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Milton Greene - Come si fotografa una donna che tutto il mondo crede di conoscere?
Ci sono donne che arrivano davanti all'obiettivo lasciando al fotografo il privilegio di scoprirle poco a poco. E poi ce ne sono altre che sembrano arrivare già fotografate. Volti che appartengono all'immaginario collettivo ancora prima di entrare nello studio, così profondamente radicati nella memoria da farci credere di conoscerli da sempre.
Marilyn Monroe era una di queste.

Milton H. Greene e la sua Musa Marilyn
Quando attraversava la porta di uno studio fotografico non entrava soltanto una giovane donna di straordinaria bellezza. Entravano con lei Hollywood, la 20th Century Fox, le copertine di Life, i manifesti cinematografici, le cronache mondane e tutto ciò che il pubblico desiderava vedere in lei. Era un'immagine costruita nel tempo da decine di fotografi, direttori della fotografia, truccatori, costumisti e uffici stampa. Una macchina perfetta, destinata a produrre il mito.
Che cosa rimane da fotografare quando il mondo pensa di avere già visto tutto?
È una domanda che attraversa la storia del ritratto molto più di quanto si possa immaginare. George Hurrell rispose trasformando le attrici della MGM in figure quasi divine, scolpite da una luce teatrale che apparteneva più al cinema che alla fotografia. Irving Penn percorse una strada opposta, spogliando il ritratto di ogni elemento superfluo fino a lasciare il soggetto solo davanti alla propria presenza. Milton Greene, invece, non sembrò interessato né al mito né all'essenza. Cercava qualcosa di ancora diverso: la persona.

Forse è proprio questa la ragione per cui, osservando oggi le sue fotografie, si ha l'impressione che siano state realizzate ieri.
Non c'è nulla di artificiosamente spettacolare nel suo lavoro. La luce è raffinata, certo, la composizione impeccabile, ma nessuno di questi elementi sembra voler attirare l'attenzione su di sé. Tutto è al servizio dell'incontro tra il fotografo e la persona che ha di fronte. Greene non costruisce una scena: crea un clima. Non dirige un'attrice: aspetta che, poco alla volta, il personaggio lasci spazio alla donna.
È un approccio che non si può improvvisare. Richiede tempo, pazienza e soprattutto la disponibilità ad ascoltare. Marilyn Monroe trovò in Milton Greene uno dei pochissimi fotografi ai quali fosse disposta ad affidarsi completamente, tanto che il loro rapporto professionale si trasformò presto in una sincera amicizia. Le sedute fotografiche non erano una successione di pose impartite con precisione militare. Erano conversazioni. Si parlava, si scherzava, si lasciava che il tempo facesse il proprio lavoro. E proprio in quei momenti, quando l'attenzione sembrava allentarsi, nasceva spesso la fotografia destinata a rimanere.

Persino la scelta della Rolleiflex racconta qualcosa del suo modo di essere fotografo. Non credo che Greene la preferisse soltanto per la qualità del negativo quadrato. Guardare attraverso il vetro smerigliato significa abbassare gli occhi, rinunciare a puntare direttamente l'obiettivo verso il volto di chi abbiamo davanti. È una postura diversa, quasi più discreta. Il fotografo osserva senza invadere, il soggetto non si sente continuamente fissato da una macchina fotografica all'altezza dello sguardo. Può sembrare un dettaglio insignificante, ma chi ha utilizzato una biottica sa bene quanto cambi il rapporto umano che si instaura durante un ritratto.
Con il passare degli anni mi sono accorto, quasi senza volerlo, di seguire un percorso sorprendentemente simile. Quando devo fotografare una modella, la prima cosa che faccio è cercare tutte le fotografie che le hanno già scattato gli altri. Le guardo con attenzione, cerco di capire quale immagine sia stata costruita attorno a lei, quali luci ritornino più spesso, quali espressioni vengano continuamente richieste, quale personaggio il pubblico ormai si aspetti di vedere.
Poi provo a dimenticare tutto.
Non perché quelle fotografie siano sbagliate. Al contrario, spesso sono bellissime. Ma il mio compito non è aggiungerne un'altra identica. Il mio compito è cercare quella che ancora non esiste.
Da quel momento smetto di osservare il portfolio e comincio a osservare la persona. Cerco un gesto che non aveva previsto, un sorriso nato senza che qualcuno glielo chiedesse, un istante di silenzio, uno sguardo che appartiene soltanto a lei. Non sempre ci riesco. Anzi, probabilmente accade molto meno di quanto vorrei. Ma è proprio questa ricerca a rendere il ritratto qualcosa di infinitamente più interessante di una semplice dimostrazione tecnica.

Forse è questa la lezione più preziosa che Milton Greene continua a trasmetterci, anche a distanza di tanti anni. Non il modo in cui illuminava uno studio fotografico, non l'obiettivo che montava sulla sua Rolleiflex e nemmeno il privilegio di aver lavorato con una delle donne più celebri del Novecento. Tutto questo appartiene alla storia della fotografia. Quello che appartiene ancora al presente è il suo atteggiamento.
Un grande ritrattista non conferma ciò che tutti sanno già vedere.
Cerca, con pazienza, rispetto e sensibilità, ciò che nessuno aveva ancora notato.
Ogni volta che torno a osservare una fotografia di Milton Greene mi convinco sempre di più che Marilyn Monroe fosse, in fondo, soltanto un pretesto. Il suo vero soggetto era Norma Jeane, la ragazza che per qualche ora riusciva a dimenticare il peso di essere Marilyn Monroe.
Ed è forse questa la domanda che ogni ritrattista dovrebbe porsi prima ancora di scegliere l'obiettivo, la luce o il diaframma.
Chi è davvero la persona che ho davanti?
Se riusciremo anche soltanto ad avvicinarci a quella risposta, avremo già fatto il passo più importante. Tutto il resto – la tecnica, l'attrezzatura, perfino la fotografia – verrà dopo.
Perché un ritratto non nasce quando premiamo il pulsante di scatto.
Nasce molto prima.
Nasce nel momento in cui una persona decide di fidarsi di noi.
E quella fiducia, come tutte le cose importanti, non si conquista con la tecnica.
Si conquista con il rispetto.
E, soprattutto, con tutto l'amore di cui siamo capaci.
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Una domanda da portare con sé
La prossima volta che vi troverete davanti a una persona da fotografare, provate a fare un piccolo esercizio.
Dimenticate per un momento il corpo macchina, l'obiettivo, la luce, il diaframma e perfino l'esposizione.
Domandatevi soltanto questo.
Se nessuno avesse mai fotografato questa persona prima di me, come la ritrarrei?
Forse la risposta non arriverà.
Ma il modo di guardarla cambierà.
C'è un aspetto del lavoro di Milton Greene che mi ha fatto riflettere più di ogni altro, e curiosamente non riguarda la luce, né Marilyn Monroe.
Riguarda il modo di impugnare una macchina fotografica.
Greene amava la Rolleiflex. Certamente per la qualità del formato 6×6, ma credo anche per una ragione meno evidente. Fotografare con una biottica significa abbassare gli occhi sul vetro smerigliato. L'obiettivo non si frappone tra il fotografo e la persona. Lo sguardo rimane libero. Il dialogo continua. La macchina fotografica smette di essere un oggetto puntato contro qualcuno e diventa quasi un tramite silenzioso.
Naturalmente oggi non fotografo con una Rolleiflex. In verità io non ho mai nemmeno preso in mano una Rolleiflex.
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Eppure, senza rendermene conto, ho finito per costruire qualcosa che mi restituisce una sensazione molto simile.
La mia Nikon Zr, equipaggiata con una piccola impugnatura in legno e con obiettivi fissi compatti come i Viltrox 55 e 85 mm EVO, è diventata una macchina che porto davanti al volto con la stessa naturalezza con cui Greene abbassava lo sguardo sul suo pozzetto. Non perché siano strumenti paragonabili. Sarebbe un confronto privo di senso. Ma perché mi permettono di mantenere vivo il rapporto con la persona che ho davanti.
Molto più spesso guardo direttamente negli occhi la donna che sto fotografando. Parliamo. Sorridiamo. Aspettiamo. Lo scatto arriva quasi senza interrompere quella conversazione.
In quei momenti la macchina fotografica scompare. Grazie al suo megadisplay e all'assenza di rumore che c'è.
Ed è forse questo il complimento più grande che si possa fare a uno strumento.
Non diventare il protagonista della scena.
Permettere a due persone di continuare a guardarsi.
Credo che, se Milton Greene fosse vivo oggi, probabilmente non utilizzerebbe una Rolleiflex. Sarebbe curioso di provare tutto ciò che la tecnologia moderna può offrire. Ma sono altrettanto convinto che cercherebbe una macchina capace di fare esattamente la stessa cosa: mettersi in disparte.
Perché il vero protagonista di un ritratto non è mai stato il fotografo.
E nemmeno la sua fotocamera.
È sempre stato l'incontro tra due persone.
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Rebecca, una poltrona, la mia Nikon Zr con il 55/1.8 di Viltrox, io le parlo, lei mi segue, la Zr in mezzo non crea alcuna barriera tra noi.
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