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Il progresso al contrario. Il Seagate Expansion Desktop da 18 TB era sceso su Amazon.it a circa 365 euro nel marzo 2026. Cinque mesi dopo viene proposto intorno agli 800 euro. Un hard disk magnetico non utilizza NAND per conservare i dati, ma il suo prezzo mostra come la fame di archiviazione dei data center e la riorganizzazione dell’intera filiera stiano propagando i propri effetti ben oltre le memorie destinate direttamente all’intelligenza artificiale.
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Non tutti i prezzi aumentano nello stesso momento e nella stessa misura. Il Samsung 990 Pro da 2 TB, pur essendo costruito intorno alla memoria NAND, nell’estate 2026 può ancora essere acquistato da venditori terzi a prezzi relativamente vicini a quelli di gennaio. Sono invece le offerte dirette di Amazon a mostrare quotazioni molto più elevate e intermittenti. Il Seagate Expansion da 18 TB, basato su tecnologia magnetica, ha seguito il percorso opposto: dopo essere sceso sotto i 400 euro è risalito oltre gli 800. Non significa che la NAND sia diventata improvvisamente meno rara di un disco magnetico. Significa che la crisi sta attraversando una filiera complessa, fatta di scorte, contratti, venditori e prodotti sostitutivi, e che il prezzo pagato dal consumatore può cambiare bruscamente quando viene meno anche soltanto uno di questi ammortizzatori.
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Per capire che cosa stia succedendo non occorre visitare una fabbrica di semiconduttori in Corea. Basta osservare il prezzo di un normalissimo banco di memoria per computer portatile. La Crucial CT32G56C46S5, una SODIMM DDR5 da 32 GB priva di qualsiasi pretesa esoterica, nell’estate 2025 costava su Amazon.it circa 80 euro. Un anno dopo la migliore offerta supera i 440 euro e Amazon la vende direttamente a più di 600. Il prodotto non è diventato più veloce, più capiente o più moderno. È sempre lo stesso. È cambiato soltanto il valore industriale della memoria che contiene.
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Questo è ciò che non raccontano al telegiornale. L’intelligenza artificiale ci appare come un servizio immateriale, una finestra aperta nel browser alla quale porre una domanda. Ma dietro quella finestra sorgono data center che acquistano memorie in quantità e a prezzi con i quali il mercato consumer non può competere. Il conto non arriva sotto forma di abbonamento all’intelligenza artificiale: compare silenziosamente nel prezzo del prossimo computer, dello smartphone, dell’SSD e, infine, della fotocamera.
La nuova crisi dell’elettronica di consumo non nasce da una fabbrica chiusa, da una nave bloccata in un canale o da un’improvvisa mancanza di materie prime. Nasce da una scelta industriale perfettamente razionale: i grandi produttori di memoria destinano capacità, investimenti e linee produttive ai clienti disposti a pagare di più. E oggi nessuno paga più dei costruttori dei grandi data center per l’intelligenza artificiale.
L’intelligenza artificiale viene generalmente percepita come qualcosa di immateriale. Una finestra aperta nel browser, una domanda, una risposta. Dietro quella finestra esistono invece edifici pieni di processori, memorie ad alta velocità e sistemi di archiviazione. Ogni nuovo data center assorbe quantità enormi di HBM, DDR5, LPDDR, NAND e dischi di grande capacità. Samsung, SK Hynix e Micron indirizzano verso questo mercato la parte più remunerativa della loro produzione, sottraendo spazio industriale alle memorie destinate a computer, smartphone e altri apparecchi elettronici.
Non si tratta quindi di una semplice penuria transitoria. Durante la pandemia mancavano componenti perché le fabbriche si fermavano e le catene logistiche si interrompevano. Oggi le fabbriche lavorano, ma producono prioritariamente ciò che garantisce i margini più elevati. Il mercato consumer non è rimasto senza memoria: è stato messo in fondo alla fila.
Le conseguenze sono già visibili. Un normale banco Crucial SODIMM DDR5-5600 da 32 GB, venduto nell’estate 2025 intorno agli 80 euro, nell’agosto 2026 supera i 440 euro presso i venditori più convenienti e arriva oltre i 600 euro quando è proposto direttamente da Amazon. È lo stesso prodotto, con la stessa capacità, la stessa velocità e lo stesso codice. Non è diventato migliore: è diventata più rara e costosa la memoria di cui è composto.
La situazione sta mettendo in seria difficoltà soprattutto chi progetta e costruisce computer desktop e mini-PC. Queste aziende hanno già investito nello sviluppo delle schede madri, dei sistemi di raffreddamento, degli alimentatori e degli involucri; hanno contratti produttivi, reti commerciali e nuovi modelli pronti per il mercato. Ma RAM e unità di archiviazione possono ormai costare quanto il resto della macchina. Vendere un computer completo a un prezzo competitivo significa ridurre drasticamente il margine o addirittura lavorare in perdita.
La soluzione più comune è il barebone: processore, scheda madre, alimentatore e contenitore, lasciando al cliente il compito di acquistare separatamente memoria e disco. In apparenza è una formula conveniente e flessibile. In realtà è spesso il modo con cui il produttore riesce a mettere sul mercato una macchina senza incorporare nel proprio listino componenti dal costo imprevedibile. Il mini-PC può così apparire ancora economico, ma soltanto perché la parte più problematica del prezzo è stata trasferita sull’acquirente.
Il produttore vende quindi sottocosto o quasi un apparecchio incompleto, sapendo che il cliente dovrà affrontare da solo un mercato nel quale le quotazioni cambiano rapidamente, le offerte convenienti scompaiono e uno specifico modulo compatibile può costare quattro o cinque volte più dell’anno precedente. Il prezzo esposto del barebone non rappresenta più il costo reale del computer, così come il prezzo di un’automobile priva di ruote non direbbe quanto occorre spendere per poterla utilizzare.
Anche i produttori più solidi devono scegliere se aumentare i listini, ridurre le configurazioni, rinviare i modelli o concentrare le poche forniture disponibili sui prodotti più costosi. A soffrirne maggiormente sono le macchine economiche e intermedie, perché un aumento di cento euro può essere assorbito da una workstation da tremila euro, ma distrugge la convenienza di un mini-PC che ne dovrebbe costare quattrocento. Il risultato sarà probabilmente un mercato con meno scelta, configurazioni base sempre più povere e prezzi reali molto più alti di quelli pubblicizzati.
Tutto questo avviene quasi senza lasciare traccia nell’informazione generalista. Si parla dell’intelligenza artificiale come di una rivoluzione culturale, finanziaria o perfino esistenziale, ma raramente del suo ingombro materiale. Eppure quella rivoluzione occupa fabbriche, consuma energia, assorbe investimenti e rastrella componenti. Il suo costo non compare soltanto nei bilanci delle società tecnologiche: viene distribuito silenziosamente su ogni dispositivo elettronico che compriamo.
Per questo non lo dicono al telegiornale. Non perché il fenomeno sia segreto, ma perché non ha ancora assunto la forma semplice di uno scaffale vuoto. I prodotti continuano a esserci, almeno in apparenza. Sono soltanto più cari, meno completi, disponibili a intermittenza oppure rimandati senza una spiegazione precisa. La crisi è già cominciata, ma per accorgersene bisogna guardare ciò che manca dentro la scatola.
E le fotocamere?
Le fotocamere digitali sono computer specializzati. Contengono memoria operativa ad alta velocità, buffer capienti, memoria flash, processori e sistemi di archiviazione sempre più esigenti, soprattutto quando devono sostenere raffiche prolungate e registrazioni video ad alta risoluzione. Era quindi inevitabile che la crisi arrivasse anche nell’industria fotografica.
Fujifilm è stata finora la società più esplicita nel quantificarne gli effetti. Nelle previsioni per l’esercizio che terminerà nel marzo 2027 ha aumentato di 14 miliardi di yen la stima dei maggiori costi legati alle memorie e ai componenti informatici rispetto a quanto previsto soltanto tre mesi prima. Di questi, 8 miliardi di yen — circa 50 milioni di dollari — vengono attribuiti al solo comparto Imaging.
Non significa che Fujifilm spenderà 50 milioni in più esclusivamente per le memorie delle fotocamere: Imaging comprende anche Instax, obiettivi e altre attività. Il dato rivela però quanto rapidamente siano cambiate le condizioni di approvvigionamento. L’azienda dichiara di voler limitare l’impatto ricorrendo a componenti alternativi e a non meglio precisate “misure sui prezzi”. Tradotto dal linguaggio finanziario: aumenti di listino, minori sconti e maggiore concentrazione sui prodotti capaci di garantire margini elevati.
Fujifilm può permetterselo perché Imaging rimane il settore più redditizio del gruppo. Nel primo trimestre ha fatturato 168,8 miliardi di yen, il 16,2% in più rispetto all’anno precedente, producendo 43,4 miliardi di utile operativo. Non siamo quindi davanti a un’azienda travolta dalla crisi, ma a un’azienda profittevole che non intende assorbirne interamente i costi. Il conto verrà almeno in parte trasferito ai fotografi.
Le conseguenze più serie potrebbero però riguardare non tanto le ammiraglie, sulle quali un aumento di qualche centinaio di euro può essere incorporato nel prezzo, quanto le fotocamere economiche e intermedie. Sono i modelli con margini più ridotti, quelli per i quali il rincaro di memoria, processori e componenti può rendere meno conveniente la produzione. I costruttori saranno indotti a ritardarne il lancio, ridurne le quantità oppure rinunciarvi per destinare le forniture disponibili ai prodotti più costosi.
Fujifilm non rappresenta un caso isolato. Canon, Sony e Nikon hanno tutte segnalato nei rispettivi documenti finanziari l’aumento del costo delle memorie e le difficoltà di approvvigionamento. Fujifilm ha semplicemente detto ad alta voce, e soprattutto ha quantificato, ciò che l’intera industria fotografica sta già affrontando: le prossime fotocamere non saranno condizionate soltanto dalle idee dei progettisti e dalla domanda del mercato, ma anche dalla possibilità di procurarsi la memoria necessaria, nel momento previsto e a un prezzo compatibile con il prodotto.
Nikon: il 2026 che non c’è stato
Nel caso di Nikon non abbiamo una quantificazione precisa come quella fornita da Fujifilm, né una dichiarazione ufficiale che colleghi il rinvio di un determinato prodotto alla penuria di memorie. Abbiamo però un calendario che ormai parla da solo. A oltre metà del 2026 Nikon non ha presentato alcuna nuova fotocamera e ha introdotto soltanto il Nikkor Z 24-105mm f/4-7.1, un bilancio incompatibile con le normali esigenze di rinnovamento del sistema Z e con i programmi che risultavano in preparazione.
Nikon ha ammesso l’aumento del costo delle memorie, la crescente difficoltà di ottenere forniture stabili e una situazione nella quale i produttori di componenti formulano quotazioni valide soltanto su base trimestrale. Ha inoltre dichiarato che, qualora la pressione dovesse continuare, potrà trasferire parte degli aumenti sui prezzi finali. Nei documenti dedicati ai rischi industriali riconosce esplicitamente che l’attività Imaging può essere danneggiata sia dal rincaro sia dai ritardi nell’approvvigionamento dei componenti.
In queste condizioni non basta che una nuova fotocamera sia progettata e pronta per la produzione. Nikon deve poter acquistare processori, DRAM, memoria flash e altri circuiti nella quantità necessaria, a un prezzo compatibile con il listino previsto e con sufficiente continuità da alimentare il mercato per molti mesi. Presentare un modello importante e poterne consegnare soltanto poche migliaia di esemplari, oppure doverne modificare il prezzo subito dopo il lancio, sarebbe commercialmente controproducente.
È quindi ragionevole concludere che più prodotti inizialmente destinati al 2026 siano stati riprogrammati per il 2027. Nikon non ne ha indicato i nomi, ma il rinnovamento della fascia professionale, una nuova macchina DX di livello superiore e altri corpi necessari a completare la gamma Z non possono essere scomparsi tutti contemporaneamente per mancanza di idee. Con ogni probabilità esistono già sotto forma di prototipi avanzati o di progetti industrializzati; ciò che manca è la certezza di poterli costruire nelle quantità e ai costi stabiliti.
L’eventuale arrivo nell’ultimo trimestre di una macchina relativamente semplice, sostanzialmente derivata dalla Z5 II e priva di mirino elettronico, non cambierebbe il quadro. Sarebbe anzi coerente con una strategia prudente: riutilizzare piattaforme e componenti già disponibili, ridurre il numero delle parti e rinviare al 2027 i prodotti realmente nuovi, più complessi e più affamati di memoria.
Il vuoto del 2026 può ormai essere considerato un fatto conclamato; la sua attribuzione esclusiva alla crisi delle memorie resta invece un’ipotesi, perché Nikon non la conferma. Ma è un’ipotesi sostenuta dalle stesse ammissioni della società, dalla situazione generale dell’industria e da un calendario che non trova spiegazioni sufficienti nella normale alternanza dei prodotti. Nikon non sembra avere smesso di progettare nuove fotocamere. Sembra piuttosto aver deciso che, nel 2026, annunciarle senza poterle produrre regolarmente sarebbe stato peggio che rimandarle.
Quando finirà la crisi?
Le previsioni più attendibili escludono un ritorno alla normalità nel 2026 e indicano nel 2027 un anno ancora molto difficile, soprattutto per la DRAM. TrendForce prevede invece una progressiva distensione del mercato NAND nella seconda metà del 2027, quando l’aumento della produzione, l’arrivo di nuova capacità cinese e la debolezza della domanda di smartphone e notebook potrebbero riportare l’offerta in equilibrio.
Per la DRAM, utilizzata nei computer e come memoria operativa di moltissimi dispositivi elettronici, i tempi saranno più lunghi. Le nuove fabbriche cominceranno ad avviare le linee nel 2027, ma non contribuiranno in misura significativa prima del 2028. Nel frattempo la produzione di HBM destinata ai sistemi di intelligenza artificiale continuerà ad assorbire una quantità sproporzionata di wafer, limitando la disponibilità di memoria convenzionale. IDC non prevede un sollievo apprezzabile prima della fine del 2027, mentre UBS colloca un possibile riequilibrio della DRAM non prima del secondo trimestre 2028.
La crisi finirà quindi prima per calo della domanda che per reale abbondanza dell’offerta. I prezzi elevati ridurranno le vendite di computer, smartphone e altri apparecchi consumer, liberando una parte delle forniture; soltanto in seguito l’aumento della capacità produttiva potrà determinare una stabilizzazione duratura. Il 2027 non sarà probabilmente l’anno della soluzione, ma quello in cui la penuria raggiungerà il culmine. Il 2028 è oggi la prima data ragionevole per immaginare un mercato nuovamente sostenibile, senza alcuna garanzia che si torni ai prezzi eccezionalmente bassi del 2024 e del 2025.
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Perché non lo dicono al telegiornale?
L’aumento della benzina entra immediatamente nei telegiornali perché è semplice da raccontare. Esiste un prezzo esposto in caratteri enormi lungo ogni strada, cambia quasi ogni giorno e riguarda milioni di persone nello stesso momento. Bastano l’immagine di un distributore, il pieno di un’automobile e la tradizionale intervista all’automobilista indignato. La notizia è pronta.
La crisi dell’elettronica è molto meno televisiva. Un computer non si compra ogni settimana, non esiste un prezzo nazionale del gigabyte e lo stesso prodotto viene offerto in decine di configurazioni differenti. L’aumento può essere nascosto riducendo la memoria, eliminando l’unità di archiviazione, vendendo un barebone oppure sostituendo un modello con un altro apparentemente nuovo. Quando il consumatore scopre che per cambiare computer deve spendere molto più del previsto, vive il problema come una vicenda personale, non come l’effetto di una crisi mondiale.
Forse si pensa che la questione non riguardi la classica “casalinga di Voghera”. Ma anche lei possiede uno smartphone, conserva fotografie, utilizza servizi online e prima o poi dovrà sostituire un computer, un televisore o qualche altro apparecchio elettronico. Soprattutto pagherà indirettamente l’aumento dei costi sostenuti da aziende, professionisti e amministrazioni. L’elettronica non è più un settore riservato agli appassionati: è l’infrastruttura quotidiana della società.
Il problema non è quindi che la notizia interessi poche persone. È che manca ancora un’immagine semplice attraverso la quale raccontarla. La benzina aumenta e il numero compare sul cartello. La memoria aumenta e il computer arriva senza memoria. Finché il pubblico continuerà a vedere una scatola in vendita, sembrerà che non manchi nulla. Soltanto aprendola scoprirà ciò che non gli hanno detto al telegiornale.
La benzina invisibile
Il prezzo della benzina è una notizia perfetta per il telegiornale: cambia ogni mattina, è scritto a caratteri cubitali lungo la strada e ciascuno può calcolare immediatamente quanto costerà riempire il serbatoio. L’intelligenza artificiale, invece, ci viene presentata come qualcosa di immateriale, una finestrella nella quale scriviamo una domanda ottenendo una risposta. Ma dietro quella finestra non c’è una nuvola: ci sono capannoni pieni di processori, memorie, trasformatori e sistemi di raffreddamento.
Un grande data center hyperscale può assorbire continuamente circa 100 megawatt, una potenza paragonabile al fabbisogno di decine di migliaia di abitazioni, fino all’ordine di grandezza di una città media. Significa 2,4 milioni di kilowattora al giorno e 876 milioni all’anno. Quasi tutta l’energia elettrica che entra nei processori e negli apparati finisce inevitabilmente sotto forma di calore; il raffreddamento non lo elimina, ma consuma altra energia per trasferirlo all’esterno. È come tenere permanentemente accesa una gigantesca stufa industriale per poter conversare con una macchina.
Secondo l’International Energy Agency, nel 2024 i data center hanno consumato circa 415 TWh, l’1,5% dell’elettricità mondiale; nel 2030 potrebbero arrivare a 945 TWh, con l’intelligenza artificiale come principale motore della crescita. Negli Stati Uniti erano già responsabili del 4,4% dei consumi elettrici nel 2023 e potrebbero raggiungere una quota compresa fra il 6,7 e il 12% nel 2028, secondo il Dipartimento dell’Energia americano.
La differenza con la benzina è soprattutto nella visibilità. Il carburante lo paghiamo direttamente alla pompa e ne osserviamo il prezzo al centesimo; l’energia consumata dall’AI resta nascosta nei contratti industriali, nelle nuove centrali, nelle reti da potenziare, nell’acqua impiegata per il raffreddamento e nel calore disperso nell’ambiente.
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