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La nuova PEN non ci interessa. Il mercato che rappresenta sì

Fujifilm ne ha fatto un successo, OM System una nuova fotocamera. Nikon aveva cominciato con Zfc e Zf, poi si è fermata. La nostra Nikon Z SP spiega perché dovrebbe ripartire.

Della nuova OM System PEN presentata il 9 settembre, diciamolo subito, non ci interessa quasi nulla. Continueremo probabilmente a chiamarla Olympus PEN per abitudine, ma non abbiamo alcuna intenzione di cambiare sistema, acquistare obiettivi Micro Quattro Terzi o discutere per settimane della qualità prodotta dal suo sensore. Non è questo il punto. La nuova PEN ci interessa perché un’azienda molto più piccola di Nikon ha appena messo in produzione, con mezzi tecnici relativamente modesti, un’idea di fotocamera sorprendentemente vicina a quella che Nikonland sta proponendo con il concept Nikon Z SP.

Naturalmente le due macchine non sarebbero concorrenti. La PEN impiega un sensore Micro Quattro Terzi da 20,4 megapixel, non stacked e certamente non nuovo, abbinato al processore TruePic IX e a un sistema autofocus ibrido con 121 punti. Il corpo è compatto, prevalentemente plastico, pesa 393 grammi con batteria e scheda, integra un mirino elettronico da 2,36 milioni di punti, stabilizzazione sul sensore e una protezione IPX1. Negli Stati Uniti costa 999 dollari, nel Regno Unito 849 sterline. La nostra ipotetica Nikon Z SP sarebbe invece una fotocamera full frame professionale, costruita attorno all’elettronica della Z6 III, con un corpo metallico, un mirino ben più ambizioso e un prezzo inevitabilmente superiore al doppio.

Non è quindi la tecnologia a renderle confrontabili. È l’idea.

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Una fotocamera pensata per vedere

OM System avrebbe potuto limitarsi a inserire componenti già disponibili dentro un involucro piacevolmente rétro. È ciò che spesso fanno i produttori quando vogliono sfruttare la nostalgia senza assumersi il rischio di un progetto realmente nuovo. Invece ha costruito la PEN attorno a un’esperienza fotografica precisa: una macchina compatta, con il mirino laterale, da portare sempre con sé e capace di trasformare il modo in cui il fotografo guarda il mondo prima ancora di premere il pulsante di scatto.

Sul frontale c’è un comando fisico dedicato alle modalità creative. Non un’opzione sepolta nel quinto livello di un menù, ma una dichiarazione d’intenti visibile anche dall’esterno. La macchina mette a disposizione quattro profili colore e quattro monocromatici richiamabili direttamente. Nel Color Profile Control si può intervenire separatamente sulla saturazione di dodici colori, con undici livelli di regolazione, oltre che sulla resa generale delle ombre. In monocromatico si possono scegliere filtri colore, intensità, grana, ombreggiatura e differenti viraggi.

Non sono semplicemente filtri da applicare a una fotografia già fatta. Sono modi diversi di vedere la scena nel mirino elettronico mentre la fotografia sta ancora nascendo. Si sceglie una resa più vivace o più tenue, un bianco e nero contrastato oppure delicato, si osserva come cambia il soggetto e si decide di conseguenza esposizione, inquadratura, luce e momento dello scatto. Il RAW resta disponibile e conserva ogni possibilità successiva, ma il JPEG può essere già la fotografia finita.

È il concetto che Nikonland riassume da sempre in una frase: la fotografia nasce nel mirino.

Durante il passaggio dalla reflex alla mirrorless ci è stato spiegato soprattutto che il mirino elettronico poteva mostrare in anticipo l’esposizione, il bilanciamento del bianco e la profondità di campo. Tutto vero, ma è soltanto la parte più elementare della questione. Il mirino elettronico può mostrarci direttamente la nostra interpretazione della realtà. Non ci fa soltanto vedere se l’immagine sarà chiara o scura: ci permette di decidere quale immagine vogliamo creare.

Con FilmBox abbiamo sviluppato esattamente questa idea. Le nostre pellicole digitali non sono imitazioni nostalgiche da applicare alla fine in postproduzione. Kodak Portra, Ektar, Kodachrome, Provia, Reala, Agfa, Ferrania, Ilford, T-Max e le interpretazioni Cinema diventano differenti modi di leggere la scena. La scelta del profilo influenza ciò che vediamo nel mirino e quindi il modo in cui fotografiamo. Una luce che con un profilo appare insignificante può diventare improvvisamente interessante con un altro. Un incarnato cambia, un cielo acquista un peso diverso, un’ombra suggerisce un’altra composizione. La fotografia non viene decorata dopo: viene immaginata prima.

La nuova PEN dimostra che questa non è una nostra eccentricità. È una possibile direzione industriale.

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Fujifilm lo sa da anni

Fujifilm ha costruito una parte rilevante del proprio successo recente proprio attorno a questa filosofia. Non ha inventato soltanto fotocamere con un aspetto tradizionale. Ha creato un sistema coerente di corpi riconoscibili, ghiere fisiche, obiettivi dotati di ghiera dei diaframmi, simulazioni pellicola, ricette condivise dagli utenti e continuità tra una generazione e la successiva.

Una Fujifilm non viene scelta soltanto per il sensore APS-C o per la risoluzione. Viene scelta perché propone una maniera di fotografare e perché rende quella proposta immediatamente riconoscibile. La simulazione pellicola non è nascosta come una funzione accessoria: è diventata una parte fondamentale dell’identità del marchio e del rapporto fra fotografo e macchina.

Il mercato ha risposto in modo inequivocabile. La X100VI è rimasta a lungo difficilissima da trovare nonostante l’aumento della produzione. Nel 2025 è risultata la fotocamera più venduta nella classifica annuale del grande rivenditore giapponese Yodobashi, continuando a tornare ai primi posti ogni volta che nuovi esemplari diventavano disponibili. La serie X100, nata nel 2011, è diventata un oggetto desiderato anche da un pubblico giovane che non ha alcun ricordo personale della fotografia analogica.

Fujifilm ha compreso inoltre che questo desiderio permette di applicare un premio di prezzo. Non deve necessariamente inseguire il massimo volume né combattere sul centesimo contro prodotti tecnicamente simili. Può vendere una macchina relativamente costosa perché non offre soltanto componenti elettronici: offre appartenenza, continuità e riconoscibilità. La stessa dirigenza ha dichiarato di voler preservare il valore premium del prodotto, indicando apertamente un modello più vicino a Leica che alla produzione indiscriminata.

Possiamo discutere se questa strategia ci piaccia oppure no. Possiamo trovare insopportabile che una fotocamera resti introvabile o che il prezzo dell’usato superi quello di listino. Ma non possiamo ignorare il risultato: il pubblico esiste ed è disposto a spendere.

OM System lo ha osservato. Ha recuperato il nome PEN, ha preso una piattaforma tecnica già disponibile e l’ha trasformata in una fotocamera con un’identità precisa. Non occorre avere il sensore migliore del mondo per costruire un prodotto desiderabile. Occorre sapere per chi lo si sta costruendo e quale esperienza gli si vuole offrire.

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Nikon aveva cominciato. Poi si è fermata

Nikon possiede una storia ancora più profonda, un sistema più vasto, una tecnologia superiore e una base di utenti fedelissima. Ha anche dimostrato di comprendere almeno in parte questo mercato. La Zfc del 2021 e soprattutto la Zf del 2023 non sono operazioni maldestre. Sono due fotocamere riuscite, riconoscibili e capaci di creare un legame emotivo che una normale scatola nera difficilmente potrebbe generare.

La Zf, in particolare, non è soltanto bella. È una fotocamera full frame moderna, dotata di processore Expeed 7, stabilizzazione, autofocus evoluto e prestazioni più che adeguate a quasi ogni genere fotografico. Nikon ha persino inserito un accesso diretto al bianco e nero, riconoscendo implicitamente che la scelta della resa dell’immagine può far parte del gesto fotografico.

Poi, però, si è fermata.

Zfc e Zf sono ancora in catalogo e ricevono aggiornamenti, ma sono state sostanzialmente abbandonate come progetto organico. Nikon le ha trattate come due corpi isolati, non come l’inizio di una famiglia. Dopo la presentazione non è nato attorno a esse un vero ecosistema di ottiche, accessori e funzioni coerenti.

Gli unici obiettivi Nikon realmente associati a questa estetica sono il Nikkor Z 28mm f/2.8 SE e il Nikkor Z 40mm f/2 SE, ai quali per la Zfc si può aggiungere la versione argentata del piccolo zoom DX 16-50mm. I due fissi SE sono però variazioni cosmetiche di obiettivi economici già esistenti. Non hanno la ghiera dei diaframmi, non introducono una costruzione particolare e non costituiscono l’inizio di una linea. Dopo di loro non sono arrivati un 24mm, un 35mm, un 50mm o un 85mm compatti pensati specificamente per accompagnare queste fotocamere.

Per trovare obiettivi capaci di completare davvero quell’esperienza bisogna rivolgersi a Voigtländer e ad altri produttori. Sono stati loro a offrire costruzione metallica, ghiere dei diaframmi, messa a fuoco manuale e un’estetica adeguata. Nikon ha fornito il corpo; altri hanno dovuto inventare il sistema.

Lo stesso è accaduto con gli accessori. Nessun Power Drive, nessuna impugnatura verticale Nikon, nessuna linea coordinata capace di adattare la macchina a impieghi differenti. Per aggiungere una presa più consistente alla Zf bisogna ricorrere soprattutto a SmallRig e ad altri produttori indipendenti. Nikon ha preferito offrire rivestimenti in colori diversi e, nel 2025, una versione argentata. Operazioni gradevoli, ma ancora una volta prevalentemente estetiche.

Il paradosso è che il pubblico non ha rifiutato la Zf. Nel giugno 2026 la macchina è arrivata al primo posto nella classifica dell’usato di Map Camera in Giappone, a quasi tre anni dalla presentazione. Conserva valore, continua a essere desiderata e dimostra che la sua formula non è stata un errore commerciale. Semplicemente Nikon non l’ha coltivata.

Fujifilm ha costruito una categoria. OM System ha appena rilanciato una linea. Nikon ha prodotto due bellissimi corpi e li ha lasciati soli.

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Nikon possiede già quasi tutto

La parte più frustrante è che Nikon non dovrebbe inventare quasi nulla.

Possiede ottimi sensori full frame, processori potenti, autofocus maturi, stabilizzazione, mirini elettronici, un innesto moderno e un catalogo di obiettivi vastissimo. Possiede soprattutto i Picture Control e i più recenti Flexible Color Picture Control, che permettono una caratterizzazione dell’immagine molto più profonda di quanto la maggior parte degli utenti immagini.

Le nostre esperienze con ExifReader, FilmBox e FilmBox Lab ci stanno mostrando quanto sia ricco questo sistema e quanto poco Nikon sappia raccontarlo. Possiamo leggere i profili presenti nei NEF, trasferire sulla fotocamera le nostre pellicole digitali, modificarle e vedere nel mirino la loro influenza sull’immagine. Con il motore Nikon possiamo persino sviluppare il RAW secondo la stessa interpretazione applicata dalla macchina.

Tutto questo, però, rimane disperso fra menù, applicazioni separate, limitazioni incomprensibili e procedure che scoraggiano l’utente normale. Nikon ha costruito gli ingredienti senza trasformarli in un’esperienza. Noi abbiamo dovuto creare FilmBox per organizzare ciò che Nikon già permette di fare e presentarlo al fotografo in modo comprensibile.

OM System, con una macchina che costa meno della metà di quanto costerebbe una Z SP, ha ritenuto invece che i profili meritassero un comando fisico sul frontale.

Questo è il punto che a Tokyo dovrebbero osservare. Non il sensore Micro Quattro Terzi, non i 20 megapixel e nemmeno la forma della PEN. Dovrebbero osservare la chiarezza dell’idea: quella macchina dichiara apertamente che il fotografo può scegliere il proprio linguaggio visivo prima dello scatto.

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La Nikon Z SP non sarebbe una Zf diversa

La nostra Nikon Z SP non nasce dalla nuova PEN e non vuole copiarla. È un concept Nikonland elaborato come erede contemporanea della Nikon SP del 1957: non una finta telemetro digitale e nemmeno un altro esercizio nostalgico costruito attorno alla FM2.

La immaginiamo con il cuore elettronico della Z6 III dentro un corpo professionale compatto, con calotta piatta, mirino laterale, baionetta Z, comandi diretti e piena compatibilità con l’intero sistema Nikkor Z. Un corpo capace di restare leggero con un piccolo 50mm f/2 SP, ma trasformabile attraverso un Power Drive opzionale con doppia batteria quando servono maggiore autonomia e presa verticale.

La Z SP dovrebbe inaugurare una piccola linea di obiettivi dedicati, non semplici versioni cosmetiche di progetti esistenti. Ottiche compatte e luminose, dotate di ghiera dei diaframmi e costruite con la stessa cura della macchina. Non necessariamente moltissime: basterebbe una serie coerente, capace di dare al sistema un’identità immediata senza rinunciare alla compatibilità con tutto ciò che Nikon produce già.

Soprattutto, la Z SP dovrebbe mettere il Picture Control al centro dell’esperienza fotografica. Una ghiera o un selettore diretto, profili richiamabili senza entrare nei menù, anteprima fedele nel mirino, gestione semplice delle raccolte e integrazione con Nikon Imaging Cloud. I profili Nikon potrebbero convivere con quelli creati dagli utenti e con raccolte tematiche come le nostre FilmBox. Colore e bianco e nero diventerebbero così parte del progetto della fotografia e non un ripensamento da affrontare davanti al computer.

Non sarebbe una macchina economica. Non dovrebbe esserlo. Sarebbe una Nikon professionale destinata a chi desidera qualità costruttiva, prestazioni moderne, autonomia, continuità con il sistema Z e una relazione più consapevole con lo scatto. Fujifilm ha già dimostrato che questo pubblico accetta un prezzo elevato quando il prodotto è coerente e desiderabile.

Nikon non deve inseguire Fujifilm sul suo terreno e non deve imitare la nuova PEN. Deve offrire la propria interpretazione, fondata sulla storia e sulla tecnologia Nikon. La SP originale non fu una macchina graziosa per nostalgici: fu una fotocamera professionale avanzata, costruita per competere al livello più alto. Una Z SP dovrebbe avere la stessa ambizione nel presente.

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Una piccola PEN e una grande occasione perduta

La nuova OM System PEN non cambierà il mercato professionale. Non metterà in difficoltà una Z8 o una Z9 e non attirerà chi cerca le prestazioni di una moderna full frame. Utilizza una tecnologia già ammortizzata e viene proposta a un prezzo relativamente accessibile. Proprio per questo il suo messaggio è ancora più evidente.

Una piccola azienda, con un vecchio sensore Micro Quattro Terzi e una fotocamera da meno di mille dollari, ha compreso che oggi non basta più aggiungere un punto di autofocus o mezzo fotogramma al secondo. Ha costruito una macchina attorno al piacere di portarla con sé, guardare nel mirino e scegliere subito come raccontare ciò che si ha davanti.

Fujifilm ne ha fatto da anni un successo commerciale e un’identità di marca. OM System ha deciso di seguirne la lezione con mezzi più modesti. Nikon, che possiede sensori, processori, ottiche, tradizione e persino il sistema di profili necessario, continua invece a comportarsi come se Zfc e Zf fossero state due parentesi decorative.

La nuova PEN non ci interessa come fotocamera. Ci interessa perché dimostra che la Nikon Z SP non è un sogno anacronistico, né il capriccio di qualche appassionato innamorato delle vecchie telemetro. È una risposta possibile a una parte reale del mercato: fotografi disposti a pagare non soltanto per prestazioni superiori, ma per una macchina capace di suggerire fotografie.

Nikon non deve copiare la PEN. Deve capire ciò che OM System ha capito.

La fotografia nasce nel mirino. Anche il futuro di una fotocamera dovrebbe cominciare da lì.

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Recommended Comments

Viandante

Nikonlander
(edited)
  • Nikonlander

Ottimo spunto di riflessione, come tua consuetudine Mauro, grazie.

20 ore fa, Mauro Maratta ha scritto:

Non sono semplicemente filtri da applicare a una fotografia già fatta. Sono modi diversi di vedere la scena nel mirino elettronico mentre la fotografia sta ancora nascendo. Si sceglie una resa più vivace o più tenue, un bianco e nero contrastato oppure delicato, si osserva come cambia il soggetto e si decide di conseguenza esposizione, inquadratura, luce e momento dello scatto. Il RAW resta disponibile e conserva ogni possibilità successiva, ma il JPEG può essere già la fotografia finita.

Quello che descrivi è sostanzialmente un cambio di paradigma a mio avviso, non guardare più al Jpeg come al formato da scegliere quando NON si vuol perdere tempo, quando la foto non è importante, quando non vogliamo perderci nel suo sviluppo in camera chiara, piuttosto guardare al Jpeg come la possibilità di vedere in tempo reale la nostra interpretazione della scena che intendiamo catturare. Questo è tutto l'opposto della fretta e della trascuratezza alla quele viene spesso associato il Jpeg, richiede invece molta più consapevolezza, analisi e studio della scena per capire soprattutto il perchè vogliamo fare quella fotografia. Cosa ci attrae, cosa vorremmo raccontare, COME lo vorremmo raccontare non solo dal punto di vista compositivo ma estetico a tutto tondo. Quindi la scelta di un profilo colore piuttosto che un altro, del monocromatico e di quale resa in b/n scegliamo ecc fanno parte di un processo più lento e ragionato rispetto al classico punta e clicca associato al "tanto sto scattando in Jpeg, non sono foto importanti".

Una fotocamera come al PEN o la Nikon che descrivi è uno strumento bello da vedere, bello da usare, piacevole e non impegnativo da portare con sè che ti solleva da tutti i problemi del "dover" portare una fotocamera e ti dice in sostanza ti dimenticarti di lei fino a quando non scatterai una foto, in quel momento ti offrirà ciò che serve perchè tu possa scattare esattamente la foto che hai in mente, vedendone l'anteprima e suggerendoti sfumature d'interpretazione in modo facile e concreto. Quindi tutt'altro che un giocattolo da usare quando non porti la fotocamera "seria" o quando farai scatti senza importanza destinati ad ammuffire poi nell'SSD, tanto valeva non farli. Ma uno strumento per quando vuoi scattare fotografie serie con l'intenzione di ottenerle direttamente in quel preciso istante...vedo, immagino, ragiono, scatto, fine processo.

Chiaramente non si parla per assoluti, per esempio caccia fotografica, paesaggio ed altro sono generi per i quali la scelta del Raw ha come base ha senso, anche perchè spesso si ricerca una certa fedeltà e coerenza con la realtà in quel tipo di scatto, spesso non si interpreta ma si riproduce. Restano tanti altri generi invece per i quali il ragionamento è valido.

P.S. Da utilizzatore del sistema OM System posso solo dire che molti affezionati ad Olympus/OM System chiedono da tempo una MkII della Pen F e comprendendo le difficoltà di un'azienda di queste dimensioni rimangono pazientemente in attesa. Questa PEN non è l'erede della F, è una fotocamera entry level e non vuol essere altro, la OM3 ha le caratteristiche che vorremmo nelle PEN F MkII ma in un corpo più grande, ma sono comunque tutte iterazioni del concetto che sta alla base proprio dell'oggetto del tuo editoriale, strumenti moderni e completi che vogliono invitare l'utilizzatore ad esplorare il Jpeg e spingerlo a quel cambio di paradigma di cui sopra.

Edited by Viandante

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