto fedelmente quelle intenzioni siano state trasformate in realtà.

Non esiste, quindi, un grafico "più vero" dell'altro.

Esistono due strumenti che osservano lo stesso obiettivo da prospettive differenti e che, proprio per questo, diventano molto più utili quando vengono letti insieme.

È una distinzione che può sembrare sottile, ma cambia profondamente il modo di interpretare una prova ottica. Il fotografo non è più costretto a scegliere quale grafico credere. Può utilizzare entrambi, sapendo che ciascuno illumina un aspetto diverso dello stesso progetto.

A questo punto, però, la teoria lascia il posto alla pratica.

Per capire quanto queste due letture possano completarsi a vicenda conviene osservare un caso reale, mettendo uno accanto all'altro il grafico MTF ufficiale e le misure eseguite sullo stesso obiettivo lungo tutta la scala dei diaframmi.

Il Nikkor 105mm f/1.4E ED costituisce un esempio quasi ideale.

Il caso del NIKKOR 105mm f/1.4E ED

Le considerazioni sviluppate fin qui potrebbero sembrare puramente teoriche se non trovassero conferma in un esempio concreto. Il NIKKOR 105mm f/1.4E ED rappresenta, da questo punto di vista, un caso quasi didattico. Da una parte disponiamo del grafico MTF ufficiale pubblicato da Nikon, dall'altra di una serie di misure sperimentali eseguite con metodologia Imatest lungo tutta la scala dei diaframmi. Osservarli insieme permette di comprendere quanto le due rappresentazioni siano complementari.

Il grafico Nikon ci presenta innanzitutto un progetto estremamente ambizioso. Le curve a 10 linee per millimetro rimangono molto elevate fino a gran parte del fotogramma, segno di un contrasto già eccellente a tutta apertura. Anche le curve a 30 linee per millimetro mostrano un comportamento di alto livello, con una lieve flessione soltanto negli ultimi millimetri del campo. È il ritratto di un obiettivo progettato per offrire prestazioni eccezionali già a f/1.4, senza chiedere al fotografo di chiudere il diaframma per ottenere immagini convincenti.

Se ci fermassimo qui, sapremmo già molto del progetto. Sapremmo che Nikon ha privilegiato un elevato contrasto, una buona uniformità del campo e un controllo accurato delle principali aberrazioni. Ma non sapremmo ancora come questo comportamento evolverà nel corso dell'utilizzo reale.

È qui che entra in scena il secondo grafico.

Le misure Imatest mostrano infatti un'evoluzione estremamente regolare. Il centro dell'immagine parte già da valori molto elevati a tutta apertura, cresce ancora leggermente fino a raggiungere il proprio massimo attorno a f/4 e rimane praticamente stabile fino a f/5.6. La zona intermedia segue un andamento molto simile, mentre gli angoli migliorano in maniera ancora più evidente nei primi due o tre diaframmi, segno che una parte delle aberrazioni residue viene progressivamente soppressa dalla chiusura dell'apertura.

È interessante osservare come il grafico non presenti improvvisi salti di qualità. Non esiste un diaframma "miracoloso" che trasformi improvvisamente il 105 mm in un obiettivo diverso. L'incremento delle prestazioni è graduale, coerente e perfettamente prevedibile. È il comportamento tipico di un progetto molto equilibrato, nel quale le qualità fondamentali sono già presenti a tutta apertura e vengono semplicemente rifinite man mano che il fascio luminoso si restringe.

Superata la soglia di f/5.6, il grafico racconta una storia altrettanto istruttiva. Le tre curve iniziano lentamente a convergere verso il basso. Non è il segnale di un peggioramento del progetto, ma la comparsa di un nuovo fenomeno fisico: la diffrazione. Lo stesso limite che abbiamo approfondito nell'articolo precedente torna a manifestarsi esattamente nel punto previsto dalla teoria. Da quel momento in poi non sono più le aberrazioni a determinare la qualità dell'immagine, ma la natura ondulatoria della luce.

Osservando i due grafici uno accanto all'altro si comprende quindi che essi non descrivono aspetti differenti dello stesso obiettivo, ma momenti differenti della sua vita.

L'MTF Nikon ci mostra il progetto nel suo istante più impegnativo, quando tutte le aberrazioni sono ancora pienamente presenti e l'obiettivo deve dimostrare il proprio valore senza alcun aiuto da parte del diaframma.

Il grafico Imatest ci accompagna invece durante tutta l'evoluzione successiva. Ci mostra come quel progetto maturi, raggiunga il proprio equilibrio e, infine, incontri il limite imposto dalla diffrazione.

La differenza è sostanziale.

Il primo grafico ci aiuta a scegliere un obiettivo.

Il secondo ci insegna a conoscerlo.

Ed è forse proprio questa la ragione per cui molti fotografi rimangono sorpresi quando osservano per la prima volta una serie completa di misure eseguite ai diversi diaframmi. Non scoprono che l'MTF Nikon fosse sbagliato. Scoprono semplicemente che esiste una seconda storia, altrettanto interessante, che il grafico ufficiale non aveva alcuna intenzione di raccontare.

Due grafici, una sola fotografia

Se dovessimo individuare un vincitore tra il grafico MTF pubblicato dal costruttore e una serie completa di misure eseguite ai diversi diaframmi, probabilmente staremmo ponendo la domanda sbagliata.

I due grafici non competono tra loro.

Semplicemente osservano lo stesso obiettivo da due prospettive differenti.

Il primo appartiene al progettista.

È il momento in cui un'idea prende forma. Le curve raccontano quanto sia stato raggiunto l'obiettivo prefissato, quali compromessi siano stati accettati e quale equilibrio si sia cercato tra contrasto, risoluzione, uniformità del campo e controllo delle aberrazioni. È, in un certo senso, la carta d'identità dello schema ottico.

Il secondo appartiene invece al fotografo.

Non descrive più ciò che l'obiettivo potrebbe fare, ma ciò che realmente fa ogni volta che il diaframma viene aperto o chiuso. È il racconto di una lunga trasformazione, nella quale ogni apertura modifica leggermente il carattere dell'immagine fino a raggiungere un equilibrio che, inevitabilmente, verrà poi limitato dalla diffrazione.

Le due letture non si escludono.

Anzi, acquistano significato proprio quando vengono osservate insieme.

L'MTF ufficiale permette di intuire il carattere di un obiettivo ancora prima di averlo visto. Le misure sperimentali aiutano invece a comprenderne il comportamento durante l'utilizzo quotidiano. Il primo suggerisce ciò che possiamo aspettarci. Il secondo ci mostra come quelle aspettative si traducano nella pratica.

Esiste tuttavia una terza dimensione che nessuno dei due riesce a descrivere.

Nessun grafico misura la delicatezza con cui un volto emerge dallo sfondo. Nessuna curva racconta la naturalezza della transizione tra il piano di fuoco e il fuori fuoco, la qualità dello sfocato, la resa della luce in controluce, il modo in cui un obiettivo interpreta il colore o restituisce la profondità di una scena.

Sono aspetti che continuano ad appartenere esclusivamente alla fotografia.

È forse questa la ragione per cui alcuni obiettivi diventano memorabili pur non possedendo i grafici più spettacolari, mentre altri, impeccabili dal punto di vista della misura, faticano a lasciare un ricordo altrettanto profondo.

I grafici rappresentano uno strumento straordinario. Ci aiutano a comprendere, a confrontare, a scegliere con maggiore consapevolezza. Sarebbe un errore ignorarli.

Sarebbe però un errore ancora più grande dimenticare che essi descrivono soltanto ciò che può essere misurato.

La fotografia, fortunatamente, continua un passo più avanti.

Quando il fotografo porta l'occhio al mirino, nessuna curva lo accompagna. Rimangono soltanto la luce, il soggetto e la sensibilità di chi osserva. Tutto il lavoro degli ingegneri, tutta la precisione delle misure e tutta la raffinatezza del progetto ottico hanno un unico scopo: permettere che quel momento avvenga nel miglior modo possibile.

È in quell'istante che il grafico smette di essere protagonista.

E torna a esserlo la fotografia.

La terza storia

L'MTF ufficiale descrive il progetto. Le misure sperimentali raccontano il comportamento dell'obiettivo durante tutta la scala dei diaframmi. Potrebbe sembrare che, mettendo insieme queste due informazioni, non rimanga più nulla da scoprire.

In realtà esiste una terza dimensione che nessun banco ottico è in grado di misurare. È quella che appartiene all'esperienza fotografica: la naturalezza dello sfocato, la progressione tra fuoco e fuori fuoco, la resa della luce in controluce, il colore, la sensazione di tridimensionalità, quella particolare "firma" che rende immediatamente riconoscibile un obiettivo anche quando due modelli ottengono risultati molto simili nelle prove di laboratorio.

È il motivo per cui alcuni obiettivi entrano nella storia della fotografia pur senza possedere i grafici più impressionanti, mentre altri, impeccabili dal punto di vista della misura, faticano a lasciare lo stesso ricordo.

I grafici aiutano a scegliere un obiettivo con maggiore consapevolezza. Le fotografie insegnano a conoscerlo. Soltanto l'esperienza permette, infine, di capire se quello strumento è davvero diventato il nostro modo di vedere il mondo.

Che cos'è Imatest?

Imatest è uno dei più diffusi sistemi professionali per la misura delle prestazioni ottiche e dei sensori digitali. Nato negli Stati Uniti all'inizio degli anni Duemila, viene oggi utilizzato da laboratori indipendenti, costruttori di fotocamere, università e siti specializzati per analizzare in modo oggettivo la qualità di un sistema fotografico.

A differenza degli MTF teorici pubblicati dai costruttori, Imatest lavora su immagini realmente acquisite da un obiettivo montato su una fotocamera. Attraverso specifiche mire di prova e sofisticati algoritmi di elaborazione è in grado di misurare risoluzione, contrasto, aberrazioni, distorsione, vignettatura e numerosi altri parametri, ripetendo le misure ai diversi diaframmi.

I risultati non sostituiscono i grafici MTF ufficiali, ma li completano, perché descrivono il comportamento di un esemplare reale durante tutto il suo campo di utilizzo.

Perché Nikon non pubblica gli MTF a tutti i diaframmi?

La risposta è molto semplice: non sarebbe il loro compito.

Un MTF ufficiale nasce per descrivere la qualità del progetto ottico nella condizione più impegnativa, cioè alla massima apertura. Pubblicare un'intera serie di grafici per ogni diaframma renderebbe il confronto tra obiettivi molto più complesso e, nella maggior parte dei casi, aggiungerebbe informazioni di interesse limitato per chi deve valutare rapidamente uno schema ottico.

L'evoluzione delle prestazioni lungo la scala dei diaframmi è invece il terreno delle prove sperimentali, che descrivono il comportamento dell'obiettivo reale e non il solo progetto.

Nikon fu uno dei primi costruttori a rendere sistematicamente pubblici i grafici MTF dei propri obiettivi, trasformando uno strumento nato per la progettazione in un'importante fonte di informazione anche per il fotografo. Col tempo quella scelta è diventata uno standard seguito praticamente da tutta l'industria fotografica.

Ricordiamo comunque che

I grafici ci aiutano a scegliere un obiettivo con maggiore consapevolezza. Le fotografie ci insegnano a conoscerlo. È un percorso che comincia in laboratorio, prosegue sul banco di prova e si conclude soltanto quando la luce attraversa il mirino e diventa immagine.

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Recommended Comments

  • Administrator

Il caso del Nikkor Z MC 105mm f/2.8 S

ChatGPT Image 2 ago 2026, 08_24_21.png

Questo grafico racconta un comportamento molto coerente con la natura del NIKKOR Z MC 105mm f/2.8 VR S: non quello di un normale tele da ritratto che privilegi soprattutto il centro, ma quello di un Micro progettato per mantenere una resa elevata e progressivamente uniforme su una superficie estesa.

A f/2.8 il centro è già molto incisivo, con un punteggio di 3329, mentre la zona intermedia rimane su un livello comunque elevato e gli angoli sono più distanti. Non è una debolezza sorprendente: alla massima apertura l'obiettivo utilizza l'intero diametro delle lenti e lascia emergere le aberrazioni residue, oltre alla possibile influenza della curvatura di campo. Il dato importante è che il centro non parte semplicemente bene, ma molto bene; il 105 Micro è quindi perfettamente utilizzabile a tutta apertura quando la profondità di campo ridotta è una scelta intenzionale.

A f/4 il centro raggiunge il proprio massimo, 3697, mentre migliorano sensibilmente anche la zona intermedia e gli angoli. È il diaframma che offre il massimo potere risolvente nella parte centrale del fotogramma e può essere considerato il punto di massima incisività assoluta dell'obiettivo. La differenza tra centro e periferia, tuttavia, è ancora abbastanza marcata: f/4 è ideale quando il soggetto principale occupa il centro o una parte limitata dell'immagine, meno indicativo quando si cerca la massima uniformità su tutto il campo.

A f/5.6 il centro arretra leggermente, ma la zona intermedia rimane molto vicina ai valori massimi e gli angoli raggiungono il loro risultato migliore. È probabilmente il diaframma più equilibrato nel senso fotografico del termine: non offre il primato numerico al centro, ma distribuisce meglio la qualità sul fotogramma. Per riproduzioni, piccoli oggetti, documentazione naturalistica o still life relativamente piatti, f/5.6 appare quindi una scelta molto razionale.

Il passaggio a f/8 è ancora più interessante. Tutte e tre le curve si avvicinano notevolmente: centro 2920, zona intermedia 2767, angoli 2700. La prestazione assoluta è inferiore rispetto a f/4 e f/5.6, ma l'uniformità diventa eccellente. In un obiettivo Micro questo può essere più importante del record al centro, perché molti soggetti richiedono una resa omogenea e una profondità di campo maggiore. F/8 rappresenta dunque il compromesso classico tra dettaglio, uniformità e profondità di campo, senza che la diffrazione abbia ancora compromesso seriamente il risultato.

A f/11 le tre curve sono ormai quasi sovrapposte. Il campo è estremamente uniforme, ma il livello generale è sceso sensibilmente. Qui la diffrazione è diventata chiaramente visibile: non distrugge l'immagine, ma riduce il contrasto dei dettagli più minuti in tutto il fotogramma. È comunque un diaframma del tutto legittimo quando la profondità di campo conta più della massima incisione, situazione molto frequente nella fotografia ravvicinata.

A f/16 l'uniformità è quasi perfetta, ma proprio perché la diffrazione ha livellato verso il basso l'intero campo. Centro, zona intermedia e angoli si trovano tra 1834 e 1880: la qualità non crolla negli angoli, semplicemente diminuisce ovunque. È il diaframma da scegliere per necessità, non per ottenere il massimo dettaglio. In una macrofotografia tridimensionale, tuttavia, una fotografia leggermente limitata dalla diffrazione ma con una profondità di campo adeguata può risultare assai più utile di una ripresa più incisa ma nitida soltanto per pochi millimetri.

C'è però una precisazione importante. Questo grafico descrive quasi certamente il comportamento dell'obiettivo a una normale distanza di prova e non al rapporto di riproduzione 1:1. Nella macro reale cambiano le condizioni di lavoro: l'apertura effettiva si riduce, la profondità di campo diventa minima e la diffrazione acquista peso prima di quanto suggerisca il semplice valore inciso sulla ghiera. Non possiamo quindi utilizzare questi numeri per prevedere con esattezza il rendimento alla minima distanza di messa a fuoco.

Nel complesso, il grafico descrive un Micro molto ben progettato. Offre la massima incisione centrale intorno a f/4, il miglior equilibrio complessivo a f/5.6, la maggiore uniformità pratica a f/8 e conserva f/11 e f/16 come strumenti utili quando la profondità di campo diventa prioritaria. La caratteristica più significativa non è quindi il picco di 3697 al centro, ma il modo regolare con cui centro, zona intermedia e angoli convergono chiudendo il diaframma: esattamente ciò che ci si aspetta da un obiettivo destinato non soltanto a isolare un soggetto, ma anche a descriverne con precisione la forma, la superficie e i dettagli.

  • Administrator

ChatGPT Image 2 ago 2026, 08_24_21.png

ChatGPT Image 2 ago 2026, 08_27_23.png

Questi due grafici, letti insieme, raccontano molto bene l'evoluzione dell'ottica Nikon nell'arco di circa quindici anni. La cosa interessante è che non descrivono un semplice aumento della nitidezza: mostrano un diverso modo di progettare un obiettivo Macro.

Il vecchio AF-S Micro-Nikkor 105mm f/2.8G IF-ED VR era già un'ottica eccellente. Lo si vede immediatamente dalla regolarità delle tre curve. Il centro raggiunge il massimo tra f/4 e f/5.6, mentre zona intermedia e angoli crescono progressivamente fino a sfiorare i rispettivi valori migliori attorno a f/8. È un comportamento molto equilibrato, tipico di un progetto pensato quando i sensori da 12-24 megapixel rappresentavano il riferimento professionale.

Il NIKKOR Z MC 105mm f/2.8 VR S, pur mantenendo la stessa apertura massima e la stessa destinazione d'uso, appartiene invece a un'altra generazione.

La prima differenza è evidente già a tutta apertura.

A f/2.8 il centro passa da 2431 a 3329 punti Imatest: un incremento di circa il 37%. Ancora più significativo è il miglioramento della zona intermedia (2969 contro 1787, quasi il 66% in più) e soprattutto degli angoli (2444 contro 1603, oltre il 50%).

Questo significa che il nuovo Z non è semplicemente più inciso al centro: è molto più uniforme già alla massima apertura. Per un Macro è un progresso enorme, perché consente di utilizzare f/2.8 senza la sensazione di dover "chiudere almeno uno stop" per ottenere prestazioni convincenti.

Anche osservando il comportamento ai diaframmi intermedi emergono differenze interessanti.

Entrambi gli obiettivi raggiungono il massimo rendimento tra f/4 e f/5.6, ma il nuovo Z mantiene un vantaggio costante in tutte le zone del fotogramma. A f/4, ad esempio, il centro cresce da 2857 a 3697 punti, la zona intermedia da 2183 a 3160 e gli angoli da 1905 a 2716. Non è un miglioramento localizzato: interessa l'intero campo.

È però la forma delle curve a raccontare il cambiamento più profondo.

Nel vecchio Micro le curve partono relativamente distanti e convergono lentamente soltanto chiudendo il diaframma. Il progetto sfrutta la chiusura dell'apertura per ridurre progressivamente le aberrazioni residue. È il comportamento tipico di molti ottimi obiettivi reflex.

Nel nuovo Z, invece, le tre curve partono già molto vicine. Il progettista non si affida più al diaframma per "rifinire" il comportamento dell'obiettivo: cerca di ottenere fin dall'inizio una correzione molto più completa. È una filosofia resa possibile dalla minore distanza di tiraggio del sistema Z, dall'impiego di nuovi vetri, dei trattamenti ARNEO e Nano Crystal Coat e, soprattutto, dalla maggiore libertà concessa ai progettisti dal grande diametro della baionetta Z.

Anche l'arrivo della diffrazione racconta qualcosa.

Entrambi gli obiettivi iniziano a perdere prestazioni dopo f/8 e mostrano un calo evidente a f/11 e f/16. È esattamente ciò che ci si aspetta da un Macro di elevata qualità. La fisica è la stessa per entrambi e nessun progresso progettuale può eliminarla.

Il nuovo Z, però, arriva a quel limite partendo da una base molto più alta. Di conseguenza, anche quando la diffrazione comincia a manifestarsi, continua a mantenere un vantaggio sensibile rispetto al predecessore.

C'è infine un aspetto che questi grafici non mostrano direttamente ma che vale la pena ricordare.

Il 105mm G VR fu progettato nel 2006, quando una reflex professionale da 12 megapixel rappresentava lo stato dell'arte. Il 105mm Z MC S nasce invece per lavorare senza difficoltà con sensori da 45 o 60 megapixel, e probabilmente anche con quelli che arriveranno nei prossimi anni. Le differenze che osserviamo nei grafici non sono quindi soltanto il frutto di un affinamento progettuale, ma riflettono un diverso livello di ambizione imposto dall'evoluzione dei sensori digitali.

La conclusione, tuttavia, non dovrebbe essere che il vecchio Micro sia diventato improvvisamente un cattivo obiettivo. Sarebbe un'interpretazione ingiusta.

Il grafico racconta piuttosto come Nikon abbia utilizzato quindici anni di evoluzione dell'ottica fotografica per migliorare un progetto che era già eccellente. Il 105mm G VR rimane un Macro di altissimo livello e continua a produrre immagini di grande qualità. Il 105mm Z MC S dimostra semplicemente quanto margine di miglioramento esistesse ancora quando si sono messi a disposizione del progettista una nuova baionetta, una nuova libertà di schema ottico e sensori molto più esigenti.

Il Micro-Nikkor 105mm f/2.8G VR chiedeva al diaframma di completare il suo lavoro. Il NIKKOR Z MC 105mm f/2.8 S arriva molto più vicino al risultato finale già a tutta apertura(tra f/2.8 ed f/5.6 la differenza è minimale).
Che poi è la novità principale della nuova generazione di obiettivi Nikkor Z.
Chiudere il diaframma non è sempre necessario, anzi.

  • Administrator

ChatGPT Image 2 ago 2026, 11_17_49.png

per uno zoom l'operazione è di una noia mortale.
Immaginate di dover rifare le stesse foto alla stessa mira, a tutte le focali principali e a tutti i diaframmi.
Poi elaborare i file e farli digerire al programma.
Io ci ho provato una volta ed ho rinunciato per tutta la vita.

Fortuna che in rete si trovano, già fatti, almeno per gli obiettivi più importanti.

Come è il caso del Nikkor Z 24-120/4 S.

Ma che ci concedono una analisi dettagliata :

Un progetto sorprendentemente omogeneo

La prima impressione è quasi disarmante: cambiando focale, cambia pochissimo.

È una constatazione meno banale di quanto sembri. In uno zoom 5× ci si aspetta normalmente di individuare una "focale preferita", quella in cui il progetto esprime il meglio di sé, accettando qualche compromesso alle estremità dell'escursione.

Qui accade esattamente il contrario.

Che si osservino i 24, i 35, i 50, i 70, i 105 o i 120 millimetri, il comportamento generale rimane straordinariamente coerente. Le curve mantengono sempre la stessa forma, il centro conserva valori elevatissimi e la progressione verso la periferia segue un andamento prevedibile, senza improvvise cadute qualitative.

È probabilmente il risultato più difficile da ottenere nella progettazione di uno zoom.

Il centro non è mai il problema

Le curve blu raccontano una realtà evidente.

A tutte le focali il centro del fotogramma parte già da valori molto elevati a tutta apertura. In alcuni casi supera addirittura i 3.600 punti Imatest, numeri che fino a pochi anni fa erano appannaggio esclusivo di ottiche fisse di alto livello.

Ancora più interessante è il fatto che la chiusura del diaframma produca miglioramenti modesti.

Questo significa che il 24-120 S nasce già molto corretto a f/4. Il fotografo non è costretto a chiudere uno o due stop per ottenere immagini realmente incise; può sfruttare immediatamente la massima apertura disponibile, con tutti i vantaggi che essa comporta.

È una caratteristica che distingue i grandi progetti dai semplici obiettivi "molto buoni".

La vera forza è l'uniformità

Se il centro impressiona, sono però le curve rosse e verdi a raccontare la vera qualità del progetto.

Negli zoom tradizionali la differenza tra centro e angoli tende spesso ad aumentare proprio alle focali estreme. Qui, invece, le prestazioni rimangono sorprendentemente stabili.

Naturalmente gli angoli non raggiungono i valori del centro: sarebbe contrario alle leggi dell'ottica. Ciò che colpisce è la regolarità con cui seguono l'evoluzione delle altre curve. Non esistono focali "deboli", né improvvisi cedimenti che costringano il fotografo a evitare determinate combinazioni di focale e diaframma.

In altre parole, il comportamento dell'obiettivo è prevedibile. E questa prevedibilità, nell'uso professionale, rappresenta un pregio enorme.

Una firma ottica costante

Osservando i sei grafici si ha quasi l'impressione di guardare lo stesso obiettivo ripetuto sei volte.

Le differenze esistono, naturalmente. I 35 mm raggiungono il valore centrale più elevato, i 50 mm mostrano un'eccellente zona intermedia, i 70 e i 105 mm mantengono una notevole continuità fino ai bordi. Ma nessuna focale emerge come "la migliore" o "la peggiore".

Questo significa che il fotografo può scegliere la focale esclusivamente per ragioni compositive, senza il timore di penalizzare la qualità dell'immagine.

È un lusso che pochi zoom possono realmente permettersi.

La diffrazione arriva quando deve arrivare

Tutti i grafici mostrano un comportamento estremamente coerente.

Tra f/4 e f/5.6 l'obiettivo esprime il massimo rendimento. A f/8 mantiene ancora prestazioni molto elevate. Da f/11 in poi compare il progressivo effetto della diffrazione, che continua a crescere fino a f/16.

Anche questo è il comportamento che ci si aspetta da un progetto maturo.

Non esistono anomalie.

Non esistono diaframmi "misteriosi".

La fisica segue il suo corso e l'obiettivo la asseconda con grande naturalezza.

Più di uno zoom

Ridurre il NIKKOR Z 24-120mm f/4 S alla definizione di "zoom tuttofare" significa fargli un torto.

Questi grafici mostrano un progetto che, in molte condizioni, lavora con una qualità vicina a quella di numerose ottiche fisse. Naturalmente nessuno zoom può sostituire un 50 mm f/1.2 o un 135 Plena quando entrano in gioco luminosità, sfocato e resa tridimensionale. Sarebbe una richiesta priva di senso.

Ma se il parametro di giudizio è la qualità ottica complessiva, la costanza delle prestazioni e la capacità di mantenere un rendimento elevato lungo tutta l'escursione focale, il 24-120 S rappresenta probabilmente uno dei punti più alti raggiunti da Nikon nella progettazione di uno zoom standard.

Ed è forse proprio questo l'aspetto che colpisce maggiormente.
Non eccelle in una sola focale.
Non vive di un unico valore record.
È semplicemente molto buono... sempre.
Per un obiettivo destinato a rimanere montato sulla fotocamera per gran parte del tempo, è probabilmente il complimento più grande che si possa ricevere.


Se dovessi sintetizzare ciò che questi sei grafici raccontano in una sola frase, sceglierei questa:

Il NIKKOR Z 24-120mm f/4 S non cerca di essere il migliore a una determinata focale; cerca di non deludere mai, a nessuna focale. Ed è proprio questa straordinaria costanza qualitativa che, a mio giudizio, lo rende uno dei migliori zoom transtandard oggi disponibili sul mercato.

Alessandro Pisano

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano
Il 02/08/2026 at 08:26, Mauro Maratta ha scritto:

Il caso del Nikkor Z MC 105mm f/2.8 S

ChatGPT Image 2 ago 2026, 08_24_21.png

Questo grafico racconta un comportamento molto coerente con la natura del NIKKOR Z MC 105mm f/2.8 VR S: non quello di un normale tele da ritratto che privilegi soprattutto il centro, ma quello di un Micro progettato per mantenere una resa elevata e progressivamente uniforme su una superficie estesa.

A f/2.8 il centro è già molto incisivo, con un punteggio di 3329, mentre la zona intermedia rimane su un livello comunque elevato e gli angoli sono più distanti. Non è una debolezza sorprendente: alla massima apertura l'obiettivo utilizza l'intero diametro delle lenti e lascia emergere le aberrazioni residue, oltre alla possibile influenza della curvatura di campo. Il dato importante è che il centro non parte semplicemente bene, ma molto bene; il 105 Micro è quindi perfettamente utilizzabile a tutta apertura quando la profondità di campo ridotta è una scelta intenzionale.

A f/4 il centro raggiunge il proprio massimo, 3697, mentre migliorano sensibilmente anche la zona intermedia e gli angoli. È il diaframma che offre il massimo potere risolvente nella parte centrale del fotogramma e può essere considerato il punto di massima incisività assoluta dell'obiettivo. La differenza tra centro e periferia, tuttavia, è ancora abbastanza marcata: f/4 è ideale quando il soggetto principale occupa il centro o una parte limitata dell'immagine, meno indicativo quando si cerca la massima uniformità su tutto il campo.

A f/5.6 il centro arretra leggermente, ma la zona intermedia rimane molto vicina ai valori massimi e gli angoli raggiungono il loro risultato migliore. È probabilmente il diaframma più equilibrato nel senso fotografico del termine: non offre il primato numerico al centro, ma distribuisce meglio la qualità sul fotogramma. Per riproduzioni, piccoli oggetti, documentazione naturalistica o still life relativamente piatti, f/5.6 appare quindi una scelta molto razionale.

Il passaggio a f/8 è ancora più interessante. Tutte e tre le curve si avvicinano notevolmente: centro 2920, zona intermedia 2767, angoli 2700. La prestazione assoluta è inferiore rispetto a f/4 e f/5.6, ma l'uniformità diventa eccellente. In un obiettivo Micro questo può essere più importante del record al centro, perché molti soggetti richiedono una resa omogenea e una profondità di campo maggiore. F/8 rappresenta dunque il compromesso classico tra dettaglio, uniformità e profondità di campo, senza che la diffrazione abbia ancora compromesso seriamente il risultato.

A f/11 le tre curve sono ormai quasi sovrapposte. Il campo è estremamente uniforme, ma il livello generale è sceso sensibilmente. Qui la diffrazione è diventata chiaramente visibile: non distrugge l'immagine, ma riduce il contrasto dei dettagli più minuti in tutto il fotogramma. È comunque un diaframma del tutto legittimo quando la profondità di campo conta più della massima incisione, situazione molto frequente nella fotografia ravvicinata.

A f/16 l'uniformità è quasi perfetta, ma proprio perché la diffrazione ha livellato verso il basso l'intero campo. Centro, zona intermedia e angoli si trovano tra 1834 e 1880: la qualità non crolla negli angoli, semplicemente diminuisce ovunque. È il diaframma da scegliere per necessità, non per ottenere il massimo dettaglio. In una macrofotografia tridimensionale, tuttavia, una fotografia leggermente limitata dalla diffrazione ma con una profondità di campo adeguata può risultare assai più utile di una ripresa più incisa ma nitida soltanto per pochi millimetri.

C'è però una precisazione importante. Questo grafico descrive quasi certamente il comportamento dell'obiettivo a una normale distanza di prova e non al rapporto di riproduzione 1:1. Nella macro reale cambiano le condizioni di lavoro: l'apertura effettiva si riduce, la profondità di campo diventa minima e la diffrazione acquista peso prima di quanto suggerisca il semplice valore inciso sulla ghiera. Non possiamo quindi utilizzare questi numeri per prevedere con esattezza il rendimento alla minima distanza di messa a fuoco.

Nel complesso, il grafico descrive un Micro molto ben progettato. Offre la massima incisione centrale intorno a f/4, il miglior equilibrio complessivo a f/5.6, la maggiore uniformità pratica a f/8 e conserva f/11 e f/16 come strumenti utili quando la profondità di campo diventa prioritaria. La caratteristica più significativa non è quindi il picco di 3697 al centro, ma il modo regolare con cui centro, zona intermedia e angoli convergono chiudendo il diaframma: esattamente ciò che ci si aspetta da un obiettivo destinato non soltanto a isolare un soggetto, ma anche a descriverne con precisione la forma, la superficie e i dettagli.

Grazie Mauro, se ho intuito bene ad f.8 in Focus stacking di un particolare che copre tutto il sensore lui esprimerà il suo massimo per omogeneità tra centro medio ed angolo, sempre che voglio omogeneità.

  • Administrator
8 ore fa, Alessandro Pisano ha scritto:

Grazie Mauro, se ho intuito bene ad f.8 in Focus stacking di un particolare che copre tutto il sensore lui esprimerà il suo massimo per omogeneità tra centro medio ed angolo, sempre che voglio omogeneità.

deve essere una scelta di compromesso tra la massima qualità di immagine e la profondità di campo necessaria.
Con lo stacking non è mai indispensabile chiudere troppo il diaframma.
Ma ad f/8 la diffrazione (specie su Z8, Z9, Z7) si fa già presente.
Meglio sarebbe usare f/5.6, se possibile.

Con programmi di gestione remota come Helicon Remote è possibile calcolare, dato un certo diaframma, quanti scatti fare e a che distanza uno scatto dall'altro.
Ma è tutta una questione di pratica.
Si prova e si vede.

Francesco Contu

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano

Da felice possessore del 24-120 ho vissuto sulla mia pelle gli effetti della diffrazione.

Nelle foto di paesaggio è frequente cercare il "tutto a fuoco" ed f11 rappresenta alle focali basse una sorta di panacea. Ma questo si paga in termini di nitidezza assoluta. Fotografando in montagna le creste dei monti sono dei giudici implacabili. Chiaramente molti fattori concorrono alla nitidezza e in certe giornate l'aria fa molto peggio della diffrazione ma ho imparato a servirmi di f8 o meno e solo se ci sono parti vicine da tenere a fuoco migrare su f11. La foto ne guadagna in nitidezza in modo chiaramente percettibile.

Lucky

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano

Io potrei far parte del Collettivo Fotografico F/8 😅
Normalmente, quando riesco ad andare in giro, fotografo a priorita' di diaframma, e imposto la macchina ad F/5,6 in AutoISO
Con le lenti di una volta, che, tipicamente, in buona parte dei casi, erano degli F2,8, c'era un peggioramento sensibile della nitidezza e di altri parametri lavorando a tutta apertura o a diaframmi aperti, per cui chiudere ad F5,6 o meglio anche ad F8, significava utilizzare l'obbiettivo nel suo range prestazionale migliore, ne' piu' aperto ne' piu' chiuso....
I moderni obbiettivi per baionetta Z invece sono chiaramente ottimizzari per lavorare alla loro massina apertura, che nel caso degli zoom spesso e' F/4 (o qualcosa piu' chiuso...), oppure a diaframmi molto vicini alla massima apertura, da cui l'utilizzo che ne faccio io, quasi esclusivo ad F/5,6, almeno per quanto riguarda gli zoom
Il 24/120 Z ad esempio, da il suo meglio proprio ad F/4 o ad F/5,6 dove migliora leggermente ai bordi a scapito di una minima perdita al centro. Gia' ad F8 la caduta e' chiaramente visibile...

w=800.avif

w=800.avif

  • Administrator

Una caso speciale, l'effetto della diffrazione, su un obiettivo che sfrutta un elemento a diffrazione Phase Fresnel.

Il Nikkor Z 600/6.3 PF VR, con e senza TC1.4x

ChatGPT Image 15 ago 2026, 06_18_13.png

ChatGPT Image 15 ago 2026, 06_20_00.png

Come leggere questi risultati sul campo

I due grafici raccontano con una certa chiarezza quale sia, a nostro avviso, il modo più naturale di utilizzare il Nikkor Z 600mm f/6.3 VR S. È un obiettivo che nasce per essere usato aperto, e i numeri non suggeriscono affatto la necessità di chiudere il diaframma alla ricerca di una qualità che a f/6.3 sarebbe insufficiente. Al contrario: senza teleconverter il valore più elevato al centro si registra proprio a tutta apertura, con 3303 punti Imatest, accompagnati da 2975 nella zona intermedia e 2454 agli angoli. È una prestazione notevole soprattutto per l'equilibrio del fotogramma.

A f/8 siamo ancora in un territorio eccellente, con 2925 al centro, 2778 nella zona intermedia e 2353 agli angoli. Il leggero arretramento della risoluzione centrale non costituisce certo una ragione per evitare questo diaframma: f/6.3 e f/8 ci sembrano semplicemente le due aperture naturali del 600mm, da scegliere in funzione della profondità di campo necessaria e non nella speranza di migliorare otticamente l'obiettivo chiudendolo. Da f/11 la discesa diventa più evidente e a f/16 è ormai molto marcata. Non significa naturalmente che questi diaframmi siano inutilizzabili, ma soltanto che non rappresentano il terreno sul quale questo 600mm dà il meglio di sé.

Ed è esattamente il comportamento che personalmente trovo più interessante in un supertele di questo genere. Io considero il 600/6.3 assolutamente splendido soprattutto a tutta apertura, oppure a f/8, e alle distanze che potremmo definire da “ritratto”: quando il soggetto occupa una parte importante del fotogramma e la profondità di campo, lo stacco dei piani e la qualità dello sfocato contano almeno quanto la capacità di registrare il dettaglio. In queste condizioni la luminosità f/6.3 non è semplicemente il limite massimo dell'obiettivo: diventa una delle sue caratteristiche espressive.

Il secondo grafico introduce il TC-1.4x e cambia sensibilmente il quadro. Il 600mm diventa un 840mm f/9 e, come era ragionevole aspettarsi, il prezzo dell'allungamento focale si vede immediatamente nei valori Imatest. A f/9 abbiamo 2443 al centro, 2292 nella zona intermedia e 2224 agli angoli. Non sono affatto valori cattivi; anzi, è interessante osservare quanto rimanga omogenea la resa sul fotogramma. Ma il confronto con il 600mm nativo è eloquente: il teleconverter non regala 240mm. Li ottiene sacrificando luminosità e una parte consistente della risoluzione disponibile.

Anche in questo caso non vediamo una ragione ottica per chiudere molto il diaframma. A f/11 il centro passa già a 2362 e gli angoli a 2026; a f/16 scendiamo rispettivamente a 1919 e 1770. Se dobbiamo usare il TC-1.4x, lo useremmo quindi prevalentemente a f/9, eventualmente f/11 quando la profondità di campo lo richieda, senza aspettarci alcun vantaggio dalla chiusura del diaframma in termini di risoluzione.

Ma il punto più importante è un altro. Questi numeri confermano anche quantitativamente la nostra abituale prudenza nei confronti dei teleconverter. Il TC-1.4x può essere una risorsa preziosa quando quegli 840mm servono davvero e non è possibile avvicinarsi, cambiare posizione o montare un obiettivo più lungo. Non ne faremmo però la configurazione abituale del 600/6.3. Sarebbe un peccato trasformare sistematicamente un 600mm straordinariamente efficace a tutta apertura in un 840mm f/9 semplicemente perché il moltiplicatore consente di farlo.

Il nostro consiglio, quindi, non vuole diventare una prescrizione: 600mm liscio, preferibilmente f/6.3-f/8; TC-1.4x quando quei 240mm supplementari fanno realmente la differenza, usandolo con estrema parsimonia e senza timore di restare alla sua massima apertura di f/9. Il teleconverter deve risolvere una situazione, non diventare parte permanente dell'obiettivo.

E forse è proprio questo il complimento migliore che possiamo fare al Nikkor Z 600mm f/6.3 VR S: non è un obiettivo che chiede di essere corretto chiudendo il diaframma. È già dove dovrebbe essere appena lo montiamo sulla fotocamera.


Personalmente è un obiettivo che possiedo e che uso quando mi serve.

Ma piuttosto che mortificarlo con un teleconverter ... aspetto la Nikon Z70 !

  • Administrator

NIkon20th.jpg

Folks, non trovate da nessun'altra parte discorsi di questa apertura ... non di diaframma ma mentale, con un occhio sempre al lato pratico, dettato dall'esperienza, solo POI suffragata dalle analisi strumentali (del resto io ho studiato fisica sperimentale - si osserva il fenomeno nella pratica, si formula un'ipotesi, si fanno esperimenti e solo dopo, senza pregiudizi, se ne ricavano eventuali regole).

  • Administrator

Altro discorso, per restare sul 600m, il meraviglioso Nikkor Z 600/4 TC

nikkor_z_600_f4_tc_600mm_imatest.png

Nikkor Z 600mm f/4 TC VR S — a 600mm

Il primo dato che salta agli occhi è quasi brutale: questo obiettivo nasce per lavorare a f/4. A tutta apertura il centro raggiunge 3678 punti Imatest, la zona intermedia 3211 e persino gli angoli rimangono a 2498. Non c'è quindi quella situazione, abbastanza tradizionale nei supertele luminosi di generazioni precedenti, nella quale la massima apertura rappresentava soprattutto una possibilità operativa — necessaria per avere luce, tempi rapidi e sfocato — mentre per ottenere la massima qualità ottica fosse consigliabile chiudere di uno o due stop.

Qui non è così. f/4 non è un compromesso: è uno dei diaframmi migliori dell'obiettivo.

A f/5.6 il comportamento è particolarmente interessante. Il centro passa da 3678 a 3595, quindi sostanzialmente non migliora; la zona intermedia rimane praticamente identica, da 3211 a 3216, mentre gli angoli salgono appena da 2498 a 2516. In altre parole, chiudendo di uno stop non otteniamo quel classico salto di qualità che ci aspetteremmo da un obiettivo bisognoso di essere diaframmato. La qualità era già lì a f/4.

Questo, sul piano pratico, per me è importantissimo. Con un 600mm f/4 la massima apertura non serve soltanto a raccogliere luce: serve a costruire l'immagine. Significa poter mantenere tempi elevati senza alzare inutilmente gli ISO, ma soprattutto significa lavorare sulla separazione fra soggetto e ambiente. Nella fotografia di animali, di sport o in quello che potremmo tranquillamente definire ritratto con un supertele, poter utilizzare f/4 senza alcuna remora qualitativa è una parte essenziale del valore dell'obiettivo.

A f/8 accade poi qualcosa di curioso. Il centro scende abbastanza chiaramente a 3053 e la zona intermedia a 2889, mentre gli angoli raggiungono il loro massimo, 2642. Il fotogramma diventa quindi più uniforme, ma non più risolvente in senso assoluto. È una distinzione importante: f/8 può essere il diaframma preferibile quando abbiamo bisogno di maggiore profondità di campo e di una resa più omogenea sull'intera superficie, ma non perché il 600/4 diventi più nitido chiudendolo. Al centro, semmai, è già iniziata la discesa.

A f/11 questa tendenza diventa inequivocabile: 2459 al centro, 2392 nella zona intermedia e 2316 agli angoli. Le tre curve convergono, quindi l'uniformità diventa eccellente, ma a prezzo di una perdita sensibile della risoluzione massima. A f/16, infine, le tre misure sono quasi sovrapposte — 1960, 1952 e 1911 — e questo è il comportamento tipico di un sistema nel quale la diffrazione ha ormai preso il sopravvento sulle differenze di resa proprie dell'ottica.

Perciò io leggerei il grafico in modo molto semplice: f/4 e f/5.6 sono il territorio naturale del Nikkor Z 600mm f/4 TC VR S. f/8 è perfettamente sensato quando la profondità di campo o l'uniformità del fotogramma sono più importanti della risoluzione centrale assoluta; f/11 e soprattutto f/16 sono diaframmi da utilizzare quando la fotografia li richiede, non per ottenere maggiore nitidezza.

Ed è forse proprio f/4 il dato più impressionante. Un 600mm di questa luminosità, progettato per offrire il massimo senza chiedere al fotografo di chiuderlo, consente di utilizzare la profondità di campo come scelta espressiva e non come prezzo da pagare per avere abbastanza luce. Per il tipo di fotografia che interessa a noi, è probabilmente la caratteristica più importante di tutte.

nikkor_z_600_f4_tc_840mm_imatest.png

Nikkor Z 600mm f/4 TC VR S — TC 1.4x inserito, 840mm f/5.6

Inseriamo la levetta del moltiplicatore e l'obiettivo diventa istantaneamente un 840mm f/5.6. Qui il grafico cambia, ed è importante non cercare di nasconderlo dietro l'eccezionalità del progetto: il teleconverter ha un costo ottico. Deve averlo.

A f/5.6, cioè a tutta apertura nella configurazione 840mm, il centro misura 3245 punti, la zona intermedia 2679 e gli angoli 2131. Il confronto con i 3678/3211/2498 del 600mm f/4 mostra chiaramente la perdita. Ma la domanda corretta non è se il moltiplicatore peggiori la prestazione: la domanda è quanto la peggiori e che cosa ci dia in cambio.

E la risposta, in questo caso, è piuttosto favorevole. Il centro rimane sopra 3200 punti, un risultato ancora elevatissimo, e soprattutto abbiamo ottenuto un 840mm f/5.6 semplicemente azionando un comando sull'obiettivo. Non abbiamo smontato nulla, non abbiamo esposto sensore e baionetta, non abbiamo cambiato posizione e non abbiamo perso il soggetto. Nella fotografia reale questa immediatezza ha un valore che nessun grafico Imatest può misurare.

Anche qui, però, non vedo alcun motivo per chiudere il diaframma nella speranza di migliorare la qualità. A f/8 il centro scende già a 2859, la zona intermedia a 2550 e gli angoli a 2049. Non c'è alcun recupero significativo delle zone periferiche che compensi la perdita centrale. Se abbiamo bisogno di f/8 per aumentare la profondità di campo, naturalmente lo useremo; ma dal punto di vista della risoluzione l'840mm dà già il meglio a f/5.6.

A f/11 troviamo 2374 al centro, 2234 nella zona intermedia e 2056 agli angoli. È interessante che questi ultimi rimangano praticamente invariati rispetto a f/8: ancora una volta le curve tendono a convergere non perché le zone periferiche migliorino significativamente, ma perché il centro perde progressivamente il proprio vantaggio.

A f/16 arriviamo a 1829, 1762 e 1680. Le differenze sono ormai modeste e la diffrazione domina il comportamento complessivo. Chiudere un 840mm f/5.6 di questo livello fino a f/16 alla ricerca di maggiore nitidezza sarebbe quindi esattamente il contrario di ciò che suggeriscono le misure. Lo si farà eventualmente perché servono quei centimetri supplementari di profondità di campo, accettando consapevolmente la perdita di risoluzione.

C'è però un aspetto che rende questo caso diverso dal precedente 600/6.3 con TC-1.4x esterno. Il moltiplicatore del 600/4 TC non è un accessorio aggiunto a posteriori a un obiettivo che può accettarlo: fa parte del progetto ottico del sistema. Nikon ha progettato fin dall'origine questo supertele affinché possa trasformarsi da 600/4 a 840/5.6. Questo non elimina le leggi dell'ottica e quindi non rende gratuita la moltiplicazione, ma rende il compromesso estremamente più interessante dal punto di vista operativo.

Per questo sarei meno severo sulla raccomandazione di usarlo con parsimonia. Con il 600/6.3 e TC esterno direi ancora: montiamolo quando gli 840mm sono veramente necessari. Con il 600/4 TC la filosofia è diversa: il moltiplicatore integrato è una delle ragioni per cui esiste questo obiettivo. È lì precisamente perché il fotografo possa passare a 840mm quando la situazione lo richiede e tornare immediatamente a 600mm appena non serve più.

Semmai la raccomandazione che ricaverei dal grafico è un'altra: quando inseriamo il TC, non sentiamoci obbligati a chiudere ulteriormente il diaframma. L'840mm nasce f/5.6 e proprio a f/5.6 offre la sua massima risoluzione centrale. Se la profondità di campo è sufficiente, è lì che lo utilizzerei.

I due grafici, quindi, finiscono per raccontare molto bene la filosofia di questo straordinario supertele: 600mm f/4 quando possiamo, 840mm f/5.6 quando ci serve. Non perché f/8, f/11 o f/16 siano proibiti, naturalmente, ma perché non c'è alcuna qualità nascosta da andare a cercare chiudendo il diaframma. La qualità migliore Nikon ce l'ha già messa alle aperture alle quali un fotografo compra un 600mm f/4.

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