La fotografia nasce nel mirino, non davanti al monitor
"Perché un Picture Control progettato dal fotografo non è la stessa cosa di un preset applicato settimane dopo."
Negli ultimi anni è diventato quasi un luogo comune. Si fotografa in RAW, si torna a casa, si importano le immagini in Lightroom e si sceglie un preset. Magari uno acquistato da un influencer, magari uno scaricato gratuitamente da Internet, magari uno costruito da un fotografo che lavora in California, in Islanda o a Tokyo. Pochi clic e quella fotografia assume un carattere completamente diverso. I colori cambiano, il contrasto si modifica, le ombre si aprono o si chiudono, compare una grana artificiale e l'immagine sembra appartenere a un altro mondo.
È un procedimento perfettamente legittimo. Nessuno lo mette in discussione.
La domanda, però, è un'altra.
Quando nasce davvero quella fotografia?
Perché esiste un'enorme differenza tra modificare un'immagine già esistente e costruire un'immagine prima ancora di premere il pulsante di scatto.
È proprio qui che, secondo me, le moderne Nikon Z hanno introdotto una piccola rivoluzione di cui ancora si parla troppo poco.
Con una reflex il fotografo guardava il mondo attraverso un mirino ottico. Vedeva la scena così com'era. La fotografia, in un certo senso, esisteva soltanto nella sua immaginazione. Poteva prevedere il risultato finale, ma non poteva realmente osservarlo. Il Picture Control interveniva solo dopo lo scatto, nella generazione del JPEG.
Con una mirrorless, invece, succede qualcosa di completamente diverso.
Il fotografo guarda già la fotografia.
Non guarda più semplicemente la realtà.
Guarda una sua interpretazione.
Se nella Nikon Zf è stato selezionato il Picture Control MC01 Lindbergh, il mirino mostra già un bianco e nero costruito secondo quella precisa filosofia. Le ombre hanno già il loro carattere, le alte luci hanno già la loro morbidezza, la curva tonale è già quella scelta dal fotografo e perfino la grana è presente nel mirino, esattamente come apparirà nell'immagine finale.
Questa non è una differenza tecnica.
È una differenza creativa.
Significa che ogni decisione viene presa osservando la fotografia e non semplicemente la scena.
Se il fotografo vede che il controluce è troppo aggressivo, modifica la posizione del soggetto.
Se le ombre risultano troppo profonde, cambia l'illuminazione.
Se la grana rende l'atmosfera ancora più convincente, decide senza esitazione di lavorare a ISO più elevati.
Se un riflesso distrae l'attenzione dal volto, cambia l'inquadratura.
Sono tutte decisioni che nascono prima dello scatto.
Il Picture Control diventa quindi parte integrante del processo fotografico.
Non è un semplice trattamento estetico.
È uno strumento che influenza il modo stesso di fotografare.
Con un preset applicato successivamente il percorso è completamente diverso.
Il fotografo realizza un'immagine che, almeno in parte, rimane volutamente incompleta. Molte decisioni vengono rimandate.
"Ci penserò davanti al monitor."
"Vedrò quale preset funziona meglio."
"Forse questo look sarà più interessante."
Nulla di sbagliato.
Ma è un altro processo mentale.
La fotografia nasce in due momenti distinti: prima come registrazione della scena, poi come interpretazione estetica.
Nel caso di un Picture Control costruito consapevolmente, invece, queste due fasi tendono a coincidere.
La fotografia nasce già interpretata.
Ed è proprio questa la differenza fondamentale.
Un preset modifica un'immagine.
Un Picture Control modifica il fotografo.
Può sembrare una provocazione, ma credo che sia esattamente ciò che accade.
Quando sappiamo che il nostro bianco e nero reagirà in un certo modo alla luce, finiamo inconsapevolmente per cercare quella luce. Quando conosciamo il comportamento delle ombre, impariamo a usarle come elemento compositivo. Quando vediamo nel mirino una fotografia che ci emoziona, iniziamo a costruire l'inquadratura intorno a quella fotografia e non più soltanto intorno alla scena reale.
In altre parole, il Picture Control diventa un'estensione del nostro modo di vedere.
Per questo motivo trovo sempre meno convincente l'idea del preset come elemento centrale del processo creativo. Non perché sia uno strumento inferiore, ma perché arriva troppo tardi. Interviene quando tutte le decisioni importanti sono già state prese: la posizione del fotografo, l'obiettivo utilizzato, il rapporto con il soggetto, la direzione della luce, il momento esatto dello scatto.
Può migliorare una fotografia.
Può cambiarne l'atmosfera.
Può perfino trasformarne il linguaggio.
Ma non può modificare il modo in cui quella fotografia è stata realizzata.
Un Picture Control, invece, accompagna il fotografo fin dall'inizio. Non gli dice semplicemente come apparirà la fotografia. Lo induce a cercare una luce diversa, un'espressione diversa, un equilibrio diverso. In questo senso assomiglia molto di più alla scelta di un obiettivo che alla scelta di un preset. Nessuno direbbe che un 28 mm e un 180 mm producono la stessa fotografia soltanto perché il file è un RAW. Allo stesso modo, una Nikon Zf configurata con MC01 Lindbergh non invita il fotografo a guardare il mondo nello stesso modo in cui lo farebbe una Zf impostata con un Picture Control Standard.
È qui che, a mio avviso, il JPEG smette definitivamente di essere un sottoprodotto del RAW.
Diventa il progetto della fotografia.
Il RAW continua a rappresentare la massima libertà di intervento, la sicurezza, la possibilità di correggere e rifinire. Sarebbe assurdo negarne l'importanza. Ma la fotografia, quella vera, quella che guida il nostro occhio mentre osserviamo il soggetto attraverso il mirino, è già un JPEG. È quell'immagine che ci convince ad avanzare di un passo, ad abbassarci, ad aspettare un'espressione oppure a premere il pulsante di scatto.
Forse è proprio questa la rivoluzione silenziosa delle mirrorless Nikon. Non avere eliminato lo specchio, ma avere finalmente permesso al fotografo di vedere la propria fotografia mentre la sta ancora costruendo.
Ed è per questo che considero un Picture Control personale non come un effetto da applicare alle immagini, ma come una parte integrante del mio modo di fotografare. Esattamente come la scelta della luce, dell'obiettivo o della distanza dal soggetto.
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